Il complotto dell'arte - ph. Amalia Temperini

Il complotto dell’arte di Jean Baudrillard #libro #saggistica [#recensione]

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, comunicazione, costume, cultura, leggere, libri, marketing, mostre, pubblicità, recensioni arte, social media, società, spettacolo, Studiare, televisione

Dopo Andy Warhol qual è il destino delle arti contemporanee?

È l’unica domanda a cui cerco risposta dopo la lettura del testo di Jean Baudrillard, “Il complotto dell’arte” (SE – Abscondita, 2015).

Un volume che anticipa di circa trent’anni quello che stiamo vivendo adesso con i social network, le immagini e la sovrapproduzione di esse.

L’ironia ha ucciso la critica?
Cosa vuol dire leggere la realtà con gli occhi da europei e con una modalità di rappresentazione americana basata sul regime del simulacro?

Siamo passati dal potere di illusione a quello di disilussione, ma quanto di questo è cambiato con il concetto di idea, di sostituzione del sacro e con l’inserimento della realtà in quelle arti che raccontano il nostro tempo? Quanto il pubblico si sente in soggezione davanti a un meccanismo che è a tutti gli effetti è un dominio culturale?Perché l’arte dovrebbe essere considerata esclusiva? È solo presunzione? È abuso di potere?

L’autore solleva negli anni Novanta del XX secolo qualcosa che genera negli operatori di settore una reazione critica tanto da essere considerato per loro un feroce un traditore.

Io trovo il suo punto di vista geniale e coerente con la mia visione di mondo; questo mi fa sentire meno spaesata e più rassicurata rispetto al futuro.

La lettura è veloce, ma adatta a chi è abituato ad affrontare temi legati ai cambi di processi storici e culturali.

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Lista #film e #serietv 2019

attualità, cinema, costume, cultura, film, giovedì, gossip, quotidiani, rumors, Serie tv, social media, società, televisione, videoarte

Dalla lista dei libri, passo a quella dei film e delle serie tv. Sono tornata al cinema per un breve periodo nel 2019, chissà cosa accadrà in questo nuovo 2020?

Film

  1. La favorita – Yorgos Lanthimos, 2018
  2. Velvet buzzsaw – Dan Gilroy, Netflix, 2019
  3. A star is born – Bradley Cooper, Tim Vision, 2018
  4. Tito e gli alieni – Paola Randi, Tim Vision, 2019
  5. Chiara Ferragni. Unposted – Elisa Amoruso, 2019
  6. Martin Eden – Pietro Marcello, 2019
  7. Vivere – Francesca Archibugi, 2019
  8. Io, Leonardo – Jesus Garces Lambert, 2019
  9. Nell’erba alta – Vincenzo Natali, 2019
  10. Tim Robbins. I’m not ue your guru – Joe Berlinger, Netflix, 2016
  11. I due papi – Fernando Meirelles, Netflix, 2019
  12. The app – Elisa Fuksas, Netflix, 2019

    Serie tv:

  13. You, Netflix, 2018
  14. The rain, prima stagione, Neflix, 2018
  15. The rain, seconda stagione, Netflix, 2019
  16. Il racconto dell’ancella, Tim vision, Netflix, 2019
  17. Santa Clarita Diet, stagione 1-2-3, Netflix, 2019
  18. Special, Netflix, 2019
  19. The end of Fuck*** world, stagione 2, Netflix, 2019
  20. Dead to me. Amiche per la pelle, Netflix, 2019
  21. Chernobyl, NowTV, 2019
  22. Living with yourself, Netflix, 2019
  23. Unbelievable, Netflix, 2019

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The end of f***ing world stagione 2 , netflix

The End of F***ing World – 2 stagione #TEOTFW [#recensione]

amore, costume, cultura, Donne, film, giovedì, musica, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, televisione, vita

Avevo già parlato lo scorso anno di questa serie perché mi era piaciuta molto. Il racconto è l’acerbo di una rabbia sincera pilotata da due ragazzi, figli di genitori egoisti, irresponsabili, trovati a vivere una esperienza devastante.

