disegno bambini presa dal web

“Colore per Amatrice: decora la nuova scuola!” #terremoto #concorso #aiuti [#solidarietà]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, CS, cultura, libri, mostre, salute e psicologia, vita

“Colore per Amatrice: decora la nuova scuola!”:
Associazione Culturale La Fenice di Leonessa promuove concorso artistico giovanile per aiutare il Comune di Amatrice

 

L’Associazione Culturale La Fenice di Leonessa promuove un concorso artistico riservato a bambini e ragazzi di età compresa tra i 3 ed i 13 anni, evento benefico a favore del Comune di Amatrice colpito dal sisma del 24 Agosto 2016.
I partecipanti, di qualsiasi nazionalità e suddivisi in base a quattro fasce di età, sono invitati a realizzare elaborati a mano libera e con qualunque tecnica con tema “Colore per Amatrice: decora la nuova scuola!”.
Gli elaborati possono essere inviati entro e non oltre il 24 Ottobre 2016 e saranno valutati da una giuria composta da cinque profili afferenti ai settori creativo, culturale e sociale. La partecipazione ha un costo di Euro cinque a partecipante ed il ricavato verrà interamente devoluto a favore del Comune di Amatrice.
Le premiazioni avranno luogo il 29 Ottobre in Leonessa (Rieti) in occasione della cerimonia finale. In seguito, l’Associazione provvederà alla consegna degli elaborati pervenuti presso il Comune di Amatrice, così da partecipare alla decorazione di quelli che saranno i locali del nuovo plesso scolastico.

Per ulteriori informazioni è disponibile l’indirizzo e-mail coloreperamatrice@gmail.com, che in automatico invierà Regolamento e Schede di iscrizione.

 


Leonessa, 06 Settembre 2016

Elena Coppari
Ass.ne Culturale La Fenice

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*comunicato stampa

olanda (Da web)

Olanda, dopo un anno #pensiero #riflessione [#arte]

arte, artisti, mostre, turismo, viaggi

Lo scorso anno, quando feci quel piccolo viaggio in Olanda, decidemmo di inserire al volo L’Aia, andare a trovare a casa La ragazza dall’orecchio di perla di Veermer al Mauritshuis Museum, dopo aver fatto il pieno di arte contemporanea a Rotterdam.
La fortuna di quel periodo è stata la seguente: trovare le opere della Frick Collection di New York a disposizione nelle aree del museo incluse nel prezzo del biglietto. Rimasi colpita da questa opera di Jean-Auguste-Dominique Ingres, Comtesse d’Haussonville (1845). Non ne sapevo nulla, non so nulla di questo lavoro. Passai molto velocemente da lì, in verità, perché entrare in città, da una stazione minore, fu da spavento; vedere quel lato olandese dopo un’immensa perfezione fu capire cio’ che una ragazza di Utrecht mi aveva sempre detto, di quanto i problemi sociali fossero vivi, di quanto astio ci fossero tra le diverse comunità emigrate in quelle aree; volevamo andare via prima che facesse buio.
Rimasi colpita da pochissime cose del dipinto di Ingres: la supponenza fastidiosa di una donna che aspetta e ti guarda scrutandoti; la firma in basso a destra; il riflesso delle spalle che smonta totalmente la presunta superbia, non so come definirla, della giovane donna. Il rosso, vanità, splendente del fiocco poggiato sui capelli, frontale, la corrispondenza dei papaveri in basso, anche loro riflessi dallo specchio. In questo lavoro ho visto in un colpo solo la vecchiaia. Ho capito che Vermeer era il meno potente tra i due, nel dire, in questo confronto lontano, collocato in uno stesso luogo; di lui ho apprezzato le nuvole fedeli alla sua terra; avevo trovato le stesse a Delft, come la luce, dove ero di base ospitata.
Questioni di collezionismo, pubblicità e autenticità, cambiamento di percezione che dal vivo assume tutto un altro sapore.
Fortune.

