semini di peperoni - ph. Amalia Temperini

Ravanelli e peperoni [#iorestoacasa]

#iorestoacasa, amore, costume, cucina, cultura, Donne, lavoro, natura, quarantena, salute e psicologia, società, turismo, vita

Stamattina mi sono fatta portare a casa dalla signora che si occupa della frutta, anche tre peperoni rossi. Li ho appena affettati, sistemati e congelati così ho tempo di capire come prepararli per più occasioni, per limitare al massimo le uscite e avere tutto porzionato per bilanciare la nutrizione nel corso di queste prossime settimane che coinvolgono anche la Pasqua.Ho deciso di conservare i semini, asciugarli in un panno per capire se sia possibile pensare a piantarli. Appena finisco di scrivere questo messaggio lo faccio, vedo se ho dei vasi vuoti e del terriccio, provo a industiarmi con molta calma.Non so neppure se sia la stagione di semina, ma visto che si è stravolto tutto, perché mai non provare a vedere se anche la natura può essere forzata nei suoi tempi da una persona che non si è mai presa cura della terra?Quando ero piccola, nella piccola porzione di terra che ho dietro casa, piantavo quintali di ravanelli. Rubavo i semi a mio nonno e li spargevo a cazzo, in periodi senza senso, per il gusto di prendere la zappa e dimostrare a me stessa che era possibile essere contadini senza troppo sforzo. Producevo un quintali di ravanelli che nessuno mangiava, perché non andavano di moda come adesso, ma vuoi mettere la soddisfazione? 🤣Non capivo niente, ma quella caparbietà è rimasta ancora, ci provo pure adesso e vediamo.😎Se i ravanelli nascevano perché mai non dovrebbero crescere anche i peperoni?🤔Vediamo che succede, basta, ho deciso.

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Ivana Spinelli - Contropelo a cura di Claudio Musso contributi critici di Elisa Del Prete e Cecilia Canziani - Galleriapiù, Bologna - ph. Silvia Spadari

Ivana Spinelli. Contropelo – Gallleriapiú #Bologna #mostra [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, cultura, lavoro, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

La Gallleriapiù di Bologna ospita Contropelo, la seconda personale di Ivana Spinelli a cura di Claudio Musso fino al prossimo 28 marzo.

Un percorso che porta l’attenzione verso la società Gilanica alla cui base era posta una visione matrilineare, un sistema di discendenza femminile diffusa nel neolitico, nell’antica Europa, che riconosceva un equilibrio tra donne e uomini.

La mostra rientra in un progetto di ricerca più ampio che ruota attorno al “linguaggio della Dea“, sviluppato attorno agli studi dell’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas.

Ivana Spinelli studia da sempre i rapporti tra il corpo e il linguaggio in un discorso legato ai conflitti che si innescano nelle relazioni sociali e politiche. In questo caso l’artista cerca di approfondire, capire, riprogettare e guardare quel codice in un’ottica contemporanea; esamina quegli espedienti iconici del passato, di una comunità, attraverso forme di comunicazione basate anche odierno uso di algoritmi.

La Dea, segno che guarda e resta v^v^v (2017) è l’unico lavoro che mi ha colpito. Si tratta di una pianta di ficus in uno stato di quiescenza – di momentanea inattività – unità a un boa di piume rosa. 

Il rimando al mondo femminile è forte. Esiste un accenno velato all’impegno LGBT. Una pianta che ha una radice posta al contrario e dietro, rispetto al suo simbolo frontale rosa, collocato come una memoria, sulla responsabilità, nel presente. 


Ivana Spinelli – Contropelo
a cura di Claudio Musso

contributi critici:
 Elisa Del Prete  Cecilia Canziani
www.drosteeffectmag.com

Galleriapiù
Via del Porto, 48 a/b 
40123 Bologna BO

Fino al 18/03/20

Grazie mille a Silvia Spadari

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le realtà ordinarie, bologna

Le realtà ordinarie a cura di Davide Ferri – Palazzo De’ Toschi – Bologna #mostra [#recensione]

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Le realtà ordinarie è una mostra collettiva a cura di Davide Ferri che si tiene a Palazzo De’ Toschi – Salone della Banca di Bologna – fino al prossimo 23 febbraio.

