Bonding, Netflix, 2019

Bonding #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, Donne, giovedì, lavoro, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, streaming, vita

Così, mi sono sparata questa serie velocissima in poco tempo, in una mezza serata di fine aprile mentre fuori pioveva. Certo è che sembro fissata con le tematiche di sessualità, ma è solo un caso se dopo l’audiolibro di Francesco Muzzopappa della scorsa settimana mi trovo a parlare di un argomento tanto affine.

Bonding racconta la società odierna fatta di ragazzi costretti a difendere la propria natura attraverso l’uso di una maschera. Quale migliore identità se non quella del sesso (nella sua condizione di sadomasochismo) che è la chiave di lettura di questo narcisismo moderno e dilagante?

Due amici si sono voluti bene, in un momento cruciale della loro esistenza si sono amati e persi all’improvviso, ritrovati con una versione nuova della loro vita per sottomettere chi voleva fare di loro un misero brandello di anime sgualcite.

La visione non stupisce per il tema che affronta: parlare oggi di desiderio e potere è talmente tanto noioso che chi guarda questa serie con la ricerca di quella scoperta ne rimarrà quasi certo deluso. A dire la verità non so neppure quanto sia adatta a ragazzi e adulti, non si capisce a quale genere di pubblico parla, ma sono sicura che in alcuni momenti il bisogno di amare è così leggero che passa in secondo piano rispetto a tutto il resto. Si ride molto, questo è certo! Le dinamiche che si instaurano sono simpatiche quanto tragiche. La scena dei lottatori travestiti da pinguini è molto esilarante.

Bonding è una seria adatta a chi vuole passare del tempo in tranquillità, a chi è conscio che i desideri inespressi portano a fare cazzate nei momenti in cui ci si sente più soli e dipendenti, in quelle disperazioni reali che portano a ricercare solo cavolate di questo tipo per sentirsi meno vuoti e più pieni, ma poi di che?

Bonding_cover, Netflix, 2019

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Madre, The rain, Netflix,2018

The Rain #serietv [#netflix]

amore, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, politica, social media, società, streaming, tecnologia, televisione, vita

In mezza domenica pomeriggio, quando fuori piove e si ha poca voglia di uscire, ho deciso di seguire e finire, come una ameba incatenata alla poltrona, una serie uscita lo scorso anno e distribuita da Netflix.

The Rain è racconto ambientato in una Danimarca post-apocalittica, ha come protagonisti due ragazzi a cui viene dato l’ordine di trasferirsi in un bunker a seguito di una epidemia che si dirama attraverso la pioggia. Sei anni nascosti sottoterra per vivere come topi, senza sapere cosa accade fuori, all’aria aperta, in un territorio che ha di suo un clima sfortunato che accentua il rischio di spostamento da un punto all’altro tra città, per trovare forme di vita incontaminate e rispondere a quel comando che coincide all’essere fedeli alla regola del padre.

Nella sua prima fase la visione sembra noiosa, ma con l’aumentare degli agenti ansiogeni, sale in modo notevole l’interesse. Di base la sua struttura del racconto è semplice, ma nasconde dietro la sua narrazione una crisi generazionale fatta di abbandoni e punizioni. Genitori chiamati a essere vincolati dalla propria professione al punto di scomparire; madri ossessive padri che lasciano i loro figli come se fossero oggetti fastidiosi da tenere a casa. La dinamica è quella di un qualsiasi un film horror, dove un gruppo di persone, coi loro destini, si incrociano, ma con la differenza sostanziale che qui le anime smarrite, coetanee e sconosciute, si offrono aiuto per salvarsi dal proprio passato, andare assieme verso qualcosa che assomiglia a un principio di felicità.

Per chi ha avuto modo di vedere Bird box – lungometraggio andato in onda su Netflix nei mesi scorsi – avrà avuto anche modo di ritrovare quel senso di disperazione che si trasforma in una necessità di fuga che è una angoscia costante, ma con l’enorme differenza che in quest’ultimo caso la madre riesce a proteggere i propri figli da un finto richiamo che è una visibilità micidiale. In The Rain, i ragazzi, quando riescono a trovare una cosa che per loro è una speciale oasi felice, capiscono che saranno ancora vittime sacrificali di meccanismo in costante ripetizione. In certi momenti questo senso disperazione sembra proprio essere una sorta di condizione che vede una gioventù condannata a farsi forza da sola per sopravvivere compatta in una battaglia tra reduci.

