Dead to me – Amiche per la morte #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, vita

Non è che sia appassionata di serie tv che ruotano attorno al tema della morte, ma alla fine ho ceduto alla pubblicità che ritrovavo puntualmente sotto i miei occhi ad ogni canale streaming.

Dead to me – Amiche per la morte è una storia carina di due donne che si trovano ad essere amiche per il trauma comune della mancanza di qualcuno a loro caro. Jen è una donna smarrita per la perdita il marito in un incidente, June è un’artista dai tratti hippie sfruttata da un gallerista che la usa per i suoi loschi fini. La loro amicizia nasce da un gruppo di volontari che si uniscono per elaborare i loro lutti.

Le dinamiche ruotano attorno a delle vicende intricate ma la risposta su quello che accadrà è chiara fin dall’inizio. Ad arricchire lo scenario la complicità, una suocera narcisista, dei figli che combattono per accettare la perdita del padre, la ricerca di una mustang del 1966. Il finale lascia in sospeso lo spettatore in attesa di una prossima stagione.

Ps: ma poi sarà vero che due donne, seppure tradite da loro stesse, trovano sempre una via comune per riprendere in mano la loro precedente confidenza?

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Madre, The rain, Netflix,2018

The Rain #serietv [#netflix]

amore, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, politica, social media, società, streaming, tecnologia, televisione, vita

In mezza domenica pomeriggio, quando fuori piove e si ha poca voglia di uscire, ho deciso di seguire e finire, come una ameba incatenata alla poltrona, una serie uscita lo scorso anno e distribuita da Netflix.

The Rain è racconto ambientato in una Danimarca post-apocalittica, ha come protagonisti due ragazzi a cui viene dato l’ordine di trasferirsi in un bunker a seguito di una epidemia che si dirama attraverso la pioggia. Sei anni nascosti sottoterra per vivere come topi, senza sapere cosa accade fuori, all’aria aperta, in un territorio che ha di suo un clima sfortunato che accentua il rischio di spostamento da un punto all’altro tra città, per trovare forme di vita incontaminate e rispondere a quel comando che coincide all’essere fedeli alla regola del padre.

Nella sua prima fase la visione sembra noiosa, ma con l’aumentare degli agenti ansiogeni, sale in modo notevole l’interesse. Di base la sua struttura del racconto è semplice, ma nasconde dietro la sua narrazione una crisi generazionale fatta di abbandoni e punizioni. Genitori chiamati a essere vincolati dalla propria professione al punto di scomparire; madri ossessive padri che lasciano i loro figli come se fossero oggetti fastidiosi da tenere a casa. La dinamica è quella di un qualsiasi un film horror, dove un gruppo di persone, coi loro destini, si incrociano, ma con la differenza sostanziale che qui le anime smarrite, coetanee e sconosciute, si offrono aiuto per salvarsi dal proprio passato, andare assieme verso qualcosa che assomiglia a un principio di felicità.

Per chi ha avuto modo di vedere Bird box – lungometraggio andato in onda su Netflix nei mesi scorsi – avrà avuto anche modo di ritrovare quel senso di disperazione che si trasforma in una necessità di fuga che è una angoscia costante, ma con l’enorme differenza che in quest’ultimo caso la madre riesce a proteggere i propri figli da un finto richiamo che è una visibilità micidiale. In The Rain, i ragazzi, quando riescono a trovare una cosa che per loro è una speciale oasi felice, capiscono che saranno ancora vittime sacrificali di meccanismo in costante ripetizione. In certi momenti questo senso disperazione sembra proprio essere una sorta di condizione che vede una gioventù condannata a farsi forza da sola per sopravvivere compatta in una battaglia tra reduci.

Proprio su questo passaggio viene da pensare che la cosa su cui si basa il principio letterario da cui è nata questa sceneggiatura è quella stessa dimostrata dai Sigur Rós con i loro video, quando cantano quel senso di malinconia che solo bambini oppressi possono avvertire e denunciare come in una favola scritta per immagini.

Da questa storia, assieme a quella di The rain – costruite su distopie spaventose – si evince, ancora una volta, l’impossibilità di avere diritto a una dimensione di gioventù, come se questa fosse il capro espiatorio su cui gli adulti vogliono rivendicare e rigettare, con forza, la propria impossibilità nell’accettare una maturità avvenuta con l’accesso all’età adulta.

