Bonding, Netflix, 2019

Bonding #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, Donne, giovedì, lavoro, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, streaming, vita

Così, mi sono sparata questa serie velocissima in poco tempo, in una mezza serata di fine aprile mentre fuori pioveva. Certo è che sembro fissata con le tematiche di sessualità, ma è solo un caso se dopo l’audiolibro di Francesco Muzzopappa della scorsa settimana mi trovo a parlare di un argomento tanto affine.

Bonding racconta la società odierna fatta di ragazzi costretti a difendere la propria natura attraverso l’uso di una maschera. Quale migliore identità se non quella del sesso (nella sua condizione di sadomasochismo) che è la chiave di lettura di questo narcisismo moderno e dilagante?

Due amici si sono voluti bene, in un momento cruciale della loro esistenza si sono amati e persi all’improvviso, ritrovati con una versione nuova della loro vita per sottomettere chi voleva fare di loro un misero brandello di anime sgualcite.

La visione non stupisce per il tema che affronta: parlare oggi di desiderio e potere è talmente tanto noioso che chi guarda questa serie con la ricerca di quella scoperta ne rimarrà quasi certo deluso. A dire la verità non so neppure quanto sia adatta a ragazzi e adulti, non si capisce a quale genere di pubblico parla, ma sono sicura che in alcuni momenti il bisogno di amare è così leggero che passa in secondo piano rispetto a tutto il resto. Si ride molto, questo è certo! Le dinamiche che si instaurano sono simpatiche quanto tragiche. La scena dei lottatori travestiti da pinguini è molto esilarante.

Bonding è una seria adatta a chi vuole passare del tempo in tranquillità, a chi è conscio che i desideri inespressi portano a fare cazzate nei momenti in cui ci si sente più soli e dipendenti, in quelle disperazioni reali che portano a ricercare solo cavolate di questo tipo per sentirsi meno vuoti e più pieni, ma poi di che?

Bonding_cover, Netflix, 2019

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After the earthquake [#LIFE]

amore, attualità, cani, vita

Sono uscita alle 5.44 per camminare, decisa per vedere l’alba dopo le diverse scosse avute stanotte in Abruzzo.

Di nuovo, nel cuore della notte, più consapevole di prima che tutto possa passare velocemente, il cuore è volato verso le persone più importanti. Mi sono resa conto di quanto la mia casa e le sue mura siano forti. Il resto è superficialità.

La mia gratitudine alla vita è stata consegnata al cammino, alle decisioni. Il luogo dove mi sono recata è a circa 2 km da casa, era ancora buio mentre salivo e da quel punto vedevo mare e montagna. Luce e ombra. Sono stata assieme al cane dove un uomo diversi anni fa si è tolto la vita perché non accettava di essere malato. Ho capito che occorre coraggio, per guardare in faccia e a pieno petto la realtà, la volontà  e il proprio spirito.

Ho capito che voglio guardare sempre al mare: sono stanca di muri e pareti da scavalcare; meglio l’orizzonte libero di chi sa attendere l’anticipo del sole, che la fossa cupa di una vallata tra le montagne dove penetra solo ghiaccio che si cristallizza sulla propria bara.

Un terremoto ha scombussolato dal 2009 a oggi, l’altro, dopo sette anni, ha ristabilito il centro.

Addio vecchia vita.
Via inutilità, via nullità.

Le foto che ho scattato sono tutte in movimento, lasciate sfocate poiché figlie dell’urgenza.
Se ci sono errori di digitazione, li lascio, poco m’interessa.

No Man's Land - Loreto Aprutino, Pescara - ph. Gino Di Paolo - www.fondazionearia.it

No Man’s Land di Yona Friedman – Jean Baptiste Decavèle #recensione

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, eventi, filosofia, mostre, poesia, recensioni arte, turismo, viaggi

E’ passato un po’ di tempo da quando sono stata all’inaugurazione di No Man’s Land, progetto site – speficic di Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle a cura di Cecilia Casorati, realizzato a Loreto Aprutino in provincia di Pescara, inaugurato il 14 maggio scorso.
Un’idea nata in collaborazione con Aria – Fondazione Industriale Adriatica, l’Associazione Zerynthia e Mario Pieroni, che ha donato i terreni sui quali l’opera è stata realizzata.

