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À. Heller Z. Baumann, La bellezza (non) salverà il mondo #recensione #libri #letture #riflessioni [#pointfoview]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, filosofia, letteratura, politica, tecnologia

Da un po’ di tempo vedo risorse nella storia del pensiero in una parte mondo invasa dalle più grandi ideologie contemporanee novecentesche, soprattutto quella venuta giù col crollo del Muro di Berlino (1989). Sono convinta che il disturbo proveniente dal comunismo sia una della barbarie da cui partire per indagare, e ogni volta che penso a questo momento affiorano alla mente passaggi di Gustav Herling, quando racconta dei calci dati, di notte, alle porte delle vittime racchiuse nei gulag sovietici, per opera dalle sentinelle russe. Condizioni descritte dall’atroce narrativa di quel libro che è Un mondo a parte (Feltrinelli, 2010).

La bellezza (non) non salverà il mondo è un dialogo avvenuto a Bolzano. Un saggio breve che trae i suoi punti di vista sulle culture internazionali all’interno di un progetto intitolato I dialoghi della pace. I protagonisti di questo incontro del 2014 sono due personalità che hanno attraversato il Novecento con lungimiranza: Àgnes Heller (Budapest, 1929) tra i massimi esponenti della filosofia bulgara e Zygmunt Baumann (Poznan, 1929) noto sociologo polacco.

Il testo ha una introduzione che amplifica molto bene i punti trattati: il primo è il concetto di sublimazione. La chiave interpretativa è data secondo significati aperti  e scissi tra impostazioni differenti nei concetti di autolesionismo  (Sigmund Freud) e interruzione di una ripetizione (Jacques Lacan). Si parte da qui per evidenziare due linee distinte di indagine: una salvifica (Heller) l’altra distopica (Bauman).  Si parla di foglioline impazzite: semi in cui la gioventù dei nostri giorni è disorientata; incapace di una visione progettuale/politica nel lungo periodo. Persone che occupano le piazze a sciami, e come tali disperdono. Spingere in modo perentorio su questo versante vuol dire accostarsi alla soglia del kitsch e alla decadenza. La soluzione sarebbe quella di spezzare la catena di una dipendenza ossessiva, ma per questo occorre solo volontà.  Tra gli esempi citati dagli autori esiste un riferimento al Faust di Wolfgang Goethe, in cui il protagonista per salvarsi dal suicidio rinnega le parole del sigillo instaurato col diavolo.

Da Heller a Bauman si cambia posizione. Lo studioso polacco si focalizza verso l’asprezza di pensiero che rappresenta la nostra società: la distopia*.Si parte dal concetto di bellezza scisso tra naturale e generato dall’uomo (artista/artigiano) e pone un quesito fondamentale: le arti impressionano o cercano di impressionare?

Mi chiedo, come si faccia a stimare un lungo periodo nell’epoca della velocità, quale sia il suo metro di riferimento. Per poter capire bisogna tener conto di cosa? economia? innovazione? tecnologia? mutamenti sociali? il concetto stesso di maturità? gli specchi? Se la caduta delle ideologie novecentesche ha generato una tempesta, fatto crollare tutti gli elementi partecipativi delle rivoluzioni/manifesto degli anni ’60/’70, oggi, cosa rimane? Se cerco di guardare i gruppi di combattenti imperiosi delle sinistre, la realtà che si presenta ai miei occhi è di un raduno di persone che si abbandonano seguendo un sogno utopico di progetto comune, solitudini che si incrociano nel desiderio per illudersi e sbranarsi una volta arrivati alla meta. Una bruttura, senza precedenti, che fa riflettere molto su tre concetti cui tengo molto: responsabilità, condivisione e partecipazione. La vita politica odierna sembra come l’opera strategica di Christo sul Lago d’Iseo (The floating pierce): vedo, vado, ma non so dove. La perdita di un cardine, la mancanza di una stella di riferimento, pur sapendo che la Polare è lì. Si avverte una forte dispersione, quello che potrebbe essere identificato come azzeramento confine? o è il superamento di un limite?
Per poter stabilire un giudizio di gusto/appartenenza a qualcosa, dovrei, dobbiamo, dovremmo, avere dei criteri di fiducia costruiti in canoni. E se il canone è in crisi?
Si sta vivendo un momento in cui sta avvenendo un cambio di percezione attraverso i segmenti di virtualità e la messa in discussione di un codice di ordine rinascimentale. Si pensi alle arti visive, al semplice atto di usare la matita per rappresentare. Oggi, quella stessa matita, diventa dito su schermo toccato.

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare?

Michelangelo Buonarroti, La creazione di Adamo, 1511, affresco - cappella Sistina, Roma (immagine presa dal web)

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare con il comunismo?

Buona lettura.

Àgnes Heller
Zygmunt Baumann,
La bellezza (non) salverà il mondo,
Casa editrice Il Margine, Trento, 2016

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W.I.P. di Amalia Temperini, volutamente senza fonti.
Scritto in sala, a penna poi digitalizzato tra il 2 e il sei ottobre 2016.
Ri – organizzato in web.

Crepuscolo degli idoli di Friedrich Nietzsche #libri #letture #book [#Recensione]

attualità, cultura, filosofia, leggere, letteratura, libri, quotidiani, salute e psicologia, Studiare

Il Crepuscolo degli idoli ovvero Come si filosofa con martello è un saggio di Freidrich Nietzsche edito da Aldelphi nel 1970, arrivato nella mia via dopo una chiacchierata col mio scrittore preferito in un pomeriggio assolato che anticipava l’estate. Si parlava di Dostoevskij, in realtà, e tra una serie di titoli suggeriti, ho aggiunto al carrello wishlist diversi testi di questo filosofo tedesco di origini polacche.

