Chernobyl, HBO e Sky, 2019

Chernobyl #serietv #recensione

attualità, cinema, costume, cultura, giovedì, gossip, politica, quotidiani, rumors, Serie tv, società, streaming, televisione, vita

Eccomi qui dopo una pausa lunga più di un mese dove – nonostante il caldo asfissiante – ho continuato a seguire le serie tv sulle varie piattaforme streaming.

Chernobyl è una di quelle che ha catturato la mia attenzione, non solo per il grande parlare che se ne è fatto in rete, ma per capire cosa c’è dietro tutto questo mondo ancora da scoprire su un fatto storico troppo recente per essere compreso nella sua totalità.

Inutile dire che si parla di eroi, di figure che hanno sacrificato la propria vita a discapito di un incidente avvenuto nell’aprile del 1986. Non è tanto il problema delle scorie a venir fuori, dei danni di salute che ci portiamo avanti da più di trent’anni, quanto il lato umano di chi ha compiuto scelte professionali che implicano un valore etico che si intreccia alla situazione politica di quel tempo.

Quello che emerge è una crudeltà estrema di fatti avvenuti per un errore umano, situazioni che hanno coinvolto migliaia di persone e sulla pelle si è contributo a costruire un messaggio che ha nascosto verità atroci per lungo tempo. Siamo ancora negli anni nella ex Unione Sovietica, il muro di Berlino non era ancora caduto, tante situazioni erano manipolate a seguito del regime propagandistico comunista; si è davanti a uno dei più grandi incidenti nucleari al mondo – almeno per quegli anni; a una grande perdita di esseri umani e a un aumento esasperato di malattie di ogni tipo.

La serie sembra suggerire che l’Europa è stata salvata a seguito di un gruppo di professori che hanno deciso di portare avanti la volontà della Accademia, di affermare che la scienza ha un valore centrale all’interno di questi meccanismi dove la coscienza sembra posta in secondo piano rispetto all’apparenza da mantenere.

Quello che cattura l’attenzione è infatti la capacità di una nazione di permettere l’accessibilità allo studio e riconosce che i migliori possono contribuire alla risoluzione di un problema. Il danno maggiore? Affermare la propria posizione vuol dire assumersi di essere il rischio di essere escluso, isolato e senza più funzioni. Il prezzo da pagare per essere coerente con la propria esistenza.

La serie è molto dura, le immagini sono fortissime.
La consiglio poiché molto veritiera, la sconsiglio a chi è estremamente sensibile a immagini molto dirette e crude.

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The rain 2, Netflix, 2019

The Rain – stagione 2 #serietv [#recensione]

costume, cultura, giovedì, Narcisismo, natura, salute e psicologia, Serie tv, società

Avevo già parlato tempo fa di The Rain, proprio su queste pagine, alcuni mesi fa. La seconda stagione è arrivata più prorompente. La storia parla di una improvvisa pioggia che colpisce la Danimarca, uccide tutti coloro che la beccano in pieno. Quello che si vede è una società sterminata dove rimangono alcuni redivivi a combattere per sopravvivere, tra cui un ragazzo al quale è stato impiantato un virus per vedere se questa malattia che porta addosso potesse essere debellata in qualche modo attraverso una cura portata avanti dal proprio padre.

La seconda stagione è la prosecuzione di questo progetto con una visione più aspra.  Il dato interessante è come è costruito il dialogo tra l’uomo e le piante, di come queste ultime siano le uniche a resistere agli attacchi umani ed adattarsi a queste sperimentazioni progettate dagli scienziati. Non è certo una storia che esprime gioia e risate, ma è adatta a chi è appassionato al genere fantascientifico. I protagonisti sono sempre i due fratelli: la sorella che si trova a proteggere un ragazzo infuriato a causa della sua condizione e diversità, senza genitori, al quale ogni volta muore quella che potrebbe essere la sua compagna ideale e di vita.

Rispetto al primo giro di puntate, questa seconda parte dimostra come si possa essere accompagnati da qualcuno che vuole per forza starci vicini, ma il vero viaggio è necessario solo se fatto in solitaria. Ma questo vale anche per chi resiste agli attacchi violenti di una sparatoria in pieno petto ed è consapevole del grado di male che può compiere con la sua rabbia alla natura e all’uomo?

