Arte e Pubblico – E. H. Gombrich

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Eccomi qui, in Abruzzo nevica (o almeno fino a poche ore fa era così). Stamattina era tutto bianco e faceva un freddo tremendo, sono uscita fuori a fare due passi col cane e ho trovato lastre di ghiaccio ovunque. Oggi non guiderò l’auto neppure se hanno intenzione di pagarmi.
Ho approfittato del tempo per rileggere gli appunti presi sul piccolo volume di Ernst H. Gombric, Arte e Pubblico, terminato alcuni giorni fa. Una lettura essenziale, asciutta, molto critica, con una forte premura per il lettore non abituato a certe tematiche.

Al cuore del progetto è posto l’artista, affiancato da esperti e utenti comuni. L’autore stabilisce un limite, permette di capire come nel corso dei processi storici si siano verificate trasformazioni senza le quali molte idee non sarebbero progredite, e pone, al centro della discussione, l’attenzione verso il progresso, cioé l’esatto momento in cui è l’evoluzione di pensiero ha permesso alla tecnica scientifica di inserirsi ed essere una priorità secondo cui ogni cosa, nella sua fase di produzione, dovrebbe corrispondere al periodo che la rappresenta, e andare di pari passo a esso. Lo studioso afferma, in sostanza, che molti degli aspetti sorti nella ricerca del soddisfacimento dei bisogni estetici dei gruppi umani (artisti, esperti, pubblico) non sarebbero dovuti alla necessità di un dialogo di confronto, piuttosto a un innalzamento di muri costituito da cerchie.

L’idea che mi sono fatta, e che sembra suggerire, è questa: se noi riponessimo l’attenzione appagando solo le cose che conosciamo e ci rassicurano come singoli o come entità di persone, il gusto non si raffina, piuttosto si racchiude in una situazione fino alla sua castrazione. In pratica Gombrich vuole suggerirci che esistono molte forme di pensiero distinte che si ostacolano a vicenda per mancanza di apertura, e proprio questa assenza, potrebbe aver dato adito all’insorgenza del kitsch, inteso non come categoria estetica, ma a un dominio dell’uno sull’altro in fatto di gusto.
Un ragionamento che puo’ essere ricondotto in semplicità al seguente dialogo:

A: “Io ho questo”
B: ” Tu hai quello? Bene, allora io ho questo, e ho anche quello,  ma li potenzio all’ennesima potenza  così il mio è migliore di tutti e ti schiaccio perché sono il più forte a determinare la tendenza verso cui andare”.

Se si ragiona blandamente come le due righe stringate da me riportate poco fa, subentra l’azione psicologica dell’irrisolto, cioé un capriccio sfruttato per calpestare l’altro falsificando la natura delle cose ghettizzandole, stabilendo un marchio di riconoscimento e di appartenenza, chiudendo il significato stesso di arte ad una cerchia senza respiro.

In un certo senso l’attenzione di Ernst H. Gombrich mi pare non lontana da quella riposta nelle parole di Luca Beatrice in un articolo di alcuni giorni fa che trovate cliccando qui, da cui traggo le seguenti parole:

“Ai curatori italiani non interessa fare gioco di squadra. Convinti sostenitori della globalizzazione, di un’arte senza identità locale, sono abili manovratori di situazioni e carrieristi di professione. Tutto ciò che fanno è pro domo loro, cercano di non sbagliare una mossa o quantomeno di non compierne di azzardate e perciò preferiscono al limite ripescare vecchi e inossidabili maestri. Mentre occupano importanti posizioni nei musei internazionali, l’arte dei loro coetanei langue in una mediocrità assoluta. Non gliene importa nulla di valorizzare il patrimonio della loro generazione perché ciò non fa cassa e non restituisce abbastanza prestigio.Così i giovani artisti italiani, abbandonati a se stessi, il più delle volte agiscono da indipendenti, superano la figura del critico fedele e complice e si organizzano mostre ed eventi per i fatti loro. Ma questo è segno di grande debolezza, perché alla fine i critici somigliano a grigi burocrati, quando invece l’arte si è sempre fatta negli studi, nelle accademie, in luoghi disagiati e non troppo fighetti. Insomma se qualcuno dei nostri brillanti curatori di successo volesse spiegarci quale ricetta esiste per l’astenia e il malessere dell’arte italiana, gliene saremmo davvero grati.”