Leggere Nietzsche vuol dire sentirsi per un attimo a casa; le sue parole trasudano contemporaneità illuminata, raccontata con una volontà estrema da una analisi perfetta sul suo tempo, sui contesti storici che lo stavano avvolgendo, anticipando la disgregazione che stiamo sopportando come fosse profezia. Scritto nel 1888, il testo attraversa la figura del decadente – quel soggetto dal quale si dovrebbe scappare nell’attimo in cui ci si trova davanti poiché usurpatore involontario di energia. Nietzsche è per la ricerca costante degli zeri, legato al potere affermativo e all’immoralità.

Tutto partirebbe da un semplice errore: le basi del pensiero occidentale sono racchiuse in Socrate e Platone, secondo lui la dialettica socratica è degenerativa, nel senso che viene usata quando non si hanno altri strumenti a disposizione sul proprio essere. La dialettica rende il nemico violento e inerme, sfrutta il suo potere per tiranneggiare e rendere ridicoli gli altri. Socrate voleva morire, ma costrinse Atene (il popolo di) a dargli la cicuta – non si ammazza da solo, delega la sua morte in maniera subdola e manipolatoria.

Per rendere meglio l’idea,  più comprensibile e leggera, posto un video di un famosissimo film con Adriano Celentano e Ornella Muti, Il bisbetico domato. Il protagonista maschile sfrutta il secchio che ha in mano per deresponsabilizzarsi dal colpo inferto verso quella che sarà poi la sua compagna, con la quale entra in conflitto in questa scena prima del lieto fine.

 

La dialettica è un modo elegante per raggirare. Si pensi a quanto i romantici/nostalgici comunisti abbiano sfruttato questa componente, quanto ci sia dietro la loro vita una totale mancanza di crescita spirituale concentrata in un segreto capriccio adolescenziale chiamato ideale (utopia).

Il suo attacco si riserva soprattutto al cristianesimo: egli crede che la morale cristiana sia il giudizio per il condannato. Sono d’accordo: il prete, il bigotto e il virtuoso sono legati dall’indice comune della morale (giudizio). Alla base di questo disagio ci sarebbe una mancanza di volontà: una volontà sospinta alla negazione. Per Nietzsche la volontà e lo spirito fanno la differenza (l’affermazione). Per lui contano i motivi. Nel cristianesimo si è arrivati, secondo il suo punto di vista, a una situazione in cui ci si trova sottoposti alle regole di una valutazione netta (si/no), innestata sul senso di colpa (devi fare questo, devi fare quello). Esempio pratico: il rituale dell’attraversamento della porta santa del Giubileo non guarisce dai peccati se non ti confessi, se non compi un’azione di carità (ecc.)

Inquadra anche cultura, quella intesa come oggetto nelle mani del potere dello Stato in epoche di crisi, nei grandi processi di cambiamento, quei periodi cioè di decadenza. Da tedesco prende di mira la Germania, il suo popolo. Rende esplicito che musica, alcol e cristianesimo abbiano rappresentato i grandi mali di questi cittadini europei. Si parla di un meccanismo malato che parte dal sistema scolastico dove c’è una predisposizione al fine e al doppio fine, questo avrebbe generato una maturazione sempre più incessante del senso di mediocrità (io ti do questo, se tu mi dai quello in cambio).

Per poter conoscere, invece, bisogna saper vivere: vedere, sapere, parlare, scrivere non senso dimostrativo, ma in una messa in crisi costante del proprio fare. L’opposto di quello che accade nella nostra contemporaneità coi social network: dove tutto è rappresentazione e mistificazione.

Quando osserva Platone, lo considera un vile che si rifugia nell’ideale.

La riflessione personale che riesco a scaturirne dopo questa prima lettura è di qualcosa che ci condiziona nell’intimo. Se la vera truffa fosse la concezione stessa di idea? Se l’idea non fosse supportata da ironia e umiltà, il processo scaturito non sarebbe una cosa meccanica fine a se stessa? un apparato idilliaco che non calcola gli errori?

Io sono per l’errore. Sbagliare, fallire e ammettere sono il cure della propria rivelazione. Un utile che parte da me,  arriva in favore degli altri.

crepuscolodegliidoli

 

La vana fuga dagli Dei – James Hillmann [Adelphi]

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Stanotte mi sono addormentata tardi, stamattina, di regola, ero sveglia presto. La colpa è dei caffè e i cappuccini che prendo per più volte al giorno da quando ho la macchinetta elettrica. Con l’avanzare dell’età inizio a odiare la rapidità e il caos. Alcuni anni fa, pensavo che l’attesa della moka fosse una sorta di rito, adesso, è tutto diverso, iper-accellerato, come il cuore e la pressione, per andare a risparmio.

La vana fuga dagli Dei di James Hillman è arrivato in un acquisto online fatto mentre cercavo dei volumi dedicati al narcisismo e all’anima. Si tratta di un saggio caratterizzato da una lucidità estrema, che mostra, a chiare lettere, come cio’ che ci circonda possa essere sanato da attente analisi di studio dedicate alla psiche umana. Al suo interno si dichiara approfondire la paranoia, lo stato di angoscia e risoluzione. Si passa da casi individuati da Freud che arrivano a Jung fino a potenziare il valore della mente con l’individuazione di immagini dal valore religioso, archetipico, riconducibili a miti antichi, che possono rappresentare le paure o le potenzialità di un dato momento, in un preciso contesto, per un determinato soggetto o uno Stato (inteso come Nazione).

