La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista #atri #museocapitolare #mostre [#recensioni]

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È stata inaugurata più di un mese fa e terminerà il 1 dicembre 2019 la mostra intitolata: La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista a cura di Astrid Narguet, Lucilla Stefoni, Filippo Lanci. Si tratta di una raccolta di arazzi cuciti dalle donne cinesi ai tempi della Rivoluzione Culturale (1976 – 1976), frutto di un pensiero organico che racconta l’estetica, l’ortodossia e la politica di quell’immaginario posto in dialogo con la collezione di arte sacra del Museo Capitolare di Atri, in provincia di Teramo, in Abruzzo.

Lo spazio si è trasformato in una fabbrica sul pensiero che indaga le immagini contemporanee. L’osservazione permette di individuare i processi che hanno accompagnato la costruzione del sacro attorno alla figura del personaggio politico di Mao Tse-Tung. Lo scopo è comparare e scovare – se esistono – codici linguistici che accomunano l’iconografia religiosa occidentale a quella del sistema di celebrazione e ritualità comunista.

La sera del vernissage sono stati evidenziati alcuni processi che distinsero le realtà storiche e ideologiche russe o cubane, di come l’apertura maoista abbia dato possibilità per una maggiore emancipazione alle donne, ma anche come la costruzione della raffigurazione di Mao sia stata segmentata tra vita, relazione con il popolo e le masse in generale.

Interessante è stato sapere come la comunità locale atriana abbia risposto alla mostra e alla chiamata del museo attraverso la partecipazione nella fase della preparazione.

A parer mio, i curatori non impongono una ideologia o la scelta di adesione a uno dei due contesti interrogati; l’allestimento e il modo di fruizione del percorso sollevano occasioni di riflessione; ricercano e connettono ciò che è stato nel passato, ciò che è nel presente, qualcosa di forte comune ai culti nella costruzione delle immagini. Il percorso è libero e strutturato su più piani del museo. Sono stati coinvolti anche due artisti contemporanei: Yao Lu e Wang GuoFeng.

La mostra è visitabile fino al 1 dicembre ai seguenti orari:
dal venerdì alla domenica, 10.00-12.00/15.30-17.30

MUSEO CAPITOLARE DI ATRI
via dei Musei, 15, Atri (TE)
085 8798140
museocapitolare@teramoatri.it.
FB: Museo Capitolare di Atri

 

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Chiara Ferragni, Spora, il pubblico #donne #comunicazione #lavoro [#attualità]

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È passato circa un mese dalla visione del documentario di Elisa Amoruso su Chiara Ferragni. Le prime impressioni a caldo le ho postate sulla pagina instagram il giorno dopo l’uscita del film. Nel frattempo su scala nazionale è scaturita una feroce discussione che ha coinvolto altri comunicatori che stanno avendo successo per i loro modelli di business on-line.

Tutto è parte dall’articolo di Riccardo Luna su Repubblica del 19 settembre dove si afferma una grande verità: chi sottovaluta quello che accade nel mondo del web è molto indietro rispetto a ciò che sta avvenendo nelle nostre esistenze, questo non implica la svalutazione di ciò che c’era prima e neppure l’accettazione di quello che accade oggi, si tratta di un riflesso tra vecchio e nuovo mondo, di due codici linguistici che si incontrano e si fanno la guerra per una supremazia di sopravvivenza, come se non ci fosse più posto per nessuno da quando il reale e diventato virtuale.

Rimango dell’opinione che Chiara Ferragni e Spora (Veronica Benini) – l’altra donna citata nell’articolo – hanno creato realtà imprenditoriali femminili imponenti per il divenire, contrapposte e in dialogo. Sono d’accordo con chi dice che la capacità di queste due personalità web è nella stesura programmatica dei loro racconti e nell’uso delle tecnologie.