 

 

étranger. Ciclo di mostre a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2 #savethedate

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, CS, eventi, mostre

étranger.
Ciclo di mostre a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2


Inaugurazione sabato 14 maggio ore 18,30

etranger_invito_14 maggio

Sabato 14 maggio dalle ore 18,30 si avvierà il terzo appuntamento di esposizioni della collettiva Étranger. Un ciclo di mostre partito a febbraio che arriverà a giugno, per un totale di cinque appuntamenti, all’interno di uno spazio non istituzionale – un ex studio medico – situato in via Raffaello 94/2 a Pescara.

Di volta in volta l’ambiente si trasformerà con l’occupazione di interventi pensati da alcuni gruppi  di partecipanti al progetto, artisti, che lavoreranno sull’idea di territorio e sul concetto di straniero. Sono studenti (o ex), professionistiformati all’Accademia di Belle Arti di Roma: Adelaide Cioni, Milica Cirovic, Ola Czuba, Angelo Di Bello, Iulia Ghita, Fabio Giorgi Alberti, Andrea Liberati, Lorenzo Lunghi, Claudio Pantò, Luca Valerio, Sofia Ricciardi. 

Il ragionamento si focalizza nelll’idea che l’uomo spesso si sente straniero nel luogo in cui vive, talvolta straniero a se stesso. L’individuo, nel suo spostamento è portato a riproporre l’habitat nel quale è nato/cresciuto, quel luogo che gli permette condizioni vivibili di esistenza, in circostanze che non gli appartengono.  Lo scopo è ripensare una coesistenza in un ambiente che diventa contenitore. Il fine è creare luoghi simbolici che si ispirano a sfere, citando Peter Sloterdijk, che fruiscano di una seconda atmosfera in uno spazio nuovo da abitare.

Ogni artista ha portato e porterà avanti una riflessione sul tema dell’identità esaltando la dialettica dell’altro; la condivisione di un luogo comune è stata pensata come marcatore di un’inevitabile estraneità.

Nel terzo ciclo di incontri, l’appuntamento si concentra nelle mostre di:

 

Informazioni utili:

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Ciclo di mostre a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2
@ via Raffaello 94/2, Pescara
www.etranger.it
info@etranger.it
Cel: + 39.327.7511904

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Bisestile

attualità, comunicazione, Donne, Narcisismo, televisione, vita

Febbraio per me è un mese pazzo. Due anni fa mi sballottavo in felicità, oggi, ho un mal di schiena terribile al limite di una paralisi. Ho sentito diverse persone stamattina, ognuna ne aveva qualcuna tragica da raccontare; poi ho aperto facebook ed è scoppiato il mondo: la maschera della felicità, senza finalità, quella del paese dei balocchi dove tutto è  allegro, ostentato, per puro piacere del rappresentarsi e mostrarsi nel pieno colore e dell’incoerenza.

Alcuni giorni fa è successo qualcosa di strano con il mio profilo: una ragazza dai capelli colorati mi ha richiesto l’amicizia, ma aveva qualcosa che mi ha insospettito fin da subito, così ho monitorato alcuni suoi comportamenti. Per via del blog, del lavoro, spesso mi contattano e accetto, stavolta qualcosa mi ha spinto a verificare. Ho scritto un messaggio, lei ha letto immediatamente, non ha risposto; sono passate 15 ore di silenzio, ho cancellato e bloccato l’utente. Sto facendo una grande ripulita dei miei contatti, ne ho eliminati circa 150, non reggo più tante cose. Potrei risultare eccessiva, ma come ho risposto a un mia conoscente sui motivi: non posso di certo fare la signora pettegola dei condomini che passa la scopa facendo finta di niente sulle cose che accadono, a un certo punto, bisogna stabilire un confine per la qualità della propria salute. Puo’ essere un pensiero non condiviso, esagerato, ma lo stato di friendzone è diventato troppo allargato, infarcito di schifezze, meglio restringere, avere a che fare con chi si muove in maniera utile e costruttiva. Ormai seguo solo scrittori, il resto è condizionamento gratuito del quale posso fare a meno.

