Madre, The rain, Netflix,2018

The Rain #serietv [#netflix]

amore, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, politica, social media, società, streaming, tecnologia, televisione, vita

In mezza domenica pomeriggio, quando fuori piove e si ha poca voglia di uscire, ho deciso di seguire e finire, come una ameba incatenata alla poltrona, una serie uscita lo scorso anno e distribuita da Netflix.

The Rain è racconto ambientato in una Danimarca post-apocalittica, ha come protagonisti due ragazzi a cui viene dato l’ordine di trasferirsi in un bunker a seguito di una epidemia che si dirama attraverso la pioggia. Sei anni nascosti sottoterra per vivere come topi, senza sapere cosa accade fuori, all’aria aperta, in un territorio che ha di suo un clima sfortunato che accentua il rischio di spostamento da un punto all’altro tra città, per trovare forme di vita incontaminate e rispondere a quel comando che coincide all’essere fedeli alla regola del padre.

Nella sua prima fase la visione sembra noiosa, ma con l’aumentare degli agenti ansiogeni, sale in modo notevole l’interesse. Di base la sua struttura del racconto è semplice, ma nasconde dietro la sua narrazione una crisi generazionale fatta di abbandoni e punizioni. Genitori chiamati a essere vincolati dalla propria professione al punto di scomparire; madri ossessive padri che lasciano i loro figli come se fossero oggetti fastidiosi da tenere a casa. La dinamica è quella di un qualsiasi un film horror, dove un gruppo di persone, coi loro destini, si incrociano, ma con la differenza sostanziale che qui le anime smarrite, coetanee e sconosciute, si offrono aiuto per salvarsi dal proprio passato, andare assieme verso qualcosa che assomiglia a un principio di felicità.

Per chi ha avuto modo di vedere Bird box – lungometraggio andato in onda su Netflix nei mesi scorsi – avrà avuto anche modo di ritrovare quel senso di disperazione che si trasforma in una necessità di fuga che è una angoscia costante, ma con l’enorme differenza che in quest’ultimo caso la madre riesce a proteggere i propri figli da un finto richiamo che è una visibilità micidiale. In The Rain, i ragazzi, quando riescono a trovare una cosa che per loro è una speciale oasi felice, capiscono che saranno ancora vittime sacrificali di meccanismo in costante ripetizione. In certi momenti questo senso disperazione sembra proprio essere una sorta di condizione che vede una gioventù condannata a farsi forza da sola per sopravvivere compatta in una battaglia tra reduci.

Proprio su questo passaggio viene da pensare che la cosa su cui si basa il principio letterario da cui è nata questa sceneggiatura è quella stessa dimostrata dai Sigur Rós con i loro video, quando cantano quel senso di malinconia che solo bambini oppressi possono avvertire e denunciare come in una favola scritta per immagini.

Da questa storia, assieme a quella di The rain – costruite su distopie spaventose – si evince, ancora una volta, l’impossibilità di avere diritto a una dimensione di gioventù, come se questa fosse il capro espiatorio su cui gli adulti vogliono rivendicare e rigettare, con forza, la propria impossibilità nell’accettare una maturità avvenuta con l’accesso all’età adulta.

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The End of the F***ing World, Netflix, 2017

The end of f***ing world #serietv [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società

Scoperta da un suggerimento, ho seguito l’istinto per la bastarda parolaccia nascosta nel titolo. Ho fatto bene a fidarmi, i maledetti spioni del web hanno capito dai loro algoritmi che questo tipo di prodotto mi interessava molto.

Ironica e grottesca, The end Of f***ing world è una serie che lascia la necessità di seguirla. La storia è di due ragazzini che vivono la loro età in maniera maledetta, con mille paure nascoste, e più che essere loro i veri protagonisti, lo è il disagio dei genitori, di padri e madri assenti e scostanti.

Di questa prima parte andata in onda su Netflix, in molti dei commenti trovati sul web, si dichiara che il loro esempio non è da seguire. In effetti, i due hanno gravi disturbi relazionali e in tutto questo si trovano a fuggire e innamorarsi l’uno dell’altra in una spirale nevrotica senza fine.

In certi momenti l’esasperazione raccontata sembra ispirata alla biografia ufficiale di Jim Morrison e Pamela Courson, con la differenza che tra i miti della musica e i due giovani attori a ribaltare la matrice comune è il senso di famiglia.

The End of the F***ing World, Netflix, 2017

Quello che voglio dire è che prima, negli anni 60′ e 70, si fuggiva per incapacità di sorreggere la presenza assidua di chi pretendeva che si fosse un modello unico, assoluto e inimitabile per la società, mentre adesso, in una generazione diversa, si scappa dalla mancanza di carattere di chi dovrebbe dare esempi e regole, ma nell’uno e nell’altro caso gli adolescenti rimangono e sono il capro espiatorio da inseguire e distruggere. Lo scopo di rivendicare la propria esistenza mancata per tutelarsi dall’impossibilità di ammettere i propri fallimenti in età adulta.

Perché da grandi si diventa così cazzoni?

 

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cultura, musica, Studiare

Mi sono alzata con la voglia di scrivere centomila parole. Avevo tanti ricordi assemblati in mente che si collegavano l’un l’altro e mi facevano sorridere tantissimo, soprattutto per la stranezza con cui assemblavo ad esse le opere d’arte. Viaggi perlopiù fatti negli anni e all’estero, dove l’arte è sempre stata testimone di tante vicissitudini, emozioni di amici che improvvisamente non riuscivano a trattenere le lacrime dalla bellezza e dalla bruttezza di cio’ che si presentava davanti.
Il web è niente.
Poi, mentre ascoltavo cosine su youtube, sono arrivati i cori ed è finito tutto. E’ subentrato l’abbandono, la sospensione.
Potrebbe essere triste ma non lo è, trattandosi di una marcia funebre, personalmente mi rende armonica e mi invita al silenzio.
E’ di nuovo nuvoloso, piove, sono tranquilla e anche il cane apprezza, dorme sulla sedia.

C’è solennità nelle cose importanti.
Devo rimontare il dolby è propagare la necessità, l’urgenza di emozioni.