Così la seconda stagione di The End of F***ing World riprende dalla fine della prima parte, narrata dalla maturità di quello che è accaduto a James e ad Alley, i due protagonisti della vicenda. Si tratta di una situazione che evolve nella ammissione di un fallimento, da errori che comportano il non affrontare le paure o il coraggio di trovarsi a espiare la propria vita in una azione che è avvenuta all’insaputa di tutti per legittima difesa.

Questa nuova parte ha come tema la vendetta di chi non vuole vedere, da parte di chi riconosce che l’unica traccia di amore che aveva fatto penetrare in sé è ciò che gli aveva occultato la vista. Bonnie è una ragazza molto brava e ben educata, con una madre che la ha programmata a essere una macchina da guerra più che una donna in grado di conoscere e gestire le proprie emozioni. La sua storia si intreccia a quella di James ed Alley con una ricerca spietata che la condurrà a stalkerizzarli in mezzo ai boschi di un paese indefinito e nascosto nel nulla del mondo.

La colonna sonora rimane sempre una delle cose più potenti del progetto. Per chi volesse capire cosa ho detto per la prima parte della serie questo link.

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Morgana – Michela Murgia e Chiara Tagliaferri #libri #donne [#recensione]

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Dieci donne, dieci modelli di rottura, sono raccontate da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri in Morgana, libro edito da Mondadori nel 2019.

La lettura è trasversale, le singole storie sono frammenti delle nostre vite estrapolate da quelle altrui, di chi ha saputo imporsi con coraggio in un sistema che voleva una femmina incastonata dentro un regime sociale di un preciso momento storico.

Mi sono resa conto di avere in mano qualcosa che mi apparteneva quando ho letto la parte dedicata alle sorelle Brontë; non ho focalizzato l’attenzione sulla loro storia personale, ma sulla mia adolescenza, su quanto abbiano inciso i libri di Emily e Charlotte: Cime Tempestose e Jane Eyre. Mi sono chiesta che impatto avessero oggi, se li rileggessi e in che modo abbiano influito nella scelta di un uomo, negli anni.

I loro temi anticipano quegli argomenti classificati come dinamiche di manipolazione, possesso o simbiosi.

Quando ero ragazzina il personaggio di Heathcliff ha forgiato il mio immaginario tanto da sentirmi come lui. In quel momento avevo trovato voce in una personalità possessiva, rabbiosa e vendicativa, che mi faceva sentire ascoltata e in pace con il mondo intero. A quel tempo non mi curavo del fatto che lui fosse un frutto raccontato da una scrittrice, ma oggi ne tengo conto; rifletto sulla potenza che può avere un messaggio narrato da una persona che ha visto il suo nome originale occultato da uno pseudonimo per poter pubblicare il proprio lavoro, ciò che la tormentava, per poter sopravvivere in quel contesto inglese di metà Ottocento.

Mi chiedo ogni giorno quanto siano forti le donne; quanto sono capaci di immedesimarsi in un dolore profondi tanto da tirarne fuori capolavori radicali.

La rabbia di Heatcliff non è diversa da quella di Tonya Harding e neppure dalla fame di vita di Vivienne Westwood. Ognuno a suo modo nella loro esistenza si è espressa attraverso l’unico espediente possibile che aveva in mano: l’arte, lo stile, la creatività, lo studio, la disciplina, qualcosa che è stato negativo, qualcosa che ha funzionato da spinta verso l’esterno. Personalità che hanno imposto a se stesse il desiderio di essere altro.

Ognuno di noi ha una storia, quella delle altre rafforza la nostra identità.

I meravigliosi disegni che anticipano ogni capitolo sono opere di MP5, artista romana conosciuta al mondo contemporaneo per i suoi lavori di street art.

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manifesto, stati generali arte contemporanea abruzzo ph. Amalia Temperini

Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo #artecontemporanea #abaq [#cultura]

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Ieri ho partecipato come pubblico osservatore agli Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo, voluti dai professori dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, Maurizio Coccia e Silvano Manganaro.