Dalla stagione 3 – forse – avremo una risposta.

 

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You, Netflix, 2019

You #serietv #netflix [#recensione]

amore, attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, social media, società, streaming, televisione, vita

In questo blog si è parlato spesso di narcisismo, almeno nel periodo che ha attraversato la mia vita tra il 2015 e il 2017. Tanto è stato il tempo per riprendermi da una brutta ferita. Vedere questa serie mi ha permesso di capire ancora una volta che le vie delle forme manipolatorie sono infinite e assumono, in base al contesto, segmenti indefiniti per poterli ridurre a una chiacchiera da bar senza valore che prende forma, in questo caso, in un racconto a puntate.

You narra il punto di vista di uno stalker. Il suo intreccio è una relazione che lega amore, odio e amicizia, alla cui base esiste una idea di punizione.

You (serie tv), Netflix, 2019

Le vicende del protagonista sono quelle di un ragazzo che replica il suo comportamento: quello che ha subito da bambino quando veniva rinchiuso in un box di vetro per imparare alla perfezione la professione di libraio/rilegatore. Da qui parte il trauma, cioè la sua concenzione di amore, nella salvezza – a tutti i costi – di una preda che ha scelto di inserire in una lista dove rientrano quelle donne che per lui sono capaci di dare trasporto, ma soprattutto, hanno riservato a lui, il tempo di uno sguardo gentile.

Basta questo semplice meccanismo per cadere in una rete illusoria di perfezione. Perseguire in modo indisturbato la presunta vittima con la tecnica tradizionale dei pedinamenti, sapere, con gli strumenti messi a disposizione dalla rete, chi è l’altro, cosa fa, chi frequenta, quando, come e in che modo, per farsi trovare pronto e preparato per giocare di anticipo nella costruzione di mosse per intrappolare il soggetto prediletto. In certi momenti sembra di rivedere alcune scene in chiave soft di Girl Gone – il film di David Fincher – con qualche intermezzo alla Hannibal lecter, per questo il suo profumo è familiare e per niente innocente.

You (serie tv) Netflix, 2019

Il finale apre a una seconda stagione, ma già terminare la prima è un atto di coraggio. I cliché rendono l’intera visione banale e toccano punte di ilarità massima. Parlo di come, a un certo punto, subentra un secondo stalker che si inserisce nella dimensione della storia principale in una concatenazione di eventi che sembra suggerire allo spettatore la visione paranoica secondo la quale tutti siamo potenzialmente maniaci o perseguitati da qualcuno grazie all’uso dei social che governano i nostri ruoli nella società, nel mentre però, gli stalker se la prendono con gli stalker, i maniaci coi maniaci e le vittime in attesa del loro prefigurato destino.

Chi ha ucciso Laura Palmer?

Credo sia una delle questioni che ha attanagliato la mente di chi ha seguito le vicende di quella la donna trovata morta e avvolta in una cerata generata dalla sceneggiatura scritta da Mark Frost e David Lynch in quel capolavoro che fu I segreti di Twin Peaks. You, invece, parte dai libri e termina con un libro. Da scrittori che hanno segnato l’immaginario verso una scrittrice la cui identità è una voce posta in secondo piano in questo puzzle ancora da terminare e dove chi subisce il possesso rimane incastrato in una maledetta trappola di desiderio.

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#Eventi culturali #turismo #2018

arte, artisti, attualità, collezionismo, costume, cultura, eventi, fotografia, fumetti, giovedì, lavoro, leggere, letteratura, libri, recensioni arte, religione, società, spettacolo, spiritualità, Studiare, teatro, turismo, viaggi, vita

Ultimo di questa serie di articoli è quello dedicato agli eventi culturali che ho ricercato e ai quali ho partecipato:

  1. Aranzulla day con Salvatore Aranzulla, Auditorium Antonianum, Roma – Recensione
  2. Henri Cartier – Cartier Bresson. Fotografo a cura di Denis Curti,
    Mole Vanvitelliana, Ancona – Recensione
  3. The Florence Experiment. Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  4. Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  5. Casa Buonarroti, Firenze – Recensione
  6. Marina Abramovič. The Cleaner a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione.