Seguo entrambe da diverso tempo, ho studiato comunicazione, mi piacciono i fenomeni in larga scala, le reazioni della critica, quelle del pubblico; ho lavorato a contatto coi visitatori di un museo per otto anni. Le persone sono una grande incognita, una cosa a parte, ingestibile; la gente è pronta a cambiare opinione e decretare il successo o l’insuccesso di una persona o di una cosa sulla base dell’andamento dei messaggio costruiti e comunicati in maniera più o meno forte. Questo dipende da chi li realizza, da esseri umani come noi, che scelgono una via che può risultare efficace nel migliore dei modi o un totale fallimento per la percezione altrui.
Nei due casi che riporto, il dato utile è nelle comunità che hanno contribuito al successo di donne di carattere. Persone che hanno scelto un luogo preciso dove connotarsi e contraddistinguersi; creare una rete che è un vero e proprio sistema. La prima, la più famosa su scala internazionale, si occupa di brand di lusso; la seconda, attraverso la sua personalità prorompente e rivoluzionaria ribalta l’approccio della Ferragni: aiuta chi vuole a curare una immagine, la propria idea imprenditoriale, insegna a come imporsi su mercati alternativi attraverso la motivazione. Si fanno pagare. Sono persone che lavorano in maniera indipendente, ognuno con il proprio metodo, supportate da chi crede in ciò che dicono, cioè scelgono di stare lì e sovvenzionare in qualche modo le attività di un messaggio che più gli appartiene.

L’unica differenza rispetto al passato è in chi è contrario a questo approccio, ciò si manifesta nei commenti e nelle reazioni. Chiose sotto gli occhi di tutti, scagliate in modo lapidario nella loro posta privata come se dietro ogni nostro schermo non ci fossero sensibilità a leggere, scrivere o progettare. Nel passato quanto era possibile farlo? Ci si affidava a un critico, si dava a lui il potere della nostra voce. Oggi siamo noi, nel bene e nel male, a stabilire dove e con chi stare nei limiti del rispetto dell’altro e pare difficile accettare il successo di chi ci riesce. Manifestare o rigettare la colpa della propria frustrazione è sport nazionale che ci rende complici e irresponsabili davanti a un comportamento che potrebbe cambiare con facilità per la gioia di molte delle persone on-line.

Quando penso al negativo, immagino un brand come la Coca-cola, un marchio storico e tradizionale che è sulle nostre tavole da fine Ottocento. Le loro strategie hanno modificato i nostri comportamenti a tavola tanto da sostituire l’acqua a questa bevanda frizzante. Dietro la loro idea esiste una ricerca, uno studio e persone che investono i loro tempo in una attività. Nessuno impone di bere questa bevanda, ma molti la acquistano. Che vorrà significare?

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manifesto, stati generali arte contemporanea abruzzo ph. Amalia Temperini

Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo #artecontemporanea #abaq [#cultura]

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Ieri ho partecipato come pubblico osservatore agli Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo, voluti dai professori dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, Maurizio Coccia e Silvano Manganaro.

Il mio ascolto è stato riservato a quello curato da Lucia Zappacosta, operatrice e direttrice dell’Alviani Art Space di Pescara. I minuti sono volati e molti sono stati i contribuiti utili su cui riflettere e ripartire, da oggi. Mi riferisco a un argomento emerso dai punti di vista di Lucio Rosato e Matteo Fato. Parlavano di architettura e di ritratto, ma anche di una attenzione sulla cura della identità di presentazione degli artisti nella creazione di un portfolio utile alla loro professionalità. Questa necessità di cura, mi ha fatto molto riflettere; ritengo che sia una attenzione che per forza di cose ci trasporta nel parallelo mondo del web e di nuovo medioevo. Mi spiego meglio, questo incontro è avvenuto alla morte di due figure cardine del mondo dell’arte abruzzese: Cesare Manzo ed Ettore Spalletti, la fine e parallelamente l’inizio di un nuovo periodo che ingloba nel 2019 due realtà: quella del reale e quella del virtuale. I mondi che abitiamo. Nuove possibilità di esistenza, anche economica, da chi l’arte la crea, di chi la produce e per chi se ne nutre. Sì è parlato molto di proiezione, un tema che rientra in una visione legata proprio a un dato periodo ormai lontano, novecentesco, consumato e terminato. Cosa manca all’Abruzzo? Una immagine. Una immagine contemporanea e fluida, che sappia restituire quello che è accaduto ieri a L’Aquila, con quella proliferazione di idee, critica e continui stimoli, dibattiti, validi nella realtà, quanto nella virtualità.

