What/If, Netflix, 2019

What | If #serietv [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, religione, salute e psicologia, Serie tv, società, spiritualità, spiritualità

E’ strano immaginare Reneé Zellweger nei panni di una stronza manipolatrice dopo aver visto per secoli, tra risate assurde, Il diario di Bridget Jones. In What | If si presenta come una crudele dominatrice alla cui base è posta l’idea di manipolazione e dove, alla fine dei conti, quello che viene descritto è un meccanismo di fagocitazione del mercato contemporaneo  fatto di uomini, donne e reti spietate, pronte a minacciarsi per qualsiasi cosa.

La storia narra le vicende di una giovane ricercatrice che vuole finanziare il proprio progetto poiché ha in sé la capacità di salvare molte vite umane. Ogni suo passo è seguito da meccanismi casuali che si ripetono come qualcosa che è stato calcolato minuto per minuto. Lei è la vittima prediletta innamorata di un ex giocatore ossessionato dal suo tragico e inconfessato passato. Entrambi si trovano a vivere una condizione dove a giocare un ruolo di controllo è più di una verità nascosta e sottaciuta.

Buona parte di quello che accade è un processo alla cui base è posto il concetto di sacrificio, qualcosa che deve sublimarsi nell’efficienza, nel calcolo, nella conoscenza di quegli aspetti che l’altro può scovare per cercare di sconfiggere il nemico. E’ un trip mentale che sconvolge per i segreti nascosti e riassemblati, tenuti a galla da una superficie di regole che pilotano e guidano gli altri con grande maestria attraverso la pubblicazione di libri di grande successo. E’ un trip tra figli di puttana con un finale sorprendente.

Il dato interessante è che buona parte delle serie tv degli ultimi periodi si trovano a raccontare donne di potere come figure distaccate, prive di amore, astute e intelligenti e dove in questo caso è mostrato anche il versante opposto, di un uomo medico che vuole controllare l’amore di una sua studentessa universitaria intrappolandola in una situazione che è riscontrabile in molte nostre notizie di cronaca.

Seppure What | If possa sembrare un racconto fantasioso, mostra molti aspetti spietati della nostra realtà di tutti i giorni.

Non sono riuscita a capire se ci sarà una seconda stagione.
Ma avrebbe senso?

 

 

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:


Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com | www.atbricolageblog.com

Seguimi su:
Twitter http://www.twitter.com/atbricolageblog| Instagram https://www.instagram.com/atbricolageblog/

Per richieste:
atbricolageblog@gmail.com

Nel rispetto del provvedimento emanato dal garante per la privacy in data 8 maggio 2014 e viste le importanti novità previste dal Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016, noto anche come “GDPR”, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all’uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016 (qui) oppure leggere la Privacy Police di Automattic http://automattic.com/privacy/

Annunci
Bonding, Netflix, 2019

Bonding #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, Donne, giovedì, lavoro, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, streaming, vita

Così, mi sono sparata questa serie velocissima in poco tempo, in una mezza serata di fine aprile mentre fuori pioveva. Certo è che sembro fissata con le tematiche di sessualità, ma è solo un caso se dopo l’audiolibro di Francesco Muzzopappa della scorsa settimana mi trovo a parlare di un argomento tanto affine.

Bonding racconta la società odierna fatta di ragazzi costretti a difendere la propria natura attraverso l’uso di una maschera. Quale migliore identità se non quella del sesso (nella sua condizione di sadomasochismo) che è la chiave di lettura di questo narcisismo moderno e dilagante?

Due amici si sono voluti bene, in un momento cruciale della loro esistenza si sono amati e persi all’improvviso, ritrovati con una versione nuova della loro vita per sottomettere chi voleva fare di loro un misero brandello di anime sgualcite.