Il mio ascolto è stato riservato a quello curato da Lucia Zappacosta, operatrice e direttrice dell’Alviani Art Space di Pescara. I minuti sono volati e molti sono stati i contribuiti utili su cui riflettere e ripartire, da oggi. Mi riferisco a un argomento emerso dai punti di vista di Lucio Rosato e Matteo Fato. Parlavano di architettura e di ritratto, ma anche di una attenzione sulla cura della identità di presentazione degli artisti nella creazione di un portfolio utile alla loro professionalità. Questa necessità di cura, mi ha fatto molto riflettere; ritengo che sia una attenzione che per forza di cose ci trasporta nel parallelo mondo del web e di nuovo medioevo. Mi spiego meglio, questo incontro è avvenuto alla morte di due figure cardine del mondo dell’arte abruzzese: Cesare Manzo ed Ettore Spalletti, la fine e parallelamente l’inizio di un nuovo periodo che ingloba nel 2019 due realtà: quella del reale e quella del virtuale. I mondi che abitiamo. Nuove possibilità di esistenza, anche economica, da chi l’arte la crea, di chi la produce e per chi se ne nutre. Sì è parlato molto di proiezione, un tema che rientra in una visione legata proprio a un dato periodo ormai lontano, novecentesco, consumato e terminato. Cosa manca all’Abruzzo? Una immagine. Una immagine contemporanea e fluida, che sappia restituire quello che è accaduto ieri a L’Aquila, con quella proliferazione di idee, critica e continui stimoli, dibattiti, validi nella realtà, quanto nella virtualità.

Perché è vero che gli operatori decisivi possono creare una rete e risultati economici, ma senza l’aiuto di un centro che arriva da altre persone – l’ipotetico pubblico consapevole di chi è e di chi siamo – ogni lavoro è svolto a metà, l’economia non si smuove e non rigenera un mercato di risorse.

Come può avvenire questo nuovo rinnovamento?

Allo stato attuale i problemi maggiori sono legati alla Comunicazione, al come si divulga, e una Formazione inadeguata, cioè non calibrata al tipo del periodo che stiamo vivendo; sul come questa regione in ambito di contemporaneo può essere raccontata in una narrazione continua e non solo nei periodi estivi quando la programmazione è rivolta al turista.

Ma chi è il turista oggi? E come si può parlare di questa figura in epoca di performance? E come può tornare utile questa condizione per attrarre, creare mobilità, spostare l’attenzione su tutto il territorio?

Far sapere a chi vive qui e vuole arrivare qui, che esistono possibilità di vedere offerte culturali in tutto il periodo dell’anno è stato uno degli spostamenti di visione utili alla riflessione. In questo Paola Capata ha vinto, una donna forte della sua esperienza di gallerista, imprenditrice abituata al risultato. Lei osserva con curiosità i fatti di questa regione, ha proposto una sorta di ombrello: un segno, una forma, una immagine chiara di un arnese che ha una impugnatura che ieri abbiamo stretto un po’ tutti mentre Giacinto Di Pietrantonio, critico e curatore, con ironia e sagacia, anche politica, ha definito la linea dei colori da adottare.

La casa di carta, netflix, 2019

La casa di carta (stagione 3) #serietv #recensione

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Circa un anno fa parlavo su questo blog in termini abbastanza infastiditi della serie tv spagnola La casa di Carta. Nel giro di poco ho dovuto rivedere le mie posizioni; gli autori mi hanno fatto riflettere su quanto sia stato spettacolare il loro lavoro di scrittura nel corso delle nuove puntate. Voglio dire: il punto di vista cambia, e pure tanto, da avermi fatto dimenticare quel fastidio che ho assaporato al termine delle prime due stagioni.

Anche in questo caso ciò che lega lo spettatore alla poltrona è l’esagerazione. La volontà di Tokyo di esprimere il proprio potenziale inespresso alla ricerca di nuovi stimoli dopo un periodo di tempo passato con Rio su un atollo sperduto nell’oceano. Quello che genera la spirale vorticosa di un nuovo colpo è il tradimento di un patto instaurato alla fine della grande fuga su acque internazionali e dopo l’ottenimento della truffa più grande della storia di Spagna.

In questa occasione, sono gli studi pensati per opera di un morto, quel grande manipolatore visionario di Berlino a vincere. Lui aveva creato uno schema che alzava il livello delle loro rapine e lo pensa dopo essersi rinchiuso in un monastero cistercense situato in Italia. Lui sapeva che la banda si sarebbe riunita, per questo aveva progettato un furto innovativo dedicato alla Riserva Nazionale della Banca di Spagna per rubare tutti quegli ori depositati in caveau blindatissimo.