Alla base del ragionamento risiede un rapporto di connessione tra buio e luce: nessuno esclude l’altra, entrambi sono compatibili e si completano perché nulla è disgiunto in natura. Ordine e caos viaggiano sempre di pari passo. Esiste una motivazione per ogni elemento che ci circonda, che ci ha condizionato nelle fasi di formazione dell’Io, dell’Es e del Super-io (il cuore della nostra personalità).

Gli esseri umani sono potenziali paranoici, decidere da che parte stare nelle cose è fondamentale, poiché riconoscere, scegliere e discernere, porta a innovative soluzioni. L’incapacità di agire (il non dire, il non manifestare, il rimanere passivi e succubi in silenzio), compie una azione di preferenza che può trasformare l’esistenza in una catastrofe maniacale e ripetitiva, spesso melanconica, che può causare ripercussioni sul modo di approcciare la propria vita in rapporto con gli altri.

Immaginiamo qualcuno che compie processi di accumulo o gesti reiterati. In entrambi i casi, esistono moti e ossessioni dai quali non ci si vuole liberare. La pulsione non può essere descritta senza una figura professionale precisa, e solo nel momento in cui si manifesta, essa, può essere riconducibile a qualcosa che ci tormenta da sempre: una paura non ammessa, una afflizione remota, rimossa o volutamente allontanata. Uno stallo dal quale si può uscire solo l’aiuto di uno specialista.

 

Secondo l’autore, nella paranoia c’è qualcosa di incorreggibile. Quando si parla di condizioni alterate dell’io, spesso, la reazione è quella di sentirsi ingabbiati e chiusi come fossimo isolati in una stanza, o addirittura, ci piazziamo in un ambiente vero, prescelto per reprimere le paure e proteggere cio’ che si crede essere, il presupposto esclusivo che dovrebbe rappresentare le nostra vera identità, che in realtà non conosciamo affatto. La paranoia è un fenomeno di oppressione che si rivela in alcuni atteggiamenti connotati in macro aree del delirio:

a) l’onnipotenza/ il senso di grandezza/ la megalomania, 
b) l’erotismo, 
c) la persecuzione.

Alle radici del discorso paranoico si trovano:

  1. La contraddizione
  2. Il pregiudizio
  3. Il sospetto verso uno pseudo nemico, il presunto capo espiatorio su cui riversare i propri incubi per esorcizzare l’inquietudine e la preoccupazione di qualcosa che non si riesce a immaginare o di cui si vuol parlare.

Questi tre punti permettono di ricavare le incongruenze che rimarcano la ripetizione dell’errore e la creazione della proiezione.  

Ad esempio, se in una normale situazione ci si trova a essere affezionati a una persona, il quadro sano è:
Io amo te – tu ami me
(equilibrio e corrispondenza).

In caso contrario, paranoico, si ha uno schema di questo tipo:

Io credo di amare te, lo sento che mi ami, sarai mia – tu ami me.
No, io non la amo, io sono il più grande: è lei chi mi perseguita, è tutta colpa sua se accade questo, è lei che mi ha manipolato, assieme gli altri affinché accadessero certe cose

(Dislivello – negazione/paura/paranoia/proiezione).

Se questi comportamenti fossero applicati ad una nazione, il rischio di intercorrere in un totalitarismo sarebbe molto accentuato.

In una lunga sequela di elementi e dati riportati, a rompere questo tipo di meccanismo interverrebbero lo stato di grazia, ironia e umiltà, che si raggiungono solo quando si decide di toccare il fondo, raschiarlo e implicarlo nella rinascita o quando si innesta una crisi passeggera per ripartire in un cambiamento verso una nuova vita. La presa di conoscenza e la consapevolezza possono avvenire da sole, ma il percorso di ricostruzione è ripercorribile con una figura professionale specifica, che aiuta a risanare le ferite, poiché spesso dietro questi meccanismi cio’ che si nasconde è un forte trauma o una grave depressione.

Raggiungere un stasi non è facile ma neppure impossibile.
La rielaborazione, la presa di coscienza, il cambiamento, le assunzioni di responsabilità, sono degli elementi a supporto per assemblare, tessere, organizzare, misurare le proprie regole interne in armonia con tutto quello che ci circonda, il creato.

Il nostro corpo va pensato come un tempio. Ogni elemento serve a mantenerlo in vita, più si scava al suo interno, più si elabora, più si fortifica tutto, più si è vicini all’anima.

la vana fuga degli dei

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Pochi giorni fa ho fatto uno modello riassuntivo già pubblicato, lo trovate Qui.
Aggiungo un vecchio post, sempre dedicato a un’opera di James Hillmann intitolata Puer Aeternus.

Attualmente sto portando avanti un testo di una studiosa bulgara che si occupa di semiologia, Julia Kristeva. Nel suo lavoro Stranieri a noi stessi affronta il discorso della paranoia in un aspetto dedicato alla condizione dei migranti/immigrati. Magari ne parlerò prossimamente una volta terminato. Per chi volesse informarmi si più, Qui.