Che dire?
Buona lettura!

Confessions – Tetsuya Nakashima

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Per chiudere in bellezza le serate di alternativa cinema è venuta a trovarci anche la pioggia, che assieme a al suo carico di grandine, fa tanto bestemmiare gli automobilisti e le donne che decidono di uscire con scarpettine stupide, non pronte a un pediluvio improvviso.

L’ultimo film trasmesso ieri sera nella sala della mia città è stato il giapponese Confessions, la cui regia è di Tetsuya Nakashima, uscito il 9 maggio scorso in quasi tutte le sale italiane, datato però 2010.

Sono andata con l’idea che il lavoro fosse un horror, invece, mi sono trovata di fronte un thriller di alta qualità. Se volessi fare un’analisi attenta, dovrei partire da concezioni di lavoro in apparenza slegate tra loro, per dedicarmi in maniera unica alla descrizione del montaggio, della fotografia e alla sceneggiatura, poiché, tutti questi elementi, meritano una giusta cura per la loro descrizione. Non lo farò per non dilungarmi troppo.

La trama è impostata su un filo che sorregge la dualità vita/vendetta. Ci si trova di fronte a un racconto nel quale sono protagonisti alcuni personaggi, diversi tra loro, ognuno offuscato dal proprio dramma personale, innescato da accadimenti avuti nelle loro vite precedenti. La narrazione inizia con una sorta di monologo di un’insegnante che perde la propria figlia a causa di due studenti che fanno parte della sua stessa classe, che lei sta salutando, prima della chiusura estiva della scuola, e del suo abbandono definitivo dell’istituto. Il senso ansiogeno d’apertura è preludio di una forma di coinvolgimento totalmente straniante che è a tratti urticante. Quello che stupisce è il legame concettuale che prende forma nell’opera: voglio dire che, nonostante il pubblico sia assorbito dalla visione, riesce, in maniera del tutto naturale, a rimanere distaccato a causa della forte rigidità mentale dei meccanismi che s’instaurano durante i processi di collegamento agli eventi di tutto il film.

La cinematografia asiatica, posta in questi termini, è molto più crudele rispetto a quanto ci è propinato dalle produzioni americane. Se dovessi pensare a un film sulla “vendetta” di matrice statunitense, non potrei non citare Kill Bill di Quantin Tarantino. Se messi a confronto, questi due lavori, dimostrano quanto il Giappone vinca in modo netto.  Forse perché gli elementi trattati, sebbene abbiano dei sentimenti affini, come l’odio, il gioco psicologico, l’inflizione fisica degli atti, sono posti in una condizione lontana dal nostro modo di pensare occidentalizzato, restituendo al pubblico una modalità percettiva mutata di segno, a causa della sua complessità, la cui risultate turba ferocemente chi guarda.

Scavando bene nell’abisso del progetto, la base della storia è concentrata sullo sviluppo giovanile, sulla cattiveria dell’età adolescenziale, sul bullismo e il protagonismo stereotipizzato, provenienti e derivanti dai flussi mediatici, dai mezzi di comunicazione di massa e delle nuove tecnologie. Non ci si trova lontano da un’impostazione alla Donnie Darko, quando si parla di ragazzine oche o stupide, e si mostra quanto in realtà i minorenni, sebbene siano consci di verità atroci, hanno la capacità di eludere il problema evitando gli affronti di una qualsiasi verità. Il fine è dimostrare quanto la strumentalizzazione della società contemporanea è riuscita a costruire dei falsi  miti, che provengono direttamente dalla tv o dal mondo del giornalismo, per arrivare, ostentare, uccidere, al fine di attirare luce sul proprio io, o sull’assenza e la solitudine di esso.

