I paesi diventano invisibili quando smettiamo di ascoltarli

Anna Rizzo, I paesi invisibili, Il saggiatore - ph. Amalia Temperini


Se c’è un pensiero nel quale mi ritrovo leggendo I paesi invisibili di Anna Rizzo, è quello di una generazione che ha raccolto sulle proprie spalle tutti i fallimenti politici del dopoguerra. La classe nata tra la fine degli anni Settanta e il 2001 è cresciuta osservando la progressiva erosione dei territori, delle relazioni e delle possibilità di restare, dentro logiche che nel tempo sono diventate normali e che nessuno sembra voler davvero mettere in discussione. Questa è una mia lettura del libro, non la sua tesi, ma è il punto da cui parto.

I paesi invisibili parla delle rovine. Non solo delle rovine materiali, ma soprattutto di quelle umane, generate da decenni di tentativi di organizzazione sociale, architettonica, paesaggistica e culturale che troppo spesso hanno avuto una caratteristica comune: essere pensati altrove. L’inascolto diventa così la radice del disfacimento. Non è l’assenza di risorse a produrre il vuoto, ma l’incapacità di riconoscere il valore di chi quei luoghi continua ad abitarli.
È proprio qui che il libro offre il suo contributo più importante. Anna Rizzo non costruisce una semplice denuncia dello spopolamento, ma mette in crisi il linguaggio con cui lo raccontiamo. La domanda che attraversa tutto il saggio è più radicale: chi ha il diritto di raccontare un territorio? Chi decide quali siano i suoi bisogni, le sue priorità e perfino il suo futuro?

Leggendo queste pagine ho ripensato spesso a Fontamara di Ignazio Silone. Non perché Anna Rizzo proponga quel parallelismo, ma perché il meccanismo sociale sembra sorprendentemente simile. Esistono ancora i “cafoni”: non come categoria folkloristica, ma come persone alle quali viene chiesto di adeguarsi alle decisioni prese da altri. Cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti della politica e della progettazione, ma resta la distanza tra chi vive un territorio e chi pretende di amministrarlo senza averne esperienza diretta.

Quello raccontato in questo saggio è una restituzione che interroga amministratori, progettisti, fondazioni, associazioni e decisori politici sui temi dello spopolamento, delle aree interne e dei territori alti. Lo fa attraverso casi concreti, mostrando come, ogni volta che qualcosa ha funzionato, la differenza non sia stata fatta dai finanziamenti o dalle parole d’ordine, ma dalle persone, dalle relazioni e dalla capacità di costruire fiducia.

Tra le righe emerge anche un’altra riflessione, forse ancora più scomoda. Esistono pratiche sulle quali manca la volontà di interrogarsi e, spesso, anche la competenza per comprenderle. L’antropologa mette in crisi il lessico con cui, soprattutto dopo la pandemia, abbiamo imparato a descrivere i territori fragili. Termini come resilienza, rigenerazione, comunità e innovazione rischiano di trasformarsi in formule rassicuranti, capaci perfino di rendere affascinante l’abbandono, senza affrontarne le cause politiche, economiche e culturali.

Vale anche per i giovani, troppo spesso destinatari delle politiche e quasi mai protagonisti delle decisioni. E vale per gli artisti e gli operatori culturali, che il libro invita implicitamente a interrogarsi sul proprio ruolo: l’arte non può essere considerata una scorciatoia per rigenerare un territorio, né un intervento capace di sostituire una visione politica. La cultura diventa trasformativa solo quando nasce da un rapporto autentico con la comunità e accetta di ascoltare prima di proporre.

Uno dei capitoli afferma che “la comunità non è solo un insieme di persone”. È una frase apparentemente semplice, ma che contiene una critica profonda. Una comunità è memoria condivisa, conflitto, responsabilità reciproca, riconoscimento dei ruoli, capacità di decidere insieme. Ridurla a un insieme di individui disponibili a partecipare a un progetto significa svuotarla del suo significato antropologico e trasformarla in uno slogan utile ai bandi, alla comunicazione istituzionale o al marketing territoriale.

Da amministratrice e da persona che analizza da lontano la progettazione culturale, questo passaggio mi riguarda direttamente. Ogni progetto, ogni festival, ogni intervento artistico dovrebbe partire da una domanda semplice: stiamo costruendo relazioni o stiamo lasciando un segno? Perché un evento non rigenera un paese per il solo fatto di esistere. Può farlo soltanto se riconosce il diritto della comunità di essere protagonista, anche quando questo significa cambiare il progetto stesso.

È forse questo il merito più grande di questo saggio: costringerci a diffidare delle parole che sembrano spiegare tutto. Anna Rizzo ci ricorda che non si rigenera un territorio restaurando edifici, organizzando eventi o moltiplicando iniziative culturali, se prima non si ricostruisce la possibilità per chi lo abita di essere ascoltato e di incidere realmente sulle scelte che lo riguardano.

Per questo non considero questo libro soltanto un saggio sulle aree interne. Lo considero un libro sul potere: il potere di nominare i luoghi, di raccontarli, di interpretarli e, di conseguenza, di trasformarli. I paesi non diventano invisibili quando perdono abitanti. Diventano invisibili quando chi li vive smette di avere voce, mentre altri continuano a parlare e a progettare al loro posto.

Forse è proprio questa la domanda che il libro lascia a chiunque si occupi di territori: non cosa siamo capaci di portare in un paese, ma quanto siamo disposti a lasciarci cambiare da quel paese prima di immaginarne il futuro.

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I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i boghi d’Italia
di Anna Rizzo (Il saggiatore, 2022).
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Una risposta a “I paesi diventano invisibili quando smettiamo di ascoltarli”

  1. Il Molise è pieno di paesi così. Eppure è una regione bellissima.

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