Lo scopo è indagare la rappresentazione dell’ordinario in una modalità di lettura che parte da opere ibride verso frammenti e piccoli accadimenti della vita quotidiana, mosse da una serie di domande poste agli artisti: è possibile per loro l’abbandono al piacere della pittura pura e cosa comporta questa scelta adesso?

I lavori che mi hanno colpito sono:
Il fiore di Anna di Luca Bertolo. L’artista rappresenta, in una grande dimensione, una natura morta, un disegno in origine realizzato dalla figlia; sovverte l’ordine di un foglio normalissimo quadrettato e ne restituisce una immagine monumentale e sincera, di qualcosa che tutto a un tratto non è più un semplice gesto infantile, ma una elevazione poetica che genera stupore e meraviglia.

Andrew Grassie propone un’opera pittorica di piccole dimensioni. Accettare che fosse un dipinto e non una fotografia è stata la parte più difficile. Secondo quanto afferma il curatore, l’artista è specializzato nel raccontare spazi marginali come magazzini, ingressi o uffici di musei e gallerie.

Riccardo Baruzzi – del quale non ho trovato la didascalia – realizza Colonne, un lavoro del 2019 che presenta una ripetizione di un vaso di fiori di un’autrice sconosciuta trovato per caso. È proposto su diversi supporti che si alternano e cercano di bilanciare pitture replicate che passano in secondo piano rispetto ai materiali usati per sorreggerli. Che sia questa sorta di installazione ad avere davvero valore?

Verrebbe da chiedere se e quanto questo percorso abbia a che fare con il tempo, ma anche capire quanto l’attenzione dei visitatori oggi è spostata su aspetti secondari rispetto alla proposta totale di fruizione di un’opera.

Le realtà ordinarie
a cura di Davide Ferri

Palazzo De’ Toschi – Salone Banca di Bologna
Piazza Minghetti 4/D, Bologna

Fino al 23.02.2020

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Arte Fiera 2020 #mercato #collezionismo [#arte]

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Sono ancora in viaggio, mi trovo in Toscana in questo momento ed è il lunedì successivo che completa la tre giorni della 44° edizione di Arte Fiera di Bologna.

Come dicevo in un post scritto pochi giorni fa, le aspettative rispetto a questo incontro erano tante e i motivi che mi spingono a dirlo ora si fanno più spingenti perché la soddisfazione è stata molto alta.

Intendo dire che l’organizzazione della fiera è stata produttiva, efficace in termini spaziali, il tempo di fruizione ridotto, calcolato, con ambienti aperti e di ampia veduta. Un processo che permetteva di avere grande capacità di riflessione tra uno spazio e l’altro, nei dialoghi tra artisti, coi galleristi e nella fruizione complessiva dell’evento che, seppur commerciale, aveva una parvenza di alto spessore culturale.

Per lungo tempo ho evitato di tornare a fagli visita, la fiera era diventata una cosa sfiancante e insostenibile, in passato, che poco aveva a che fare con la fruizione dell’arte, il gusto di vedere lavori particolari di determinati artisti, la voglia di acquistare e soprattutto di chiederne i prezzi.

Dal punto di vista del mercato, non saprei quindi dire se effettivamente ci sono stati investimenti perché questo spetta ai galleristi stilarlo attraverso i loro risultati, ma credo che la prima area – quella curata da Laura Cherubini – abbia inciso in qualche modo su questa edizione ed è un merito che va veramente riconosciuto al direttore Simone Menegoi che ha saputo creare una intesa valida tra i curatori nelle diverse proposte d’arte, incastonate le une alle altre in percorsi senza limiti particolari per il pubblico, anche quello dei non addetti ai lavori.

