Noi felici pochi – Patrizio Bati #libro [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, politica, quotidiani, rumors, salute e psicologia, società, vita

Ho già detto su Instagram di come sia stata ispirata da un commento di Teresa Ciabatti per arrivare a questo libro, del fatto che lo abbia definito immorale, senza spiegarne i motivi. Mi sono chiesta se io stessa lo fossi e non ho trovato risposta. Mi piace leggere, mi fido della sua scrittura e credo che lei sia una delle poche autrici italiane a cui mi affido volentieri perché capace di raccontare benissimo le dinamiche di narcisismo.

Noi felici pochi di Patrizio Bati è un libro indegno. Non esiste giustificazione o tolleranza davanti a ciò che ho letto. Violenza, fascismi di ogni tipo, disorientamento, prostituzione, tra Roma, Orbetello e l’Argentario. Pagine di cinismo gratuito poste davanti a un lettore consapevole creano una manta di opposizione, distacco e resilienza, in quel fluire di parole che si susseguono in modo nevrotico, asfittico e disarmonico.

La storia è di Patrizio, un ragazzo benestante e della mediocrità dei suoi amici. Una persona incapace di provare empatia, legato alle dinamiche di un gruppo di persone irresponsabili e vogliose di disintegrare l’altro a favore di un effimero, di un riempimento di un qualcosa che non è di certo classificabile come anima. Le figure femminili passano in secondo piano in ogni pagina, sono considerate l’oggetto di turno, buone solo a essere etichettate, massacrate, punite, da un giudizio spietato e feroce.

Quello che mi ha fatto riflettere – e che trovo in molte serie tv viste di recente – è la sottrazione della vittima dallo scenario, la sua messa in secondo piano rispetto a varie forme egocentrismo sempre più maniacale e raffinato. Si parla di un incidente, e si chiede al lettore di essere complice di questa bruttura attraverso la lettura che è a tutti gli effetti una impostura. Mi ha infastidito lo stile. L’inserimento intrusivo di una mente abituata a consultare tutto in maniera nevrotica come fossimo sempre e solo connessi al web; un atteggiamento compulsivo del trovare una soluzione a tutto come un robot; un meccanismo di sostituzione dal reale che corrode come un cancro. Ho smesso di leggere per scelta quei passaggi che sembrano note, solo su alcune ho trovato il coraggio di appoggiarmi per capire, ma ero talmente distante da quello che attraversavo che qualsiasi informazione è risultata superflua.

Non so chi sia Patrizio Bati. Nelle pagine iniziali si parla di una figura che esiste realmente e che i fatti narrati sono accaduti con consapevolezza. C’è una cosa su cui mi sono soffermata: il pensiero finale. È una dichiarazione di colpa verso chi non gli ha saputo dare amore.

Questo mi ha riportato ad Albert Camus. Alla fine di quel meraviglioso libro che è Lo Straniero. Muersault, lì, tra quelle pagine, nonostante la spietatezza dell’atto di rinuncia al perdono, ha una umanità che arriva fino a stenderti. Qui, in Noi Felici Pochi, che rimane davvero?

Davanti a tutto questo mi verrebbe da chiedere all’autore o al personaggio protagonista: le è stato negato un qualcosa di necessario, ma gli altri, tutti quelli massacrati e morti, cosa le hanno dato in cambio, quanto che ci hai sottoposto?

Da lettrice dissento. Sono complice nell’acquisto che è un mercato, ma la mia coscienza rifiuta di dare valore a quanto ho fagocitato in pochi giorni.

Patrizio Bati, Noi Felici Pochi, Mondadori, 2019

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Banksy, dettaglio autodistruzione dell'opera Girl with a balloon, Sotheby’s, Londra, 2018

Matrigna – Teresa Ciabatti #solferino #libri [#recensione]

attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, giovedì, leggere, libri, Narcisismo, quotidiani, salute e psicologia, social media, società, televisione

Chi mi segue da anni è a conoscenza che a ogni nuova uscita dei libri di Teresa Ciabatti li pre-ordino senza pensarci due volte. Si tratta di una delle autrici contemporanee italiane che più mi ispirano. La sua letteratura ha una cifra stilistica inconfondibile, basata su un piglio nevrotico che è un fluire di parole che assorbono il lettore a un ritmo pazzesco, che va oltre ogni aspettativa. È stato così per Il mio paradiso è deserto (Rizzoli, 2013) ed è stato così per La più amata (Mondadori, 2017).