Non recensite:

  1. Duomo di Arezzo per l’affresco della Maddalena di Piero della Francesca
  2. Chiesa di San Domenico di Arezzo per il Crocifisso ligneo di Cimabue
  3. Basilica di San Francesco di Arezzo per La Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca
  4. Fortezza Medicea – Arezzo
  5. Figline Valdarno, Firenze
  6. Sarà presente l’artista. #0 Matteo Fato a cura di Simone Ciglia, Palazzo Clemente, Castelbasso (TE)
  7. Ripattoni in Arte, Teramo
  8. Fabio Mauri. 1968 – 1978 a cura di Laura Cherubini, Palazzo De Sanctis, Castelbasso (TE)
  9. Still of peace and every day life. Italia – Marocco:
    Fatiha Zemmouri – Materia Prima a cura di Paolo De Grandis, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE); Alberto Di Fabio – Infinitamente, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE) a cura di Antonio Zimarino; Amazigh: Berberi del Marocco di Luciano D’Angelo a cura di Sandra Fiore
  10. Rivestiti di incorruttibilità – I busti reliquiari della raccolta capitolare a cura di Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri (TE)
  11. Marco Fulvi – Effigi, Museo Capitolare di Atri (TE)
  12. Giuseppe Stampone. Precipitato Formale, Eduardo Secci Gallery, Firenze.
  13. Per Fabio Mauri. L’Aquila 1979 | 1999, Accademia di Belle Arti L’Aquila (AQ)
  14. SAM JYU ZI SEOI / A heart like still water di Bruno Cerasi, Libreria La Cura, Roseto degli Abruzzi (TE)
  15. Dalle stelle in una grotta. Le natività di Annunziata Scipione a cura di Valentina Muzii e Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri.

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#SerieTv2018

attualità, costume, cultura, giovedì, politica, quotidiani, religione, rumors, salute e psicologia, Serie tv, società, spiritualità, streaming, televisione

Ho avuto un po’ di resistenza ad attivare Netflix, ma dopo averlo fatto – a quasi metà dell’anno 2018 – ho scoperto una infinità di cose nuove che mi hanno portata anche su Tim Vision e Hulu:

  1. La casa di carta di Álex Pina (Netflix, 2018) – Recensione
  2. Girl Boss di Kay Cannon (Netflix, 2018) – Recensione
  3. The end of f***ing world di Jonathan Entwistle (Netflix, 2018) – Recensione
  4. Insatiable di Lauren Gussis (Netflix, 2018) – Recensione 
  5. Follow this di Buzzfeed News – prima stagione (Netflix, 2018) – Recensione
  6. Hill house di Mike Flanagan (Netflix, 2018) – Recensione

Non recensite:

  1. Santa Clarita Diet di Victor Fresco – Stagione 1 e 2 – (Netflix, 2017-18)
  2. Chewing gum di Tom Marshall – Stagione 1 e 2 – (Netflix, 2016/17)
  3. Dark tourist di David Farrier, Paul Horan (Netflix, 2018)
  4. 1983 di Olga Chajdas, Agnieszka Smoczynska, Kasia Adamik, Agnieszka Holland (Netflix, 2018)
  5. L’amica geniale di Saverio Costanzo (Rai, Tim Vision, HBO, 2018)
  6. Baby di Andrea De Sica e Anna Negri (Netflix, 2018)
  7. Black Mirror: Bandersnatch di David Slade (Netflix, 2018)

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Marina Abramović Rhythm 0 1974, Marina Abramovic. The Cleaner, Palazzo Strozzi, Novembre 2018 ph. Amalia Temperini

Marina Abramović. The Cleaner #marinaflorence #palazzostrozzi #mostre [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, eventi, giovedì, Narcisismo, recensioni arte, società, turismo, viaggi

Come dicevo due articoli fa, nel mio ultimo viaggio a Firenze ho effettuato alcune tappe, tra queste anche il super-classico passaggio a Palazzo Strozzi dove si sta svolgendo Marina Abramović. The Cleaner, la prima retrospettiva italiana dedicata a una delle figure più controverse dell’arte contemporanea mondiale.