Tre segmenti di progettazione architettonica pensati in un unicum esperienziale, contraddistinti da un’area creata da pietre di fiume, un bosco con più di 200 piante di noce incise, una struttura costruita attraverso l’uso di canne di bambù, che si fondono, assieme, in simboli dai segni arcaici, primitivi, contemporanei, dai tratti fluttuanti. Land Art a vocazione concettuale, in equilibro, in un lavoro dall’armonia completa, in dialogo, tra uomo e natura. Poesia che si espande, estende, per più di due ettari di terreno, trasformati in un immaginario condiviso nel quale ognuno puo’ immergersi e ritrovarsi, percependo, e stabilendo, la propria linea (sottile) di confine.

Il bosco è cuore, polmone, processo di passaggio, mente dell’intero progetto. Alberi intagliati nella loro corteccia come cicatrici da accarezzare, raccontano un vissuto, una crescita, il raggiungimento di una consapevolezza, saggezza, che non tradisce o abbandona la memoria. Ricordo che affiora attraverso il tocco, una carezza nella profondità di taglio, di un albero giovane, fragile, resistente, che diventa, attraversa, supera il proprio limite, la macchia e l’intera selva. Fraseggio di vita, rimando alla filosofia tedesca di Ernst Jünger, in una concezione datata 1951,  dichiarata nel saggio politico intitolato Il trattato del ribelle (Adelphi, 1990). Quest’ultimo, mia percezione in cammino che si somma ai numerosi interventi fatti da studiosi e critici, alcuni dedicati all’ecosofia di Arne Næss, in occasione dell’appuntamento pomeridiano dove la presentazione è terminata.

In un’epoca influenzata dal potere delle immagini, traspariva un rimando di delimitazione legato a un processo storico novecentesco preciso, che in questo contesto ha assunto, volto il suo significato, cambiando forma – da stella a rettangolo -, porzione, in un nuovo ambiente libero, radicato, su impegno di chiara responsabilità. Non un marchio tatuato in codice, ma lampante adesione di coraggio acclarato in  verità limpida percepita e affermata in questa frase:

“No Man’s Land belongs to everybody”
(Terra di nessuno è di tutti)

Un segno distintivo di partecipazione e condivisione dal colore giallo (un semplice post – it), fissato al petto da chi ha aderito al principio, quel giorno, a Loreto Aprutino – e da quel giorno in poi ancor più per altri –  come modello autentico di pensiero innovato.

Aria – Fondazione Industriale Adriatica, costituita da manager, docenti, professionisti, artisti e associazioni abruzzesi, ha promosso il territorio rispettando la sua natura, in uno sviluppo utile e accessibile, non tradendo la propria identità, garantendo alla regione Abruzzo una rottura nella sua forma mentis. Lo ha fatto con strumenti di comunicazione e pubblicità, nel pieno rispetto dei principi economici legati all’event marketing, nella concezione di prodotto culturale, sul quale possono partire ed essere applicati studi, ricerche e politiche di destination branding per ricalibrare il tiro sull’immagine e la credibilità di questa area del centro-sud Italia.

No Man's Land, Bosco, Loreto Aprutino (PE) - ph. Amalia TemperiniYona Friedman artista, architetto franco – ungherese, ebreo, nato a Budapest nel 1923. Jean Baptiste Decavèle è artista, nato a Grenoble, in Francia nel 1961. Collaborano assieme da più di dieci anni, e in questa installazione hanno edificato la più grande opera realizzata da Friedman, visione, che ha visto protagonisti anche gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, della Facoltà di Architettura di Pescara e delle Scuole d’arte del territorio.

No man’s land è il risultato, via di protezione e fuga, cancella l’idea di proprietà, trasforma un bene privato in un bene comune, secondo un percorso fedele, ecosostenibile, che restituisce il luogo a se stesso.

NO MAN’S LAND
Installazione site-specific
di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle
a cura di Cecilia Casorati
Fino a: per sempre.
@Località Contrada Rotacesta – Loreto Aprutino (Pescara)

– Accesso gratuito –

Consiglio:

Scarpe comode
Plaid / copertina
Una quantità sterminata di bambini al seguito da accompagnare.