 

L’arte utile comunque bella di Adina Pugliese

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L’occhio consapevole di Cecilia Casorati introduce al volume di Adina Pugliese con una presa di coscienza non comune. È insolito ammettere con onestà che l’arte non ha mai proposto soluzioni, che è un “linguaggio consapevolmente inutile” o “strumento inefficace”. Da questo incipit si intuisce che sarà una lettura interessante poiché la distanza tra critico e artista (prefazione e introduzione) mostrano quanto indissolubile sia questo legame di forze intellettuali. In ogni pagina ci sono riflessioni aperte, sane, che ci concentrano nel concetto di condivisione, oggetto stesso e materia primigenia del lavoro-relazione di Adina. E così ci si imbatte nelle sue parole; una narrazione consapevole delle difficoltà che incontrano gli operatori dell’arte nell’arte, nella composizione degli scambi necessari affinché ci si elevi a nuove responsabilità. Uno dei punti cruciali – lo scoglio più nitido – è in chi, attraverso questo parte (quella del lettore) si ritrova e coglie una presa di conoscenza non mescolata alla rabbia. Ci siamo, ci riconosciamo, contro chi custodisce le stelle in un cassetto, non pensando che sopra le nostre teste ci sia lo scintillio dell’universo a prendersi cura di noi.

La struttura compositiva del libro è suddivisa in tre prati:

  1. L’arte è utile
  2. Come si rende utile
  3. Il suo racconto (intenzioni)

La forma pensata nella composizione del volume è accessibile e ha una forte componente educativa. Ogni riferimento è spiegato in termini semplici, ricorrendo a un’impostazione saggistica. Nulla è lasciato al caso, tutto sembra (o è) rivolto a un pubblico comune, in cui però può ritrovarsi il fervore di una intelligenza viva, scevra da impostazioni da “Commedia Umana” di organi superiori pronti a svelarci i segreti della vita o dell’arte.
L’atmosfera letteraria si inspira a pieni polmoni con una osservazione che non ha pretese di cambiare il mondo, ma si sofferma su degli aspetti cruciali in cui la sfera terrestre si è – per forza di cose – fermata, soffermata, mutando il suo giro, il suo segno. Il disvelamento dell’anticare parte da due concetti troppo in voga in questi ultimi periodi:

  1. Il bello
  2. La tecnologia

Tutto ciò esiste, ma nel seno della ragione c’è sempre l’uomo che con il valore incrementa la struttura della umiltà. Nel cuore di questa lettura rimane il potere del libero arbitrio basato sulla capacità di discernimento, distinzione delle nostre esperienze vissute, in negativo e in positivo.

L’attenzione dell’autrice nel comporre e spiegare il fare suo artistico è nella onestà di ammettere che a un certo punto esiste un limite tra produzione (io, artista, immetto il mio fare, la mia vita, nell’opera) e percezione (io, pubblico – vivo). Da questo si può capire che i termini di Adina Pugliese sono connessi in un gioco iniziatico di passaggi da → a.

Dal regno delle idee (Marcel Duchamp) alla natura (Joseph Beuys) all’architettura (Vito Acconci) si può capire l’acume intellettuale di questa ricerca che ha mutato le sue vesti dal gesto artistico (pittura, fotografia) a significato scritto (testo e parole).

L’impostazione narrativa è lineare e concentrata in due elementi: la semplicità e l’immediatezza.

Tenendo conto del mio approccio personale alla visione del testo, non posso non considerare alcuni elementi: questi due aspetti (semplicità e immediatezza) si trovano più nella tecnica della comparazione pubblicitaria che nell’arte. Allora cosa manca all’arte per poter diventare così immediata? Perché c’è così tanto divario tra forme così vicine di comunicazione? Gli artisti cosa insegnano? Gli artisti sono ancora capaci di assumersi delle responsabilità? Gli artisti sono capaci di costruire significati che si concentrano nel cuore dell’opera?  Gli artisti sono ancora capaci di rispettare loro stessi nel cuore della loro autenticità? Ma soprattutto, sono ancora capaci di trasmettere il solo senso (bello o brutto) agli altri, suscitando emozione attraverso la loro opera?

Il marketing attraverso la forma esperienziale ci sta riuscendo. E l’arte?

C’è da rilevare che spesso si confondono i significati, e questo succede quando l’arte e il commercio sono messi alla pari. Bisogna ribadire con fermezza che l’arte ha una funzione, un ruolo di riflessione sociale; il commercio, invece, di consumo. Entrambi possono coesistere, ma bisogna trovare o ricercare un punto di contatto linguistico tra queste due linee di pensiero.

Che effetto potrebbe avere su di noi l’arte se la assorbissimo come un normale spot pubblicitario?

Il terzo dato utile è la costruzione dell’esperienza e del vissuto. In un’idea di arte relazionale è racchiuso il seme della responsabilità civile. Non basta un semplice impegno, abbiamo bisogno di uno step in più, un fare concreto di attivazione, attenzione, che si vada a completare con la partecipazione e il coinvolgimento del pubblico, delle persone come noi, comuni.  Per questo le regole dalle quali si ha la necessità di partire sono costituire dal contesto che si sceglie di prendere in analisi e dal rapporto con la committenza, cioè con chi offre la possibilità di lavorare a un determinato progetto. Questo comporta domande, confronti, incontri, coerenza e linguaggi da elaborare ed esprimere affinché il tempo col suo andare ne stabilisca il valore. Un valore utile alla comunità.

La vita ci avviene, è vero, ma spesso sono le passioni a determinare i nostri percorsi e, per seguirli, occorrono coraggio e qualche compromesso; senza mai compromettere il proprio credo e la propria dignità” (p. 41)

Adina Pugliese è introspettiva e offre strumenti raccontando se stessa attraverso la materia artistica fatta di narrazione autocritica. Il saper testimoniare la propria messa in discussione, la rappacificazione verso il proprio sé, per poter capire che solo così si va oltre le cose, anche con l’uso degli strumenti dell’arte, dimostra un accrescere e un promulgare il pensiero di vita composto da piccole e fondamentali cose.