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Marina Abramović Rhythm 0 1974, Marina Abramovic. The Cleaner, Palazzo Strozzi, Novembre 2018 ph. Amalia Temperini

Marina Abramović. The Cleaner #marinaflorence #palazzostrozzi #mostre [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, eventi, giovedì, Narcisismo, recensioni arte, società, turismo, viaggi

Come dicevo due articoli fa, nel mio ultimo viaggio a Firenze ho effettuato alcune tappe, tra queste anche il super-classico passaggio a Palazzo Strozzi dove si sta svolgendo Marina Abramović. The Cleaner, la prima retrospettiva italiana dedicata a una delle figure più controverse dell’arte contemporanea mondiale.

La mostra ha un corpus di circa 100 opere organizzate in fotografie, installazioni, pittura, video e archivi che focalizzano il suo centro nel concetto di re-performance. Il coinvolgimento di giovani artisti sostiene e replica esperienze che ruotano attorno all’idea di desiderio, morte e ideologia. La visita, nella sua totalità, permette di attraversare la storia e la narrazione di una figura dotata di una personalità che ha rivoluzionato il concetto di performance con l’esposizione del proprio corpo a torture estreme, per comprendere le potenzialità e i limiti dell’umano, dagli anni ’70 in poi.

Poche sono le cose che colpiscono veramente, rare le emozioni, tutte concentrate in quelle esperienze dove il mito è richiamato da codici appartenuti a una impostazione politica. Tra le sale più potenti quella dedicata a Count on Us (2004). In questo ambiente i video raccontano la storia di un coro di bambini orchestrato come una prefigurazione basata su un fatto politico reale e manifestato in modo ironico dall’artista. Marina Abramović struttura questa azione come gesto di rifiuto per le azioni ONU avvenute durante la guerra in Kosovo e sfrutta – a suo modo – le buone speranze di un compositore jugoslavo che scrisse un inno a una scuola dedicata alle Nazioni Unite in virtù di promesse – mai mantenute – proprio da quell’organismo sovranazionale.

Questo lavoro è l’unico racchiude una esperienza ancora viva. Inizia e finisce come un ciclo di vita, con la sostanziale differenza che fuori dal coro esistono due ragazzini che in maniera radicalizzata esternano un senso appartenenza a qualcosa che emana una grande passione e un senso di orgoglio sfrenato visibili dalla comunicazione non verbale e dallo sforzo del canto. Un lavoro attualissimo che evidenzia in un unico risultato l’inizio e la fine di un ciclo impiantato sull’idea reale o falsificata di libertà.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle. Con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Regione Toscana, Associazione Partners Palazzo Strozzi. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Sponsor Unipol Gruppo.

Marina Abramović. The Cleaner
Firenze, Palazzo Strozzi 21 settembre 2018-20 gennaio 2019
#marinaflorence; #abramovicitaly #marinabramovic

https://www.palazzostrozzi.org/

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Ophelia (1852) (dettaglio) di John Everett Millais (1829-1896)

La mite. Racconto Fantastico – Fëdor Dostoevskij #libri #adelphi [#recensione]

amore, arte, attualità, cinema, costume, cultura, Donne, film, filosofia, giovedì, leggere, letteratura, libri, Narcisismo, quotidiani, religione, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, teatro, televisione, vita

Quando acquisto un libro mi capita ogni tanto di essere catturata dalle immagini di copertina. Stavolta ne ho scelta una che non aveva un volto, ma un titolo netto con un apparente margine di respiro.

La mite. Racconto Fantastico è un’opera di Fëdor Dostoevskij a cura di Serena Vitale (Adelphi, 2018). La storia è lineare: una donna muore e nel corso di poche ore il suo compagno manifesta le sue antiche frustrazioni. Lui è stato cacciato da un famoso reggimento militare: è altezzoso, sadico e manipolatore. È un personaggio maschile semi-adulto capace di compiere torture psicologiche verso la sua compagna sedicenne con forte spirito di asprezza e giudizio. Lei è un modello di profonda attualità, che richiama molte donne intrappolate in una spirale di possesso, gelosia e desiderio.

Il romanzo è stato scritto a metà Ottocento ed è ispirato ai fatti di cronaca della Russia di quel tempo. In quegli anni, in quella porzione di Europa, esisteva una percentuale di suicidi femminili talmente tanto alta da trascurarne la diffusione delle notizie. Il dato che porta alla riflessione è il rapporto con l’Italia di oggi, lontana dalla monarchia assoluta dell’impero sovietico. Basti pensare ai dibattiti nelle aule di tribunale, sui giornali, sul web, sui social network, in tv, dove accade proprio il contrario, con una autopsia di indagine che va oltre l’accanimento dei corpi stessi e che sposta l’attenzione su un altro tipo di informazione dai contorni macabri.