Proprio su questo passaggio viene da pensare che la cosa su cui si basa il principio letterario da cui è nata questa sceneggiatura è quella stessa dimostrata dai Sigur Rós con i loro video, quando cantano quel senso di malinconia che solo bambini oppressi possono avvertire e denunciare come in una favola scritta per immagini.

Da questa storia, assieme a quella di The rain – costruite su distopie spaventose – si evince, ancora una volta, l’impossibilità di avere diritto a una dimensione di gioventù, come se questa fosse il capro espiatorio su cui gli adulti vogliono rivendicare e rigettare, con forza, la propria impossibilità nell’accettare una maturità avvenuta con l’accesso all’età adulta.

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The End of the F***ing World, Netflix, 2017

The end of f***ing world #serietv [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società

Scoperta da un suggerimento, ho seguito l’istinto per la bastarda parolaccia nascosta nel titolo. Ho fatto bene a fidarmi, i maledetti spioni del web hanno capito dai loro algoritmi che questo tipo di prodotto mi interessava molto.

Ironica e grottesca, The end Of f***ing world è una serie che lascia la necessità di seguirla. La storia è di due ragazzini che vivono la loro età in maniera maledetta, con mille paure nascoste, e più che essere loro i veri protagonisti, lo è il disagio dei genitori, di padri e madri assenti e scostanti.

Di questa prima parte andata in onda su Netflix, in molti dei commenti trovati sul web, si dichiara che il loro esempio non è da seguire. In effetti, i due hanno gravi disturbi relazionali e in tutto questo si trovano a fuggire e innamorarsi l’uno dell’altra in una spirale nevrotica senza fine.

In certi momenti l’esasperazione raccontata sembra ispirata alla biografia ufficiale di Jim Morrison e Pamela Courson, con la differenza che tra i miti della musica e i due giovani attori a ribaltare la matrice comune è il senso di famiglia.

The End of the F***ing World, Netflix, 2017

Quello che voglio dire è che prima, negli anni 60′ e 70, si fuggiva per incapacità di sorreggere la presenza assidua di chi pretendeva che si fosse un modello unico, assoluto e inimitabile per la società, mentre adesso, in una generazione diversa, si scappa dalla mancanza di carattere di chi dovrebbe dare esempi e regole, ma nell’uno e nell’altro caso gli adolescenti rimangono e sono il capro espiatorio da inseguire e distruggere. Lo scopo di rivendicare la propria esistenza mancata per tutelarsi dall’impossibilità di ammettere i propri fallimenti in età adulta.

Perché da grandi si diventa così cazzoni?

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E’ cambiamento [#vivere]

amore, arte, lavoro, musica, Narcisismo, vita

Ho preso alcune decisioni cruciali che mi hanno fatta sentire a posto con la coscienza. Ho incontrato persone che mi hanno confermato molte cose, di come io non mi sia mai sbagliata, di come chi è scorretto continua a seminare disagio e schifezze di ogni tipo. Le cose belle accadono come gli incontri, senza troppe forzature, con volontà, poi si cresce assieme senza dimostrare che si è bravi, perché non si sente la necessità di dirlo al mondo quando lo si è. Il resto è incompetenza, presunzione, guidata da incapacità di essere, di attraversare l’esistenza, attraverso e con l’aiuto della materia letteraria; si incontra molta gente che ha conti in sospeso con il valore della propria anima, a volte mancante o vuota. E’ facile definirsi maestri di saggezza aprendo il proprio computer e leggendo i riassunti dei libri per fare gli intellettuali, vantarsi, convinti che questo possa bastare per essere uomini felici e di forza. L’umiltà non passa attraverso questi gesti; chi ostenta la perfezione ha sempre una risposta preconfezionata per soddisfare la tue esigenze; è un fake, un uomo che deambula cercando linfa e sostegno rapinando le identità degli altri. Uno zombie radicato senza radici che si autoalimenta facendo furti, mangiando nelle case degli altri coi soldi di chi gli lascia le chiavi di casa a loro disposizione come fratelli.