Ho avuto la percezione di essere davvero in un grande evento internazionale e dove il valore dell’arte non era stabilito dal prezzo, ma dalla qualità dei progetti pensati e legati a ogni singolo stand.

Da quello che ho capito al centro era posta molte dell’arte italiana, poca tecnologia, molta fotografia e una migliore proposta di videoarte rispetto alla incompletezza delle altre edizioni.

Mi auguro possa mantenersi questo livello per i prossimi anni.
Molte foto sono inserite sul mio spazio Instagram: qui. Sto cercando di fare un punto su quelle opere che mi hanno colpito di più.

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Basilica di Santa Maria Matriarcale - Verona - ph. Amalia Temperini

Lista #viaggi, #eventi, #mostre 2019

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L’ultimo appuntamento di questo giovedì di Gennaio è dedicato agli eventi a cui ho partecipato nel 2019. Ho scelto di inserirlo dopo i libri e i film perché questo tipo di esperienza è sempre diversa rispetto alla immobilità che genera l’incontro con una visione o di una lettura.

  1. I miserabili regia di Franco Però, Teatro Comunale, Teramo
  2. Sant’Anna bocs art a cura di Martina Lilli, Piazza Sant’Anna, Teramo
  3. Andre Panarelli. Ombra Illuminata, Museolaboratorio, Città Sant’Angelo, Pescara
  4. Le costellazioni sembrano non tenere più. La Maddalena della collezione Capitolare incontra la poesia di Simona Novacco, Museo Capitolare, Atri, Teramo
  5. Sul filo dell’immagine. Trame dell’arazzo contemporaneo a cura di Simone Ciglia, Fondazione Malvina Menegaz, Castelbasso, Teramo.
  6. Sarà presente l’artista #StefanoArienti a cura di Simone Ciglia, Fondazione Malvina Menegaz, Castelbasso, Teramo.
  7. Romeo + Giulietta, Sergei Polunin e Alina Cojocaru – regia Johan Kobborg Arena di Verona, Verona
  8. Basilica di San Zeno, Verona
  9. Complesso del Duomo di Verona, Verona
  10. Chiesa di Sant’Elena, Scavi archeologici e Battistero di San Giovanni in Fonte, Verona
  11. Casa di Giulietta, Verona
  12. Sabbia d’oro – Mostra collettiva, Museolaboratorio, Città Sant’Angelo, Pescara
  13. Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo a cura di Maurizio Coccia e Silvano Manganaro, ABAQ, L’Aquila
  14. La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista a cura di Astrid Narguet, Lucilla Stefoni, Filippo Lanci, Museo Capitolare di Atri, Atri, Teramo
  15. Ivan Graziani cantato da Filippo Graziani, Piazza Martiri, Teramo
  16. Amore, lettere e musei. Seminario di studi, Facoltà di Scienze della Comunicazione, Università degli Studi di Teramo, Teramo.
  17. Vivere freelance – incontro con Zerocalcare, Parco della Scienza, Teramo
  18. Lo schiaccianoci – Balletto di Milano, Teatro Comunale, Teramo
  19. Algoritmi. Frammenti di un’antologia del volo. Valentina Colella a cura di Piera Di Nicolantonio, Galleria Margutta, Pescara
  20. Bambinello Rubacuori a cura di Vincenzo La Mendola, Museo Capitolare di Atri, Teramo
  21. Camerlengo. Affidare la comunità a cura di Giorgio D’orazio, Abbazia di Propezzano, Morro D’oro, Teramo

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In attesa di Arte Fiera #Bologna [#viaggi]

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Sto partendo per Bologna. Dopo diverso tempo torno a visitare una delle più importanti fiere di arte contemporanea d’Italia che per il secondo anno vede la direzione artistica del critico e curatore Simone Menegoi.

Ho letto che saranno integrati nuovi progetti specifici per la Main Section; l’area fotografica sarà affidata alla piattaforma Fantom; Laura Cherubini è chiamata a curare Focus – parte dedicata al XX secolo e ai Post-war Masters; Davide Ferri, critico e curatore indipendente, si occuperà di creare un punto sulla pittura del XXI secolo.