Matrigna (Solferino, 2018) è un testo inusuale per chi conosce la sua scrittura. È la storia di una madre – Carla – che ha due figli: uno maschio – Andrea – bellissimo e biondo-tinto e una femmina – Noemi – che naviga in un mare di rabbia repressa. La scrittrice trasforma il suo punto di vista, pagina per pagina, nello sguardo di una bambina impossibilitata ad accrescere la sua immagine, le cui aspettative si accavallano con quelle di chi proietta una storia basata su una finta disperazione, nella quale si rimane avvinghiati fino alla fine del libro.

Il romanzo ha finzione narrativa che si inserisce in contesti presi dalla realtà, provenienti dall’universo popolare della televisione; crea uno spazio di indagine sulla società contemporanea; esamina il falso mito di una madre perfetta; sfrutta i social network che alimentano l’immaginario come un cordone che narra qualcosa di irreale, ma che esiste, vediamo serpeggiare ogni giorno davanti ai nostri occhi, sulle nostre bacheche.

La descrizione degli scenari fa affiorare alla mente le più famose storie di cronaca: da Emanuela Orlandi a Ylenia Carrisi, da Angela Celentano a Denise Pipitone, da Annamaria Franzoni a Sarah Scazzi, un universo – un déjà vu – costellato da bambine, ragazze, signore, le cui madri sono disperate e si presentano con una rappresentazione che serve a dare voce a un vuoto egoico, riempito da persone e spettatori che assistono in contemplazione – nelle vita vera e in quella virtuale – a un dramma il cui epilogo serve a inasprire il senso di solitudine in una litania che è una richiesta di ascolto disperato al mondo.


L‘attenzione per il libro si sviluppa in una rete di situazioni in grado di unire momenti che sono il prolungamento di una spaccatura legata a due mondi generazionali diversissimi, ma provenienti da un unico processo storico. Basti pensare a come sono proposte le signore di una certa età in televisione, ma anche come queste abbiano alimentato modelli competitivi su una stirpe di donne soffocate dalla monotonia, incalzate da una esistenza semplice. Il solo fatto di osservarle e ammirarle ha portato a una spirale di sogni lontani, a smanie trasmesse come stereotipi da imitare, da lasciare in eredità come marchio di approvazione per essere giudicate valide e accolte dalla società in grande stile. Noemi, figlia protagonista, si pone a margine rispetto a un genitore che si raggomitola in una eterna giovinezza: la nuova fase di governo basato sull’idea di adolescenza.

L’autrice cita Pavese, ripercorre una delle poesie più potenti. Anticipa un tema intoccabile: quello delle madri, sole, eccentriche, malinconiche, narcisiste e manipolatrici – finora oscurate dai suoi ultimi scritti – mogli sottomesse ai loro mariti: uomini di potere e padri di un universo piduista. I fratelli sono lontani o scompaiono; le bambine sono il simbolo di un’infanzia tradita, ancorate all’idea di eterno ritorno, vincolate da un senso di responsabilità, costrette a sacrificare un orsacchiotto da recuperare in un tunnel che è una memoria plagiata dall’autosabotaggio e dalla impossibilità di vivere per paura del giudizio.

Teresa Ciabatti, Matrigna, Solferino, 2018
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immagine presa dal sito fieradilonigo.it/

Leatà di Letizia Pezzali #libri #einaudi [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, letteratura, libri, Narcisismo, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, tecnologia, vita

Questo libro è adatto a chi ama i romanzi di Teresa Ciabatti ed Elisabetta Bucciarelli. Ci penso da quando ho terminato la lettura nei primi giorni di Aprile. Ho aspettato a parlarne perché volevo capire cosa rimanesse addosso e valutare con giusta distanza le sensazioni che Lealtà di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018) mi avesse trasmesso.