Perché è vero che gli operatori decisivi possono creare una rete e risultati economici, ma senza l’aiuto di un centro che arriva da altre persone – l’ipotetico pubblico consapevole di chi è e di chi siamo – ogni lavoro è svolto a metà, l’economia non si smuove e non rigenera un mercato di risorse.

Come può avvenire questo nuovo rinnovamento?

Allo stato attuale i problemi maggiori sono legati alla Comunicazione, al come si divulga, e una Formazione inadeguata, cioè non calibrata al tipo del periodo che stiamo vivendo; sul come questa regione in ambito di contemporaneo può essere raccontata in una narrazione continua e non solo nei periodi estivi quando la programmazione è rivolta al turista.

Ma chi è il turista oggi? E come si può parlare di questa figura in epoca di performance? E come può tornare utile questa condizione per attrarre, creare mobilità, spostare l’attenzione su tutto il territorio?

Far sapere a chi vive qui e vuole arrivare qui, che esistono possibilità di vedere offerte culturali in tutto il periodo dell’anno è stato uno degli spostamenti di visione utili alla riflessione. In questo Paola Capata ha vinto, una donna forte della sua esperienza di gallerista, imprenditrice abituata al risultato. Lei osserva con curiosità i fatti di questa regione, ha proposto una sorta di ombrello: un segno, una forma, una immagine chiara di un arnese che ha una impugnatura che ieri abbiamo stretto un po’ tutti mentre Giacinto Di Pietrantonio, critico e curatore, con ironia e sagacia, anche politica, ha definito la linea dei colori da adottare.

Romeo e Giulietta #sergeipolunin #verona [#eventi]

arte, arte contemporanea, artisti, costume, cultura, danza, Donne, lavoro, libri, recensioni arte, salute e psicologia, società, spettacolo, Studiare, teatro, turismo, viaggi, vita

È passato più di un mese da quando sono andata a Verona. La scelta è avvenuta a luglio, nel momento in cui ho visto che erano disponibili i biglietti per la prima mondiale di Romeo e Giulietta con protagonisti Sergei Polunin e Alina Cojocaru.

Mi è successo pochissime volte negli ultimi anni di acquistare di getto un biglietto per uno spettacolo, come anche pensare di viaggiare da sola per il piacere di vedere qualcosa per il mio interesse senza traghettare qualcuno nell’oblio di evento di danza classica. Ho scelto di andare per per premiarmi di un traguardo raggiunto che per anni è stata una trappola. Ho capito che, in questi casi, un viaggio in solitaria, dopo una grande fine, permette di stabilire i propri equilibri, le proprie necessità, capire anche dove si può migliorare nell’adattarsi ai luoghi e alle nuove conoscenze.

Molte cose sono avvenute quel giorno, una delle più belle è stato arrivare al B&B e scoprire che la mia stanza non aveva la chiave. In pratica è accaduto che dopo una trattazione che è iniziata via web, sono scesa di prezzo col proprietario e ho dormito in un ambiente con bagno privato nel suo appartamento personale. Quello che mi ha trattenuto dalla fuga è stato l’alto punteggio dei feedback on-line sulla serietà del luogo, ma soprattutto la fiducia che in certi momenti scopro di avere ancora nei confronti del genere umano e della sua pulizia.

Tornando al tema di questo articolo, dico che visto milioni di volte il film di Buzz Lurhmann, altrettante quello di Franco Zeffirelli, studiato per il teatro la tragedia shakesperiana su vari volumi con doppia traduzione; visto dal vivo rappresentazioni minori. La curiosità di percepire con i miei occhi quanto due ballerini sarebbero riusciti a compiere su una storia così tormentata, nella nostra contemporaneità, rafforzata dalle musiche di Sergei Prokofiev è stata tanta a spingermi ad andare proprio nella città dove l’opera originale è stata ambientata dall’autore attorno al 1300.