La visione non stupisce per il tema che affronta: parlare oggi di desiderio e potere è talmente tanto noioso che chi guarda questa serie con la ricerca di quella scoperta ne rimarrà quasi certo deluso. A dire la verità non so neppure quanto sia adatta a ragazzi e adulti, non si capisce a quale genere di pubblico parla, ma sono sicura che in alcuni momenti il bisogno di amare è così leggero che passa in secondo piano rispetto a tutto il resto. Si ride molto, questo è certo! Le dinamiche che si instaurano sono simpatiche quanto tragiche. La scena dei lottatori travestiti da pinguini è molto esilarante.

Bonding è una seria adatta a chi vuole passare del tempo in tranquillità, a chi è conscio che i desideri inespressi portano a fare cazzate nei momenti in cui ci si sente più soli e dipendenti, in quelle disperazioni reali che portano a ricercare solo cavolate di questo tipo per sentirsi meno vuoti e più pieni, ma poi di che?

Bonding_cover, Netflix, 2019

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com | www.atbricolageblog.com

Seguimi su:
Twitter http://www.twitter.com/atbricolageblog| Instagram https://www.instagram.com/atbricolageblog/

Per richieste:
atbricolageblog@gmail.com

Nel rispetto del provvedimento emanato dal garante per la privacy in data 8 maggio 2014 e viste le importanti novità previste dal Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016, noto anche come “GDPR”, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all’uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016 (qui) oppure leggere la Privacy Police di Automattic http://automattic.com/privacy/

Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018

Baby di Andrea De Sica #netflix #serietv [#recensioni]

attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, giovedì, gossip, politica, rumors, salute e psicologia, Serie tv, social media, società, streaming

Mi trovo ad aver visto una serie tv italiana che racconta i suoi tempi, capace di mostrare il senso di dispersione che provano gli adolescenti.

Baby di Andrea De Sica e Anna Negri narra la storia di un gruppo di ragazzi benestanti. Modelli che sembrano essere ispirati ai protagonisti dei film di Sofia Coppola. Un mondo americano ambientato a Roma nord – tra gli upper class – in famiglie dove figli e genitori esistono come comunità, ma appaiono come individui slegati e sgretolati l’un l’altro nella realtà.

Il racconto è una fuga, rappresenta una rottura da uno schema differente rispetto al mondo anni Novanta, quando era ancora possibile scappare da parenti opprimenti, per un’ideale, un amore, il bisogno di indipendenza; mostra una esasperazione che arriva dall’assenza, un vuoto insopportabile tra le pareti domestiche riempito dalla spettacolarizzazione del proprio vissuto.

Quello che si vede in questa serie è uno spaccato dove gli strumenti di comunicazione invadono – notte e giorno – la percezione della realtà. La dimostrazione è nella estensione della propria immagine che deve essere – sempre e comunque – potente; permetta all’osservatore di corrodere il proprio sguardo nello spiare chi si ama, gli amici, semplici sconosciuti, per inventarsi un’altra vita, felice e possibile.

Pensiamo anche a noi, a come le informazioni fornite sui nostri social siano in grado di innescare nell’altro dei meccanismi di proiezione che costruiscono alibi e pregiudizi amplificati rispetto ai reali contesti cui sono ambientati. Ad esempio, in Baby un gioco sessuale tra due coetanei che si riprendono con uno smartphone diventa oggetto di vessazione psicologica quando è mostrato in pubblico, a tradimento, in una festa tra compagni di scuola spietati e corrosi dal cinismo, incuranti della sofferenza che vive una delle protagoniste presenti, attaccata da quegli atteggiamenti che rientrano a pieno titolo nella tematica della revenge porn.

Qualcuno ricorderà Carrie, il film tratto dal libro di Stephen King. La protagonista veniva presa in giro, incoronata reginetta, pronta a ballo della scuola, con il più bello di tutti, allo stesso tempo, sottoposta a uno scherzo atroce: sangue di maiale versato su quello che per lei era un gesto di importanza che le attribuiva un valore dentro un sistema che fino a quel momento le negava la possibilità di una identità vera e libera, oppressa dalla figura della madre e da un corpo inadatto a chi per lei aveva importanza.