Per saperne di più:
www.fondazionearia.it

 

étranger. Ciclo di mostre a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2 #savethedate

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, CS, eventi, mostre

étranger.
Ciclo di mostre a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2


Inaugurazione sabato 14 maggio ore 18,30

etranger_invito_14 maggio

Sabato 14 maggio dalle ore 18,30 si avvierà il terzo appuntamento di esposizioni della collettiva Étranger. Un ciclo di mostre partito a febbraio che arriverà a giugno, per un totale di cinque appuntamenti, all’interno di uno spazio non istituzionale – un ex studio medico – situato in via Raffaello 94/2 a Pescara.

Di volta in volta l’ambiente si trasformerà con l’occupazione di interventi pensati da alcuni gruppi  di partecipanti al progetto, artisti, che lavoreranno sull’idea di territorio e sul concetto di straniero. Sono studenti (o ex), professionistiformati all’Accademia di Belle Arti di Roma: Adelaide Cioni, Milica Cirovic, Ola Czuba, Angelo Di Bello, Iulia Ghita, Fabio Giorgi Alberti, Andrea Liberati, Lorenzo Lunghi, Claudio Pantò, Luca Valerio, Sofia Ricciardi. 

Il ragionamento si focalizza nelll’idea che l’uomo spesso si sente straniero nel luogo in cui vive, talvolta straniero a se stesso. L’individuo, nel suo spostamento è portato a riproporre l’habitat nel quale è nato/cresciuto, quel luogo che gli permette condizioni vivibili di esistenza, in circostanze che non gli appartengono.  Lo scopo è ripensare una coesistenza in un ambiente che diventa contenitore. Il fine è creare luoghi simbolici che si ispirano a sfere, citando Peter Sloterdijk, che fruiscano di una seconda atmosfera in uno spazio nuovo da abitare.

Ogni artista ha portato e porterà avanti una riflessione sul tema dell’identità esaltando la dialettica dell’altro; la condivisione di un luogo comune è stata pensata come marcatore di un’inevitabile estraneità.

Nel terzo ciclo di incontri, l’appuntamento si concentra nelle mostre di:

 

Informazioni utili:

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Ciclo di mostre a Pescara nello spazio di via Raffaello 94/2
@ via Raffaello 94/2, Pescara
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Cel: + 39.327.7511904

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Perfetti sconosciuti – Paolo Genovese #film

cinema, film

Qualcuno giorni fa mi ha chiesto cosa pensavo del film di Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti, distribuito nel 2016 e ancora oggi al cinema. Ho così preferito sostituire mega produzioni straniere per dare importanza a qualcosa di italiano, per il quale, di solito, prediligo l’attesa della diffusione televisiva.

Inizialmente Perfetti Sconosciuti mi ha ricordato Carnage di Roman Polanky e In nome del Figlio di Francesca Archibugi (anche nella sua versione originale francese). Colpa dei grandi amici, delle abbuffate, dei tavoli, dei libri piazzati ovunque, degli argomenti legati alla politica. Per la prima volta, in questo contesto, non mi è sembrato di trovare questa diatriba. La centralità finalmente si è spostata su altro, qualcosa di più contemporaneo.

Tutto da nasce da un gioco, ma realmente si muove con esso?

Seppur nata come commedia, con momenti esilaranti, il film ha una centralità ricca di cinismo, brutture e meschinità tanto da sfiorare il drammatico con incisività. Su questo dato mi ha ricordato la sensazione che provai quando vidi L’ultimo capodanno di Marco Risi  negli anni ’90.

Ho apprezzato la scrittura e il modo in cui si è rilevato nella sua fine, i meccanismi di intreccio che hanno permesso allo spettatore di rimanere attento e vigile sui personaggi fino alla fine. Più che la tematica dell’omosessualità, e della sua retorica, cui penso in Italia sia maestro Ferzan Opzetek, il cuore del problema sia stato impiantato nell’uso delle nuove tecnologie (cellulari, app, social).

In certi passaggi l’impronta del moralismo poteva essere alleggerita. Alcuni dialoghi potevano omessi, soprattutto alla fine, poiché il disagio degli attori e le intuizioni di montaggio bastavano a ricucire le dinamiche, a far capire quanta solitudine sia ammanta l’esistenza.