Il collegamento con la ragazza dai capelli colorati di cui parlavo poco fa, invece, mi ha ispirato una riflessione l’altra sera mentre guardavo il telegiornale su Rai 1. Non sapevo del caso Gabriele Defilippi, della sua professoressa uccisa in piemonte (clicca); studiare il narcisismo, capirne le dinamiche, mi ha portato ad associare comportamenti disturbanti che si avvicinano o oltrepassano modalità malate di rapportarsi all’altro. Secondo le rilevazione degli inquirenti, il ragazzo possedeva molti contatti (fb) nei quali mostrava le sue mille sfaccettature; poliedrico e vanitoso, chiacchierava di tutte le cose; di quelle impossibili che pensava di voler fare, e che mai faceva, per oscurare una esistenza inesistente, annoiata, molto probabilmente spinta dall’ansia e dalla paura di non potere avere possibilità nella vita, per semplice paranoia, per convincere gli altri e spostarli nella sua rete e usarli a proprio piacimento. Giocava a fare il maledetto, fino quando non ci rimasto incastrato; un ruolo che lo ha fottuto per il suo futuro marchiandosi a vita di/con un crimine, per esibizionismo, per potere e soldi. Se non rispondi a questa triade nei tempi che corrono non sei nessuno, secondo alcuni, non vali niente.

Si parla troppo poco della megalomania narcisistica, i discorsi, tanti, tralasciati, poiché sembra che si debba sottovalutare a tutti i costi qualcosa che è reale e vicino a noi, fatti e situazioni che mai possono accadere nelle nostre vicinanze, nel nostro paese, pensare che l’assassino possa essere il nostro migliore confidente. Non so cosa stia succedendo, ma non mi va più di sottovalutare niente; non per paura, ma per senso di responsabilità verso la mia stessa vita. Essere vittime di un narcisista vuol dire avere che fare con una persona che assomiglia a un vampiro, uno zombie; colui che agisce è spesso un impostore che succhia la tua energia, si lamenta facendo la vittima e mentre compie piagnistei, e tu cerchi di farlo reagire, si insinua nella ferita profonda che hai, si infila e annida lì, rimanendo fino a quando non ti ha disintegrata, e in alcuni casi, condotta a una morte per suicidio. Queste persone sono dei grandi oratori, affabulatori, incantatori, dotati di grande carisma, invidiosi.

Io non so cosa abbia spinto una donna di cinquanta anni ad avvicinarsi a un ragazzino cosi eccentrico; forse la solitudine, il bisogno di essere amata, la semplice compassione, ognuno avrà il proprio motivo, ma sono condizioni che avvengono giornalmente anche tra coetanei, tra chi vive una profonda disperazione alla quale non riesce a mettere riparo. Penso a Olindo e Rosa Bazzi, alla strage di Erba o alle altre mille storie accadute negli ultimi anni e che hanno reso la cronaca nera oggetto perverso di comunicazione, ossessioni e compulsioni trasformate in patologia nascosta che conducono al compimento di crimini efferati.

Bisogna essere consapevoli, agire secondo la propria coscienza, ma occorre molto coraggio per farlo, avere tanta volontà, nel parlare, dire cosa si sta vivendo a persone strettamente vicine, per cercare aiuto e supporto.

Il video che trovate su questo link è molto duro, può aiutare a capire la disperazione e solitudine, ma sopportare una tale verità, raccontata così, non è facile, soprattutto se si è molto sensibili.

pensiero.

attualità, comunicazione, politica, quotidiani, tecnologia, televisione, vita

Penso a Marta che vive a Parigi. È una mia amica di infanzia. Ha scelto di vivere lì dopo una laurea in lingue che l’ha portata prima in Polonia e poi in Francia. Ha avuto una vita abbastanza schifosa, davvero dura.Ha scelto di vivere lí per trovare pace. Ha conosciuto un compagno algerino e con lui ha avuto dei figli. Attualmente, dei due bambini, uno è in ospedale con gravi problemi. Ha 5 anni. Il pensiero che una megalopoli possa essere sotto assedio così mi disintegra. Mezza famiglia separata per colpa di una guerra sviluppata a terra ma con le nuove tecnologie ci dimostra quanto siamo diventati vermi. Parassiti capaci di brutture e macchie avvilenti.
Il solo pensiero di amare una persona, e non poterlo dire, in questi momenti, dove la protezione e la sicurezza sono a zero, mi manda fuori i testa.
Non posso raggiungerla se non per e-mail, alla quale ultimamente non risponde.
E’ un fine serata buio, molto buio, di un venerdì 13 davvero da cancellare.