Melancholia_dettaglio_ diretto da Lars von Trier (2011)

La figura femminile richiama diversi momenti della storia dell’arte, del teatro, del cinema e della musica, ma l’immagine immediata a cui si associa la sua disperazione è Ofelia tratta dall’Amleto di William Shakespeare.

Durante la lettura si vive nel flusso di coscienza di un uomo di quarantuno anni immerso in una immobilità che trova slancio sul finale, nell’apoteosi di un delirio che nasconde una dilaniante tragicità. E’ proprio qui che si incontrano l’autore russo e quello inglese, quando si innesta la parte di una inquietudine viscerale comune a entrambi i libri.

La Mite ha una struttura letteraria che cresce a ritmi ansiogeni e contraddittori. Dostoevskij trascina la narrazione in una marasma che disorienta chi cerca di capire le dinamiche del racconto; crea una condizione che si dichiarerà letale senza offrire mai risposte chiare; apre a una riflessione religiosa a partire dall’uso di una icona nel rapporto tra vita e morte.

È un libro ideale per ha bisogno di essere schiaffeggiato.

Acquista su Amazon:

La mite. Racconto Fantastico di Fëdor Dostoevskij (Adelphi, 2018)
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Amleto di William Shakespeare (Mondadori, 2010)
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Melancholia di Lars von Trier (2011)
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Cover di copertina:
Ophelia di John Everett Millais (1851-1852)
Tate Britain – UK

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La prima opera che vidi a Londra, alla Tate, diversi anni fa. Untitled 1979 by Jannis Kounellis

#JannisKounellis

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, cultura, danza, fotografia, mostre, musica, politica, quotidiani, viaggi

La prima opera che vidi a Londra, alla Tate, diversi anni fa.

Untitled 1979 by
Jannis Kounellis

Untitled 1979 Jannis Kounellis born 1936 Purchased 1983 http://www.tate.org.uk/art/work/T03796
fonte

The imitation game – Morten Tyldum

amore, cinema, film

Ho avuto una proposta di collaborazione per un progetto, ieri, e sono molto felice. Dopo una nottata agitata per via di un dolore lancinante che mi ha disintegrato un fianco, oggi, ero più arzilla che attenta, tanto che ho collaborato con l’artista in felicità bestemmiando discretamente accanto al fuoco.

Sono qui per parlare di un film che ho visto in prima visione su Sky, ieri sera. Sto guardando tutte le produzioni uscite lo scorso anno, in attesa di andare al cinema per lasciarmi ispirare da altro.

The imitation game mi è piaciuto molto. Nel suo finale penso di aver pianto 5 minuti abbondanti, tanta l’emozione.

La storia narra le vicende di Alan Turing, un giovane matematico suicida inglese che ha dato forma a quello che comunemente chiamiamo computer.

Non ero a conoscenza della sua vita e di chi fosse, ma cio’ che cattura l’attenzione del lavoro non è il punto di vista che viene offerto nelle azioni di spionaggio e manipolazione di governi superiori, gli Stati al comando, che si usano e scarnificano a vicenda, quanto la natura dell’amore che ha guidato Alan Turing (Benedict Cumberbatch), nella sua vita, in un dialogo sospeso con chi non poteva più, portato avanti nella ricerca e con azioni che non possono essere sottratte al regolare flusso delle cose e dei periodi.

Siamo allo scoppio della seconda guerra mondiale – momento in cui è ambientata l’intera storia, in una Inghilterra in cui gli omosessuali sono visti come pervertiti da condannare – i tedeschi hanno una sistema di codificazione dei messaggi denominato Enigma, una macchina che manda cifre precise in determinati punti del giorno. L’Inghilterra è chiamata a rispondere, a scoprire cosa fanno i nemici coi migliori matematici a disposizione. Tutto il film ruota attorno a questa ricerca.
Si tratta di una osservazione che mostra tutte le umiliazioni subite dal protagonista. Una violenza privata che si traspone e corrisponde agli atti pubblici compiuti da uno o piu’ Stati nei primi anni quaranta. Un male, che non fa differenza, che rende cinica e imperterrita ogni abilità, affinché si possa arrivare a costruire un gioco in grado di dar senso a qualcosa, la vita e la vittoria.

