Romeo e Giulietta #sergeipolunin #verona [#eventi]

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È passato più di un mese da quando sono andata a Verona. La scelta è avvenuta a luglio, nel momento in cui ho visto che erano disponibili i biglietti per la prima mondiale di Romeo e Giulietta con protagonisti Sergei Polunin e Alina Cojocaru.

Mi è successo pochissime volte negli ultimi anni di acquistare di getto un biglietto per uno spettacolo, come anche pensare di viaggiare da sola per il piacere di vedere qualcosa per il mio interesse senza traghettare qualcuno nell’oblio di evento di danza classica. Ho scelto di andare per per premiarmi di un traguardo raggiunto che per anni è stata una trappola. Ho capito che, in questi casi, un viaggio in solitaria, dopo una grande fine, permette di stabilire i propri equilibri, le proprie necessità, capire anche dove si può migliorare nell’adattarsi ai luoghi e alle nuove conoscenze.

Molte cose sono avvenute quel giorno, una delle più belle è stato arrivare al B&B e scoprire che la mia stanza non aveva la chiave. In pratica è accaduto che dopo una trattazione che è iniziata via web, sono scesa di prezzo col proprietario e ho dormito in un ambiente con bagno privato nel suo appartamento personale. Quello che mi ha trattenuto dalla fuga è stato l’alto punteggio dei feedback on-line sulla serietà del luogo, ma soprattutto la fiducia che in certi momenti scopro di avere ancora nei confronti del genere umano e della sua pulizia.

Tornando al tema di questo articolo, dico che visto milioni di volte il film di Buzz Lurhmann, altrettante quello di Franco Zeffirelli, studiato per il teatro la tragedia shakesperiana su vari volumi con doppia traduzione; visto dal vivo rappresentazioni minori. La curiosità di percepire con i miei occhi quanto due ballerini sarebbero riusciti a compiere su una storia così tormentata, nella nostra contemporaneità, rafforzata dalle musiche di Sergei Prokofiev è stata tanta a spingermi ad andare proprio nella città dove l’opera originale è stata ambientata dall’autore attorno al 1300.

Romeo e Giulietta di Johan Kobborg è stato uno spettacolo essenziale; a rafforzare il senso di contemporaneità il minimalismo della scenografia pensate dall’artista David Umemoto.

Nel mentre sono sorte tante questioni attorno a questo incontro culturale. Sergei Polunin è stato tacciato di omofobia per alcune sue dichiarazioni inappropriate sul mondo Gay – LGBT, cacciato dall’Opera di Parigi lo scorso febbraio per tali motivi. Mi ha fatto molto riflettere la sua posizione di appoggio a Putin e durante il mese di attesa della visione mi sono chiesta se fosse giusto, per la mia etica, partecipare.

Alla fine ho fatto una semplice supposizione: non condivido le dichiarazioni dell’artista, ma apprezzo il suo temperamento e la sua bravura, riescono a trasmettermi qualcosa che accrescere l’umanità. In che modo le sue posizioni avrebbero plagiato la mia visione del mondo e come avrei fatto a valutare se non avessi partecipato? E in che modo sarei corrotta?
Lo spettacolo è stato assistito da circa 10 mila persone paganti che hanno applaudito per circa 15 minuti. L’entusiasmo, nell’attesa dell’evento, è stato altissimo fino alla fine, dove io in molti hanno chiamato i ballerini a gran voce per vederli uscire di nuovo, tanta era l’emozione trasmessa.

A questo punto occorre altro?

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Chiesa di Sant’Elena – Scavi archeologici – Battistero di San Giovanni in fonte – Verona – #viaggi [#turismo]

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Come ho già detto la settimana scorsa, eccomi a parlare della Chiesa di Sant’Elena situata nella zona del vescovado, proprio dietro la Cattedrale Matriarcale di Santa Maria Assunta. Per accedere a questo spazio è necessario pagare un biglietto di ingresso di 3 euro, una volta entrati, presenta un’area dedicata al battistero e una agli scavi archeologici.

Nel girare da sola ho invertito gli ingressi; mi sono ficcata in una via che mi ha portato alla visita di un piccolo chiostro scoperto per caso. La fortuna è stata di beccare una bellissima giornata di sole ed essere in quella area prima delle ore 10 del mattino; il verde brillante è stato una benedizione per l’armonia della mia ultima giornata di visita nella città.