Non ho trovato la solita dedizione a una formazione, alla crescita di personaggi, ai riti di iniziazione o di passaggio all’età adulta, quanto una centralità focalizzata sull’odierno, su un blocco emotivo diretto, tangibile percepibile dentro e fuori dal cinema: un voler dire ma non fare, rinunciare, per immaturità e incapacità. Non so se per vigliaccheria o tutela, ma questa condizione stabile di tradimento è sfiancante, e sono d’accordo con chi mi ha fatto riflettere su questo punto, forse è una costante talmente tanto abusata nella realtà, che siamo stanchi di trovarla in sequenze dialogiche così nette al cinema.
Il cast perlopiù romano ha stancato.
Trovo sempre al top Giuseppe Battiston, mi piace molto Alba Rohrwacher, ho apprezzato Anna Foglietta – relegata spesso a ruoli che la mettono in un piano inferiore rispetto a quello che potrebbe offrire se sviluppasse di più la sua componente drammatica. Senza spoilerare, aggiungo: se il ruolo di Kasia Smutniak fosse emerso, allora sarebbe stata davvero una stronza psicologa spietata e manipolatrice.

Ognuno di noi ha davvero tre vite? 
Ci penso ancora un po’, così da avvalorare il segreto nel sottotitolo.

Teaser:

 

Locandina:

perfettisconosciuti

 

Youtuber: #pepperchocolate84

attualità, comunicazione, Narcisismo, rumors, Studiare, tecnologia, vita

Seguo questa youtuber – Pepperchocolate84 – da tanto tempo. Mi è sempre interessato il meccanismo che costruisce quando viaggia o quando le capita di parlare di mostre, poiché ha un atteggiamento molto pop nell’affrontarle in maniera leggera. Penso sia scaltra, e le cose che propone con quella modalità (trucchi, abiti, cibo) siano usate in maniera molto efficace e veloce. Non condivido molte cose di lei, delle scelte che fa, ma è la sua vita e il suo modo di lavorare, poiché lontani dal mio punto di vista. Ha saputo sfruttare le sue risorse per costruire il proprio mondo con un mezzo innovativo che le permette di fare cio’ che vuole, di vivere degnamente la propria esistenza rispettando il tempo che vive.
Nel discorso che compie in questo video che proporrò, mi trovo totalmente d’accordo, non in relazione a quanto lei faccia o svolga, ma piuttosto su quanto io applichi questo comportamento spesso nella mia vita. La scelta, il giusto valore alle cose e alle persone, la dignità, i soldi come mezzo, internet e i social come strumento.
Rispetto ad altre, le tantissime che sono online, ha compiuto un gesto positivo che le attirerà molti fastidi, sarà tacciata di ipocrisia e altre cose di una noia mortale.
Quello che dice è giusto: la distanza va mantenuta su tutto.
Possiamo ascoltarla o no, possiamo riflettere su quello che dice, possiamo criticarla costruttivamente, possiamo invidiarla. Se ha le spalle forti, le nostre chiacchiere le scivoleranno addosso come giusto sia, poiché porta avanti i suoi sogni.
Molti utenti non tengono conto dei fenomeni che attraversano il web, e non so se lei sia conosciuta in altri contesti (giornali, tv) – non seguo tutto quello che fa – ma ha un segmento di pubblico forte che le permette di incrementare i suoi guadagni che lei ripaga col suo impegno.
Pensiamo a Benedetta Parodi, lei, attraverso le sue ricette ha costruito un impero mediatico. Con l’aiuto di chi? Di tutti noi che le abbiamo spedito i gli ingredienti da miscelare in uno studio televisivo, nel quale si stipulano per la sua fattibilità accordi pubblicitari, inseriti spesso tra una pausa e l’altra, che le fanno aumentare la possibilità di investimento in relazione ai tempi del suo programma, perché noi telespettatori siamo lì che acquistiamo determinati prodotti, posizionati davanti ai nostri occhi, in ogni secondo utile al commercio.
Che differenza c’è tra le due? Nessuna.
Lavorano entrambe, ognuno col proprio scopo: farlo al meglio, guadagnare per stare bene, ottenere credibilità e visibilità per nuove opportunità.
Le loro non sono le uniche professioni al mondo. La notorietà non si ottiene solo attraverso la messa in esposizione del proprio corpo e del proprio messaggio.
Anche noi,
in piccolo, con le nostre forze, possiamo tirare fuori qualcosa di buono e concreto gettandoci in altri ambiti. Dovremmo imparare a mantenere il distacco non facendoci condizionare dai risultati degli altri, puntare piuttosto a farci un esame di coscienza ogni volta che proviamo un briciolo di invidia, uccidendoci in paranoie imitative, che derivano da modelli comportamentali indotti, di cui, secondo me, non abbiamo proprio bisogno.