Sono molto curiosa di capire quali saranno gli eventi collaterali; ogni volta in occasione di Art City  il Mambo ha una straordinaria offerta che va a integrare le collezioni permanenti, pare che questa edizione voluta da Lorenzo Balbi sia molto accattivante. Ho spulciato qui e là e gli incontri che più si avvicinano alla mia sensibilità, al momento sono quelli proposti da Valentina Vetturi al Teatro Comunale e Romeo Castellucci al DumBo, quest’ultimo ha avuto i biglietti gratuiti esauriti dopo 10 minuti della messa in rete (io non li ho beccati solo per questioni di sfiga immensa ero in tempissimo!).

Ho molta curiosità per Booming Contemporary Art Show, l’incontro diretto da Simona Gavioli (ex SetUp); anche questo si svolgerà al DumBo – l’ex scalo ferroviario riconvertito a nuova vita come progetto di rigenerazione urbana per le arti e la cultura a pochi passi dalla stazione centrale.

Vi aggiorno e nell’attesa mi gusto un riepilogo dello scorso anno.

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Museo Nina, Civitella del Tronto (TE) ph. Amalia Temperini

Una visita al Museo Nina #CivitelladelTronto [#turismo]

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Ho scoperto il Museo Nina quasi per caso da un mio contatto di facebook. Ho deciso di visitarlo nel giorno della Befana e avere una idea di cosa mi fossi persa fino a quel momento. Si trova nella bellissima cornice di Civitella del Tronto, nella provincia di Teramo, a un passo da Ascoli Piceno, nelle Marche, in un luogo che ha avuto una rilevanza territoriale strategica per la storia d’Italia e per essere considerato un capolavoro di ingegneria militare.

Parlo della Fortezza, ovviamente, che con la sua maestosità cattura parte dell’attenzione a chi decide di visitare questa cittadina arroccata tra le montagne, che un tempo fu anche un luogo di confine tra Regno di Napoli e Stato Pontificio.

Il punto è che, seppure l’attenzione sia riposta su questa meraviglia, a pochi metri dalla piazza centrale si ha l’opportunità di entrare in uno spazio che racconta l’attenzione e la cura di una donna; una casa, può essere definita così, che raccoglie un patrimonio demoentoantropologico attraverso una collezione che arricchisce le possibilità di comprendere chi, cosa, come e quando, ha attraversato questi luoghi, con la costruzione di un punto di vista speculare rispetto a quello di chi sceglie di visitare (o conoscere) la Fortezza.

Quando si accede al Museo Nina (ex Nact) si ha la sensazione di essere accolti in qualcosa che già si è vissuto. Ritrovare una memoria legata alla tradizione della convivialità. La storia di Gaetana Graziani si intreccia con quella di altri vissuti che hanno donato i loro materiali fino a creare una collezione di circa 3000 pezzi di moda, design, documenti e oggetti di vita quotidiana, che attraversano fasi, classi, periodi o processi che vanno dalla fine del Settecento al nostro ultimo dopoguerra.

L’allestimento si sviluppa in quattro sezioni e una delle più interessanti è proprio l’ultima. L’idea che si ha nel perscorso è di essere in un qualsiasi moderno negozio di abiti, ma il materiale esposto, che si osserva, non è in vendita, non si può toccare, non è un bene di consumo, ma una ricordo legato al sacro, alla scienza, alla musica, allo sport, alle arti, di persone – singole intimità – fino alla loro personale vicenda collettiva.

Quanti di noi potrebbero riconoscere quei capi e sentirsi parte di quell’intreccio? Si, perché questa è una rappresentazione di una vita vera, di uno spaccato, che porta a milioni di collegamenti e aiuta a completare una letteratura di ricerca storica. Esiste un abito nero che sembra ottocentesco, quasi estrapolato dalle scene cinematografiche o dalle pagine di Charlotte Brontë, ma anche coperte di estremo valore manifatturiero. E se su queste ultime custodissimo anche noi preziosità nei dai comò delle nostre nonne cosa potrebbe significare? Se ci si sofferma un attimo, si possono aprire fronti per comprendere anche vie dedicate al collezionismo di artigianato artistico.