La chiesa di Sant’Elena era un passaggio coperto che collegava al cattedrale alla area riservata dei canonici. Esiste un piccolo altare ricavato dalla pietra che presenta una Madonna in trono con bambino e i santi. La cosa più interessante di questa zona è un osso in legno – presumibilmente di balena – situato proprio sopra questa rappresentazione sacra; secondo fonti ascoltate dalla piccola audio-guida era una pratica della tradizione antica e usato come segno benaugurante, curativo e di protezione.

Il Battistero di San Giovanni in Fonte è di periodo longobardo, ha resti di affreschi di epoca medievale e una fonte battesimale ottagonale ricavata da un unico blocco marmoreo del XII secolo. È considerato uno dei capolavori della scultura romanica.

La mia esperienza a Verona mi ha arricchito e vorrei tornarci di nuovo per visitare quegli spazi che ho sottratto al mio volere per questioni di tempo. Qualcuno di voi la conosce bene? suggerimenti?
Ho assaggiato i bigoli al sugo di anatra: che spettacolo!

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Basilica di Santa Maria Matriarcale – Verona #viaggi #arte #tiziano [#turismo]

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La mattina del giorno successivo alla visita della Basilica di San Zeno, mi sono alzata alla volta di Tiziano. Questa tappa era prefissata, la avevo valutata proprio nell’interesse di una visione dell’operato di questo artista rinascimentale. Mi sono mossa seguendo uno schema molto semplice, che mi ha visto attraversare la città con lo zaino in spalla, prima di andare alla stazione per tornare in Abruzzo. La paura di non essere ammessa nello spazio a pagamento era tanta. Molto spesso ho trovato problemi nei depositi per borsoni e valige e sono stata costretta a rinunciare alle visite che avevo prefissato.

Avevo già capito che l’arte di queste aree mi convinceva pochissimo in termini di gusto, ma ho dovuto riposizionare la mia idea e tenere conto che il Duomo presenta un edificio sorprendente e una restituzione pittorica altrettanto imponente. La chiesa è situata nella parte più medievale della città; ho attraversato la via dello shopping e sono arrivata in un quartiere molto accogliente, quasi rassicurante, fatto di micro stradine che mi hanno condotto al complesso costituito dalla Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, dalla chiesa/museo di Santa Elena, San Giovanni in Fonte e il carinissimo chiostro dei canonici.

L’Assunzione della Vergine di Tiziano risale circa al 1530, pare sia l’unica sua opera conservata a Verona. Quando ho letto che era presente, ho associato male l’immagine: mi è affiorata alla mente quella che si trova a Venezia; così ho cercato di fare un approfondimento e notare le sostanziali differenze. La prima: le opere sono realizzate con la tecnica a olio, ma si distanziano per il supporto – questa che ho visto è su tela mentre l’altra conservata nella Basilica dei Frari è su tavola. La seconda: Maria è la protagonista in entrambi i casi, ma il programma iconografico di discosta in modo netto, in questa della Basilica Matriarcale la Vergine si è levata e guarda verso il basso senza l’intercessione visibile del Padre Eterno.

L’area presbiteriale è cortonata di luce: una cosa pazzesca alla vista!
Il resto della cattedrale ha un colonnato in marmo rosa.

La prossima settimana dedicherò attenzione alla chiesa/museo di Sant’Elena.

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Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy #film [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cinema, collezionismo, comunicazione, costume, cultura, film, giovedì, mostre, recensioni arte, Serie tv, social media, spiritualità, streaming

Mi sono accorta di questo progetto Netflix dopo i mille commenti del critico Jerry Saltz sulla sua pagina Instagram. Alla luce della visione, lo capisco: il film risulta essere una boiata pazzesca, spinto verso una concezione di arte costruita come una allegoria di serie B ben fatta.

La storia narra la vicenda di un artista morto, di cui sono scoperte le opere grazie a una giovane assistente di una potente galleria di arte contemporanea. Si tratta di un thriller che lega alcune figure di professionisti all’interno di una catena maledetta di eventi che portano a un unico risultato: la morte di chi tenta la mercificazione e lo scambio dei suoi lavori. L’immaginario costruito dal regista è per questo surreale e predispone l’osservatore a una visione distorta della realtà, dei mille aspetti che depotenziano il ruolo delle figure che ruotano attorno al mercato dell’arte.