Queste due forme differenti di fare cinema sono microtraumi visivi che in Carrie – nel suo genere horror – si trasforma nel potere telecinetico di una forza distruttiva che faceva esplodere tutto, qui – in Baby – al contrario: rifugiarsi in una realtà parallela – una vita segreta – dettata dall’assenza di responsabilità di persone di cui fidarsi.

La consiglio?
Non saprei.  Chi di voi ha avuto modo di seguirla?

Baby di Andrea De Sica, Netflix, 2018 (Locandina)

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com | www.atbricolageblog.com

Seguimi su:
Twitter

http://www.twitter.com/atbricolageblog
| Instagram
https://www.instagram.com/atbricolageblog/

Per richieste commerciali/proposte di lavoro:

atbricolageblog@gmail.com

Nel rispetto del provvedimento emanato dal garante per la privacy in data 8 maggio 2014 e viste le importanti novità previste dal Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016, noto anche come “GDPR”, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all’uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016 (qui) oppure leggere la Privacy Police di Automattic http://automattic.com/privacy/

Fukushima – A Nuclerar Story #film #inchiesta

attualità, cinema, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani, televisione, vita

Come si è capito la crisi col cinema nella stagione 2016 è aperta, non ho voglia di fare ragionamenti che rimangono sospesi nella mia testa e non avere risposte concrete, diciamo che in questo momento apprezzo più la visione tv casuale quando mi siedo e faccio zapping dalla poltrona. Proprio due giorni fa mi è capitato di vedere un documentario di Matteo Gagliardi intitolato Fukushima – A Nuclerar Story, un lavoro dedicato al terremoto del 2011 avvenuto in Giappone. Una inchiesta a tutti gli effetti, durata tre anni, che vede analizzare il meccanismo che si è innescato nella mente dei protagonisti giapponesi dopo l’accadimento dello tsunami. Quello che mi ha colpito di più è stato il coraggio e la volontà del protagonista giornalista Pio D’Emilia che ha scelto di rimanere lì, in quella nazione, e affrontare la situazione proprio perché chiamato dalla sua stessa professione.
Sebbene l’intera produzione ha un impianto romanzato – lo story telling è marcato dal montaggio e l’uso dei fumetti rafforza la dinamica di narrazione – quello che ne viene fuori è il principio giornalistico di indagine, l’approfondimento, non dissimile da certi lungometraggi dedicati alle guerre (Walzer con Bashir, 2008, di Ari Folman) Per questo, il connubio è perfetto per far capire cosa si è innescato dopo tutti quegli accadimenti, come il Giappone si sia trasformato in un paese del dubbio, di paura e sospetto, per via di molte delle verità nascoste dei funzionari pubblici e privati; non sono quindi tralasciati i contesti di analisi politica e l’osservazione del momento nell’atteggiamento assunto dalla comunicazione mediatica. In sostanza, non è una azione rivolta al passato, ma all’osservazione dei danni sui movimenti rivolti al futuro. Il dato rilevante arriva dai rischi che quelle radiazioni possano generare dopo diversi anni dall’accaduto. Il dubbio, la catastrofe, che possa rimanere e inquinare alte aree in maniera più invasiva.

Lo consiglio, buona visione!

Trailer:

fukushima - locandina

Bisestile

attualità, comunicazione, Donne, Narcisismo, televisione, vita

Febbraio per me è un mese pazzo. Due anni fa mi sballottavo in felicità, oggi, ho un mal di schiena terribile al limite di una paralisi. Ho sentito diverse persone stamattina, ognuna ne aveva qualcuna tragica da raccontare; poi ho aperto facebook ed è scoppiato il mondo: la maschera della felicità, senza finalità, quella del paese dei balocchi dove tutto è  allegro, ostentato, per puro piacere del rappresentarsi e mostrarsi nel pieno colore e dell’incoerenza.