La mostra ha un corpus di circa 100 opere organizzate in fotografie, installazioni, pittura, video e archivi che focalizzano il suo centro nel concetto di re-performance. Il coinvolgimento di giovani artisti sostiene e replica esperienze che ruotano attorno all’idea di desiderio, morte e ideologia. La visita, nella sua totalità, permette di attraversare la storia e la narrazione di una figura dotata di una personalità che ha rivoluzionato il concetto di performance con l’esposizione del proprio corpo a torture estreme, per comprendere le potenzialità e i limiti dell’umano, dagli anni ’70 in poi.

Poche sono le cose che colpiscono veramente, rare le emozioni, tutte concentrate in quelle esperienze dove il mito è richiamato da codici appartenuti a una impostazione politica. Tra le sale più potenti quella dedicata a Count on Us (2004). In questo ambiente i video raccontano la storia di un coro di bambini orchestrato come una prefigurazione basata su un fatto politico reale e manifestato in modo ironico dall’artista. Marina Abramović struttura questa azione come gesto di rifiuto per le azioni ONU avvenute durante la guerra in Kosovo e sfrutta – a suo modo – le buone speranze di un compositore jugoslavo che scrisse un inno a una scuola dedicata alle Nazioni Unite in virtù di promesse – mai mantenute – proprio da quell’organismo sovranazionale.

Questo lavoro è l’unico racchiude una esperienza ancora viva. Inizia e finisce come un ciclo di vita, con la sostanziale differenza che fuori dal coro esistono due ragazzini che in maniera radicalizzata esternano un senso appartenenza a qualcosa che emana una grande passione e un senso di orgoglio sfrenato visibili dalla comunicazione non verbale e dallo sforzo del canto. Un lavoro attualissimo che evidenzia in un unico risultato l’inizio e la fine di un ciclo impiantato sull’idea reale o falsificata di libertà.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle. Con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Regione Toscana, Associazione Partners Palazzo Strozzi. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Sponsor Unipol Gruppo.

Marina Abramović. The Cleaner
Firenze, Palazzo Strozzi 21 settembre 2018-20 gennaio 2019
#marinaflorence; #abramovicitaly #marinabramovic

https://www.palazzostrozzi.org/

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Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, Ponte alle grazie, 2004

Il racconto dell’ancella – Margaret Atwood #libro [#recensione]

costume, cultura, Donne, giovedì, gossip, marketing, Narcisismo, politica, quotidiani, recensioni arte, religione, rumors, Serie tv, società, spiritualità, vita

Ho iniziato a leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie, 2004) alcuni mesi fa, portato avanti con molta calma, senza pretese, in queste settimane. Si tratta di una narrazione nella quale la centralità del corpo femminile è totale, dove il ruolo di un sistema monoteocratico mostra quanto repressiva può essere la punizione se si commettono errori nel provare a forzare le regole.

Siamo negli Stati Uniti in un futuro devastato dalle radiazioni, dove regna sovrana la repressione in una società che ha un tasso di natalità pari allo zero e dove la guerra pone al centro le ancelle come uniche cose utili a procreare per restituire la giusta dimensione a una razza che sta perdendo i suoi reali valori di appartenenza.

Handmaids tale, serie tv, Hulu, 2017

In questo tipo di comunità esiste un’idea di un unico Dio che sottopone a giudizio chi si oppone alle suppliche richieste, a quelle ritualità che sono uno schema voluto da uomini che comandano nel regime totalitaristico della Repubblica di Galaad.

Difred è la protagonista, la sua vera identità è stata annullata, racconta in modo frammentato la storia della propria madre nella battaglia dei diritti civili in favore delle donne in piena epoca femminista, allo stesso tempo il confronto con se stessa, di come lei, conscia di questi rimandi, abbia fallito e cancellato quegli argomenti con l’adesione forzata a un programma voluto da organi capaci di mettere al loro centro il controllo in una rete che unisce potere e sessualità.

Handmaids Tale, serie tv, Hulu

Il libro mostra lo sfruttamento dei corpi, una mercificazione nella quale si osservano le potenzialità di una carne che si fa oggetto. Per tutta la lettura si è guidati da un senso di oscillazione che appartiene ai pensieri di quel mondo apparentemente lontano vissuto dal personaggio principale in una vita precedente. In queste pagine si attraversa una condizione di immobilità e di puro stordimento che si rivelano in figure femminili classificate tra meritevoli, non meritevoli e scarti.