Lo consiglio assolutamente, e aggiungo che Confessions ha vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 2011, il Black Dragon Audiance Award del Far Est Festival di Udine nello stesso anno, ed è tratto dall’omonimo romanzo di Kane Minato, pubblicato in Italia da Giano/Neri Pozza.

Colonna sonora strepitosa, Tom York (Radiohead) assoluto.

Trailer:

Una mamma (im)perfetta – Ivan Cotroneo (Corriere.it)

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Da circa nove puntate il Corriere.it trasmette ogni giorno alle 13 una serie scritta da Ivan ControneoUna mamma (im)perfetta è un prodotto di alto livello, veloce, dinamico, divertente; posizionato nell’orario giusto, per un target di pubblico adatto: donne in carriera, in pausa pranzo, che arrovellano le loro menti per organizzare (anche un po’ maldestramente) la vita, con sorrisi, forza, energia e passione.

La fiction nasce on line e attraversa il web con un pensiero semplice e lineare: ricalcare le tante youtubers protagoniste delle loro maniacalità, trasformando una frustrazione in un outing consolatorio e condiviso.

Chiara ha una famiglia normale, un lavoro altrettanto ordinario, vive una città X, ha un marito e due bambini, e tutte le mattine incontra tre amiche al bar dopo aver accompagnato i figli a scuola. Ognuna di esse è diversa per carattere, cinismo, intraprendenza, amorevolezza e frustrazione. Tutte e quattro, nella stessa condizione di femmine che lottano per portare avanti un esercito di attività, sembrano non essere considerate dal mondo, in realtà sono spiate in gran segreto, da chi compie, assieme a loro, le stesse cose.
Il numero di visualizzazioni e risposte ottenute permette di capire quante, come lei, si accomunano con questo modus vivendi repentino e instancabile.

Proprio su questo ultimo dato si gioca con la finzione, si recuperano gli schemi di scrittura televisiva, si adattano all’istantaneità della rete, e si guida la puntata in uno stile educativo in cui lo spettatore si riappropria della sua identità, abbandonando la chiave narcisistica, e concentrandosi su una messinscena che ricalca quegli aspetti che contraddistinguono ognuno di noi nelle nostre solite giornate.

Buona parte di chi è davanti a un PC, in confessione, proietta il proprio fake narcisistico, quel modificato dai modelli di società che ci circondano. In questo caso, non siamo di fronte a una sorta di reality – se così si possono definire le personalità che fioriscono giorno per giorno nei social network sfruttando la loro immagine -ma una fiction pensata intuitivamente cavalcando l’odierno, con tutte le sue caratteristiche innovative.

Controneo ha saputo sfruttare e osservare a lungo questi dettagli, farli propri e lavorare su un progetto sorprendente. Se si prende in considerazione in linguaggio, ad esempio, è facile notare come sia appropriato alle nostre esigenze. Zero parolacce, zero paroloni, tutto nella regola, tutto nella normalità, finalmente senza eccessi.

Quello che contraddistingue il prodotto è il modo di rappresentare e calcare la scena attuando semplice leggerezza e ironia, inoltre ogni puntata, può essere seguita senza tenere in considerazione le altre precedenti, poiché ogni giorno si sviluppa un tema proposto come una pagina di diario, con un inizio e una fine.

Lascio il link alla prima puntata, così da poter capire di cosa sto parlando: clicca

Per comodità trovare tutta la serie, qui: clicca

Buona visione!


Andreotti, banale e un pò scontato

attualità, leggere, quotidiani, televisione, vita

A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.

Politica e pensieri.

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Partendo dal presupposto che il blog non nasce per parlare di politica, non posso farne a meno. Mi scuso con chi è abituato a leggere contenuti diversi, ma oggi preme scrivere di quest’argomento.