Romeo e Giulietta di Johan Kobborg è stato uno spettacolo essenziale; a rafforzare il senso di contemporaneità il minimalismo della scenografia pensate dall’artista David Umemoto.

Nel mentre sono sorte tante questioni attorno a questo incontro culturale. Sergei Polunin è stato tacciato di omofobia per alcune sue dichiarazioni inappropriate sul mondo Gay – LGBT, cacciato dall’Opera di Parigi lo scorso febbraio per tali motivi. Mi ha fatto molto riflettere la sua posizione di appoggio a Putin e durante il mese di attesa della visione mi sono chiesta se fosse giusto, per la mia etica, partecipare.

Alla fine ho fatto una semplice supposizione: non condivido le dichiarazioni dell’artista, ma apprezzo il suo temperamento e la sua bravura, riescono a trasmettermi qualcosa che accrescere l’umanità. In che modo le sue posizioni avrebbero plagiato la mia visione del mondo e come avrei fatto a valutare se non avessi partecipato? E in che modo sarei corrotta?
Lo spettacolo è stato assistito da circa 10 mila persone paganti che hanno applaudito per circa 15 minuti. L’entusiasmo, nell’attesa dell’evento, è stato altissimo fino alla fine, dove io in molti hanno chiamato i ballerini a gran voce per vederli uscire di nuovo, tanta era l’emozione trasmessa.

A questo punto occorre altro?

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Chiesa di Sant’Elena – Scavi archeologici – Battistero di San Giovanni in fonte – Verona – #viaggi [#turismo]

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Come ho già detto la settimana scorsa, eccomi a parlare della Chiesa di Sant’Elena situata nella zona del vescovado, proprio dietro la Cattedrale Matriarcale di Santa Maria Assunta. Per accedere a questo spazio è necessario pagare un biglietto di ingresso di 3 euro, una volta entrati, presenta un’area dedicata al battistero e una agli scavi archeologici.

Nel girare da sola ho invertito gli ingressi; mi sono ficcata in una via che mi ha portato alla visita di un piccolo chiostro scoperto per caso. La fortuna è stata di beccare una bellissima giornata di sole ed essere in quella area prima delle ore 10 del mattino; il verde brillante è stato una benedizione per l’armonia della mia ultima giornata di visita nella città.

La chiesa di Sant’Elena era un passaggio coperto che collegava al cattedrale alla area riservata dei canonici. Esiste un piccolo altare ricavato dalla pietra che presenta una Madonna in trono con bambino e i santi. La cosa più interessante di questa zona è un osso in legno – presumibilmente di balena – situato proprio sopra questa rappresentazione sacra; secondo fonti ascoltate dalla piccola audio-guida era una pratica della tradizione antica e usato come segno benaugurante, curativo e di protezione.

Il Battistero di San Giovanni in Fonte è di periodo longobardo, ha resti di affreschi di epoca medievale e una fonte battesimale ottagonale ricavata da un unico blocco marmoreo del XII secolo. È considerato uno dei capolavori della scultura romanica.

La mia esperienza a Verona mi ha arricchito e vorrei tornarci di nuovo per visitare quegli spazi che ho sottratto al mio volere per questioni di tempo. Qualcuno di voi la conosce bene? suggerimenti?
Ho assaggiato i bigoli al sugo di anatra: che spettacolo!

https://www.chieseverona.it/

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La Basilica di San Zeno, Verona #viaggi #andreamantegna [#turismo]

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Poche settimane fa, in occasione di un evento in Arena, sono stata a Verona per circa due giorni. Sono partita senza un piano e trovarmi a decidere cosa vedere direttamente lì, in città. Ho preso una guida cartacea ben fatta, trovata dai suggerimenti sul web e ho scoperto grazie all’aiuto del proprietario del B&B spazi che non avevo vagliato per niente. Tra le mie mete c’era la possibilità di visitare delle chiese, ma non di cerco la Basilica di San Zeno, protettore della città.