Ci sono molti aspetti interessanti: uno è l’impostazione di metodo basato sulla ricerca storica. Ci si chiede quale siano gli scopi, le interpretazioni volute dagli studiosi nella ricostruzione di quegli eventi; allo stesso tempo si rivaluta la potenzialità del libero arbitrio. Vivere, farsi ricostruire da persone che appartengono a un accademia datata 25 giugno 2195, con la giusta ironia, una dose massiccia di spietatezza, che turbano una lettrice fino a farle chiedere se questa rappresentazione di futuro sia davvero così lontana dalla realtà che si sta attraversando.

Qualcuno ha visto la serie tv?

Margaret Atwood, Il racconto dell'ancella, Ponte alle Grazie, 2004

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte alle Grazie, 2004
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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Ruma Burshtein(2016)
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120 Battiti al minuto di Robin Campillo #film #aids [#recensione]

amore, attualità, cinema, costume, cultura, film, giovedì, pubblicità, società, vita

Francia anni ’80, epoca Mitterand, il gruppo ACT UP Paris è intenzionato a spedire una serie di cartoline al presidente della Repubblica per denunciare la morte di un militante. In quel momento, in quel paese, il numero di malati di AIDS è il più alto d’Europa e la diffusione di conoscenza sulla malattia è scarsissima. Lo scopo è creare una campagna di prevenzione in una missione valida quanto le azioni di disturbo contro le istituzioni che si dimostrano assenti, arretrate rispetto a un problema che avanza sotto gli occhi di tutti come un percorso di un fiume insanguinato a una velocità strepitosa.
120 Battiti al minuto è un film diretto dal regista Robin Campillo uscito nel 2017 che racconta un momento storico definito, attraverso un intreccio costruito attorno a una storia di amore e morte, lotta e condivisione. E’ una produzione che ha come tema la salute e l’omosessualità è un espediente inserito come elemento che serve a potenziare l’avanzamento di un diritto di cura rivolto a di tutti.
Negli anni ’90 il film Philadelphia diretto da Jonathan Demme aveva trattato l’argomento dal punto di vista del lavoro. Il protagonista era unico e interpretato da Tom Hanks. Nel 2013 Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée con Jared Leto e Matthew David McConaughey parlava di personaggio dai tratti border, eccessivo in molte delle sue cose. In 120 Battiti la storia è semplice, di chi ha avuto il primo rapporto sessuale senza protezione in età adolescenziale, maturata in una cotta con professore di matematica del liceo, sposato e sieropositivo. Il cuore del film inizia con le testimonianze di chi scopre cosa è il Sarcoma di Kaposi.

La proverbiale lentezza di un progetto francese impegnato mantiene l’argomento e il discorso sulla passione rimane aperto quasi quanto quello sulla libertà di coscienza e di scelta.

In Italia perché non si parla mai di HIV? Quali sono le statistiche che mostrano il progresso di questa sindrome?Quante e quali sono le campagne marketing che si ricordano? Senza ombra di dubbio io sono rimasta allo spot dei profilattici Control.
Quale è il vostro punto di vista sulla nostra situazione?

120 Battiti al Minuto di Robin Campillo (Francia, 2017)

120 Battiti al minuto di Robin Campillo
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Altri film citati:

Philalphia di Jonathan Demme (1993)
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Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée (2013)
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Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio #Garzanti #libri [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, leggere, letteratura, libri, poesia, politica, quotidiani, salute e psicologia, società, spiritualità

Il dono del silenzio è un libro importante di Thich Nhat Hanh. L’attivista autore, fautore di pace, racconta molti aneddoti e si sbilancia su una riflessione lontana da noi, da questa contemporaneità dove è difficile accettare la calma del proprio essere connesso alle cose.

Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti, 2015Un esempio importante è dedicato a un monaco buddista per denunciare la condizione del Vietnam nel 1963. Un discorso, quest’ultimo, che ha catturato la mia attenzione. Ha aperto una riflessione su una scelta affine a quella di cui si discute oggi nei temi affrontati e messi in crisi dai Radicali Italiani in politica e società. In entrambi la chiave del rispetto condiviso verso la vita è più forte e ha una vocazione che rifiuta lo scopo egoistico. L’apertura all’altro passa attraverso al propria negazione: andare dalla vita alla morte per mandare un segnale rivoluzionario di cambiamento necessario e basato sul libero arbitrio. Per questo pensare che il monaco Thích Quảng Ðức sia arso vivo a Saigon, in quegli anni, per denunciare e mettere in luce la situazione sulla condizione del suo paese per me è una azione vicina a chi oggi si reca in Svizzera o chi scegli la sedazione palliativa per poter adempiere a una chiamata intima e personale su quella che è la propria vita senza intercessioni di sorta, neppure l’idea di un Dio punitivo e giudicante che si ha nella morale comune (DJ Fabo/Marina Ripa Di Meana).