Le vere protagoniste sono le donne, lo scontro tra una spietatissima poliziotta e la sua rivale Lisbona – l’agente Murillo innamorata del Professore.

Alla base di tutto questo c’è la tattica Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Con una scena spettacolare le masse cambiano il consenso sui rapinatori che diventeranno veri e propri eroi.

Ora per capire come andrà a finire, dobbiamo aspettare la quarta stagione: argh!

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Chernobyl, HBO e Sky, 2019

Chernobyl #serietv #recensione

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Eccomi qui dopo una pausa lunga più di un mese dove – nonostante il caldo asfissiante – ho continuato a seguire le serie tv sulle varie piattaforme streaming.

Chernobyl è una di quelle che ha catturato la mia attenzione, non solo per il grande parlare che se ne è fatto in rete, ma per capire cosa c’è dietro tutto questo mondo ancora da scoprire su un fatto storico troppo recente per essere compreso nella sua totalità.

Inutile dire che si parla di eroi, di figure che hanno sacrificato la propria vita a discapito di un incidente avvenuto nell’aprile del 1986. Non è tanto il problema delle scorie a venir fuori, dei danni di salute che ci portiamo avanti da più di trent’anni, quanto il lato umano di chi ha compiuto scelte professionali che implicano un valore etico che si intreccia alla situazione politica di quel tempo.

Quello che emerge è una crudeltà estrema di fatti avvenuti per un errore umano, situazioni che hanno coinvolto migliaia di persone e sulla pelle si è contributo a costruire un messaggio che ha nascosto verità atroci per lungo tempo. Siamo ancora negli anni nella ex Unione Sovietica, il muro di Berlino non era ancora caduto, tante situazioni erano manipolate a seguito del regime propagandistico comunista; si è davanti a uno dei più grandi incidenti nucleari al mondo – almeno per quegli anni; a una grande perdita di esseri umani e a un aumento esasperato di malattie di ogni tipo.

La serie sembra suggerire che l’Europa è stata salvata a seguito di un gruppo di professori che hanno deciso di portare avanti la volontà della Accademia, di affermare che la scienza ha un valore centrale all’interno di questi meccanismi dove la coscienza sembra posta in secondo piano rispetto all’apparenza da mantenere.

Quello che cattura l’attenzione è infatti la capacità di una nazione di permettere l’accessibilità allo studio e riconosce che i migliori possono contribuire alla risoluzione di un problema. Il danno maggiore? Affermare la propria posizione vuol dire assumersi di essere il rischio di essere escluso, isolato e senza più funzioni. Il prezzo da pagare per essere coerente con la propria esistenza.

La serie è molto dura, le immagini sono fortissime.
La consiglio poiché molto veritiera, la sconsiglio a chi è estremamente sensibile a immagini molto dirette e crude.

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The society, netflix, 2019

The Society #serietv [#recensione]

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Sono passati un po’ di mesi da quando ho visto questa serie tv e devo dire che è lontano il ricordo di qualcosa di bello. Al momento ciò che ha catturato la mia mente è il fatto che molte delle realtà raccontate non sembrano affatto utopiche.

Society è una serie tv Netflix che parla di gioventù. Di come essa possa essere violenta e violentata se una intera generazione di genitori scompare nel nulla in una realtà che sembra per certi versi costruita in parallelo. Tutto sembra normale fino a quando i ragazzi non partono per un campo estivo, al ritorno improvviso subentra uno scenario nuovo: sono rinchiusi senza la possibilità di interagire con il resto del mondo, dove tutto è concentrato in un blocco costituto dalla città stessa e di una natura che ha costruito una rete di muri difficili da superare.

I protagonisti sono costretti a riorganizzarsi e valutare un modello ideale di società. C’è da ricostruire una chiesa, il valore di una intera comunità, capire come produrre cibo e assumersi delle responsabilità. Ogni puntata è molto lunga (circa un’ora) e per seguirla in maniera attenta occorre davvero molta pazienza – gli argomenti toccati sono molto pesanti. Tra i temi più vivi, esiste quello del controllo della propria violenza.

Per certi versi The Society sembra raccontare tutte le contrapposizioni della contemporaneità, con un focus che parte dagli stereotipi di racconti, film e letteratura di matrice americana.