Se dovessi tornarci, avrei modo di guardare con altri occhi le cose, pare che molti dei cassettoni siano ancora ricchi di materiali donati non ancora sistemati, quindi nuovi mondi da scoprire!

Il museo ha degli orari stabiliti, ma consiglio di chiedere appuntamento o conferma prima dell’arrivo. Oggi coi social è facile. Esiste una sezione didattica programmata riservata ai bambini. L’accesso ha un biglietto di ingresso a pagamento.

Per saperne di più, ecco un video.

www.museonina.it

Crediti fotografici per questo articolo:

Amalia Temperini, Sara Menchini, Guido Scesi.

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Camerlengo. Affidare la comunità – Abbazia di Propezzano – Teramo #mostre [#recensioni]

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Lo scenario dell’Abbazia di Santa Maria di Propezzano di sera, nel chiostro, prima delle feste natalizie, rimane uno dei più belli che si hanno nella provincia di Teramo, in Abruzzo. Si tratta di uno luogo storico e religioso di epoca medievale, di derivazione benedettina, che questa volta apre le porte a una mostra di arte contemporanea a cura di Giorgio D’orazio dal titolo: “Camerlengo, affidare la comunità“.

È l’incontro di due fratelli che si interrogano nel loro fare artistico. Uno scambio di tecniche e stili che porta l’uno a spingersi a favore dell’altro nel rappresentarsi al meglio, con la costrizione di scardinare la propria e personale ricerca altrui.

Chi non conosce i Camerlengo – Simone e Lorenzo – ha bisogno di sapere che si hanno di fronte due artisti contrapposti tra loro nei linguaggi e nei caratteri. Il primo è l’estensione, la fiducia massima, l’apertura del segno pittorico. Il secondo è il controllo, la compressione, la programmaticità fatta persona che adotta come mezzo espressivo la scultura.

Il dato interessante di questo processo è il bilanciamento che hanno dovuto trovare nello spingersi all’allestimento, un compromesso caldo e accogliente, pensato per orari notturni e invernali, con forti accenti poveritisti e minimali.

Io ho scelto di guardare in un secondo momento i titoli delle opere e capire chi avesse fatto cosa e come, quali i lavori realizzati assieme per non plagiare il mio punto di vista critico. La prima impressione è di aver visto una personale, cioè un qualcosa che è un’idea di mostra venuta fuori da un’unica individualità, ma è stato più. Lo testimonia l’ascolto che ho prestato alla difficoltà di Lorenzo nel raccontare come abbia spinto se stesso a scardinare il proprio ego nell’essere l’estensione di un qualcosa che è frutto di una stessa madre, con una individualità completamente diversa dalla sua, rappresentata dall’ala del fratello.

Quello che ne viene fuori è un gioco di specchi. Un moto di equilibri costruiti per farsi acchiappare e rincorrere come se i due fossero piccoli ribelli ricercati. A narrarlo è la presenza dei loro ritratti (fotografici) dove si presentano simili nelle posture, nei lividi, ma diversi nei connotati.

Chi ha picchiato chi? O chi ha cercato di massacrare entrambi e con quale complicità? Che ruolo ha il pubblico nel guardarli? Di fondo propongono una dissimulazione che si compie nell’operato compiuto fino a oggi, senza quella paura di mostrarsi nelle loro ammaccature e nei loro lividi.

Cosa vuol dire avere contatto diretto con l’altro in un tempo in cui non ci si guarda più in faccia e lo sguardo è posto altrove?