Lo strumento fondamentale per la rimozione del rimuginio è la tecnica di consapevolezza basata sul respiro, nell’affrontare la lettura sì ri-trova una stasi che attraversa corpo e mente.

Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti, 2015
http://amzn.to/2nD8ZJZ

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michelle-hunziker-nel-libro-una-vita-apparentemente-perfetta-racconta-gli-anni-piu-bui-della-sua-vita-e-l-esperienza-della-setta-3025330189[4445]x[1856]1200x500

Michelle Hunziker, Una vita apparentemente perfetta #mondadori #libro #recensione [#book]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, lavoro, leggere, libri, Narcisismo, quotidiani, salute e psicologia, società, spettacolo, spiritualità, televisione

È strano, ma ho letto questo libro, preso di getto mentre vagavo per un centro commerciale dopo aver sentito casualmente due interviste dedicate a Michelle Hunziker.

L’alcolismo e la lontananza di un padre artista sono ben descritti, e arriva chiara la sofferenza che l’ha vista andare verso l’impossibile. Il quadro che ne esce fuori è una dedica al perdono. Una resa dei conti lucida sulla relazione avuta con Eros Ramazzotti e di come i due abbiano tutelato la figlia Aurora nonostante le difficoltà attraversate come coppia.

Una vita apparentemente perfetta racconta di come la showgirl sia finita in una setta preda di un corpo di gente legata ai Guerrieri della Luce. Si parla di una condizione di manipolazione psicologica e di isolamento dove la Hunziker si è ritrovata plagiata a causa di un gruppo di persone di cui si è fidata per un problema familiare che la faceva disperdere immensamente alla ricerca di sicurezza.

Michelle Hunziker, Una vita quasi perfetta, Mondadori, 2017

La setta – una delle tante presenti in Italia –  è costituita da una rete di impostori che si diramano in ogni forma per scopi egoistici più disparati, ad esempio: far cadere dentro chi ha scarsa fiducia in sé e nelle proprie caratteristiche, pronta a falciare chi non crede nella propria personalità, chi ha problemi irrisolti o intrappolare chi ha molti soldi.

E’ un testo che si legge bene, senza nessuna pretesa, vendibile in un mercatino una volta terminato. La fine è rapida, quasi troppo semplice rispetto al contenuto dell’intero volume. La parte dei viaggi o quella della ricostruzione dedicata alla storie religiose, sempre sul finale, sembra un riempitivo forzato, aggiunto per spingere una storia vera che è stata tragica per i tutti protagonisti riusciti a venirne fuori.

Grazie al contributo di Michelle Hunziker si possono sfogliare alcuni dei momenti cruciali e ritrovarsi in certe dinamiche comportamentali. Partire da qui e passare ad approfondimenti e ricerche di autori che trattano in modo mirato queste tematiche narcisistiche, anche in una chiave spirituale, non necessariamente psicoanalitica, oppure, in semplicità, chiedere aiuto a chi si vuole bene veramente.

L’abuso psicologico esiste e chi vuole prendere coscienza di cosa sia può iniziare da qui, intraprendere un cammino più profondo nella ricostruzione del proprio percorso di vita consapevole votato all’autenticità. 

Michelle Hunziker, Una vita quasi perfetta, Mondadori, 2017
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Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, olio su tela (82x114 cm), 1885, Museo Van Gogh di Amsterdam (web)

Fontamara – Ignazio Silone #libri #mondadori #pointofview [#recensioni]

attualità, cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri, politica, quotidiani, Studiare, viaggi

Quando ero adolescente avevo il vizio maledetto lasciarmi pilotare nei gusti da artisti che stimavo. Si creava una concatenazione di acquisti impressionante che collegava libri e musica per la maggior parte dei casi ispirata dall’incontro/scontro di copertine e testi.