Invidia

vita

Sono a metà di un libro che ho iniziato ieri sera. L’autore è uno psicologo e psicoanalista la cui attenzione è posta nei centri della psicospiritualità. Devo ammettere che mi trovo in apprensione poiché mette nella condizione di dover responsabilizzare la mia individualità al meglio, sottoponendo all’attenzione fatti o pensieri che non volevo accettare neppure a me stessa, poiché farlocchi o stupidi, ma a questo punto necessari per riabilitarsi. Sebbene abbia come tutti paura di vivere situazioni, e spesso rimanga bloccata dal terrore di affrontare certi temi di vita, pensieri e alterazioni momentanee, mi butto. Rischio in modo costante sulla mia quotidianità, soprattutto nei giorni in cui sento che bisogna compiere passi per essere persone migliori. In questa categoria non mi situo certo come la paladina della difesa dell’universo. Cerco di preservare le azioni affinché tenda a non distruggermi poiché supportata dagli altri.

Quando parlo di supporto, è ovvio che mi collochi nella condizione di espormi a fattori esterni, che vivo ora per ora con le persone con le quali condivido una quotidianità del reale.

Seppur subiamo condizionamenti costanti nella regolarità nelle nostre azioni, mettere al centro il rispetto verso se stessi, e negare in maniera costruttiva quello che gli altri vogliono attribuirti, è sempre un esercizio terapeutico di grande lucidità e neutralità. Sono sempre stata una persona onesta e franca, non mi curo di stare lì a manipolare pensieri e azioni delle persone. Mi siedo, ascolto, recupero pezzettini dei vissuti e mi faccio un’idea. Non esiste una persona uguale all’altra, ci sono dei tratti comuni e ognuno merita attenzione in misura differenze secondo il grado di empatia, simpatia, antipatia o amore che suscita.

La grazia che mi contraddistingue in questo, la confermo poiché conscia del rispetto che ho dell’altro, ma anche di chi, in questi anni, ho visto risvegliarsi da un lungo sonno, ammorbato nei meandri di non so quale idea idilliaca di mondo.

Credo che il valore della realtà sia nella capacità di essere forti e sinceri. Incazzarsi davanti alle situazioni che deturpano il nostro essere umani; saper chiedere scusa all’occorrenza per poter ristabilire un ordine è una delle basi del perdono. Il proprio perdono. Spesso accusiamo l’altro di essere il danno delle nostra azioni, ma siamo sempre noi a compiere delle scelte, a muoverci secondo delle volontà, a spingerci verso una cosa che si vuole veramente. Ci costruiamo alibi e fantasmi per nascondere i nostri disagi, ma quanto può durare una fase di questo tipo? Ci si deresponsabilizza scaricando le colpe sugli altri quando invece bisogna solo mettersi nella posizione di reintegrare noi nell’esatto momento che stiamo vivendo.

In tutto questo ci sono scuse e scuse, atteggiamenti postivi o distruttivi, negativi e positivi che non è facile cambiare, poiché l’altro non è pronto e non vuole trasformarsi.

E’ in quell’esatto momento che è tempo di andare e dire, defilarsi, per rimanere integri con la propria coscienza. Per capire che da quella situazione non c’è più forma di vita utile per poter crescere assieme.

Tanti anni fa avevo una cara amica con la quale ho condiviso molto della mia infanzia e adolescenza. Primeggiava in tutto, era la più brava di tutti, eccelleva in tutte le cose che faceva; la stimavo tantissimo, tanto che il suo contatto mi metteva sempre voglia di fare e capire, studiare soprattutto. La guardavo con ammirazione senza un briciolo di invidia, perché era lei nella sua unicità, come io sono oggi nella mia autenticità.