Rivela, per questo, un sistema malato fatto di minacce e tradimenti, di arrivismo e inutilità, che toglie valore alle molte intelligenze di quei professionisti che credono nel valore del loro mestiere. Seppure sia vero che questo settore abbia delle pecche, fare di tutta erba un fascio è ridicolo, ma quello che stupisce di più è come sia stato costruito il ruolo delle opere in relazione alle vicissitudini della vita dell’artista.

Siamo abituati a conoscere aspetti che sublimano le opere attraverso la restituzione di immagini che mettono al centro il bello, la pulsione di una persona che nella realtà dei fatti ha difficoltà a manifestare i propri sentimenti più puri – basti pensare a Caravaggio e come ha avuto una vita difficile, ma allo stesso tempo alla magnificenza delle sue pitture. Quello che accade in Velvet Buzzsaw è al contrario un chiaro tentativo di alimentare e perseguire l’idea di una figura che sia brutta dal vero e che persegue la sua violenza attraverso i lavori che prendono vita verso chi compie imposture nei loro confronti tanto da rendere l’intera visione buffissima. Quello che ne esce fuori è un quadro di uomini e donne piene di sé, soffocate dalla loro superbia senza limiti, dove è sottratta la poesia dell’arte.

Allora che senso ha vedere un film quando tutto è rannicchiato in una bolla che occlude la visione? Il più punito tra tutti sembra essere il critico interpretato da Jake Gyllenhaal e il più povero John Malkovich, maestro puro la cui ispirazione è bloccata.

Chi ha avuto la sfiga di vederlo?

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

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I miserabili regia di Franco Però - ph. Simone Di Luca

I miserabili – #regia di Franco Però #teatro [#recensione]

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Questo articolo esce con molto ritardo rispetto alla visione dello spettacolo. Mi sono resa conto di quanto nel mio 2018 fosse mancante la componente di spettacolo dal vivo rispetto alla fruizione di prodotti culturali audiovisivi.

I Miserabili arriva in città a gennaio, proprio agli inizi del 2019, mentre iniziano a manifestarsi i comitati per le elezioni politiche attesissime in tutta Italia. L’Abruzzo – con i suoi atteggiamenti discordanti – è un terreno di battaglia importante e vigoroso, sul quale si è venuto a sondare il valore dello scenario nazionale. Si può dire che questo momento equivale alla tappa numero zero di un concerto, quello di una prova generale che decreterà il successo di una performance sulla quale impiantare nuove dinamiche per assettare il tiro in vista degli accadimenti nazionali dei prossimi mesi.

L’opera di Victor Hugo arriva in questa condizione in modo profetico. La regia di Franco Però si presenta al pubblico con una scenografia essenziale dai tratti minimali, composta da una mobilità regolata dal comportamento stesso degli attori in scena. Tutto l’impianto segue l’andamento della narrazione come se il tempo ruotasse a una velocità supersonica mentre la costruzione di un comparto luci gioca a ricreare schemi compositivi provenienti da opere pittoriche famosissime (La morte di Marat di Jean Louis David, per citarne una)

La storia è un adattamento teatrale di Luca Doninelli ispirata dal romanzo storico francese e inquadra in modo dettagliato i temi che si stanno innestando in questo processo culturale legato alla nostra società. Si tratta di un’opera immensa, la cui natura è ambienta nell’Ottocento, ma il cui potere è estendibile (e riadattabile) alle vicissitudini dei nostri giorni. Il suo inizio è molto chiaro, pone in dialogo due uomini di sesso maschile che rappresentano un farabutto – che si rivelerà essere il sindaco – e un vescovo, monsignore della città.

Politica e religione come capisaldi etici su cui si regola l’intero comportamento di una intera popolazione.

I Miserabili, da questo punto di vista, è uno spettacolo che muove su due assi legati allo Spirito, non in senso religioso, ma secondo una visione laica di condivisione di un principio. Si basa su norme e regole di rispetto che disciplinano i comportamenti tra tutti gli esseri umani. Mostra quanto i farabutti – senza un esempio valido di benevolenza d’animo – possano ricorrere alla meschinità più totale nonostante una giustizia persecutoria in costante attività alle proprie spalle. La miseria è una metafora per indicare la mancanza di dignità, la vendita della stessa, assieme alla propria famiglia, pur di ottenere in cambio qualcosa.