Ci sarà una seconda stagione?
Chissà.

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Santa Clarita Diet, Netflix, stagione, 1-2-3, 2019

Santa Clarita Diet – stagione 1-2-3 #serietv [#recensioni]

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Questo articolo nasce dopo che una artista mi ha girato la notizia su whatsapp. Non ho mai parlato di Santa Clarita Diet finora perché credevo che fosse inutile dare una opinione personale a una serie con stagioni ancora da definire e che da questo momento in poi pare sarà cancellata dalle liste Netflix.

La sua scoperta nasce da una serata in cui cercavo qualcosa che mi facesse ridere a crepapelle e che rientrasse nella black comedy. Cosa più di una donna-zombie può rendere lieta una serata d’inverno? In effetti ho iniziato a seguire le sue puntate lo scorso anno e pochi giorni fa è arrivata la terza stagione che mi ha portato a questa nuova primavera sorridente.

Santa Clarita Diet, stagione 1-2-3, Netflix, 2019

Mi auguro che gli amanti dello splatter si troveranno d’accordo nell’affermare che per un paese come l’Italia presentare una signora protagonista come una sanguisuga pronta a uccidere per nutrirsi di altri uomini è ancora una immagine troppo forte da accettare. Ricordo ancora i commenti negativi con i quali  è stato accolto lo spot delle merendine Buondì, figuriamoci immaginare o accettare su una tv generalista una coppia di genitori composta da un marito in vita e una donna morta che uccidono per nutrire!

La serie è ambientata a Santa Clarita, in California, negli Stati Uniti, in una ridente cittadina dove Joel Hammond e sua moglie Shiela lavorano come agenti immobiliari. Hanno una figlia  di nome Abby che frequenta il liceo e degli odiosi vicini di casa che si intromettono troppo negli accadimenti strani che iniziano a susseguirsi in maniera del tutto casuale quando improvvisamente Shiela è colta da un attacco: un malessere improvviso e inspiegabile, durante una sua trattazione, e che da quel momento in poi cambia le carte in tavola assieme all’uso delle posate.

Santa Clarita Diet, Netflix, stagione, 1-2-3, 2019

Quello che conviene sapere è che una notizia di questo tipo deve essere custodita, ma lentamente, puntata per puntata, iniziano ad aprirsi scenari su vittime da cercare per mangiare e per sopravvivere da non-morta.  Si scopre pure che esiste una tradizione medievale Serba che racconta le vicende di questa fantomatica malattia che colpisce gli abitanti del mondo all’improvviso tramite un ragnetto che si impossessa dei corpi nella più totale normalità. Questa sorta di virus inizia a manifestarsi lentamente e a riconoscere le sue dinamiche tanto da scoprire che esiste una rete di appassionati che cercano di scovare i mangia-uomini per ucciderli.

Le vicende sono tantissime, intrise anche di religiosità e casi clinici. Questi si manifestano soprattutto nella ultima stagione dove si creano sistemi di affiliazione in una situazione che diventa una vera guerra tra persone disposte a salvare la l’eroina del bene contro le forze del male.

A mantenere la tensione è un sentimento che vede una coppia stra-innamorata supportarsi in ogni occasione, ma la domanda che sorge spontanea è: sceglierà mai Joel di tramutare questa causa in una soluzione eterna valida a mantenere l’amore  per Sheila in un passaggio da esistente e reale a eterno?

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Heidi di Francesco Muzzopappa, Fazi Editore, 2018

Heidi di Francesco Muzzopappa #audiolibro #libri [#recensione]

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Ho provato per alcuni mesi; alla fine sono riuscita a terminare il mio primo audiolibro su Storytel. All’inizio la questione è stata molto difficile, ho scelto dei libri complessi con i quali ho dei conflitti aperti da diversi anni; ho tentato di immaginare che forse, in quest’occasione, avrei potuto terminare quegli autori di super classici famosissimi se solo li avessi divorati con un’attenzione differente rispetto alla lettura, ma anche in questo caso, prontamente abbandonati per sfinimento.

Ho deciso di dedicare tempo a scrittori contemporanei da me sconosciuti, tuffandomi in un ascolto fresco, leggero e ironico. Mi sono chiesta quale copertina incrociava di più il mio sguardo in questo periodo ed è venuta fuori  Heidi di Francesco Muzzopappa.