In questo processo in due simpatici farabutti dell’arte abruzzese hanno
plasmato qualcosa che è solo loro, celata nella loro complicità che raggiunge in alcuni casi punte di estrema poesia, ma il problema di fondo che pone questa mostra è il dialogo che esiste tra vero e verosimiglianza, tra gesto di creazione e quello di imitazione che partono da una stessa radice.

Quale sarà il prossimo attentato?

Camerlengo, affidare la comunità
a cura di Giorgio D’orazio

Simone Camerlengo
Lorenzo Kamerlengo

Abbazzia di Propezzano
Morro d’oro, Teramo

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Bambinello Rubacuori – Museo Capitolare #Atri #mostre [#recensione]

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Avevo augurato buone feste, ma ci sono ancora cose da dire prima della fine dell’anno. Sovverto la mia stessa regola dei programmazione e pubblico una recensione dedicata a un nuovo evento al quale ho partecipato con molta attenzione per il tema e la moltitudine di argomenti che si possono aprire per costruire dei dialoghi culturali.

Due sono stati i momenti che mi hanno convinto di ieri sera al Museo Capitolare di Atri: il discorso del curatore e studioso Vincenzo Maria La Mendola e quello del Vescovo della Diocesi di Teramo – Atri, monsignore Lorenzo Leuzzi.

La mostra attraversa due aspetti centrali nella costruzione della immagine da Gesù Cristo bambino, presenta un focus sugli strumenti di raffigurazione dei segni della passione (l’attraversamento del dolore) e dell’amore (per la crescita della propria spiritualità). L’osservazione parte da simboli identificativi inseriti nei contesti medievali e di arte di periodo moderno.

Si tratta di un fulcro che nasce all’interno di congregazioni monastiche spagnole, si estende in tutta Europa fino ai nostri giorni grazie a una Tradizione e in una Radice di matrice cattolica nel dialogo e per la diffusione dei messaggi della Chiesa.

Come già detto, nel programma iconografico religioso inizia a manifestarsi in epoche lontane il bisogno di raccontare la storia del Cristo bambino. Una narrazione che si arricchisce di grammatiche del visivo rivolte al popolo, in forme e stili vicini all’artigianato, caratterizzati da codici immediati, semplici e accessibili rivolta a tutti.

Il primo elemento utile è la tenerezza. Un bambino dai tratti delicati quanto può incidere sulla morale e che impatto può avere nella memoria visiva in una dimensione collettiva?

Un popolo con pochi strumenti culturali ha il dovere di vedere l’annuncio del Messia, chi ha in sé il segreto e l’armonia nell’equilibrio tra vita e morte (amore e passione). Avviene per questo, per opera di una comunità di donne (le Carmelitane Scalze), un processo di mutamento del segno, un ribaltamento di quella immagine violenta che conosciamo tutti – la crocifissione sul Golgota – a favore di qualcosa che addolcisce il tremendo destino di ogni uomo e la nostra personale e segreta verità.

Monsignor Lorenzo Leuzzi ha sollevato una grande riflessione umana. Cosa sta accadendo oggi? Che cosa vuol dire oggi quando si esclama di avere dei progetti di cambiamento? Cosa cosa accade oggi quando sappiamo che la nostra storia è stata testimoniata da tutto ciò che è visibile ai nostri occhi ed è presente qui in questo spazio che raccoglie processi storici legati a uno specifico territorio, alla propria gente, nel corso dei secoli? E aggiungo io: che connotazione può assumere la partecipazione del pubblico alla ri-costituzione di una responsabilità che parte da un luogo che ha funzioni diverse rispetto a quelle di un edificio di culto?

Il Museo Capitolare di Atri è costituito da una collezione vastissima di materiali per buona appartenuti alla adiacente cattedrale, praticati nelle funzioni pastorali, serviti al capitolo per arrivare alla comunità per l’accrescimento dell’incontro di chi il cristianesimo lo professa e di chi lo integra a sé per la propria custodia spirituale.

È così che in un nanosecondo questa piccola mostra natalizia accompagna al futuro, ricorda che nel mezzo di un qualsiasi processo esiste la possibilità di un cammino valido per sé, per scegliere il valore di chi vogliamo (davvero o ancora) essere.