Sebbene questi siano gli elementi su cui muove l’intera interpretazione, un occhio di riguardo è dedicato al ruolo delle donne: una triade di figure messe a margine, relegate, giudicate ed etichettate, ma che si rivelano essere le vere protagoniste compatte per tutta la durata dell’opera, su cui si basa l’intero potere che sorregge la fragilità umana.

I Miserabili racconta la storia di una bambina – Cosette – la cui madre è una meretrice che chiede al suo presunto benefattore sindaco il desiderio di salvare la propria figlia lontana chilometri, lasciata nelle mani di una famiglia di miserevoli personalità disposte a tutto. A fare la differenza arriverà la coscienza, la quale si attiverà nei confronti di chi potrà riscattarsi dagli errori del proprio animo – dalla nefandezza dei propri gesti – per espiare i propri errori attraverso il perdono.

Potrà mai la mia terra, la sua gente, ritrovare questo senso che ci avvicina tanto a una verità?

Teatro Comunale, Teramo
12 -13 gennaio 2019

I miserabili
dal romanzo di Victor Hugo
adattamento teatrale di Luca Doninelli
regia di Franco Però
con Franco Branciaroli
e con (in o.a.) Alessandro Albertin, Silvia Altrui, Filippo Borghi, Romina Colbasso, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos, Valentina Violo
scene di Domenico Franchi
costumi di Andrea Viotti
musiche di Antonio Di Pofi
luci di Cesare Agoni
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Centro Teatrale Bresciano, Teatro de gli Incamminati

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#Eventi culturali #turismo #2018

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Ultimo di questa serie di articoli è quello dedicato agli eventi culturali che ho ricercato e ai quali ho partecipato:

  1. Aranzulla day con Salvatore Aranzulla, Auditorium Antonianum, Roma – Recensione
  2. Henri Cartier – Cartier Bresson. Fotografo a cura di Denis Curti,
    Mole Vanvitelliana, Ancona – Recensione
  3. The Florence Experiment. Un progetto di Carsten Höller e Stefano Mancuso a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  4. Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione
  5. Casa Buonarroti, Firenze – Recensione
  6. Marina Abramovič. The Cleaner a cura di Arturo Galasino, Palazzo Strozzi, Firenze – Recensione.

Non recensite:

  1. Duomo di Arezzo per l’affresco della Maddalena di Piero della Francesca
  2. Chiesa di San Domenico di Arezzo per il Crocifisso ligneo di Cimabue
  3. Basilica di San Francesco di Arezzo per La Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca
  4. Fortezza Medicea – Arezzo
  5. Figline Valdarno, Firenze
  6. Sarà presente l’artista. #0 Matteo Fato a cura di Simone Ciglia, Palazzo Clemente, Castelbasso (TE)
  7. Ripattoni in Arte, Teramo
  8. Fabio Mauri. 1968 – 1978 a cura di Laura Cherubini, Palazzo De Sanctis, Castelbasso (TE)
  9. Still of peace and every day life. Italia – Marocco:
    Fatiha Zemmouri – Materia Prima a cura di Paolo De Grandis, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE); Alberto Di Fabio – Infinitamente, Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva / Atri (TE) a cura di Antonio Zimarino; Amazigh: Berberi del Marocco di Luciano D’Angelo a cura di Sandra Fiore
  10. Rivestiti di incorruttibilità – I busti reliquiari della raccolta capitolare a cura di Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri (TE)
  11. Marco Fulvi – Effigi, Museo Capitolare di Atri (TE)
  12. Giuseppe Stampone. Precipitato Formale, Eduardo Secci Gallery, Firenze.
  13. Per Fabio Mauri. L’Aquila 1979 | 1999, Accademia di Belle Arti L’Aquila (AQ)
  14. SAM JYU ZI SEOI / A heart like still water di Bruno Cerasi, Libreria La Cura, Roseto degli Abruzzi (TE)
  15. Dalle stelle in una grotta. Le natività di Annunziata Scipione a cura di Valentina Muzii e Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri.