Dalla pittura – base del suo percorso artistico –  si sposa alla fotografia. Tiene a mente il territorio con dentro il suo disagio, lo elabora partendo della etichettatura di provincialità o provincialismo. Il suo cammino per questo è ispirato da alcuni studiosi, fotografi, semiologi, scrittori vissuti nella storia della comunicazione artistica (Alfred Stiegliz, Roland Barthes, Gombrich, Newhall e Susan Sontag)

Il pensiero appuntato all’inizio della seconda parte del libro è il rispetto reverenziale per il lettore. Da qui si parte già dal presupposto che l’arte pubblica e quella relazionale servono a insinuarsi più che a provare o attaccare. Lo spunto offerto da Adina Pugliese è chiaro e non differente da una strategia di marketing territoriale. Si parte dal tracciare un excursus storico, dalle fondamenta dei processi artistici e si risale a monte ponendo al centro la comunità. La società. Il ruolo collettivo in questa condizione è il fulcro di innesti civili che partono anche dai confronti con la cittadinanza autoctona. Avere quindi schemi precisi di azione, distinguendo le missioni di artisti, di architetti e, includo io nel discorso, di designers, ma senza conoscere il contesto, le radici e i ruoli definiti, genera solo caos e spesa.

Abbiamo bisogno di ordini capaci di generare eresie”. (p. 65)

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Secondo la teoria di Nicolas Borriaud, la nostra incapacità di far sviluppare tali pratiche deriva dal fatto che non si è predisposti a un determinato scopo – non siamo preposti – perché ci si adatta un metodo lontano dai processi nostri storici, quelli europei. Negli Stati Uniti si è sviluppata con la Land Art una condizione, un marchio certificato, di azione riscontrabile in quella loro tradizione di confronto e partecipazione. In Italia solo alcuni casi hanno fatto propria questa mentalità, aprendosi. Si trovano perlopiù a nord e sono: la Fondazione Olivetti, la Città dell’Arte di Michelangelo Pistoletto e la Fondazione Fitzcarraldo.

Il discorso di Adina Pugliese mette in chiaro il ruolo dell’artista in una azione di tipo relazionale dicendo che persone che scelgono questo tipo di approccio devono adeguarsi a leggi, norme e regolamenti, stabilite dalla società. L’artista ha quindi l’obbligo di conoscere e attenersi alle regole con cui ha a che fare. Solo così potrà essere in grado di muoversi e lavorare al meglio senza incorrere in problemi durante il proprio intervento artistico.

A questo punto, procedendo nel ragionamento, nella trama e nel climax del libro, alla semplicità e alla immediatezza già descritti, si aggiunge la contemporaneità.

Parafrasando Marshall Mcluhan, si può affermare che, se quello che viene prodotto dagli artisti non corrisponde alla contemporaneità e ai codici di una determinata società, il messaggio non arriva e il suo valore è nullo. Alberto Abruzzese aggiunge che, oltre a queste motivazioni, occorre un modo di trasmissione che sappia creare legame e attenzione non basato sulle interpretazioni, ma focalizzato sulla coscienza. Sul risveglio della coscienza. Adottando una comunicazione lineare e conforme, portando il pubblico al ragionamento, si convalida pulizia del pregiudizio, poiché quest’ultimo, per mille fattori, tende a lasciare le cose e le situazioni nell’ombra.
Giuseppe Stampone, artista teramano, ad esempio, è attivo con il suo network Solstizio Project, nato nel 2008. Il suo scopo è la costituzione di una rete/network sempre più concreta affinché siano fatte circolare alte e altre idee.

Quando si cucina per la preparazione di un piatto, ogni ingrediente è indispensabile a realizzare quella pietanza con quel preciso carattere. L’equilibrio delle spezie, degli odori nella giusta misura è fondamentale: nel palato non devono esserci odori prevalenti ma la giusta piacevolezza di una gustosità globale. L’identificazione di ogni elemento separato dagli altri deve essere riconoscibile(p. 78)

a)      Semplicità

b)      Immediatezza

c)       Contemporaneità

nel fare e nell’osservare

L’arte sociale cresce di pari passo con la comunità, perché del coinvolgimento con questa essa stessa è frutto identificativo. La sua struttura, infatti, è sorretta dai principi di condivisione e sostenibilità.

Per operare al meglio l’autrice suggerisce tre spazi:

  1. Pubblico
  2. Privato
  3. I Media (per l’autorappresentazione)

Il contesto acquista significato in azioni che maturano con confronti e contenuti anche attraverso i conflitti. Quest’ultimo elemento è il segreto che dà vita a nuovi germogli.

È il fattore umano a stabilirne la comprensione e questo si forma nella collettività, perciò non può essere un’assunta responsabilità del singolo alla sua isolata persona. L’atteggiamento adottato dall’individuo nei confronti dell’opera varia in base dall’educazione ricevuta e alla storia sociale e concorre esso stesso a determina il successo dell’opera”. (p. 87)

Adina Pugliese procede sull’aspetto educativo e sul ruolo che una giusta attenzione può offrire. Attenzione che parte dalla propria famiglia, ma che le istituzioni hanno il dovere di applicare nell’instaurazione di un rapporto di comprensione e fiducia racchiuso nell’operato di un artista, da rivolgere a un pubblico, composto in comunità.