Alcuni giorni fa è successo qualcosa di strano con il mio profilo: una ragazza dai capelli colorati mi ha richiesto l’amicizia, ma aveva qualcosa che mi ha insospettito fin da subito, così ho monitorato alcuni suoi comportamenti. Per via del blog, del lavoro, spesso mi contattano e accetto, stavolta qualcosa mi ha spinto a verificare. Ho scritto un messaggio, lei ha letto immediatamente, non ha risposto; sono passate 15 ore di silenzio, ho cancellato e bloccato l’utente. Sto facendo una grande ripulita dei miei contatti, ne ho eliminati circa 150, non reggo più tante cose. Potrei risultare eccessiva, ma come ho risposto a un mia conoscente sui motivi: non posso di certo fare la signora pettegola dei condomini che passa la scopa facendo finta di niente sulle cose che accadono, a un certo punto, bisogna stabilire un confine per la qualità della propria salute. Puo’ essere un pensiero non condiviso, esagerato, ma lo stato di friendzone è diventato troppo allargato, infarcito di schifezze, meglio restringere, avere a che fare con chi si muove in maniera utile e costruttiva. Ormai seguo solo scrittori, il resto è condizionamento gratuito del quale posso fare a meno.

Il collegamento con la ragazza dai capelli colorati di cui parlavo poco fa, invece, mi ha ispirato una riflessione l’altra sera mentre guardavo il telegiornale su Rai 1. Non sapevo del caso Gabriele Defilippi, della sua professoressa uccisa in piemonte (clicca); studiare il narcisismo, capirne le dinamiche, mi ha portato ad associare comportamenti disturbanti che si avvicinano o oltrepassano modalità malate di rapportarsi all’altro. Secondo le rilevazione degli inquirenti, il ragazzo possedeva molti contatti (fb) nei quali mostrava le sue mille sfaccettature; poliedrico e vanitoso, chiacchierava di tutte le cose; di quelle impossibili che pensava di voler fare, e che mai faceva, per oscurare una esistenza inesistente, annoiata, molto probabilmente spinta dall’ansia e dalla paura di non potere avere possibilità nella vita, per semplice paranoia, per convincere gli altri e spostarli nella sua rete e usarli a proprio piacimento. Giocava a fare il maledetto, fino quando non ci rimasto incastrato; un ruolo che lo ha fottuto per il suo futuro marchiandosi a vita di/con un crimine, per esibizionismo, per potere e soldi. Se non rispondi a questa triade nei tempi che corrono non sei nessuno, secondo alcuni, non vali niente.

Si parla troppo poco della megalomania narcisistica, i discorsi, tanti, tralasciati, poiché sembra che si debba sottovalutare a tutti i costi qualcosa che è reale e vicino a noi, fatti e situazioni che mai possono accadere nelle nostre vicinanze, nel nostro paese, pensare che l’assassino possa essere il nostro migliore confidente. Non so cosa stia succedendo, ma non mi va più di sottovalutare niente; non per paura, ma per senso di responsabilità verso la mia stessa vita. Essere vittime di un narcisista vuol dire avere che fare con una persona che assomiglia a un vampiro, uno zombie; colui che agisce è spesso un impostore che succhia la tua energia, si lamenta facendo la vittima e mentre compie piagnistei, e tu cerchi di farlo reagire, si insinua nella ferita profonda che hai, si infila e annida lì, rimanendo fino a quando non ti ha disintegrata, e in alcuni casi, condotta a una morte per suicidio. Queste persone sono dei grandi oratori, affabulatori, incantatori, dotati di grande carisma, invidiosi.

Io non so cosa abbia spinto una donna di cinquanta anni ad avvicinarsi a un ragazzino cosi eccentrico; forse la solitudine, il bisogno di essere amata, la semplice compassione, ognuno avrà il proprio motivo, ma sono condizioni che avvengono giornalmente anche tra coetanei, tra chi vive una profonda disperazione alla quale non riesce a mettere riparo. Penso a Olindo e Rosa Bazzi, alla strage di Erba o alle altre mille storie accadute negli ultimi anni e che hanno reso la cronaca nera oggetto perverso di comunicazione, ossessioni e compulsioni trasformate in patologia nascosta che conducono al compimento di crimini efferati.