Quello che mi ha attirato di più è stata la simpatia che nutro per il cartone animato:  il titolo riporta a mia nonna, la quale all’età di 93 anni suonati continua a seguire tutte le puntate su Youtube della bambina dalle guanciotte rosse venuta dalla montagna.

Nell’audiolibro, Heidi è una donna caotica, si occupa di selezionare persone per una grande agenzia di casting; lei è figlia di un famoso ex critico letterario del Corriere della sera ormai lasciato a compiere le sue gesta impossibili in una casa di riposo. Si è in una Milano contemporanea dove si ha difficoltà a trovare forme relazionali importanti e dove la protagonista vive ancorata a un passato legato agli anni Novanta, quando i Take That erano in auge nelle classifiche di tutto il mondo.

La relazione tra padre e figlia è inesistente, lontana per un discorso generazionale, professionale, ma ulteriormente aggravata dalla malattia di un genitore che dialoga con figure provenienti dai libri, in fissa con autori che hanno costruito la letteratura mondiale. Il divertimento raggiunge punte spettacolari quando la disperazione porta Heidi a ricorrere all’adozione di un intruglio acquistato sul deep web. Lo scopo è  ottenere una serie di trasmissioni da proporre alla sua impresa e soddisfare l’ego del suo capo narciso, con il massimo della creatività, maturata all’apice di una feroce disperazione.

In tutta questa vicenda, sarà fatale l’arrivo di Peter – un ragazzo che metterà a soqquadro qualsiasi atteggiamento adottato da Heidi.

La storia è romantica e simpatica, mette allegria ed è basata sul perdono.

Heidi – Francesco Muzzopappa
Fazi Editore, 2018
https://amzn.to/2JxFiYx

per Storytel la 
 lettura è di Tamara Fagnocchi

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Madre, The rain, Netflix,2018

The Rain #serietv [#netflix]

amore, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, politica, social media, società, streaming, tecnologia, televisione, vita

In mezza domenica pomeriggio, quando fuori piove e si ha poca voglia di uscire, ho deciso di seguire e finire, come una ameba incatenata alla poltrona, una serie uscita lo scorso anno e distribuita da Netflix.

The Rain è racconto ambientato in una Danimarca post-apocalittica, ha come protagonisti due ragazzi a cui viene dato l’ordine di trasferirsi in un bunker a seguito di una epidemia che si dirama attraverso la pioggia. Sei anni nascosti sottoterra per vivere come topi, senza sapere cosa accade fuori, all’aria aperta, in un territorio che ha di suo un clima sfortunato che accentua il rischio di spostamento da un punto all’altro tra città, per trovare forme di vita incontaminate e rispondere a quel comando che coincide all’essere fedeli alla regola del padre.

Nella sua prima fase la visione sembra noiosa, ma con l’aumentare degli agenti ansiogeni, sale in modo notevole l’interesse. Di base la sua struttura del racconto è semplice, ma nasconde dietro la sua narrazione una crisi generazionale fatta di abbandoni e punizioni. Genitori chiamati a essere vincolati dalla propria professione al punto di scomparire; madri ossessive padri che lasciano i loro figli come se fossero oggetti fastidiosi da tenere a casa. La dinamica è quella di un qualsiasi un film horror, dove un gruppo di persone, coi loro destini, si incrociano, ma con la differenza sostanziale che qui le anime smarrite, coetanee e sconosciute, si offrono aiuto per salvarsi dal proprio passato, andare assieme verso qualcosa che assomiglia a un principio di felicità.

Per chi ha avuto modo di vedere Bird box – lungometraggio andato in onda su Netflix nei mesi scorsi – avrà avuto anche modo di ritrovare quel senso di disperazione che si trasforma in una necessità di fuga che è una angoscia costante, ma con l’enorme differenza che in quest’ultimo caso la madre riesce a proteggere i propri figli da un finto richiamo che è una visibilità micidiale. In The Rain, i ragazzi, quando riescono a trovare una cosa che per loro è una speciale oasi felice, capiscono che saranno ancora vittime sacrificali di meccanismo in costante ripetizione. In certi momenti questo senso disperazione sembra proprio essere una sorta di condizione che vede una gioventù condannata a farsi forza da sola per sopravvivere compatta in una battaglia tra reduci.