Ho appena letto la risposta di Stefano Rodotà a Eugenio Scalfari.
Ieri, nel suo editoriale, il fondatore di Repubblica è andato giù in maniera pesante col suo punto di vista dato in merito alla candidatura del costituzionalista Rodotà – a parer mio, più a sua tutela, che non per il riconoscimento di suoi meriti.  Vi lascio fare un’idea cliccando “qui“.

Rodotà ha riepilogato stamattina soffermandosi su alcuni aspetti peggiori che hanno caratterizzato il nostro fare istituzionale nel corso degli ultimi 20 anni (leggi).

Loro due, con i loro articoli, stanno avendo uno scambio forte e paritario, personale e d’interesse pubblico. Si assumono la responsabilità di affermare educatamente pensieri costruttivi, nonostante i linguaggi siano stridenti, acuti e contrapposti tra loro. Hanno un fare politico valido,  nonostante il dialogo sia giornalistico.

Non apprezzo i modi del Movimento 5 stelle e dei suoi “cittadini”. Non mi piacciono le strategie da flashmob che adottano per fomentare un dialogo impostato sulla rabbia, poiché quando uno è incazzato, non ragiona, e tutto quello che può accadere successivamente, dovuto un atto sbagliato, potrebbe essere il peggioramento di una situazione già andata a picco e in attesa dello schianto.

Parto dal pensiero che le classi sociali povere, in qualsiasi condizione sia una Nazione, rimangano invariate, cioè alla fame. Le fasce alte, invece, continuano ad avere il loro modus vivendi senza abbandonare il loro status, e la classe media, intoppata in questo momento storico, si trova a non accettare una situazione che non viveva da troppo tempo.

Nella mia domenica post pranzo ho avuto la possibilità di ascoltare la diretta di Skytg24 da Roma. Intervistavano passanti radunati per l’incontro (non incontro) con Beppe Grillo, e quello che è venuto fuori è stato un comizio in favore del candidato – Marcello De Vito – per le elezioni amministrative romane del 26 – 27 maggio prossimo, sotto forma di contestazione.
In realtà ciò che mi ha colpito di più è stato un signore che – analiticamente – ha ammesso di aver commesso uno sbaglio gettando il suo voto al movimento, poiché, a parer suo, quest’ultimo, è da ritenersi incapace nell’inserirsi nel sistema governativo con una strategia veloce o precisa.

Il problema che sovviene allora è uno e complesso: se dovessero esserci di nuovo le elezioni, con un PD a pezzi e un elettorato deluso dalla politica dei 5 stelle, dove andranno questi voti?
Il solo pensiero di vedere Alfano e Berlusconi che ridono di gusto per l’autoimplosione di una sinistra (non sinistra), mi sconvolge – come del resto, anche quei sondaggi letti da Giovanni Floris a Ballarò, nel corso delle ultime puntate, dove era evidente l’aumento delle percentuali di voto al PDL.

Non voglio entrare in merito all’elezione del Presidente della Repubblica ergendomi e dicendo chi doveva salire o meno al Quirinale. Susciterò l’irritazione di qualcuno, ma credo che Napolitano abbia accettato la ricanditadura per pietà e per un forte senso dello Stato.
E’ una vittima di un gioco in cui tutti si fagocitano l’un l’altro, senza più vedere la strada, come se davanti ai nostri occhi non ci fosse più futuro.

Questa cosa mi spaventa parecchio e stasera voglio proprio sentire il suo discorso alle 17.

“La risposta è dentro di te…”

quotidiani

Stamattina ho letto questo articolo sul sito del giornale torinese La Stampa.

Dopo una breve riflessione da donna che osserva e ragiona, e tralasciando le teorie fuorvianti di James Hillmann, sono arrivata alla conclusione che a volte la chiusura di certi scritti non fa altro che affiorare miti di gioventù mai abbandonati e talvolta trascurati.

Estrapolazione dall’articolo.
“Le risposte, spesso, sono dentro di noi. Basta cercarle. Anche se non è facile, alla fine però si è premiati.”

Pensiero malefico.