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#Film visti nel #2018

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Dopo la sezione dei libri, mi faccio avanti con i film visti nel 2018, sono molto pochi rispetto agli scorsi anni. Ho meno tempo e sono poco interessata alle uscite cinematografiche:

  1. Wonder di Stephen Chbosky – Recensione
  2. 120 battiti al minuto di Robin Campillo – Recensione
  3. The shape of water di Guillermo del Toro – Recensione
  4. Sono tornato di Luca MinieroRecensione
  5. Il filo nascosto di Phantom Thread di Thomas Anderson – Recensione
  6. Manifesto di Julian Rosefeldt – Recensione
  7. The Square di Ruben Östlund – Recensione
  8. Easy – un viaggio facile facile di Andrea Magnani – Recensione
  9. 45 anni di Andrew Haigh – Recensione
  10. PIIGs di Adriano Cutraro, Federico Grego, Mirko Melchiorre – Recensione [Documentario]
  11. Appuntamento per la sposa di Rama Burshstein – Recensione
  12. Sulla mia Pelle di Alessio Cremonini – Recensione
  13. Michelangelo. Infinito di Emanuele Imbucci – Recensione
  14. The Neon Demon di Nicolas Winding Refn Recensione

Non recensiti:

  1. Woodshock di Kate e Laura Mulleavy (2017)
  2. Madre! di Darren Aronofsky (2017)
  3. Bird box di Susanne Bier (Netflix, 2018)

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Marina Abramović Rhythm 0 1974, Marina Abramovic. The Cleaner, Palazzo Strozzi, Novembre 2018 ph. Amalia Temperini

Marina Abramović. The Cleaner #marinaflorence #palazzostrozzi #mostre [#recensione]

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Come dicevo due articoli fa, nel mio ultimo viaggio a Firenze ho effettuato alcune tappe, tra queste anche il super-classico passaggio a Palazzo Strozzi dove si sta svolgendo Marina Abramović. The Cleaner, la prima retrospettiva italiana dedicata a una delle figure più controverse dell’arte contemporanea mondiale.

La mostra ha un corpus di circa 100 opere organizzate in fotografie, installazioni, pittura, video e archivi che focalizzano il suo centro nel concetto di re-performance. Il coinvolgimento di giovani artisti sostiene e replica esperienze che ruotano attorno all’idea di desiderio, morte e ideologia. La visita, nella sua totalità, permette di attraversare la storia e la narrazione di una figura dotata di una personalità che ha rivoluzionato il concetto di performance con l’esposizione del proprio corpo a torture estreme, per comprendere le potenzialità e i limiti dell’umano, dagli anni ’70 in poi.

Poche sono le cose che colpiscono veramente, rare le emozioni, tutte concentrate in quelle esperienze dove il mito è richiamato da codici appartenuti a una impostazione politica. Tra le sale più potenti quella dedicata a Count on Us (2004). In questo ambiente i video raccontano la storia di un coro di bambini orchestrato come una prefigurazione basata su un fatto politico reale e manifestato in modo ironico dall’artista. Marina Abramović struttura questa azione come gesto di rifiuto per le azioni ONU avvenute durante la guerra in Kosovo e sfrutta – a suo modo – le buone speranze di un compositore jugoslavo che scrisse un inno a una scuola dedicata alle Nazioni Unite in virtù di promesse – mai mantenute – proprio da quell’organismo sovranazionale.

Questo lavoro è l’unico racchiude una esperienza ancora viva. Inizia e finisce come un ciclo di vita, con la sostanziale differenza che fuori dal coro esistono due ragazzini che in maniera radicalizzata esternano un senso appartenenza a qualcosa che emana una grande passione e un senso di orgoglio sfrenato visibili dalla comunicazione non verbale e dallo sforzo del canto. Un lavoro attualissimo che evidenzia in un unico risultato l’inizio e la fine di un ciclo impiantato sull’idea reale o falsificata di libertà.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle. Con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Regione Toscana, Associazione Partners Palazzo Strozzi. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Sponsor Unipol Gruppo.

Marina Abramović. The Cleaner
Firenze, Palazzo Strozzi 21 settembre 2018-20 gennaio 2019
#marinaflorence; #abramovicitaly #marinabramovic

https://www.palazzostrozzi.org/

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Casa Buonarroti #museo #turismo #firenze[#recensione]

arte, artisti, costume, cultura, giovedì, mostre, natura, recensioni arte, religione, società, spiritualità, turismo, viaggi, vita

Ispirata dal film di Emanuele Imbucci sono tornata a Firenze per visitare una serie di mostre temporanee che avevo messo in conto ma con una speciale attenzione verso Casa Buonarroti.  Si tratta di uno spazio costituto nel 1612 che conserva una raccolta di opere raffinate che rendono l’esperienza del visitatore unica e regale.