Sono sempre convinta che la propria deviazione sia la chiave di risoluzione ai problemi. L’essere diversi, avere una predisposizione più lontana dal fare solito, rispetto a chi è ritenuto normale, è un vantaggio per manifestare l’urgenza, la richiesta, una necessità. E’ nell’interpretazione dei messaggi che viene assegnata a ognuno di noi la ricerca delle persone, quelle che possano spronarci, supportarci e capirci, e non è tanto diversa dai codici combinatori di Enigma. Esiste una soluzione a tutto, ma esiste la logica che crea distanza ed esecuzioni, sulla quale, tante volte, bisogna tacere, poiché tanti sono i pregiudizi e le vicissitudini che si innescano se si parla, ci si esprime per sé e per gli altri, nonostante le evidenze giuste. Il silenzio diventa un vantaggio, ma anche un pericolo, poiché un errore puo’ tradire molte cose.

Anche Turing era un narcisista, è la stessa Kira Knightley (Joan Clarke) a dirlo, manifestarlo e rintracciarlo, perché lo è anche lei. E’ lei, colei che capisce e non rinuncia a lui, neppure quando viene dichiara la sua identità sessuale con una mostruosità tale da sfociare in una freddezza glaciale, asettica, di insensibilità viscerale.
L’intero progetto, quindi, cela questo: la necessità di essere amati e la forza di un amore che – negato, sottratto o perso – possa trasformare la propria impellenza in una risorsa stratosferica che oggi permette di digitare questo messaggio su questo blog, nonostante le intimidazioni, la vergogna o addirittura disonore per una intera nazione.

“A volte sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”

La compassione #operadelgiorno

arte, artisti, cultura, mostre, Studiare, turismo, viaggi

Antonello da Messina, Cristo in pietà e un angelo, 1476-1478
Olio su tavola, 74×51 cm, Museo del Prado, Madrid

Per anni mi sono crucciata davanti a un catalogo per capire che valore avesse quella lacrima sul viso dell’angelo nell’opera di Antonello da Messina.
Poi, sono andata a Madrid.

 

antonellodamessina

 

#operadelgiorno

La perfezione ti divora

amore, arte, artisti, cultura, danza, film, vita

La somma delle piccole cose porta a capire quanto tutto il resto possa plasmarci.
La manipolazione, il suggerimento soffiato in un orecchio, in una persona che si sente non adeguata.
Qualcosa in questi personaggi cinematografici traggono spunto dall’idea di male, introiettato nella nostra cultura da secoli di ripetizione dostoevskijana. Di letture importanti nocive, se effettuate in ripetizione e senza distacco. Senza distanza o tempo giusto.
Una perfezione utopica, che non esiste, piuttosto disintegra e distrugge, inaridisce l’anima, rendendola meccanica, togliendole il respiro, lentamente lacerandola e castrandola.

La luce vince sempre sul buio.

Acciaio – Stefano Mordini #film

attualità, cultura, film, leggere, libri, televisione, vita

Dopo una giornata passata a scrivere e visto il maltempo che ieri in Abruzzo ha flagellato l’intera regione, mi sono dedicata alla visione di un film di Stefano Mordini presentato alla sezione autori del Festival del Cinema di Venezia nel 2012, trasmesso su Sky Cinema Cult HD alle 21.

Sto parlando di Accaio, tratto dall’omonimo libro di Silvia Avallone. Come premessa dico che non ho letto il volume della scrittrice, quindi, manco di un elemento essenziale. Ciò non toglie che non abbia maturato un senso critico o di accettazione sul lavoro del regista che, a parer mio, è riuscito a creare un buon prodotto, poiché divincolato da una condizione generale di collettività, e posta, invece, sulla vita di due fratelli incastrati in una Piombino contemporanea.

La trama  come anticipato – regge su un filo in cui emergono faccende private di due ragazzi cresciuti nella provincia toscana, vittime di un ambiente operaio e sociale non certo desideroso di essere considerato come felicità e necessità assoluta per la propria vita. Chiunque abbia vissuto questa dimensione non borghese potrà confermare che essere così demotivati è una caratteristica di chi, invece, vuole costruire al meglio la propria identità, nonostante tutto quello che ci sia attorno sia difficoltoso e chiuso. Non dico che il punto di vista dato sia esclusivo, ma ha piuttosto un giusto senso della realtà, ridimensionata, non costretta ad apparire lontana, sicura di una condizione mentale ben rappresentata.

Lo scopo del progetto, secondo me, è stato quello di saper sfruttare al meglio le due dimensioni temporali; si ha l’occhio di chi è dentro una fabbrica per scelta: accettando le dinamiche di una condizione non di certo piacevole da dover risultare come peggior incubo della vita; e l’occhio di chi si approccia alla scoperta della propria esistenza, sfruttandone le sfaccettature senza pregiudizi o prese di coscienza decisive, con tutta l’ingenuità del caso.