Non ho mai provato invidia. Rabbia sì, tanta; fastidio derivante dalla mancanza di autostima in certe situazioni, anche, ma rivalità mai. Forse in ambito professionale la concorrenza gioca a volte dei brutti scherzi, ma quando si hanno dei piedi ben piantati, è difficile uscirne distrutti. E anche se fosse, amen, sono comunque un essere umano dotato di fragilità e consapevolezze, pronto a ripartire per nuove mete.

Tornando al discorso di prima, mi sono accorta che lei era molto sola, seppure uscisse, facesse mille lavori e attività, il suo stato d’animo era completamente a pezzi; più aveva relazioni, più ne usciva devastata e non mi spiegavo i motivi.

Fino a quando ho scoperto una cosa spaventosa: era gelosa di me. Era un continuo relazionarsi a me, al mio modo naturale di fare e agire, al fatto che – proprio perché buffona, pronta a ridere, vitale senza troppi pensieri – la facessi irrigidire.

Più volte ho cercato di chiarire, di supportarla e invitarla ad andare da un’analista. Non mi ha mai ascoltato. Abbiamo chiuso la nostra amicizia quando io non cedevo ai suoi giochi, quando si è permessa di immettere nei suoi discorsi questioni altre solo per difendersi da non so quale paura.

Nel giro di pochi anni ha vissuto situazioni di delirio e subito un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio). Addirittura mentre lei aggrediva per strada una persona di passaggio, io ero nella mia città, sentivo delle urla assurde di una ragazza, ma non pensavo potesse essere lei che stessa dando di matto. E’ stata ricoverata d’urgenza quel pomeriggio stesso, ma prima ancora che facesse questo atto, era andata a comprare un libro di fiabe per me, che mi è stato portato da un’altra mia amica a casa la sera stessa.

Devo ammettere che non ho provato niente, se non un forte senso di pietà e compassione, ma non sono tornata indietro. Non si è fidata di me, e io non potevo più tornare indietro, non sarebbe stato giusto nei suoi confronti come nei miei. Sarei stata un alibi per non farle affrontare di petto i suoi disagi. Io che per prima l’ho messa di fronte a questo, davanti a una soluzione, non potevo più tornare indietro.

Ho capito che la verità è davvero la manica dell’odio, poiché arriva alla coscienza, quella più profonda del tuo interlocutore, quella che non gli permette di dormire la notte. Il suo regalo – il libro di fiabe – ne è stata la prova.

In questi anni mi ha scritto lettere, cercato in tutti i modi. L’ho anche incontrata e ho visto la sua faccia di stupore quando la salutavo con calore, come se lei non si sapesse spiegare il perché di quei saluti sani quando sapeva che lei mi aveva fatto del male.

Io ho scelto di allontanarmi per il mio rispetto. Oggi posso dire che l’aver compiuto quell’atto mi è servito per gestire altre milioni di situazioni, ma non significa che io non soffra, tutt’altro, da queste forti crisi ho capito come trasformarmi ed essere migliore.

Sfogo: io odio i citazionisti.

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Io non ho mai capito i citazionisti: quelli che si riempiono la bocca e la scrittura di frasi dette o scritte dagli altri. La cosa che mi spaventa di più è che molto spesso dietro tutto questo tran tran di parole non c’è nulla.

Sono abituata a credere che una frase pronunciata e digitata da personalità rilevanti occorra a una propria riflessione personale.
La condivido – nel senso che la inserisco su facebook o  su altri social media -, ma quando mi trovo a parlare con qualcuno mi viene semplice rielaborare il concetto, ne faccio parafrasi e la ripropongo con l’idea che ho maturato.

Stare lì a minuziare, a rendersi belli è come essere protagonisti dello spot Sky sui cinepanettoni, mi fa incazzare a bestia, poiché non sopporto la precarietà mentale.

Finti, finti come la Morte nel Settimo Sigillo di Ingmar Bergamn.

E’ diventato così difficile sforzare il cervello per avere un concetto proprio?

Ps. e se un giorno dovessi diventare pure io così, falciatemi: è un ordine.