É una storia d’amore per palati difficili, chi non ama i sentimentalismi e vuole sondare l’energia del proprio vissuto nel pieno della nostra contemporaneità, centrato su chi è in quel meccanismo di cristallizzazione descritto dell’autrice quando parla di desiderio.

Giulia è una ragazza nata nel 1984 che ha conosciuto Michele ai tempi dell’università; lui è un uomo maturo con il quale ha avuto una relazione molto intima; entrambi sono fedeli a un ricordo da custodire. Si è a Londra nei periodi della Brexit, adesso, quando i social network fungono da cassa di risonanza per le proprie ossessioni, le mancanze, lo sviluppo di più paranoie che alimentano le insicurezze. Il tempo è regolamentato da uno schema dettato dai ritmi della finanza e da chi si trova castrato nello smarrimento del proprio essere.

Il libro è un flusso di coscienza continuo dove si è immersi nelle riflessioni di una protagonista che fagocita se stessa nella critica al proprio corpo, nella pornografia, nelle riflessioni sul fallimento, sulla maternità, lo stalking, sul vivere una vita da replicante sadica. Esistono dei capitoli in cui viene sottratta la poesia a un titolo di Shakespere per indicizzare il contenuto al movimento dei mercati. Si connette tutto a una adolescenza inespressa, rimasta incastonata nelle vicissitudini di chi ha scelto di rinunciare alla verità per trovare degli escamotage e sabotare la propria esistenza.

Tutto è sorretto da un mistero che porta il lettore a divorare pagina per pagina la ragione per cui Michele ha dato le dimissioni dal suo posto di lavoro in un intreccio che coinvolge il capo di Giulia: Seamus. Un uomo geniale, manipolatore perverso, custode di saggezza e segreti taciuti, sorretti da una catena continua di perbenismo.

Il citazionismo è un argomento contraddittorio che torna ciclico e sotto varie forme; dimostra come la scissione tra imitazione e riflessione siano pilastri che guidano gli esseri umani nella scelta, a saper discernere per costruirsi una coscienza seguendo le fila della propria indole. In soccorso arriva la letteratura attraversata dalla voce narrante (La paga del sabato di Beppe Fenoglio, Anna Karenina di Lev Tolstoj) che combatte contro quelle frasi estrapolate come massime venute fuori dai diari delle medie di ragazzini intrappolati nella rete degli anni ’80.

Arriva la comprensione, il tipo di straniamento e la sottomissione che si vive nella realtà di chi non è qui in Italia e che è ben descritta dalla scrittrice. Si tratta di una alterazione che fa da contesto rispetto all’origine, al paese di provenienza, che è restituito come chi davvero conosce quel tipo di sentire. Allora quando Giulia mente al suo superiore e rientra a Milano per cercare di affrontare il suo passatodopo la morte della madre, la musica aiuta a spingere e a radicalizzare l’intero contenuto per aprire a un tentativo di processo che porta a un costante travaglio.

Il libro prende in considerazione molti elementi nel mondo dell’arte, ma estrapola il suo movimento da un brano scritto da Erik Satie nel 1893. Vessazione è una sequenza musicale che non trova mai fine. È un tentativo di esplorazione di sogni, rimpianti, melanconia, malinconia, di maltrattamenti continui e oppressivi su se stessi. È un fenomeno esclusivo di un amore terminato bruscamente che cerca di sondare l’impossibile e l’inespresso del possesso insito nel desiderio come una banca che usurpa le risorse dei suoi clienti con forti pressioni fiscali.

La copertina è un papavero le cui sfumature cromatiche sono state alterate nel suo sistema di tonalità. Un fiore del ricordo che potrebbe asserire a molti significati, tra cui quello di chi è caduto e ha mutilato il proprio essere in guerra, per una nazione e la sua economia.