Bisogna essere consapevoli, agire secondo la propria coscienza, ma occorre molto coraggio per farlo, avere tanta volontà, nel parlare, dire cosa si sta vivendo a persone strettamente vicine, per cercare aiuto e supporto.

Il video che trovate su questo link è molto duro, può aiutare a capire la disperazione e solitudine, ma sopportare una tale verità, raccontata così, non è facile, soprattutto se si è molto sensibili.

Youtuber: #pepperchocolate84

attualità, comunicazione, Narcisismo, rumors, Studiare, tecnologia, vita

Seguo questa youtuber – Pepperchocolate84 – da tanto tempo. Mi è sempre interessato il meccanismo che costruisce quando viaggia o quando le capita di parlare di mostre, poiché ha un atteggiamento molto pop nell’affrontarle in maniera leggera. Penso sia scaltra, e le cose che propone con quella modalità (trucchi, abiti, cibo) siano usate in maniera molto efficace e veloce. Non condivido molte cose di lei, delle scelte che fa, ma è la sua vita e il suo modo di lavorare, poiché lontani dal mio punto di vista. Ha saputo sfruttare le sue risorse per costruire il proprio mondo con un mezzo innovativo che le permette di fare cio’ che vuole, di vivere degnamente la propria esistenza rispettando il tempo che vive.
Nel discorso che compie in questo video che proporrò, mi trovo totalmente d’accordo, non in relazione a quanto lei faccia o svolga, ma piuttosto su quanto io applichi questo comportamento spesso nella mia vita. La scelta, il giusto valore alle cose e alle persone, la dignità, i soldi come mezzo, internet e i social come strumento.
Rispetto ad altre, le tantissime che sono online, ha compiuto un gesto positivo che le attirerà molti fastidi, sarà tacciata di ipocrisia e altre cose di una noia mortale.
Quello che dice è giusto: la distanza va mantenuta su tutto.
Possiamo ascoltarla o no, possiamo riflettere su quello che dice, possiamo criticarla costruttivamente, possiamo invidiarla. Se ha le spalle forti, le nostre chiacchiere le scivoleranno addosso come giusto sia, poiché porta avanti i suoi sogni.
Molti utenti non tengono conto dei fenomeni che attraversano il web, e non so se lei sia conosciuta in altri contesti (giornali, tv) – non seguo tutto quello che fa – ma ha un segmento di pubblico forte che le permette di incrementare i suoi guadagni che lei ripaga col suo impegno.
Pensiamo a Benedetta Parodi, lei, attraverso le sue ricette ha costruito un impero mediatico. Con l’aiuto di chi? Di tutti noi che le abbiamo spedito i gli ingredienti da miscelare in uno studio televisivo, nel quale si stipulano per la sua fattibilità accordi pubblicitari, inseriti spesso tra una pausa e l’altra, che le fanno aumentare la possibilità di investimento in relazione ai tempi del suo programma, perché noi telespettatori siamo lì che acquistiamo determinati prodotti, posizionati davanti ai nostri occhi, in ogni secondo utile al commercio.
Che differenza c’è tra le due? Nessuna.
Lavorano entrambe, ognuno col proprio scopo: farlo al meglio, guadagnare per stare bene, ottenere credibilità e visibilità per nuove opportunità.
Le loro non sono le uniche professioni al mondo. La notorietà non si ottiene solo attraverso la messa in esposizione del proprio corpo e del proprio messaggio.
Anche noi,
in piccolo, con le nostre forze, possiamo tirare fuori qualcosa di buono e concreto gettandoci in altri ambiti. Dovremmo imparare a mantenere il distacco non facendoci condizionare dai risultati degli altri, puntare piuttosto a farci un esame di coscienza ogni volta che proviamo un briciolo di invidia, uccidendoci in paranoie imitative, che derivano da modelli comportamentali indotti, di cui, secondo me, non abbiamo proprio bisogno.

Andreotti, banale e un pò scontato

attualità, leggere, quotidiani, televisione, vita

A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.