Bambinello rubacuori
a cura di Vincenzo Maria La Mandola
Dal 21 dicembre 2019 al 2 febbraio 2020
Museo Capitolare
Via dei Musei 15, Atri (TE)

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Vivere freelance - incontro con Zerocalcare, Parco della Scienza, Teramo ph. Amalia Temperini

Vivere freelance – incontro con Zerocalcare #teramo [#eventi]

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Quando parlo con gli artisti mi capita spesso di dire che nel loro lavoro è importante la coerenza, cioè di essere, andare di pari passo con ciò che si è, quello che si vuole costruire, raccontare agli altri, adesso, del proprio momento storico, della propria connotazione nel mondo, di avere un messaggio forte da comunicare che sia proprio, unico ed esclusivo.

Questa è una delle conferme che ho avuto da Zerocalcare ieri sera, ospite al Parco della Scienza di Teramo, in un incontro organizzato da Wide Open Coworking in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Comunicazione di Teramo e il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Teramo.

Si è parlato molto di fare, di approccio al lavoro, della crisi che hanno le professioni creative e culturali nel farsi riconoscere una identità tutelata e valorizzata; di come un artista, seppure faccia questo mestiere esclusivo, si alza e svolge la sua opera come un impiegato o un operaio lavorando 8 o più ore anche se si fanno quelli che lui definisce “disegnetti”.
Ho visto una persona coraggiosa che ha urgenza di manifestare un pensiero critico creativo sul presente, che corrisponde a quanto afferma nei suoi libri, nelle sue strisce; l’ho ritrovato anche nello sclero dopo aver risposto a una domanda sulla sua possibilità di raccontare la sua vita in un film.
Quello che mi è piaciuto di più è come ha spiegato il passaggio che ha avuto il fumetto dall’essere considerato genere al riconoscimento di status di linguaggio dotato di una propria grammatica; di come nel giro di 10 anni si sono aperte nuove forme di mercato nel settore della editoria.
Alcuni il video sono nelle mie stories di Instagram @atbricolageblog

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La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista #atri #museocapitolare #mostre [#recensioni]

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È stata inaugurata più di un mese fa e terminerà il 1 dicembre 2019 la mostra intitolata: La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista a cura di Astrid Narguet, Lucilla Stefoni, Filippo Lanci. Si tratta di una raccolta di arazzi cuciti dalle donne cinesi ai tempi della Rivoluzione Culturale (1976 – 1976), frutto di un pensiero organico che racconta l’estetica, l’ortodossia e la politica di quell’immaginario posto in dialogo con la collezione di arte sacra del Museo Capitolare di Atri, in provincia di Teramo, in Abruzzo.

Lo spazio si è trasformato in una fabbrica sul pensiero che indaga le immagini contemporanee. L’osservazione permette di individuare i processi che hanno accompagnato la costruzione del sacro attorno alla figura del personaggio politico di Mao Tse-Tung. Lo scopo è comparare e scovare – se esistono – codici linguistici che accomunano l’iconografia religiosa occidentale a quella del sistema di celebrazione e ritualità comunista.

La sera del vernissage sono stati evidenziati alcuni processi che distinsero le realtà storiche e ideologiche russe o cubane, di come l’apertura maoista abbia dato possibilità per una maggiore emancipazione alle donne, ma anche come la costruzione della raffigurazione di Mao sia stata segmentata tra vita, relazione con il popolo e le masse in generale.

Interessante è stato sapere come la comunità locale atriana abbia risposto alla mostra e alla chiamata del museo attraverso la partecipazione nella fase della preparazione.

A parer mio, i curatori non impongono una ideologia o la scelta di adesione a uno dei due contesti interrogati; l’allestimento e il modo di fruizione del percorso sollevano occasioni di riflessione; ricercano e connettono ciò che è stato nel passato, ciò che è nel presente, qualcosa di forte comune ai culti nella costruzione delle immagini. Il percorso è libero e strutturato su più piani del museo. Sono stati coinvolti anche due artisti contemporanei: Yao Lu e Wang GuoFeng.