In questi periodi sono mancata dal blog e dal web, ho respirato a pieno polmoni cose nuove e potenti. Semplici, senza intromissioni alcune e imposture varie: è stato molto bello. E’ proprio un peccato che tutti non possano capire cosa voglia dire vivere; per loro, per questi esseri soli e disarmanti, provo molta pietà.

Til I hit the dance floor
Hit the dance floor
I got all I need
No I ain’t got cash
No I ain’t got cash
But I got you baby

Ecco, ci sono. I’m back!

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, eventi, mostre

A Roma è stato tutto strano, sabato, il giorno dopo gli attentati di Parigi, in Francia. Arrivare a Termini è stata una impresa. C’era lentezza e un urticante fastidio di attesa. La metro b era in ritardo, il personale di sicurezza faceva scendere tutte le persone dalla parte opposta rispetto a dove eravamo noi, e non ne comprendevamo i motivi. L’atmosfera era surreale, quando sono scesa, ho scoperto, grazie a facebook, che il problema fosse un furto di rame su alcuni tratti delle linea.

Arrivata a San Lorenzo, ho trovato la galleria dove Bruno stava aprendo una nuova fase della sua vita, chiudendo un passato che lo aveva fatto un po’ sentire inadeguato e insicuro. E’ arrivato in ritardo, rispetto a noi altri. Ha aspettato che uscissi dallo spazio, dicessi cio’ che pensavo. Ho riso, era tenerissimo vederlo mentre cercava di fare il duro. Dopo un po’ di sue titubanze, nervosismo, normale ansia da prestazione, mi sono messa a fare delle foto esternamente, mentre lui temporeggiava con una mia cara amica la quale gli comunicava, sfottendomi, frasi del tipo: “muoviti a entrare altrimenti il generale Temperini s’incazza”.
Io sono rientrata all’insaputa di questa cosa, poco dopo lui si avvicina e mi fa: “lascio tutto sopra e arrivo”.

E’ arrivato davvero, con un nuovo cravattino e gilet, come lo avevo conosciuto nel 2013. Nell’anno 2014 aveva perso questa sua eleganza, si era fatto crescere la barba, era spesso insoddisfatto. Una volta sceso dai piani superiori si è messo vicino a un lavoro su cui ci eravamo confrontati in un giardino pubblico questa estate, quei giardini sfigati che volgono verso il mare e l’orizzonte lontano. Ho visto una persona che si è fatta un po’ più grande e sicura ascoltando tanto e avendo fiducia in me, ma prima di tutto in se stesso. Poi è partito. Si è fatto coraggio con la sua umiltà e senza pretese. Si è dedicato alle persone incuriosite delle sue opere, ai giornalisti. Ci sono stati due grandi abbracci tra noi, di quelli sinceri e fraterni, di rispetto e gratitudine. Un trionfo professionale che ci ha visti e messi alla prova, offrendoci scambi di onesta’, promessi poco meno di un anno fa, nel suo studio, in un giorno di sole di dicembre, dove la mia vita il giorno prima stava per sospendersi a causa di un incidente mancato mentre andavo ad Ancona.
Le cose cambiano, se si vuole veramente, e questa ne è la prova.

Questo 2015 è un anno di transizione personale per tutti, a quanto pare.

Per mio conto quando sono arrivata lì, nello spazio, da anonima quale sono, è stato straniante sapere che in molti mi conoscevano già. Si fermavano e mi dicevano sorridenti: “Ah, tu sei il suo mentore”.
Ho chiacchierato tanto con il gallerista che sembra aver proprio capito come lavorare con Bruno, chi fosse, come tutelarlo, mi sono rassicurata anche io.

Ho riso. Ho riso tanto, sul taxi mentre tornavo a Tiburtina in un ritardo mostruoso perculata fino alla morte da S., che non faceva altro che dirmi: “non muoverti mai da dove vivi, se questo è il risultato”.
Penso che anche il tassista abbia ascoltato collassandosi, non capendo le nostre frasi abruzzesi, nel mentre arrivavamo alla stazione con la nostra potenza rumorosa di provincia al cospetto della grande capitale.

C’è stata una ragazza (un’artista) che lavorava lì, voleva conoscermi e ascoltarmi. E’ tornata più volte a parlarmi, soffermarsi per capire chi fossi. Aveva uno sguardo vivissimo, poiché incuriosita. Mi ha trovato degli agganci per lavorare. Mi ha invitato ad andare al Quadraro.