Un ambiente custode di una collezione di lavori dei maggiori artisti del tempo. Figure volute da Michelangelo il Giovane, nipote del famoso artista, che ha saputo pensare in circa trent’anni a una raccolta che esaltava le fastosità della sua famiglia attraverso una raffinata selezione di opere realizzate da autori che vanno da Artemisia Gentileschi a Pietro da Cortona, da Jacopo Vignali a tante altre figure incastonate nelle testimonianze del percorso museale capace di raccontare la Firenze di quel periodo.

La fondazione è un museo seminascosto distribuito su due piani, il primo è il più imponente in ordine di magnificenza. A catturare l’attenzione i due famosissimi lavori giovanili di Michelangelo: La Madonna della scala del 1491 circa e La battaglia dei Centauri del 1492. Due sculture dalle quali si possono osservare le potenzialità straordinarie dell’architetto, scultore, pittore racchiuse nei dettagli di due frammenti che anticipano il genio manifestato in modo acclarato in tutte quelle forme nel suo stile maturo nella Roma papale di 1500 fino ad arrivare alle sue più preziose e incomplete Pietà.

Fondamentale è anche lo slancio di sguardo che offre la sala della Galleria assieme alla Stanza del dì e della notte e quella definita Lo Studio. Tre ambienti che si susseguono e dove è possibile concentrarsi sulla ricostruzione di una biografia per immagini dedicata a Michelangelo nell’incontro con papi e sovrani, quella della storia di famiglia con un focus sulla vita del nipote e le effigi di toscani illustri affrescati e distribuiti secondo la tipologia di sapienza cui appartenevano (medicina, matematica, fisica, letteratura, teologia e filosofia).

L’allestimento è costituito da un corollario ricchissimo di materiali e si conclude con la narrazione di alcune celebrazioni ottocentesche realizzate in occasione del quarto centenario di nascita dell’artista. La visita è gestibile, i suoi tempi si aggirano attorno a un’oretta. Il vantaggio è stato riuscire a beccare un momento in cui le sale erano deserte tanto da poter osservare – con i tempi giusti – le magnetiche sale che contraddistinguono alcuni degli spazi più potenti.

Qualcuno ci è mai stato?

Fondazione Casa Buonarroti

Via Ghibellina 70
50122 – Firenze
http://www.casabuonarroti.it/

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CREDIT: ICON FILM DISTRIBUTION

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn #film [#recensione]

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Dopo Hill House ho scelto di vedere The Neon Demon, un lavoro di Nicolas Winding Refn uscito nel 2016. Si tratta di un film incentrato sul concetto di bellezza dove si incontrano alcuni elementi miscelati che vogliono far apparire questo film geniale da un punto di vista estetico, ma che risulta deludente al termine della sua visione.

La storia è quella di una ragazzina americana di 16 anni che si trasferisce dalla periferia della Georgia a Los Angeles, per una serie di casi fortuiti entra in una delle trame del sistema moda. La sua è una semplicità regale e casta, ha coscienza del suo potere, ma è preda ideale di un meccanismo chiuso dove regnano sadomasochismo, saffismo, pedofilia e necrofilia. Il progetto affronta l’invidia femminile fino a portarla a una condizione di cannibalismo. La violenza è gratuita.

Dal punto di vista della composizione, la fotografia ha molti rimandi ad artisti contemporanei (Man Ray, Vanessa Beecroft, James Turrell, David La Chapelle) e la musica elettronica in alcuni punti del montaggio aiuta a rafforzare una dimensione di scoperta, spaesamento e caos.

Il progetto non porta a niente: zero profondità, zero ricerca. Una solita storia da vita adolescenziale dove si tenta di giocare con i diavoletti che fanno i dispetti agli angioletti. Il film è stato incasellato nella etichetta di genere horror, ma in realtà è una condizione che si avvicina al fetish con qualche macchia splatter, ma senza troppe pretese.