Forse quando si sceglie di amare una persona lontana ci si sente così? Si è costretti a viverne la distanza e la condizione che si trattiene è la stessa di chi sceglie di sottrarre colore per vedere uno scheletro scarnito di un fiore come fosse brillante al pari dell’originale? Tu che idea hai?

È libro è candidato al Premio Strega 2018.

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Lealtà di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018)
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La più amata – Teresa Ciabatti #libri #mondadori #pointofview [#recensione]

amore, attualità, cultura, Donne, giovedì, lavoro, leggere, letteratura, libri, Narcisismo, politica, salute e psicologia, televisione

Mi chiamo Amalia Temperini e seguo Teresa Ciabatti dal 2013, da quando la vidi intervenire in un programma tv di Rai 3 senza mezzi termini: diretta, schietta, unica, un amore che fu per me a prima vista.

La più amata (Mondadori, 2017) è un romanzo duro, una lotta tra realtà e finzione dove la voce narrante combatte e confonde il lettore in piena ossessione. Tre parti, più una, distinguono una famiglia. Personaggi puntualmente scavati nelle loro presunte verità. Sradicati dalle loro maschere attraverso gli occhi di una adulta/bambina indagatrice, sospettosa, pronta a schiaffeggiare chi legge in qualsiasi momento, portandolo a ridere, tra le lacrime, nella punta più alta di un dramma esistenziale feroce.

Tutto si svolge tra la provincia toscana e Roma, momenti differenti, condizioni differenti, situazioni di fallimento dichiarato. L’identità del lavoro è racchiusa nello spettro narcisistico di un padre assente, una madre pura, spodestata dai suoi ideali, dalla sua stessa vita, resa nulla da un professionista distruttore usurpatore di anime. Un fratello distaccato messo a margine cui dedica le pagine più intense, distante, perché la presenza di Teresa è centrale, figlia e sorella, preponderante nell’intero libro.

Profonda scrittura, consapevole di essere simile a un modello ispiratore, rinnega la violenza cui è stata sottoposta nell’essere vittima di uno specchio. Dichiara l’esistenza di un padre assente e lo collega a un processo storico che ha segnato la storia italiana. In parallelo, come una azione massonica, dall’alto, la scrittrice, ricostruisce il ritmo di una commedia umana, e in modo matematico delinea momenti, nomi, situazioni reali, ai nostri occhi impensabili, connessi tra loro da note evidenti, discendenti dal potere dell’invisibile.

Trasforma quello che potrebbe essere considerato un semplice romanzo di formazione in un urlo generazionale. Teresa subisce un rito di iniziazione a forza, una violenza fatta dai suoi stessi coetanei, cannibali che le conficcano un orecchino e le mostrano il mondo, quello reale, di chi non è protetto, di chi non ha vantaggi, difese, di chi sfrutta la rabbia senza capire chi si ha di fronte, senza motivo, in una giustizia che non è più virtù, ma strumento di punizione, rendendo questo passaggio necessario, attuale, ancora più vivo se rapportato ai nostri giorni.

La gallina è ironia, interconnessione tra punti, segno struggente. Strumento circolare per una ricognizione di una bambina sommersa nelle acque di una piscina, una entità che tenta di guardare/scoprire il mondo in una melanconia che si fa assenza, vuoto di un solo anno, quello in cui la madre dorme in terapia, periodi in cui si sommano delusioni, desideri, paure non raccontante, non condivise, mancanza di un esempio protettivo cui assurgere come schema di difesa o reazione. In certi punti sembra di avere sotto mano il diario di una figlia scorretta, adolescente in conflitto con se stessa che combatte con la sua storia perché non avverte una appartenenza, non la accetta, ma si confina al suo interno perché ne conosce perfettamente la dimensione, si nutre in questo meccanismo di resistenze per sopravvivere. Nino sembra Nuto, personaggio pavesiano che osserva, assiste, presenza e figura di rassicurazione, coscienza saggia custode di ricordi.

Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, sono speculare al vissuto di Teresa Ciabatti. Mi chiamo Amalia Temperini, sono stata illusa dalla televisione come Teresa Ciabatti subendo Permaflex Wanna Marchi. Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, sono cresciuta nel desiderio rivoluzionario additando i ricchi guardando sempre a est. Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, penso che Michelangelo Buonarroti sia stato un presuntuoso nell’affrescare La creazione di Adamo. Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, sono responsabile delle mie azioni, e in certi momenti avverto la dispersione e il disorientamento denunciati in chiave pura, autentica, da Teresa Ciabatti scrittrice, protagonista.

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
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Immagine presa dal web: http://www.nonsolocinema.com/

La pazza gioia di Paolo Virzì + Youth di Paolo Sorrentino #recensioni [FILM]

arte, attualità, cinema, cultura, film, politica, televisione

Torno per un attimo alla vecchia formula, sono stata troppo in silenzio negli ultimi tempi. Il materiale pubblicato è legato ad altro, un percorso differente e complementare della mia carriera professionale.

Quest’anno ho dedicato poco tempo ai film, ho evitato di andare al cinema. Una scelta ponderata, di risparmio, che da Carol di Todd Haynes è arrivata fino a La pazza gioia di Paolo Virzì, lasciando un buco in mezzo che non sento profondissimo. Ho scelto di pagare, per vedere, lavori con donne protagoniste, raccontante in modo diverso, in contesti  differenti, su temi eloquenti e attuali.

Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/La pazza gioia è stato incrementato da un articolo condiviso e firmato dalla scrittrice Teresa Ciabatti su facebook, un’analisi diretta, molto franca, che mi ha suscitato curiosità e spinto ad andare. Qui per il contenuto.

Il progetto di Virzì non mi ha fatto esultare, piuttosto riflettere e soffermarmi. Ho trovato la fotografia molto lontana dai miei gusti. Quando stavo visionando, mi sono resa conto di quanto con oculatezza estrema gli autori abbiano raccontato lo stato schizofrenico di un paese – il nostro – allo sbando, inserendo due figure femminili stridenti, capaci di evidenziare come siamo tutti in balia di qualcosa di più profondo, in un centro di recupero dove è difficile controllare le dinamiche intere, con strumenti e mezzi inadatti, nonostante un personale carico di umanità e di buona qualità.

Organizzato in momenti decisi e di stacco, il lavoro ha protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. In loro ho visto una destra malata, paranoica, con deliri di onnipotenza, e una sinistra che insegue l’isterismo di chi trascina, nonostante la chiara coscienza che si sta sbagliando, verso il baratro. Al cuore di entrambe è situata una disperazione che isola ed esula da ogni altro giudizio: il finale non rappresenta una chiusa di partito, scelta o adesione, piuttosto una pausa; una sana protezione dedicata a un bisogno estremo di recupero di fermezza, racchiuso in un bambino, figlio primigenio da salvare e/o proteggere per sopravvivere.

Non so se il valore sia stato quello di dire che le donne hanno una forza estrema, non so neppure se l’impianto sia femminista, ma ho trovato del giusto, del sano, un margine di respiro leggero, non diverso da come farei io, se dovessero capitare entrambe le situazioni – quegli stati psicotici –  alla mia persona. Un’anima mercurialis che parla e raccoglie, indica, fa di tutto, nel recuperarsi attraverso una volontà, straziata dalla propria solitudine, tramite un bipolarismo che vede e sente, riconosce una via giusta.

Un anno fa, ormai, qualcuno mi chiese cosa pensassi di Youth di Paolo Sorrentino. Neppure in questo caso andai in sala, non risposi a quel messaggio, ma ci ho sempre pensato, nel tempo. Ho atteso che venisse trasmesso da Sky cinema quando ormai il clamore si fosse abbassato e/o controllato. Di lui, dico di Sorrentino – chi mi conosce lo sa – apprezzo molto l’inserimento che compie nello sberleffo all’arte contemporanea. Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/E’ onesto e non si maschera dietro l’ipocrisia, spietato e ironico, grottesco, da buon napoletano, sceglie due protagonisti alla fine del loro tempo per raccontare lo stato di sclerotizzazione di maschi, che inseguono egoisticamente le loro strade sfruttando ogni mezzo per reprimere i loro vuoti. Due Maestri, un musicista e un regista, che si illudono, vivono per il proprio lavoro, narcisisticamente l’uno, e di solitudine l’altro, per proteggersi dalla melanconia, dalla sottrazione di qualcosa che li ha castrati: la fine di un mito.