Sono arrivata in questo luogo costeggiando l’Adige, a mezz’ora dalla chiusura, con un’ora scarsa di tempo per cenare e prepararmi per andare a vedere lo spettacolo. Non mi ha entusiasmato tantissimo, devo dire la verità, l’architettura Romanica manca sempre di qualcosa rispetto a quella Gotica francese – quest’ultima per me è più viva e intensa. Di questa chiesa ho scoperto che la nuova sede fu inaugurata alla presenza di Pipino, il figlio di Carlo Magno, l’8 dicembre 806 e costruita la nuova facciata e il rosone attorno ai primi anni del 1200.

Tra le cose più interessanti da scoprire: la statua di San Zeno che ride, marmorea e policroma, con un piglio sul viso inusuale. La cappella maggiore dove è posto un trittico attribuito ad Andrea Mantegna: una pala di altare che rappresenta una Sacra conversazione tra la Vergine e i santi. La base di questo lavoro è stata trafugata in epoca napoleonica e trasferite in Francia, da noi è possibile vedere alcune copie che raccontano alcune storie della narrazione biblica: Orazione nell’orto, la Crocifissione e la Resurrezione.

Il chiostro è stata la zona dove mi sono soffermata di più, complice l’ora del tramonto che faceva esaltare il colore verde del prato e il colonnato scisso tra archi a tutto sesto e a sesto acuto. L’area è accerchiata da monumenti sepolcrali provenienti da altre chiese e dal Sacello di S. Benedetto, un ambiente a pianta quadrata coperto da 9 volte a crociera.

La prossima settimana sarà riservata alla imponente Cattedrale Matriarcale dedicata a Santa Maria Assunta.

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Tito e gli alieni - Paola Randi, 2017

Tito e gli alieni – Paola Randi #film [#recensione]

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Ho scelto di vedere Tito e gli alieni di Paola Randi grazie alla presenza di Valerio Mastandrea.  Il film ha partecipato al Torino Film Festival come lavoro indipendente e il suo genere è di una commedia fantascientifica.

La storia narra le vicende di un professore che si trova negli Stati Uniti per una grossa ricerca commissionata dal governo americano. La sua vita è appiattita da mille fallimenti e ricondotta a una immotivata situazione di stand-by su un divano piantato in mezzo al deserto, proprio accanto all’Area 51. A cambiare le carte in tavola un messaggio dal fratello che sta per morire.

E’ un lavoro di grande poesia, sfrutta l’espediente degli alieni, della storia del cinema, per mostrare l’irresistibile potenza di semplici ragazzi che arrivano e vogliono vivere il loro tempo.

L’uso delle tecnologie non è quello recente, il mondo raccontato dalla regista – seppure è l’oggi – è di un meccanismo vecchissimo di schermi provenienti da un’epoca fa, vicina agli anni ’80 e ’90, nelle dimensioni di uno stargate. L’uso della fotografiasi presenta come strumento di mediazione.  Ad esempio, uno dei nipoti, per tornare a parlare con il padre e sopravvivere a questa assenza, la sfrutta come fosse un moderno telefono nel ricercare un dialogo.

Il film entra in dimensione contemporanea quando viene messo in atto l’ologramma che è il risultato della ricerca scientifica; ci accontenta e stupisce, come una vecchia pellicola capace di ricostruire una memoria, ma è lontana dal suono, che rimane uno dei nostri oggetti custodi su cui si può ancora continuare a giocare a immaginare.

A me è piaciuto, semplice, diretto, senza pretese e con molta ironia.

Tito e gli alieni - Paola Randi, 2017 (manifesto)jpg

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Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut #audiolibro #libri [#recensione]

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Anche in questo caso, come quello della scorsa settimana dedicato ad Alan Bennett, ho ascoltato un artista che questo blog ha recensito un po’ di tempo fa. Non molti amano Kurt Vonnegut, scrittore americano diretto e incisivo, lontano dalle solite romanzate che stracciano l’anima fino a ridurla in brandelli e adatto a chi è abituato a ritmi veloci come quelli giornalistici.