Il noi (comunità) si racchiude nell’opera (condivisa e accettata) con metodi (semplici e diretti) come l’insegnamento di un alfabeto prima dell’atto di lettura o scrittura.  Con un impianto formativo solido, basato su funzionalità e estetica, si arriva all’esistente, a ciò che percepiamo come nostro.

Non è materia impossibile da raggiungere. Basta soffermarsi e riflettere, poiché è tutto confermato da chi ha avuto il coraggio di compiere atti di rottura:

  1. Ready made di Marcel Duchamp
  2. La natura in Joseph Beuys
  3. Le architetture di Vito Acconci

A questa triade di intenti fatta di cane e ossa, aggiungo una riflessione personale che vuole testimoniare come siano stati possibili anche in ambito pubblico; lo dimostrano i grandi progetti di riqualificazione pubblica realizzati a Rotterdam, in Olanda – per il quartiere dei musei – o nella stessa Rovereto – per la creazione del Mart – Museo d’arte contemporanea di Trento e Rovereto.

Adina Pugliese, in poche parole, dimostra che, stabilendo un metodo (un modello) mirato e strutturato, l’arte è possibile e risolutiva per un dialogo di tipo pubblico e sociale, di impegno civile, ma anche come ricerca di un equilibrio tra produzioni artistiche i cui interessi sono meramente privati. In entrambi i casi, infatti, le basi di una ricerca affidabile partono dalla comunità, purché essa sia messa nella condizione di scegliere il modello migliore per crescere e accrescere la propria identità.

La memoria è l’epoca di chi la abita, giusta o sbagliata che sia, essa è l’intervallo che permette l’esperienza del vissuto nel proprio presente, perché guarda al passato e osserva i principi mossi per i figli del futuro.

La consapevolezza del piacere richiede la concentrazione verso se stessi. Così come l’attenzione richiede la conoscenza del silenzio. Quello identificabile all’interno delle parole e nei suoni, o tra essi. Il silenzio impregnato nell’atmosfera vissuta, se scoperto e recuperato, ci permette dopo di apprezzare il ritmo dell’ascolto e di portarlo, come fosse musica all’interno di noi” (L’arte è utile comunque bella). (p. 98)

Il pensiero dell’autrice può essere semplificato in questo piccolo schema:

Io disegno-dipingo-scatto fotografie, compio azioni, creo la condizione per me e per gli altri in un gesto di rappresentazione al cui interno deve esserci sempre una componente dedicata all’anima. Lavoro sulla memoria (pubblica o privata), permetto di avere una testimonianza.

Il ragionamento è lineare e si sposa correttamente con uno dei termini che ricorre più spesso nella lettura: Avvenire.
E infatti: “La vita ci avviene”, “Disegni, pensi, scrivi e tutto avviene”. (p. 41 – p. 112)

Tutto cioè che deve venire, il futuro.  Dall’istinto al controllo si produce un gesto che si completa in un cerchio nel quale io stesso, artista /uomo, mi ritrovo. Mi ricostruisco e assemblo. Guardo pezzi di me e mi ritrovo.

Per arrivare in armonia bisogna passare per il caos, senza disperdere l’energia.” (p.112)

Iniziare da noi stessi e averne consapevolezza. Avere audacia e coraggio, basarsi sulla potenza della coscienza.

La componente fondamentale per trasformare il pensiero in creazione è la coscienza e non la tecnica, che diviene anche la qualità identificabile nell’opera” (p. 119)

Attraverso questo assemblaggio, si capisce che la parte dell’inconscio non può essere abbandonata, semmai identificata nell’azione compiuta nell’arte.

Per concludere, si può dire che Adina Pugliese in questo suo significativo libro vuole dimostrare come le opere d’arte, siano testo, installazione, pittura, scultura, fotografia e video, sono frutto di pulsioni nascoste, di necessità inavvertite. Percezioni trasmesse che hanno bisogno di essere recepite da un pubblico per una evoluzione intima comune di intenti. Dentro questa idea c’è una produzione il cui sentimento è nella chiave di responsabilità; portare a compimento un gesto di comunicazione e condivisione per l’altro, senza chiedere nulla in cambio. Un ritrovarsi. Un passare compassione alla misericordia.

Chi è in grado di farlo, chi sceglie di farlo, ha capito che strada intraprendere per fare pace con i suoi conflitti e aprirsi, senza pretesa o rivendicazione, solo in funzione di un accrescimento comune, per l’altro, nell’altro.

Recensione a cura di:
Amalia Temperini

Adina Pugliese, L’arte è utile comunque bella, Meta Edizioni, Treglio (Ch), 2015

 www.adinapugliese.it
http://germogliare.wordpress.com/
www.metaedizioni.it

La sparizione dell’arte – Jean Baudrillard

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Continua la linea di pensiero sulla saggistica, oggi è la giornata dedicata a una lettura del filosofo francese Jean Baudrillard.  Il testo scelto è La sparizione dell’arte, edito nel 2012 da Abscontida, inserito nella collana Miniature. La numero 92 è curata da Elio Grazioli, il quale chiarisce, nella postfazione, la provenienza dei testi inseriti nel piccolo volume. C’è da dire, infatti, che il libro è suddiviso in due parti distinte ma comuni. Pubblicati alla fine degli anni ottanta, i saggi, furono presentati in occasione di alcune conferenze in musei e luoghi di cultura in territorio statunitense.

Che fare dopo l’orgia?
Dire che sia la domanda che mi ha colpito di più, è poco; non mi sono mai posta il problema, non solo perché non avventurata in queste faccendevoli attività, ma soprattutto perché tale sfrontatezza, sebbene possa appartenermi verbalmente, mi lascia indifferente su altri ambiti per eccessi e ingarbugliamenti vari.