Ho riso davvero, perché sembra che la vita voglia comunicarmi ancora qualcosa. Qualcosa di ormai chiuso. Le ho detto che io non pianifico niente, che se vogliono possono contattarmi e invitarmi, soprattutto per capire chi sono loro attraverso le opere, le persone, più che artisti,  più che il grande showbiz che vogliono raccontare e il successo che vogliono raggiungere.
Ho ribadito che per me l’arte è responsabilità verso se stessi, non fogli di giornale volanti per mostrare una bella foto falsamente sorridenti.
Lei sembrava in pace mentre mi ascoltava, ed è stato molto bello questo scambio.

In questa Roma silenziosa, attraversata a piedi correndo per il ritardo, con S. che aveva bolle stratosferiche e soffriva per il dolore, fatta di tanti stranieri assiepati lungo la stazione, in una puzza di piscio aberrante, mentre si bestemmiava in tutte le versioni inimmaginabili, ho visto, capito, che ancora una volta mi sono mossa per qualcosa di veramente importante, cui è valsa la pena esserci, superando una paura falsamente costruita da chi vuole sottrarci la possibilità di confronto.

Anche oggi c’è il sole. Ascolto canzoni stupide.
Sento freddo. E’ cambiata la temperatura, ma eccomi, viva, pronta ad accogliere un nuovo inverno.

Per chi fosse interessato, la mostra è questa:
Bruno Cerasi. Through The Black Mirror

e
 si trova qui, fino al 09. 01. 2016:
White Noise Gallery,
Via dei Marsi 20/22
Roma

Invidia

vita

Sono a metà di un libro che ho iniziato ieri sera. L’autore è uno psicologo e psicoanalista la cui attenzione è posta nei centri della psicospiritualità. Devo ammettere che mi trovo in apprensione poiché mette nella condizione di dover responsabilizzare la mia individualità al meglio, sottoponendo all’attenzione fatti o pensieri che non volevo accettare neppure a me stessa, poiché farlocchi o stupidi, ma a questo punto necessari per riabilitarsi. Sebbene abbia come tutti paura di vivere situazioni, e spesso rimanga bloccata dal terrore di affrontare certi temi di vita, pensieri e alterazioni momentanee, mi butto. Rischio in modo costante sulla mia quotidianità, soprattutto nei giorni in cui sento che bisogna compiere passi per essere persone migliori. In questa categoria non mi situo certo come la paladina della difesa dell’universo. Cerco di preservare le azioni affinché tenda a non distruggermi poiché supportata dagli altri.

Quando parlo di supporto, è ovvio che mi collochi nella condizione di espormi a fattori esterni, che vivo ora per ora con le persone con le quali condivido una quotidianità del reale.

Seppur subiamo condizionamenti costanti nella regolarità nelle nostre azioni, mettere al centro il rispetto verso se stessi, e negare in maniera costruttiva quello che gli altri vogliono attribuirti, è sempre un esercizio terapeutico di grande lucidità e neutralità. Sono sempre stata una persona onesta e franca, non mi curo di stare lì a manipolare pensieri e azioni delle persone. Mi siedo, ascolto, recupero pezzettini dei vissuti e mi faccio un’idea. Non esiste una persona uguale all’altra, ci sono dei tratti comuni e ognuno merita attenzione in misura differenze secondo il grado di empatia, simpatia, antipatia o amore che suscita.

La grazia che mi contraddistingue in questo, la confermo poiché conscia del rispetto che ho dell’altro, ma anche di chi, in questi anni, ho visto risvegliarsi da un lungo sonno, ammorbato nei meandri di non so quale idea idilliaca di mondo.

Credo che il valore della realtà sia nella capacità di essere forti e sinceri. Incazzarsi davanti alle situazioni che deturpano il nostro essere umani; saper chiedere scusa all’occorrenza per poter ristabilire un ordine è una delle basi del perdono. Il proprio perdono. Spesso accusiamo l’altro di essere il danno delle nostra azioni, ma siamo sempre noi a compiere delle scelte, a muoverci secondo delle volontà, a spingerci verso una cosa che si vuole veramente. Ci costruiamo alibi e fantasmi per nascondere i nostri disagi, ma quanto può durare una fase di questo tipo? Ci si deresponsabilizza scaricando le colpe sugli altri quando invece bisogna solo mettersi nella posizione di reintegrare noi nell’esatto momento che stiamo vivendo.