Quella stessa magia è arrivata con Ignazio Silone, accaduta mentre visionavo un video curato da Francesco Paolucci intitolato Sulle tracce di Fontamara. La sua regia offre un’immagine equilibrata ai sentieri descritti dall’autore nel 1930. Ha raccontato, in breve – secondo il mio punto di vista – caratteristiche di un Abruzzo che ha un potenziale enorme nella costruzione di valore turistico. Un’apertura integrata che vira alla accoglienza sotto un’altra chiave interpretativa: la conoscenza letteraria. Ha messo al centro le risorse naturali della montagna, la sua gente, partendo da possibilità alternative che possono offrire risvolti nella creazione di percorsi, servizi e strutture, mantenendo inalterata l’identità del racconto e quello della sua terra.

 

 

Fontamara (Mondadori, 1949) è un testo che ho letto quando ero ragazzina. Avevo dimenticato il suo contenuto. Dopo la visione ho sentito la necessità di sfogliarlo di nuovo. Nella mente era rimasta una brutta etichettatura di quei protagonisti cafoni che oggi sento miei nella più totale radicalità. Ripercorrere le pagine ha significato trovare una rassicurazione, e permesso di riscoprire cose rimosse o mai memorizzate .

Ignazio Silone è nato qui, in provincia di L’Aquila, dove ha perso i suoi genitori nel terremoto del 1915, costretto a una vita che lo ha messo a dura prova. Ha partecipato alle lotte contadine e operaie. Ha ricoperto importanti cariche nel Partito Socialista e in quello Comunista. E’ stato costretto a fuggire in Svizzera per salvarsi dalla polizia di regime. Il suo impegno politico ha visto un ripensamento quando lo Stalinismo conquistava consensi e potere. Da quel momento ha abbandonato il partito e trasformato la sua percezione delle cose in una forza che si è riversata nella letteratura attraverso la denuncia in un’azione dal grande valore morale.

Fontamara è il simbolo del suo percorso; un testo che ha avuto un enorme successo, tradotto e distribuito in più lingue nei paesi più poveri del terzo mondo. La sua storia nasce da una finzione-testimonianza quando si presentano alla porta dell’autore tre fontamaresi che raccontano, a loro modo, quello che era accaduto in questa porzione di territorio abruzzese. Persone che rappresentano tutto e tutti, senza confini, perché fame, tempo, sopruso e menzogna, non hanno linee tracciate, non si schierano solo nella adesione a una bandiera, non si comprendono se gli strumenti del dialogare non sono gli stessi, della medesima portata, tra in chi ha vissuto determinate esperienze e chi le ha solo ascoltate senza attraversarle in prima persona.

Silone è portavoce di un popolo che conosce, che gli appartiene, del quale comprende le sfumature linguistiche e che osserva da lontano grazie alla memoria. Ha un quadro chiaro della Storia e dei suoi accadimenti, rende i villani protagonisti per la prima volta nella letteratura italiana e dichiara:

Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna, che della città, è ora un termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.

Nel 1930 è scritta una bomba ad orologeria che irrompe e mostra il potere della lotta tra pari, una guerra tra chi si dichiara di appartenere a una divisa e chi, tra ignoranza e presa in giro, si salva nella fratellanza nonostante la piega degli eventi e dei torti subiti. Ogni singolo frammento è dotato di uno spazio di riflessione che trattiene il lettore saldo alla fedeltà della pagina. La stesura in prima persona trasporta in dinamiche che iniziano dall’analfabetismo all’imbroglio, passano per la giustizia, la religione, l’egoismo, la connivenza tra poteri e individui.

Oggi è il 18 maggio 2017. Nel 2009 è iniziata una frammentazione spaventosa del Centro Italia che ha visto in 8 anni incrementare ed estendere una crepa che ha abbracciato più regioni vicine, quasi fraterne seppur diverse tra loro per mille peculiarità. Una redistribuzione geopolitica spaventosa, nel cuore della prima grande crisi economica del ventunesimo secolo.

Che cosa hanno in comune tutte queste storie?
Che significato ha un libro come Fontamara nella nostra contemporaneità?

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989 ph. Amalia Temperini

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989
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