Posta in un’ottica culturale la questione è abbastanza efficace, rende l’idea, e specifica la chiave di lettura di Baudrillard in corrispondenza a un’altra domanda, che depauperata dalla sua precedente significazione, arriva a essere più semplice e chiara: quale sarà il destino dell’arte?

La sua teoria nasce da alcune riflessioni compiute piu’ di un secolo fa da Baudelaire e arrivano alla progettazione artistica di Andy Warhol. L’arte deve divenire come una merce; assumere tutte le caratteristiche associate a essa; triplicarne i significati ed esporsi alla vendita. La sua liquidità serve a superare il suo stato d’immobilità collegato a un valore la cui unicità è nel guadagno. L’arte, quindi, deve diventare una specie di macchina distruttiva in grado di macinare tutto ciò che ha attorno, rendendosi mostruosamente splendida rispetto alla merce.

Non siamo lontani dalla visione feticcia di Clair, cui vi ho parlato nel post precedente, ma siamo addirittura oltre, poiché l’arte, arrivando a certi punti, supera il suo stato distruttivo, arrivando alla sparizione, al suo vanishing point, al grado xerox della cultura.
A rendere bene l’idea arriva un preciso riferimento.
Durante e dopo la guerra fredda sono arrivati nel mercato mondiale nuovi aggeggi definiti da Marshall McLuhan “medium freddi”, il cui l’apice massimo è confluito nell’uso della televisione. In pratica quest’ultimo marchingegno placava la visione di quegli avvenimenti storici che stavano mutando le sorti del mondo. Attraverso questo mezzo accade che tutto s’iperrealizza, si satellizza e rimane sospeso e immobile, creando una sorta di equilibrio simbolico fatto perlopiù – oggi – di terrore. Quello che vuole dire è che tutto annulla il tutto (L’immaginazione è morta per overdose di immagini), e sebbene ci siano stati periodi in cui i fatti artistici abbiano acquisito grande valore di sperimentazione (Klee, Kandiskij, Mondrian), da questo momento in poi, quello che accade è una dilagante esasperazione del senso, portandolo al suo annientamento, diventando gesto ansioso o selvaggio (Jackson Pollock).

Oggi ci troviamo di fronte a una finzione, a quello che avviene dopo l’orgia. La modernità, attraverso la sua estenuante concezione di libera circolazione di merci, mezzi, persone e capitali, non ha generato continuità, ma una successiva reazione a catena in un’amplificazione del vuoto. Quello che accade dopo queste massicce penetrazioni è che l’ovvio è portato avanti, trascinato in attesa che cambino le cose, facendo finta che, superata una certa soglia, tutto possa ancora essere considerato normale, continuando a emulare in una condizione temporale indefinita e costante, alla cui base è posta l’estetica.

E’ paradossale sapere che se si esce dagli schemi di linguaggio i significati associati al termine “estetica”, corrispondono a “uniformazione” e “standardizzazione”, non a eastetica – intesa come dimensione di sensibilità e di capacità del sentire -, ma anzi, ci si avvicina, a una condizione di protesi a supporto di qualcosa che non è altro che illusione; una sparizione che amplifica un uso della produzione di creatività senza arrivare da nessuna parte, ma che genera parallelamente nuovi stadi di simulazione. La soluzione deve essere ricercata in uno strappo, un cambiamento vivo, non in un processo di accumulazione, cui siamo interessati da troppo tempo.
Quello che mi è sembrato di capire è che, sulla base del pensiero dello studioso, il processo di aggregazione di ricordi, produce un effetto di rimozione più che di creatività, portando noi stessi – come l’arte – a una condizione di riciclo, più che di fioritura.
N
on siamo più interessati al segreto o alla seduzione ma a processo di mummificazione, in cui le immagini diventano parte di una ciclicità senza fine.

Quando tutto è estetico, niente è piu’ bello né brutto, e l’arte stessa sparisce

I media, l’informatica e i video, in tutto questo, hanno contributo a trasformare lo status dell’arte, rendendo ognuno di noi capace di diventare maestro, e autorizzandolo a poter dire o fare qualcosa con il solo uso di uno strumento senza una base opportuna, pronta realmente all’edificazione di un’efficace innovazione linguistica e visiva.

L’arte, per contro, ha reagito minimizzandosi, simulando la sparizione.

L’arte è travestita dall’idea. L’idea è travestita dall’arte (dove possiamo ritrovare la nostra idea del transessuale: l’arte <<travelo>> è l’arte attraversata dall’idea, dai segni vuoti dell’arte“.

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Breve storia dell’arte moderna – Jean Clair

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Già dal titolo è possibile capire il tema portante del piccolo volume. Per la sua introduzione vorrei però specificare che esso nasce da un’intervista realizzata da Thierry Naudin a Jean Clair, pubblicata sulla rivista francese “Passage” nel 2000, è divenuta in Italia un piccolo saggio di circa trentacinque pagine introdotto sul mercato da Skirà (2011).

Mi diverto a capire la logica dei suoi pensieri: egli è un noto critico d’arte, curatore e pensatore, i cui punti di vista sono spesso illuminanti. Se volessimo raccogliere l’idea di base che nutre questo libricino dalla copertina verde, ci dovremmo collocare in un punto preciso della storia. In particolar modo egli gioca a sposare i periodi. Quello che voglio dire è che, sebbene alcuni studiosi abbiano ricostruito i fatti focalizzando un arco temporale marcato da una scansione che va dal 1914 al 1991 – cioè dalla prima guerra mondiale fino alla caduta del potere sovietico (Il secolo Breve – Eric Hobsbawm) – Clair, si sofferma e dice che tale rappresentazione non può essere valida per la storia dell’arte, in particolar modo se si vuole definire la sua “modernità”. In quest’ultimo ambito, la temporalità è differente, e si collocherebbe dal 1905 al 1968 – 70, spiegandone in poche righe i motivi.