I bari, Caravaggio.

arte, arte contemporanea, artisti, cultura

“Troppe carte, troppe mani, e un coltello alla cintola”.
“Voglio scoprire il padrone della mano guantata.”
“E’ un uomo che vive di espedienti, ha i guanti rotti ed è l’ideatore della truffa”.
“E’ lui il cattivo genio, quello che sta derubando l’innocente”.

“La vittoria del disonesto su chi crede all’onestà”.
Un giovane perderà tutti i suoi soldi, l’altro, prima o poi, la libertà“.

 

Sorgente: Caravaggio ‘I bari’ – Rai Arte

 

Rent a car in my name.
Chi  semina vendetta, citando fortuna, ha già dimostrato qual è la via della sua volontà.

E’ il 29 novembre 2015.
Indosso una felpa grigia che mi hanno regalato tanto tempo fa.
Il sole fuori brilla.
Il passaggio è su un’altra città, quella crollata, è abbandonata a se stessa con la menzogna di chi ha promesso finti accordi,
ma oggi avrà luce, si accontenterà.
Al pari di sguardo è difficile raccogliere il segnale.

La giustizia esiste su tutte le cose.

 

Amore criminale

artisti, attualità, comunicazione, Narcisismo, televisione, vita

Per la prima volta ho guardato su Rai 3 un programma di cui ho sempre sentito parlare, mai visto, perché spesso si pensa che certe situazioni non possano mai capitare a te che vuoi risparmiarti le angosce.
Amore Criminale ha attratto la mia attenzione quando nella striscia pubblicitaria lanciata a mezza sera sono stati utilizzati questi termini: “Gli alti, biondi, occhi chiari, di solito, sono uomini affascinanti ma risultano dei grandi manipolatori”.
Non potevo non sentirmi coinvolta. Ho parlato tante volte di narcisismo in questo blog, delle ferite procurate, di come mi sono difesa e ho rialzato la testa con tutta forza.
La storia dei protagonisti della puntata raccontava di una giovane donna che aveva avuto nella sua crescita enormi problemi di autostima, l’anoressia l’aveva coinvolta, la sua mancanza di fiducia nei confronti di se stessa l’aveva portata a scegliere un compagno con forti tendenze al controllo. Un personaggio reale, con una professione comune, lavoratore nell’arma dei carabinieri.
Una storia tragica, come si può immaginare, finita con la morte di lei completamente devastata, uccisa a martellate dal suo compagno quando lei ha scelto di riprendersi la sua vita andandosene di casa.
Tralasciando certi dettagli che sembrano quasi ovvi per una narrazione criminale, la cosa più assurda che si notava dai racconti è stata la azione autoritaria di chi lei aveva scelto di amare, con la quale lui aveva anche deciso di avere dei figli.
Per farla breve, nella lista dei comportamenti sbagliati, mantenuti da lui, c’era il dominio mentale, il controllo monetario –  di ogni introito economico – di lei, l’allontanamento della famiglia di origine, la possibilità di sentenziare sul corpo di lei tanto da condurla da un chirurgo plastico per farsi aumentare la taglia del seno, perché a lui piacevano quelle con le tette grandi.
Il peggiore di tutti credo sia stato quando lui si è permesso di dire a lei, dopo un tentativo di riavvicinamento intimo, che faceva schifo, che era meglio avere rapporti con uno zerbino.
Mi sono molto indurita nel sentire tutto il racconto. Il senso di superiorità di un uomo verso una donna è  stato oggetto di una situazione professionale che ho vissuto anche io in questo ultimo anno. Mi sono sentita ancora più forte, sentendo, ma completamente cosciente di quanto questi meccanismi in personalità deboli possano instillare germi che portano al proprio disfacimento per opera di un altro.
Tra le tante cose che ho dovuto subire, ricordo una chiamata al telefono dove mi è stata pronunciata questa frase “per fortuna che hai incontrato me, altrimenti con un altra persona avresti rischiato male”. Ci sono frasi indelebili nella mente, ero a Bologna sotto ArteFiera, una chiamata lunghissima dove mi sono sentita dire qualsiasi cosa, anche la più impensabile, quelle che non si possono davvero immaginare su di una persona che fino a quel momento si, aveva avuto degli scatti nervosi nella nostra collaborazione, ma arrivare alle minacce no mai, mai fatto prima. Non me lo aspettavo, non me lo sarei mai aspettata, almeno con me. Avevo avuto con lui un rapporto sincero, davvero sincero, ho sempre spiegato e motivato le mie azioni. Le ho sempre poste in primo piano prima di ogni un passo che facevo, sempre per rispetto del mio interlocutore. Ho chiesto chiarezza e risposte, non le ho avute, mai, almeno alle domande importanti. In cambio giudizi, come il personaggio descritto sopra. Un sentenziare sulla vita degli altri senza richiesta. Delle sberle psicologiche scagliate con ripicca e negazione.