Quando siete felici fateci caso è un audiolibro ha una durata di circa 3 ore ed è una raccolta di interventi che l’autore ha proposto agli studenti delle più prestigiose università americane durante varie cerimonie di laurea. Discorsi che più che incoraggiare sfruttano questa occasione per compiere delle denunce motivate a scardinare il pensiero critico di chi si trova, da quel giorno in poi, a conoscere una realtà completamente nuova da cui ricominciare ad avere responsabilità.

Quello che accade ascoltando la lettura a cura di Edorardo Siravo è capire ancora una volta quanto Vonnegut fosse interessato al concetto di comunità. Il suo punto di vista mostra quanto il valore attorno al proprio vissuto sia centrale rispetto a tutto il resto. Racconta di come è fondamentale la messa in discussione delle dichiarazioni degli uomini di scienza, religione e di tutto quello che è delineato a incidere sui singoli individui in relazione ai comportamenti degli altri.

Più volte torna, come custode, il tema biblico del Discordo della montagna, ma anche le lezioni dei suoi veri maestri, la rinuncia, l’impossibilità di ottenere una laurea in antropologia dopo il rientro dalla Seconda Guerra Mondiale, la sua capacità di affermare la vita senza nascondere le tragedie familiari, la messa in discussione dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America e tutto quello che è già manifesto in  Mattatoio n. 5 e Uomo senza patria, i due libri che di cui ho parlato diversi anni fa, agli albori del blog.

Non mi sento di dire che è uno dei suoi testi che mi ha colpito di più, ha rafforzato l’idea coerente che ho della sua filosofia di vita.

Quando siete felici, fateci caso: Edizione (molto) ampliata – Kurt Vonnegut
Letto da Edoardo Siravo
Storieside, 2018 | Minimum Fax, 2017
https://amzn.to/2UxvYrK

 

Quando siete felici, fateci caso: Edizione (molto) ampliata - Kurt Vonnegut, Minimum Fax, 2017 - Storyside, Storytel -ph. Amalia Temperini

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#Eventi culturali #turismo #2018

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Ultimo di questa serie di articoli è quello dedicato agli eventi culturali che ho ricercato e ai quali ho partecipato:

  1. Aranzulla day con Salvatore Aranzulla, Auditorium Antonianum, Roma – Recensione
  2. Henri Cartier – Cartier Bresson. Fotografo a cura di Denis Curti,
    Mole Vanvitelliana, Ancona – Recensione
  3. The Florence Experiment. Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  4. Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  5. Casa Buonarroti, Firenze – Recensione
  6. Marina Abramovič. The Cleaner a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione.

Non recensite:

  1. Duomo di Arezzo per l’affresco della Maddalena di Piero della Francesca
  2. Chiesa di San Domenico di Arezzo per il Crocifisso ligneo di Cimabue
  3. Basilica di San Francesco di Arezzo per La Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca
  4. Fortezza Medicea – Arezzo
  5. Figline Valdarno, Firenze
  6. Sarà presente l’artista. #0 Matteo Fato a cura di Simone Ciglia, Palazzo Clemente, Castelbasso (TE)
  7. Ripattoni in Arte, Teramo
  8. Fabio Mauri. 1968 – 1978 a cura di Laura Cherubini, Palazzo De Sanctis, Castelbasso (TE)
  9. Still of peace and every day life. Italia – Marocco:
    Fatiha Zemmouri – Materia Prima a cura di Paolo De Grandis, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE); Alberto Di Fabio – Infinitamente, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE) a cura di Antonio Zimarino; Amazigh: Berberi del Marocco di Luciano D’Angelo a cura di Sandra Fiore
  10. Rivestiti di incorruttibilità – I busti reliquiari della raccolta capitolare a cura di Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri (TE)
  11. Marco Fulvi – Effigi, Museo Capitolare di Atri (TE)
  12. Giuseppe Stampone. Precipitato Formale, Eduardo Secci Gallery, Firenze.
  13. Per Fabio Mauri. L’Aquila 1979 | 1999, Accademia di Belle Arti L’Aquila (AQ)
  14. SAM JYU ZI SEOI / A heart like still water di Bruno Cerasi, Libreria La Cura, Roseto degli Abruzzi (TE)
  15. Dalle stelle in una grotta. Le natività di Annunziata Scipione a cura di Valentina Muzii e Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri.