Di tutto, ho apprezzato un’unica situazione, quando arriva lo svelamento – la pulizia di coscienza – nel discorso di simulazione interpretato da Michael Caine (il musicista). E’ un momento preciso che si svolge a Venezia, in una clinica/ospizio, una scena in cui fa credere di essere pentito e si scarica dalle frustrazioni di irresponsabile verso una moglie inerte alla finestra senza luce. Una luce, che rimane proiettata sulle spalle di un uomo che al fianco ha un mazzo di fiori i cui colori sfumano e rappresentano il tricolore della bandiera italiana mentre fluiscono parole per un finale alla stragrande.

Virzì e Sorrentino:
Paolo/Paolo.

Registi:
Diversi/stridenti.

Protagonisti:
due femmine/due maschi.
Giovani donne/vecchi maestri.

I luoghi:
Strutture di accoglienza e riabilitazione.

Il pieno/il vuoto, nel mezzo, l’Italia.

Il mio paradiso è deserto – Teresa Ciabatti

cultura, leggere, libri

Avete presente l’acquisto compulsivo, quello che vi trascina dritti a scegliere una determinata cosa che vi ha colpito e che non potete fare a meno di mangiare, consumare, indossare e leggere all’istante?
Ecco. La relazione con Il mio paradiso è deserto di Teresa Ciabatti è iniziata così.
Mi trovavo in libreria e senza troppe complicazioni sono stata inseguita da una copertina che strideva col sul stesso titolo. Avevo già letto di lei in alcuni commenti di Giuseppe Genna, ma non conoscevo affatto i suoi libri.

Inizia in modo stupido la tenera e agghiacciante scoperta di questo volume edito da Rizzoli nel 2013. Una storia la cui trama è costruita in quattro parti principali, ognuna che sfocia in un discorso le cui le fila sono complesse, elaborate e scritte da dio.

Non posso tralasciare quanto mi sia piaciuta la concatenazione di una narrazione con un nucleo centrale forte, che dirama verso vie che raccontano di scenari insospettabili e sconvolgenti, a ogni suo singolo passaggio.

Si inizia da Marta, si passa ad Attilio, si intravede Luisa e si arriva a Pietro, senza fiato, poiché la modalità di scrittura adottata porta il lettore a non staccarsi da quelle pagine che trascinano verso un linguaggio pulito, acuto, e nella giusta distanza, avvolgente.

Sebbene Marta sia il cuore pulsante di tutto il testo – colei che con i suoi disagi apre e chiude una circolarità perfetta – la dimensione che si crea nell’approcciare le parole della Ciabatti non è di certo lontana dai nostri vissuti: in quelle paure chiuse a chiave nel cassetto di una memoria sempre in agguato, pronta a svelare ciò che siamo da un momento all’altro.

La forza è nel non immedesimarsi nei personaggi, se non in alcuni tratti, che scoprono lentamente – in realtà – la nostra attualità fittizia.

La famiglia Bonifazi; una foto su una rivista; la disgregazione di un sistema apparentemente forte che crolla e libera il proprio essere da condizionamenti atavici e distruttivi, che hanno minato le libertà dei singoli protagonisti.

<<Vuole sapere la verità, ingegnere? In questo paese le persone normali non hanno voce, nemmeno i nostri morti >>.

Lo consiglio a tutti.

Mi rimangono alcuni dubbi:

– Perchè inserire dei personaggi che hanno lo stesso cognome della scrittrice?
– Chissà se per alcuni passaggi si è lasciata ispirare dalla fine dal Barone Rampante di Italo Calvino?

Buona lettura!