Mi sono data molto tempo per riflettere, elaborare cose non mie, sputate per rabbia repressa su situazioni che non si ha il coraggio di affrontare per propria irresponsabilità. Quel senso di vuoto è  stato atroce, e solo le persone che erano con me sanno cosa ho provato, vissuto. Una sensazione assurda. Come se qualcuno avesse scosso il mio cervello ficcandoci dentro una mano rovistandolo con dita aguzze. Non avevo ancora approfondito gli studi sul narcisismo, non riuscivo ancora a capire nulla, di cosa fosse e di come possa indurre alla morte perché si introietta nell’altro un qualcosa che ti fa sentire inspiegabilmente sbagliata. Il buonsenso mi ha portato dopo un mese a dire al soggetto interessato che lo perdonavo. Tutta quella rabbia che mi era stata gettata addosso non era mia, era sua, di problemi di un mondo non mio, del quale non so, e non sapevo nulla, se non la superficie che ho potuto intuire facendo dei collegamenti di studio. E’ un artista e l’opera parla, come anche gli articoli e i materiali lasciati in giro, quelli che possono supportarti e aiutarti nel farti fare due più due sul processo creativo e di vissuto degli altri. Sono una persona molto diretta, il fare critico mi dice di andare al cuore della situazione e risolvere la questione portando avanti il problema, subito. Trovo il modo di far capire con leggerezza dov’è l’inghippo perché è mio dovere professionale far crescere gli artisti .Il problema in questa occasione è stato l’errore di cedere in fiducia, offrire una possibilità. Sono un essere umano, sbaglio anche io, e stavolta ho fallito agendo in supporto, andando verso chi non dovevo portare sul mio vissuto, solo perché c’era un progetto grosso che riguardava me, con lui protagonista, di mezzo. Non era mio compito farlo. Ci sono cose che nascono talmente velocemente e alle quali non si può dare risposta perché inspiegabili tanto i ritmi intensi. Così è successo il peggio. Addirittura il tentativo di condizionare le persone a me care riversando su di loro cose che non mi appartengono minimamente, il tutto per paura, ripeto: dominio e controllo, ansia.
Chi mi conosce mi tutela. E’ questo e’ avvenuto. La solitudine emotiva gioca brutti scherzi. I traditi, coloro che rinunciano a loro stessi per sogni idilliaci di successo (gli illusi, i vanitosi, i presuntuosi) se non si fanno aiutare da chi gli crede veramente, o da uno specialista, fanno danni atroci, devastano le persone anche in situazioni comuni come prendere un caffè al bar. Davvero, non so cosa si inneschi nelle loro menti, cosa faccia partire l’embolo, non mi riguarda e non faccio la terapeuta, ma qualcosa in questi processi malati di disgregazione deve necessariamente partire, altrimenti non si spiega nulla.
Domenica scorsa, ad esempio, una mia cara amica che lavora in una pasticceria ha visto (vissuto) una scena raccapricciante accaduta proprio dentro il locale presso cui lavora. C’era una coppia sulla quantacinquina a consumare cose, erano tranquilli a chiacchierare, due amici senza malizia, di colpo è entrato uno che ha iniziato a sbraitare contro di lei, picchiare l’altro, lanciare sedie di ferro contro chi era in quel momento cliente normale di una pasticceria in un giorno di festa. Ora, tralasciando il fatto di quanto lui fosse imbecille, cosa voleva dimostrare? che la amava? che se faceva dei feriti lei non tornava da lui? Bel modo di amare. Questo non è voler bene a una persona, ma possederla, trattarla come un oggetto non offrendogli margini di scelta, asfissiandola fino alla noia, riducendola in frantumi. A questo punto se lui avesse avuto una pistola cosa avrebbe fatto? Un massacro. Avrebbe ammazzato tutti? I tempi di Shakespeare sono finiti da un pezzo, le tragedie possono essere evitate. Al posto di chiedere aiuto si aggredisce chi ha creduto nell’altro. Colui che da bello e bravo è divenuto improvvisamente un mostro perché ha scelto di tutelarsi e difendersi. Non è facile parlare di queste cose, lo so, ammettere la natura dei propri problemi, le mancanze, ma per rispetto di se stessi bisogna trovare coraggio. Le vittime, siano esse femmine o maschi (il narcisismo femminile esiste ed è marcato anche tra le amicizie), va combattuto. È un lungo processo di risanamento verso quei comportamenti sbagliati che si adottano per proiezioni altrui (genitori violenti, persone negative, fidanzati/e passive). Bisogna difendere la vita a tutti i costi perche’ ne abbiamo una e soltanto una. Ci sono tanti centri antiviolenza che mettono a disposizione i loro numeri, lo fanno gratuitamente prestando ascolto. Ci sono molti forum di discussione online che supportano le vittime come anche tanta letteratura. La vita è umiltà, il resto è solo prevaricazione e incapacità. La vendetta non esiste, la giustizia sì.
È l’una, ci saranno errori di digitazione, e mi sono dilungata troppo, ma era dovuto, soprattutto per le testimonianze che posso offrire.