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#Film visti nel #2018

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Dopo la sezione dei libri, mi faccio avanti con i film visti nel 2018, sono molto pochi rispetto agli scorsi anni. Ho meno tempo e sono poco interessata alle uscite cinematografiche:

  1. Wonder di Stephen Chbosky – Recensione
  2. 120 battiti al minuto di Robin Campillo – Recensione
  3. The shape of water di Guillermo del Toro – Recensione
  4. Sono tornato di Luca MinieroRecensione
  5. Il filo nascosto di Phantom Thread di Thomas Anderson – Recensione
  6. Manifesto di Julian Rosefeldt – Recensione
  7. The Square di Ruben Östlund – Recensione
  8. Easy – un viaggio facile facile di Andrea Magnani – Recensione
  9. 45 anni di Andrew Haigh – Recensione
  10. PIIGs di Adriano Cutraro, Federico Grego, Mirko Melchiorre – Recensione [Documentario]
  11. Appuntamento per la sposa di Rama Burshstein – Recensione
  12. Sulla mia Pelle di Alessio Cremonini – Recensione
  13. Michelangelo. Infinito di Emanuele Imbucci – Recensione
  14. The Neon Demon di Nicolas Winding Refn Recensione

Non recensiti:

  1. Woodshock di Kate e Laura Mulleavy (2017)
  2. Madre! di Darren Aronofsky (2017)
  3. Bird box di Susanne Bier (Netflix, 2018)

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Un labirinto di libri (Getty Images)

#Libri letti, recensiti e non terminati. [Lista #2018]

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Ecco un resoconto sul 2018. Inizio con i libri letti e recensiti, quelli rimasti in un limbo e i non terminati:

  1. Una vita quasi perfetta di Michelle Hunziker
    (Mondadori, 2017) Recensione
  2. Il dono del Silenzio di Thich Nhat Hanh
    (Garzani, 2015) Recensione
  3. Presidente degli esorcisti. Don Gabriele Amorth di M. Angela Musolesi (Shalom, 2010) Recensione
  4. Chi sono i terroristi suicidi di Marco Belpoliti (Guanda, 2017) Recensione
  5. Lealtà di Letizia Pezzali
    (Einaudi, 2018) Recensione
  6. Il metodo Aranzulla di Salvatore Aranzulla
    (Mondadori, 2018) Recensione
  7. La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
    (Adelphi, 2018) Recensione
  8. Cartier -Bresson, Germania, 1945 di Jean-David Morvan e Sylvain Savoia (Contrasto, 2017) Recensione
  9. Creiamo cultura insieme di Irene Facheris
    (Tlon, 2018 ) Recensione 
  10. I racconti dell’ancella di Margaret Atwood
    (Ponte alle Grazie, 2004) Recensione

Letti e non recensiti:

  1.  Il grande inquisitore. Fëdor Michajlovič Dostoevskij 
     (Salani, 2016)
  2. Il sessantotto sequestrato : Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni di Guido Crainz (Donzelli, 2018)
  3. Macerie Prime di Zerocalcare
    (Bao publishing, 2017)
  4. Macerie prime. Sei mesi dopo di Zerocalcare
    (Bao publishing, 2018)
  5. Matrigna di Teresa Ciabatti
    (Solferino, 2018)
  6.  L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso
    (Editori Laterza, 2018)

Non terminati:

  1. Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati (Feltrinelli, 2017)
  2. Maus di Art Spiegelman
    (Einaudi, 2000)
  3. Grande era onirica di Marta Zura-Puntaroni
    (Minimum fax, 2017)
  4. Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2018)
  5. Trattato dell’empietà di Manlio Sgalambro
    (Adelphi, 1987)
  6. La fine dello shopping on-line. Il futuro del commercio in un mondo sempre connesso di Winand Jonge (Hoepli, 2018)
  7. Instagram marketing. Stategie e regole nell’influencer marketing di Ilaria Barbotti (Hoepli, 2018)
  8. Perchè. Le sfide di una donna oltre l’arte di Lucrezia De Domizio Durini (Mondadori, 2013)