In tutto questo ci sono scuse e scuse, atteggiamenti postivi o distruttivi, negativi e positivi che non è facile cambiare, poiché l’altro non è pronto e non vuole trasformarsi.

E’ in quell’esatto momento che è tempo di andare e dire, defilarsi, per rimanere integri con la propria coscienza. Per capire che da quella situazione non c’è più forma di vita utile per poter crescere assieme.

Tanti anni fa avevo una cara amica con la quale ho condiviso molto della mia infanzia e adolescenza. Primeggiava in tutto, era la più brava di tutti, eccelleva in tutte le cose che faceva; la stimavo tantissimo, tanto che il suo contatto mi metteva sempre voglia di fare e capire, studiare soprattutto. La guardavo con ammirazione senza un briciolo di invidia, perché era lei nella sua unicità, come io sono oggi nella mia autenticità.

Non ho mai provato invidia. Rabbia sì, tanta; fastidio derivante dalla mancanza di autostima in certe situazioni, anche, ma rivalità mai. Forse in ambito professionale la concorrenza gioca a volte dei brutti scherzi, ma quando si hanno dei piedi ben piantati, è difficile uscirne distrutti. E anche se fosse, amen, sono comunque un essere umano dotato di fragilità e consapevolezze, pronto a ripartire per nuove mete.

Tornando al discorso di prima, mi sono accorta che lei era molto sola, seppure uscisse, facesse mille lavori e attività, il suo stato d’animo era completamente a pezzi; più aveva relazioni, più ne usciva devastata e non mi spiegavo i motivi.

Fino a quando ho scoperto una cosa spaventosa: era gelosa di me. Era un continuo relazionarsi a me, al mio modo naturale di fare e agire, al fatto che – proprio perché buffona, pronta a ridere, vitale senza troppi pensieri – la facessi irrigidire.

Più volte ho cercato di chiarire, di supportarla e invitarla ad andare da un’analista. Non mi ha mai ascoltato. Abbiamo chiuso la nostra amicizia quando io non cedevo ai suoi giochi, quando si è permessa di immettere nei suoi discorsi questioni altre solo per difendersi da non so quale paura.

Nel giro di pochi anni ha vissuto situazioni di delirio e subito un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio). Addirittura mentre lei aggrediva per strada una persona di passaggio, io ero nella mia città, sentivo delle urla assurde di una ragazza, ma non pensavo potesse essere lei che stessa dando di matto. E’ stata ricoverata d’urgenza quel pomeriggio stesso, ma prima ancora che facesse questo atto, era andata a comprare un libro di fiabe per me, che mi è stato portato da un’altra mia amica a casa la sera stessa.

Devo ammettere che non ho provato niente, se non un forte senso di pietà e compassione, ma non sono tornata indietro. Non si è fidata di me, e io non potevo più tornare indietro, non sarebbe stato giusto nei suoi confronti come nei miei. Sarei stata un alibi per non farle affrontare di petto i suoi disagi. Io che per prima l’ho messa di fronte a questo, davanti a una soluzione, non potevo più tornare indietro.

Ho capito che la verità è davvero la manica dell’odio, poiché arriva alla coscienza, quella più profonda del tuo interlocutore, quella che non gli permette di dormire la notte. Il suo regalo – il libro di fiabe – ne è stata la prova.

In questi anni mi ha scritto lettere, cercato in tutti i modi. L’ho anche incontrata e ho visto la sua faccia di stupore quando la salutavo con calore, come se lei non si sapesse spiegare il perché di quei saluti sani quando sapeva che lei mi aveva fatto del male.

Io ho scelto di allontanarmi per il mio rispetto. Oggi posso dire che l’aver compiuto quell’atto mi è servito per gestire altre milioni di situazioni, ma non significa che io non soffra, tutt’altro, da queste forti crisi ho capito come trasformarmi ed essere migliore.

Treccani.