Il capitale umano – Paolo Virzì

cinema, cultura, film, libri

Nessuno si aspetterebbe un film così, lontano dal solito schema politico – provinciale descritto nei suoi precedenti progetti. Paolo Virzì nella regia del suo ultimo lavoro non sembra più lui. Se ci si aspetta un’opera brillante, di riscatto, dove i protagonisti sono perlopiù personaggi di ceto sociale medio – basso, cambiate sala cinematografica e dedicatevi a una qualunque frottola d’invenzione romantica americana.

Il capitale umano stravolge la leggerezza, non solo perché da titolo si evince un forte rimando alla Comédie humaine di Honoré de Balzac, ma perché il lavoro è un complotto  alla cui base è posto – similmente a una società ottocentesca – un gruppo di potere che controlla giochi di strategie economiche e finanziarie, fregandosene di tutto, irridendo gli individui che vivono su una superficie di un intero Paese.

Allo stesso tempo, pensare che il libro da cui è tratto tutto questo sia ambientato in Massachusetts, negli Stati Uniti, e ritrovarlo in una versione diversa, visiva, adattata in Brianza – con un punto di vista indiscutibilmente italiano – è una peculiarità cui io non sono abituata.

La regia di Paolo Virzì, assieme alla co-scrittura di Francesco Bruni e Francesco Piccolo, offre una testimonianza formidabile di come la qualità espressiva possa premiare sempre, poiché la forza del prodotto è racchiusa nella capacità di saper stravolgere completamente i canoni su cui si sono basati, finora, buona parte dei suoi processi creativi, da Ovosodo a La prima cosa bella, passando per Tutta la vita davanti.

La sceneggiatura è frammentata in capitoli, e i punti di vista sono elaborati in un missaggio che spinge in modo costante a oscillare tra l’equilibrio di una dimensione mentale ansiogena propria e un’interpretazione psicologica complessa dei personaggi.
La trama,
invece, vede incastonate le classi sociali rappresentate in una piramide organizzata in: ordine di controllo – chi è posto all’apice e ha il governo monetario; gli inclini a tutto – la media e alta borghesia con mire decisionali e ambizioni altissime; il quarto stato – la povera gente vittima di soprusi e incidenti, lasciata morire e valutata sulla base dei suoi affetti, senza tener conto di situazioni e provenienze, di chi è e che problematiche hanno.