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Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci, 2018 (ph. presa da Sky tg 24)

Michelangelo – Infinito di Emanuele Imbucci #film [#recensione]

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Di ritorno da lavoro, una settimana fa, mentre passavo per una consegna in città, ho visto che era ancora disponibile in una delle sale che frequento il film di Emanuele Imbucci, Michelangelo – Infinito (SKY/Lucky Red 2018).

La pellicola affronta la storia dell’arte italiana con un focus su Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564); restituisce un valore al suo lavoro che ispira la pianificazione di viaggi e scoperte in quelle aree dove l’artista è intervenuto a creare il suo percorso di vita professionale.

Quello che colpisce è la caparbietà unita allo spirito di sacrificio. È noto alle cronache che l’artista avesse un carattere irascibile, un elemento che cammina di pari passo alla sua bravura, al senso di decisione nelle trattative con i suoi committenti, al desiderio di onnipotenza e di ricerca su qualcosa che si facesse sublime attraverso la pittura e la scultura.

L’intensità del montaggio riflette tutto questo e permette allo spettatore di immergersi nei dettagli delle opere in una maniera totalizzante; a supporto arriva l’uso della musica che connota la profondità del racconto, tanto da chiedersi – più volte – durante tutta la visione, se si è sottoposti a un documentario, una biografia o a un mix tra le due cose. Il punto più alto si raggiunge nella descrizione pensata per il Monumento Funebre dedicato a papa Giulio II che si trova a San Pietro in Vincoli a Roma, realizzato agli inizi del 1500.

Buona parte della riflessione di Michelangelo, interpretato da Enrico Lo Verso, si svolge in un dialogo che è un flusso di coscienza da trasmettere a chi guarda. Un monologo che mostra il senso di impotenza, di oppressione e rabbia che si manifesta dentro quel luogo dove lui sceglie il materiale più adatto per ricavare i suoi lavori: le cave di marmo di Carrara.

La ricerca della propria spiritualità è l’espiazione di qualcosa a cui si cerca di dare parola – una verità – con il proprio operato di artista. Lo scenario è povero, misero, freddo e raffigura i costanti limiti dell’uomo nella sua relazione con la natura. L’attualità è nella raffigurazione voluta dal regista ed è centrale la composizione delle sequenze dove l’acqua, come specchio, incastra e dimostra che per superare i propri limiti bisogna avvicinarsi all’armonia dell’eterno – o come dice il sottotitolo del film – a un infinito. La traduzione è una perfezione dannata che prende voce in una sofferenza ricavata nell’incarnato della scultura e in uno stile pittorico che segna i lineamenti di corpi marcati e di espressioni feroci e concentrate.

In questo caso, la pellicola è vicina a ciò che Amir Naderi cercava di manifestare con il suo profondo progetto uscito nel 2016, Monte, un’opera filosofica in cui il protagonista prosegue imperterrito a scavare la montagna che ostacola la visuale sulla terra che lo ha visto crescere.

Una nota dolente – secondo il mio punto di vista – è stata la recitazione di Enrico Lo Verso nei panni di Michelangelo, in questo particolare caso sottotono rispetto alla sua bravura, mentre l’intensità trasmessa da Ivano Marescotti, nelle vesti di Giorgio Vasari – narratore, biografo e storico dell’arte rinascimentale – è di tutt’altro trasporto.

Molte sono le tematiche da approfondire e non basta un post su questo blog a delineare tutto: la spiritualità, l’omosessualità in una descrizione velata accostata al concetto di giudizio, ma soprattutto il non finito, chiave guida di questa arte straordinaria.

Il film sarà di nuovo proiettato nelle sale il 19 e 20 novembre grazie al grande successo ottenuto.

Manifesto, Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci (SKY/Lucky Red 2018)

Sito ufficiale:
www.michelangeloalcinema.it

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