Anna e Alessio sono due fratelli che vivono un disagio dettato dalla lontananza di una figura paterna e di una madre non certo motivata a migliorare la propria condizione. Entrambi crescono con un senso di dignità forte da portarli a compiere atti che non vadano oltre la rottura della propria identità. Rimangono fedeli a ciò che sono, senza sfruttare la rabbia come meccanismo di rottura alle regole imposte dalla società.

Ad affiancare gli attori principali si hanno altre due figure (un’amica e una compagna) che, invece, per spirito di ribellione, vanno via, irrompono, vìolano se stesse, per poi tornare al punto di partenza e riscoprirsi ad amare le persone abbandonate, che hanno creduto in loro, e che hanno rappresentato una certezza nel loro cammino, ma che possono – anche – scomparire all’improvviso.

La formazione in questo caso non è costruita in negativo, ma con un forte senso dato al valore del tempo – quella la chiave di volta che permette a tutti noi di compiere la metamorfosi che ci farà accedere all’età adulta. Gli spazi, gli ambienti, le aree che circondano non rappresentano il contesto di maturazione, ma sono elementi di passaggio che si consumano alla vista, poiché siamo noi che cambiano e permettiamo alle cose di percepirle vecchie o superate.

Su questo filone, la produzione data ad Accaio di discosta totalmente dal film Ovosodo di Paolo Virzì realizzato nel 1997, e paragonando le due opere, si osservano e percepiscono due momenti storici vicinissimi, ma lontani nei loro processi, sfruttandone gli stessi ambienti.

Io lo consiglio, e non so perché mi viene anche da suggerirvi la lettura di Alberto Moravia nei suoi testi Agostino e Gli Indifferenti del 1941 e del 1929.

Buona visione, buona lettura!

Trailer:

 

accaio

Via Castellana Bandiera – Emma Dante

cultura, film

Ho latitato alcuni giorni poiché non avevo grande ispirazione; ho provato a lanciare sulla pagina fan di facebook qualche argomento di discussione, ma ero la prima delusa dal qualunquismo della tematica.

Ricomincio da questo lavoro di Emma Dante presentato e premiato all’ultimo Festival del cinema di Venezia, arrivato dopo due mesi dell’uscita nella mia sala.

Via Castellana Bandiera si presenta come un progetto di forte spessore culturale, non solo perché racconta la diversità tra popoli, la potenza nell’accettare il dolore di una perdita e di una sessualità non condivisa per paura di un conflitto genitoriale, no: la pellicola è una testimonianza neorealista di resistenza e sfida di una o più donne verso una situazione dove l’uomo è posto al centro di un microcosmo con il suo bisogno di controllo, inettitudine, molto vicina agli scritti di Vitaliano Brancati – quelli che raccontano una Sicilia a noi lontana, ma che posta in questi termini, ancora viva e fin troppo presente.

Molte scene narrano spaccati di alcuni dei protagonisti, altre, invece, l’opposto, in un equilibrio tra ironia e serietà dove è difficile trattenere una risata, o al contrario, rimanere indifferenti.

La trama si sviluppa nella via che dà titolo al film: un angolo di mondo in cui vite e segreti non accettati  si trovano di fronte a un bivio. Samira è l’anziana signora proveniente dalla Piana degli Albanesi; Rosa, invece, è una donna scappata dalla sua terra d’origine per problemi familiari.

Tra gli elementi centrali racchiusi con una sottile efficacia c’è il tema della morte, che ricorre spesse volte in forme differenti con proverbiale rispetto, e tagli di camera che incidono su alcune sequenze in una versione molto vicina alla testimonianza documentaria più che di finzione cinematografica.

Mi sono chiesta se questa produzione avesse qualcosa di autobiografico giacché la stessa regista Emma Dante è Rosa, l’interprete e seconda protagonista, ma ho scelto di non approfondire poiché sono talmente le tante chiavi interpretative che sarebbe quasi inutile affrontare il discorso.

Piuttosto aggiungo che non ho la luce a casa, sono senza batteria al portatile, sto scrivendo questa recensione sulla mia agendina personale, vicino alla finestra, dove ininterrottamente piove da ore, con il camino acceso dietro di me.

Via Castellana Bandiera è così: come il calore che arriva alle tue spalle mentre cerchi di elaborare pensieri sensati. Una volta visto, lo porti addosso come una tua pagina di diario che racconterai pubblicamente, nella forma che più preferisci, attraverso l’emozione giusta.

Consigliato.

Andreotti, banale e un pò scontato

attualità, leggere, quotidiani, televisione, vita

A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.

Prospettive

arte, attualità, cultura, musica, rumors, televisione