Virzì pone sguardi, riflette sulla propria natura e ci pone davanti alla scelta: osservare e adattarsi all’occhio del parassita disposto a barattare il valore della sua stessa figlia? O stare dalla parte di chi si ferma al puro delle cose, senza chiedere in cambio nulla, soffermandosi sulla potenza dello sguardo e nell’intimità dell’essere?

Non mi va di spiegare il thriller in dettaglio, poiché ritengo sia solo un espediente efficace che fa da contorno a un quadro volutamente nitido, sulla nostra realtà, su cui noi siamo solo inermi e per il quale ci battiamo ogni giorno con tutta la forza che abbiamo.

La cultura è femmina, crolla a pezzi, come un teatro, è metafora di una puttana, che assume vesti e stile nella classe e nella grazia di Valeria Bruni Tedeschi. Lei tradisce se stessa, in Via Alcide De Gasperi, con un professore universitario di sinistra interpretato da Luigi Lo Cascio, che grida in maniera incessante al dilettantismo, e che ricorda un po’ la eco delle parole importanti descritte da Nanni Moretti in Palombella Rossa.
Fabrizio Bentivoglio è, invece, l’evoluzione malsana di un Sergio Castellitto di Caterina va in città.

Lo consiglio per la potenza della scena finale, per la capacità di aver selezionato attori in grado, a colpo d’occhio – con una sola comparsa – di raffigurare, come solo un gesto artigiano, il tratto di una tela su cui molti personaggi hanno manipolato le nostre esistenze fino a oggi.

Buona visione!

Tratto da:
Stephen Amidon, Il capitale umano, Mondadori, 2008

Trailer:

The Bling Ring – Sofia Coppola

cinema, cultura, film

In ritardo rispetto alla tabella di marcia, ho iniziato la nuova stagione cinematografica 2013/2014 non nel migliore dei modi, ma con una riflessione di fondo che annoia tutti perché fin troppo reale.

The Bling Ring l’ultimo lavoro di Sofia Coppola non ha niente di diverso rispetto a tutta la sua recente filmografia: c’è il senso di straniamento, c’è la noia, ci sono le grandi pause che permettono di entrare nella parte più intima del protagonista, c’è la dinamicità di scatto davanti agli oggetti di autorappresentazione, c’è, insomma, tutto ciò che può esserci di banale in quella che oggi consideriamo la società contemporanea.

Il lavoro è tratto da una storia vera: un gruppo di ragazzi adolescenti che s’intrufola all’interno delle megaville di personaggi famosi della Los Angeles sfavillante, saliti alla ribalta negli ultimi decenni (Paris Hilton, Lindsay Lohan, Orlando Bloom e altri due o tre spauracchi che fanno parte dello star system americano). Tutto questo avviene con estrema semplicità. Tramite la rete riescono a capire dove essi vivono e che appuntamenti hanno in una determinata sera. Da lì stabiliscono come entrare e in che maniera agire.

La cosa stupefacente è che, proprio perchè basato su fatti veri, si scopre la banalità dei derubati: case sfavillanti costruite su personaggi fatiscenti che lasciano le chiavi di accesso sotto lo zerbino.

Il grande merito della regista è proprio di saper costruire personaggi che lasciano il pubblico in una costante perplessità. Non è tanto quindi la costruzione linguistica, la grammatica compositiva a catturare l’attenzione, ma piuttosto la visceralità di personalità borderline che hanno bisogno solo di attenzione. La sua cinematografia non è basata sull’identificazione, ma sul mantenimento costante di una distanza che porta a sentirsi vuoti. Quello che voglio dire è che non abbiamo sociotipi cui trarre ispirazione, ma piuttosto esempi negativi senza un margine di crescita.

Spesse volte il nostro cinema italiano è criticato perché di formazione.  Non vorrei sbagliarmi ma a rimarcare questa etichettatura fu proprio Quentin Tarantino.

Mi chiedo allora se questa posizione possa essere assunta anche per lei, in maniera speculare e cambiandone il segno: riuscirà mai a prendere il volo e a farci vedere altro, qualcosa di positivo o più appassionante?

Emma Watson è un escamotage per mandare i suoi fan al cinema.
Kristen Dunst compare in un cameo come filo conduttore legato alle sue pellicole precedenti.

Il link alla storia vera: clicca

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