La mostra è visitabile fino al 1 dicembre ai seguenti orari:
dal venerdì alla domenica, 10.00-12.00/15.30-17.30

MUSEO CAPITOLARE DI ATRI
via dei Musei, 15, Atri (TE)
085 8798140
museocapitolare@teramoatri.it.
FB: Museo Capitolare di Atri

 

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manifesto, stati generali arte contemporanea abruzzo ph. Amalia Temperini

Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo #artecontemporanea #abaq [#cultura]

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Ieri ho partecipato come pubblico osservatore agli Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo, voluti dai professori dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, Maurizio Coccia e Silvano Manganaro.

Il mio ascolto è stato riservato a quello curato da Lucia Zappacosta, operatrice e direttrice dell’Alviani Art Space di Pescara. I minuti sono volati e molti sono stati i contribuiti utili su cui riflettere e ripartire, da oggi. Mi riferisco a un argomento emerso dai punti di vista di Lucio Rosato e Matteo Fato. Parlavano di architettura e di ritratto, ma anche di una attenzione sulla cura della identità di presentazione degli artisti nella creazione di un portfolio utile alla loro professionalità. Questa necessità di cura, mi ha fatto molto riflettere; ritengo che sia una attenzione che per forza di cose ci trasporta nel parallelo mondo del web e di nuovo medioevo. Mi spiego meglio, questo incontro è avvenuto alla morte di due figure cardine del mondo dell’arte abruzzese: Cesare Manzo ed Ettore Spalletti, la fine e parallelamente l’inizio di un nuovo periodo che ingloba nel 2019 due realtà: quella del reale e quella del virtuale. I mondi che abitiamo. Nuove possibilità di esistenza, anche economica, da chi l’arte la crea, di chi la produce e per chi se ne nutre. Sì è parlato molto di proiezione, un tema che rientra in una visione legata proprio a un dato periodo ormai lontano, novecentesco, consumato e terminato. Cosa manca all’Abruzzo? Una immagine. Una immagine contemporanea e fluida, che sappia restituire quello che è accaduto ieri a L’Aquila, con quella proliferazione di idee, critica e continui stimoli, dibattiti, validi nella realtà, quanto nella virtualità.

Perché è vero che gli operatori decisivi possono creare una rete e risultati economici, ma senza l’aiuto di un centro che arriva da altre persone – l’ipotetico pubblico consapevole di chi è e di chi siamo – ogni lavoro è svolto a metà, l’economia non si smuove e non rigenera un mercato di risorse.

Come può avvenire questo nuovo rinnovamento?

Allo stato attuale i problemi maggiori sono legati alla Comunicazione, al come si divulga, e una Formazione inadeguata, cioè non calibrata al tipo del periodo che stiamo vivendo; sul come questa regione in ambito di contemporaneo può essere raccontata in una narrazione continua e non solo nei periodi estivi quando la programmazione è rivolta al turista.

Ma chi è il turista oggi? E come si può parlare di questa figura in epoca di performance? E come può tornare utile questa condizione per attrarre, creare mobilità, spostare l’attenzione su tutto il territorio?

Far sapere a chi vive qui e vuole arrivare qui, che esistono possibilità di vedere offerte culturali in tutto il periodo dell’anno è stato uno degli spostamenti di visione utili alla riflessione. In questo Paola Capata ha vinto, una donna forte della sua esperienza di gallerista, imprenditrice abituata al risultato. Lei osserva con curiosità i fatti di questa regione, ha proposto una sorta di ombrello: un segno, una forma, una immagine chiara di un arnese che ha una impugnatura che ieri abbiamo stretto un po’ tutti mentre Giacinto Di Pietrantonio, critico e curatore, con ironia e sagacia, anche politica, ha definito la linea dei colori da adottare.