Banalità a pacchi.

neon demon

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016)
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Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci, 2018 (ph. presa da Sky tg 24)

Michelangelo – Infinito di Emanuele Imbucci #film [#recensione]

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Di ritorno da lavoro, una settimana fa, mentre passavo per una consegna in città, ho visto che era ancora disponibile in una delle sale che frequento il film di Emanuele Imbucci, Michelangelo – Infinito (SKY/Lucky Red 2018).

La pellicola affronta la storia dell’arte italiana con un focus su Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564); restituisce un valore al suo lavoro che ispira la pianificazione di viaggi e scoperte in quelle aree dove l’artista è intervenuto a creare il suo percorso di vita professionale.

Quello che colpisce è la caparbietà unita allo spirito di sacrificio. È noto alle cronache che l’artista avesse un carattere irascibile, un elemento che cammina di pari passo alla sua bravura, al senso di decisione nelle trattative con i suoi committenti, al desiderio di onnipotenza e di ricerca su qualcosa che si facesse sublime attraverso la pittura e la scultura.

L’intensità del montaggio riflette tutto questo e permette allo spettatore di immergersi nei dettagli delle opere in una maniera totalizzante; a supporto arriva l’uso della musica che connota la profondità del racconto, tanto da chiedersi – più volte – durante tutta la visione, se si è sottoposti a un documentario, una biografia o a un mix tra le due cose. Il punto più alto si raggiunge nella descrizione pensata per il Monumento Funebre dedicato a papa Giulio II che si trova a San Pietro in Vincoli a Roma, realizzato agli inizi del 1500.

Buona parte della riflessione di Michelangelo, interpretato da Enrico Lo Verso, si svolge in un dialogo che è un flusso di coscienza da trasmettere a chi guarda. Un monologo che mostra il senso di impotenza, di oppressione e rabbia che si manifesta dentro quel luogo dove lui sceglie il materiale più adatto per ricavare i suoi lavori: le cave di marmo di Carrara.

La ricerca della propria spiritualità è l’espiazione di qualcosa a cui si cerca di dare parola – una verità – con il proprio operato di artista. Lo scenario è povero, misero, freddo e raffigura i costanti limiti dell’uomo nella sua relazione con la natura. L’attualità è nella raffigurazione voluta dal regista ed è centrale la composizione delle sequenze dove l’acqua, come specchio, incastra e dimostra che per superare i propri limiti bisogna avvicinarsi all’armonia dell’eterno – o come dice il sottotitolo del film – a un infinito. La traduzione è una perfezione dannata che prende voce in una sofferenza ricavata nell’incarnato della scultura e in uno stile pittorico che segna i lineamenti di corpi marcati e di espressioni feroci e concentrate.

In questo caso, la pellicola è vicina a ciò che Amir Naderi cercava di manifestare con il suo profondo progetto uscito nel 2016, Monte, un’opera filosofica in cui il protagonista prosegue imperterrito a scavare la montagna che ostacola la visuale sulla terra che lo ha visto crescere.

Una nota dolente – secondo il mio punto di vista – è stata la recitazione di Enrico Lo Verso nei panni di Michelangelo, in questo particolare caso sottotono rispetto alla sua bravura, mentre l’intensità trasmessa da Ivano Marescotti, nelle vesti di Giorgio Vasari – narratore, biografo e storico dell’arte rinascimentale – è di tutt’altro trasporto.

Molte sono le tematiche da approfondire e non basta un post su questo blog a delineare tutto: la spiritualità, l’omosessualità in una descrizione velata accostata al concetto di giudizio, ma soprattutto il non finito, chiave guida di questa arte straordinaria.

Il film sarà di nuovo proiettato nelle sale il 19 e 20 novembre grazie al grande successo ottenuto.

Manifesto, Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci (SKY/Lucky Red 2018)

Sito ufficiale:
www.michelangeloalcinema.it

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Autostrada A24, GranSasso e Monti della Laga (versante teramano), maggio 2018, ph. Amalia Temperini

#Summer

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È arrivata l’estate e come ogni anno entro in standby durante questi periodi. Ho deciso di rallentare un po’ il ritmo settimanale di scrittura degli articoli. Cercherò di vivere quello che mi attraversa in questi mesi e tornare con molta più carica nelle prossime settimane. Mi trovate quasi giornalmente su Instagram o sulla pagina fan di Facebook del blog.

Statemi bene.

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