Studiare, vita

Ipocrisia

ipocriìa (ant. ipocreìa e pocriìa) s. f. [dal gr. ὑποκρισίη, forma rara perὑπόκρισις «simulazione», der. di ὑποκρίνω «separare, distinguere», e nel medioὑποκρίνομαι «sostenere una parte, recitare, fingere»]. – Simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole: non è umiltà genuinaè i.; nascondere qualcosa sotto la mascherasotto il manto dell’i.;Onde nel cerchio secondo s’annida Ipocresialusinghe … (Dante). In senso concreto, atto o detto da ipocrita; comportamento ipocrita: talora le convenzioni sociali sono vere i.; tra noi certe isarebbero fuori luogo.

Ipocrita

ipòcrita (ant. ipòcrito) s. m. e f. e agg. [dal lat. tardo hypocrĭta, gr. ὑποκριτς«attore», quindi «simulatore»; v. ipocrisia] (pl. m. –i). – Chi parla o agisce con ipocrisia, fingendo virtù, buone qualità, buoni sentimenti che non ha, ostentando falsa devozione o amicizia, o dissimulando le proprie qualità negative, i proprî sentimenti di avversione e di malanimo, sia abitualmente per carattere, sia in particolari circostanze, e sempre al fine di ingannare altri, o di guadagnarsene il favore: è un i., è una vera i.; non posso sopportare gli i.; fare l’i., assumere l’atteggiamento proprio degli ipocriti; ogni tanto mi si presenta con quella sua aria da ipocritaguarda che faccia da ipocrita che ha! Come agg.: un ragazzo i.; un impiegato ie strisciantequanto siete ipocriti!; e riferito agli atti, alle parole, al comportamento: un modo di fare i.; discorsi i.; congratulazioni i.; con i.condiscendenza. Con quest’uso aggettivale, è usata talvolta l’ant. variante ipocrito:mostrare un ipocrito servilismoSì bei doni del cielo Nonon celargarzoneCon ipocrito velo (Parini). ◆ Accr. ipocritóne (f. –a); spreg. ipocritùccio; pegg.ipocritàccio. ◆ Avv. ipocritaménte, con ipocrisia, da ipocrita: parlare,comportarsi ipocritamente.

Impostura

impostura s. f. [dal lat. tardo impostura; v. impostore]. – L’abitudine della menzogna, dell’inganno per trarne vantaggio; in senso più concr., inganno o serie d’inganni, raggiro, finzione da impostore o falsa dottrina da esso diffusa: Numa con arte Di santa i. [corresse] La buccia un po’ dura Del popol di Marte (Giusti);acquistare credito con l’i.; l’ifu presto scopertala sua vita è stata tutta un’impostura.

Tradimento

tradiménto s. m. [der. di tradiretradimentum è già presente nel lat. mediev. della fine del sec. 12°]. –

1. L’atto e il fatto di venire meno a un dovere o a un impegno morale o giuridico di fedeltà e di lealtà: commettere un t.macchiarsi di un t. infamantet. di un’ideadi una causadei compagni di lottadi un amico; con particolare riferimento al dovere o all’impegno di essere fedele al coniuge o alla persona cui si è uniti da un rapporto d’amore e d’affetto: il loro matrimonio è fallito, pare per i continui t. del marito. In diritto, tradimento, reato di vario tipo (aiuto al nemico, lotta armata contro il proprio stato, intelligenza con il nemico, ecc.) previsto dal codice penale militare: condannare alla fucilazione per t.alto t. (calco dell’ingl. high treason), nel diritto costituzionale italiano, delitto proprio del presidente della Repubblica (unitamente all’attentato alla Costituzione), per il quale egli può essere posto in stato di accusa dal Parlamento riunito in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

2. Azione delittuosa o dannosa compiuta, mascherando le proprie intenzioni, contro persone o istituti che hanno fondato motivo di fidarsi. È usato soprattutto nella locuz. avv. a tradimentola città fu presa a t.lo uccisero a t.gli si avvicinò furtivamente e lo colpì a t., alle spalle; nell’uso fam.: mangiare il pane a t., vivere a spese d’altri, sulle spalle altrui, senza lavorare; fare una domanda a t., nel momento o su un argomento che l’altro non si aspettava.

Resoconto delle azioni che in questo momento mi fanno più schifo.

e niente…

artisti, concerti, musica, vita

Volevo condividere col mondo una notizia importante:
andrò al concerto dei Sigur Ròs la prossima estate.

Biglietti presi!!!
Evvaiiiiiiiiiiiiiii