Ciò che cambia è il ruolo dell’opera d’arte e la sua funzione assunta da chi l’ha pensata. Un oggetto, un quadro, una scultura o un video, diventano sistemi aperti, mai terminati, in grado di essere sempre riproposti e mai compiuti, dando così adito solo alla spocchia egocentrica di chi lo ha  partorito, annullando quei processi creativi sviluppati e maturati in sperimentazioni avviate nei secoli precedenti, da quei grandi nomi che conosciamo tutti.

La radicalità di Clair sta nell’ammettere che oggi l’arte è il risultato ottenuto da scarti di saperi di pensiero. Trasformando tutto in un bricolage dispersivo, le cui basi sono state costruite senza fondamenta. Produrre diventa così il sostitutivo di creare. Chi si approccia all’artigianalità del fare diventa solo una vittima, fagocitata da logiche commerciali e da strategie di marketing che non lo porteranno da nessuna parte. Definisce anche  i giovani artisti  “amnesiaci”: vittime del loro stesso tempo, i cui  riferimenti si trovano al massimo in Andy Warhol o Joseph Beuys.

Negli anni settanta terminano le avanguardie e subentra il postmodernismo, ma per lui finirebbe proprio il XX secolo.

Sono gli anni in cui muore Marcel Duchamp (1887 – 1968), gli stessi in cui a quest’ultimo viene riconosciuta la paternità dell’arte concettuale. L’Artista che – secondo i più – avrebbe dato origine all’archetipo “tutto è arte” con la semplice logica del ready-made. Quello a cui – erroneamente – è stato affibbiata la nozione che un qualcosa acquisisce valore trasformandolo in altro solo perché unto da chi ha partorito l’idea.

Sembra così di capire che per Clair, Duchamp, sia stato solo una vittima di un pensiero banale, che ha ridotto le sue abilità intellettive di netto, portando la sua estetica del gusto a un’etica del disgusto.

Vi consiglio di leggerlo poiché possono venir fuori altri mille spunti di ragionamento.

La madre dei Caravaggio è sempre incinta – T. Montanari

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Da diversi giorni ho una predisposizione verso la saggistica; così oggi vorrei parlarvi di un breve volumetto di settanta pagine edito da Skirà (2012), appartenente alla collana Sms, che ho acquistato a Bologna nell’ultimo incontro di Arte Fiera.

La madre dei Caravaggio è sempre incinta è un attacco verso i media. Non occorrono perifrasi per capire l’intento dell’autore, Tomaso Montanari, classe 1971, studioso d’arte moderna alla Federico II di Napoli, formatosi alla Normale di Pisa, curatore e commentatore, su un blog, tra le pagine del Fatto Quotidiano (clicca).

Attraverso questo scritto mette in luce aspetti che ruotano attorno al sensazionalistico panorama della divulgazione di notizie dedicate all’arte. Insomma: tutto quello che ha poco a che fare con le istituzioni che si occupano seriamente di questi studi. E attacca volentieri – senza mezzi termini – chi si diverte a prestare il proprio patrimonio culturale a una prostituzione becera e consunta tra marketing e forme a pacchetto di attrazione turistica. A discapito – magari – di chi s’impegna ancora a rendere attivo il proprio ruolo di ricercatore.

Quello che cerca di affermare è che il controllo della veridicità dei fatti è alla base di un metodo scientifico solido, mai statico, piuttosto dinamico e aperto, che spetta allo storico dell’arte; non alle redazioni di un giornale o di un grosso network di comunicazione.

Questi ultimi, in realtà, annunciano spesso una scoperta di un’opera – o dettaglio di essa – sulla base di qualcosa che va – quasi – sempre oltre le circostante reali. Ciò che vuole far capire il volenteroso Montanari è che la credibilità e l’autorità di uno storico è minata da rumors di bassa lega, da annunci trasmessi come rivoluzionari, ma che di empirico hanno ben poco.
Caravaggio – come Raffaello, Michelangelo o Leonardo – diventa protagonista a sua insaputa di situazioni e dei luoghi più impensabili, sconosciuti anche al loro tempo. Così continua a citare esperienze e situazioni imbarazzanti cui grosse lobby cadono compiendo scivoloni impressionanti, e portando alla ridicola, personalità, indagini e approcci radicati nei secoli, raggiunti anche modo piuttosto difficoltoso, da chi ha cercato di guadagnarsi un posto di autonomia tra le suddette discipline di studio. A tutto poi, non tralascia di redimere neppure accademici e curatori noti, cioè coloro che portano il proprio ego in prima linea, soprattutto in casi in cui si è vicini alla politica attiva di uno Stato.

Personalmente prendo il documento di Montanari come argomento di riflessione, più che come oro colato. Ne faccio carico, e mi auguro che possa avere l’onestà intellettuale di ammettere i miei limiti davanti a situazioni simili, arrivando a chiedere aiuto o chiarezza, a chi compete, nel momento in cui mi trovo a dover lavorare su dati, testi e materiali, lontani dalla mia preparazione.

Buona Lettura!


Per approfondimenti: Rivista Mu6 – Aqbox TV