Proprio su questo passaggio viene da pensare che la cosa su cui si basa il principio letterario da cui è nata questa sceneggiatura è quella stessa dimostrata dai Sigur Rós con i loro video, quando cantano quel senso di malinconia che solo bambini oppressi possono avvertire e denunciare come in una favola scritta per immagini.

Da questa storia, assieme a quella di The rain – costruite su distopie spaventose – si evince, ancora una volta, l’impossibilità di avere diritto a una dimensione di gioventù, come se questa fosse il capro espiatorio su cui gli adulti vogliono rivendicare e rigettare, con forza, la propria impossibilità nell’accettare una maturità avvenuta con l’accesso all’età adulta.

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Inviato su amore, costume, cultura, filosofia, giovedì, gossip, letteratura, libri, marketing, Narcisismo, quotidiani, religione, rumors, salute e psicologia, Serie tv, società, spiritualità, streaming, tecnologia, televisione,

 

1983 #serietv [#recensione]

amore, costume, cultura, filosofia, giovedì, gossip, letteratura, libri, marketing, Narcisismo, quotidiani, religione, rumors, salute e psicologia, Serie tv, società, spiritualità, streaming, tecnologia, televisione, Università, vita

Quando ho iniziato a leggere alcuni saggisti polacchi mi sono accorta che guardavo il mondo da un solo versante, al quale mancava un pezzo, la sua zona speculare, quella a cui avevo affidato inconsciamente la mia gioventù. Ho scoperto questa serie grazie a un commento di Giuseppe Genna, lo scrittore ne parlava in mondo abbastanza impressionato sulla sua pagina Facebook alcuni mesi fa, così ho deciso di proseguire e ho scoperto che si tratta di una prima produzione Netflix che nasce da sceneggiatori polacchi.

1983 parla di Storia, quella con la S maiuscola, in chiave distopica. In quell’anno la Polonia fu segnata da un grande attentato che sconvolse l’intero paese al tempo sottoposto al controllo del metodo Comunista. La narrazione è ambientata venti anni dopo, nel 2003, dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e prende il via con un ragazzo – un figlio protetto della patria – attorno al quale si riveleranno numerose vicende con lo scorrere delle puntate.

Kajetan è il giovane protagonista, il prescelto laureato in giurisprudenza con uno dei massimi esponenti di quella materia. Il suo Maestro – diciamo così – colui che gli pone alla base discorsi sul valore etico della Legge e la rende vitale grazie alla conoscenza della Filosofia. Giustizia e Saggezza diventano assieme i perni su cui ruota l’interpretazione di un quesito: una fotografia che ritrae alcuni personaggi cruciali della vita sociale polacca da individuare, su cui si basa un enigma che potrebbe offrire una risposta a molti dubbi che da quel momento in poi ruotano attorno a un nuovo delitto: la morte del professore per opera di Pjotr, uno dei suoi migliori studenti.

Da qui la storia individuale si apre a una condizione collettiva con una serie di suicidi sempre più numerosi, fatta di martiri che si tolgono la vita per opera una superiorità visibile che lega Nazione e Religione a una via invisibile nella quale si muovono la Polizia e gruppi di Resistenza. La tecnologia è lo strumento che pilota, controlla e descrive ogni singolo movimento; gli archivi – reali e virtuali – sono oggetti – presenti e futuri – nei quali sono custoditi i destini di una intera popolazione.

In questa intercapedine di luce e buio sembra sussistere un corpo indefinito nell’amore che accade tramite una riscoperta che lega più personaggi coetanei a un trauma, una memoria lontana basata sull’idea di tradimento e sull’ambizione di padri e madri, di polacchi sempre pronti a essere qualcosa di più per cui è necessario sacrificarsi. Gli autori in maniera netta suggeriscono che questa popolazione è spinta verso una mania di grandezza che è la loro più grande croce da portare addosso senza mai arrivare a una verità autentica, perseguita da una struttura sottesa retta da fili di manipolazione che arrivano dagli Stati Uniti fino a Oriente.

Sarà davvero così?
Sono curiosa di attendere la seconda stagione.

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