Un labirinto di libri (Getty Images)

Lista #libri letti nel 2019

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Come lo scorso anno per il mese di gennaio, ogni giovedì, sarà dedicato alle liste dei libri, film, serie tv ed eventi che ho visto, ai quali ho partecipato e in alcuni casi recensito sul blog e su Instagram.
Ho tralasciato tutta la parte dedicata alla saggistica, molto più massiccia e indirizzata verso un unico tema che è stato poi l’argomento principale della mia tesi discussa a luglio 2019.

Iniziano con i libri:

  1. La prima radice – Simone Weil, Edizioni di Comunità, Milano 1954
  2. Monumentum. L’abitare, il politico e il sacro – autori vari, Jacabooks, 2011
  3. La scultura raccontata da Rudofl Wittkover, Einaudi, 1985
  4. Il dono si saper vivere – Tommaso Pincio, Einaudi, 2018
  5. Il nome della Rosa – Umberto Eco, Bompiani, 1980
  6. La società della performance, Tlon, 2019
  7. I serial killer dell’anima – Cinzia Mammoliti, Sonda, 2012
  8. I testamenti – Margaret Atwood, Ponte alle Grazie, 2019
  9. Morgana – Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, Mondadori, 2019
  10. Le assaggiatrici, Rossella Postorino, Feltrinelli 2018
  11. Noi felici pochi – Patrizio Bati, Mondadori, 2019
  12. La scuola di pizze in faccia – Zerocalcare, Bao Publishing, 2019
  13. Uomini e topi – John Steinbeck (trad. Michele Mari), Mondadori, 2016
  14. Kokoro. Il suono delle cose nascoste – Igort, Oblomov Edizioni, 2019
  15. La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere – Giulio Ferroni, Salerno Editrice, Roma, 2019
  16. Il censimento dei Radical Chic – Giacomo Papi, Feltrinelli, 2019
  17. La straniera – Claudia Durastanti – La nave di Teseo, 2019.

    ***
    Audiolibri:
    ***

  18. Heidi – Francesco Muzzopappa, Fazi Editore, 2018 (Storytel)
  19. Una posizione scomoda – Francesco Muzzopappa, Fazi Editore 2013(Storytel)
  20. La sovrana lettrice – Alan Bennett, Adelphi, 2011 (Storytel)
  21. Quanto siete felici fateci caso – Kurt Vannegut, Minimum Fax, 2017(Storytel)
  22. Storia della mia ansia – Daria Bignardi, Mondadori, 2018 (Storytel)
  23. Lessico famigliare – Natalia Ginzburg, Einaudi, 1963 (Storytel)

    **
    Non terminati:
    **

  24. Tu non sei Dio, Edizioni Tlon, 2016
  25. Fedeltà – Marco Missiroli, Einaudi, 2019
  26. Sodoma – Frédréric Martel, Feltrinelli, 2019
  27. Quattro ore alla settimana. Ricchi e felici lavorando dieci volte meno -Timothy Ferriss, Cairo Editore, 2007

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Camerlengo. Affidare la comunità – Abbazia di Propezzano – Teramo #mostre [#recensioni]

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Lo scenario dell’Abbazia di Santa Maria di Propezzano di sera, nel chiostro, prima delle feste natalizie, rimane uno dei più belli che si hanno nella provincia di Teramo, in Abruzzo. Si tratta di uno luogo storico e religioso di epoca medievale, di derivazione benedettina, che questa volta apre le porte a una mostra di arte contemporanea a cura di Giorgio D’orazio dal titolo: “Camerlengo, affidare la comunità“.

È l’incontro di due fratelli che si interrogano nel loro fare artistico. Uno scambio di tecniche e stili che porta l’uno a spingersi a favore dell’altro nel rappresentarsi al meglio, con la costrizione di scardinare la propria e personale ricerca altrui.

Chi non conosce i Camerlengo – Simone e Lorenzo – ha bisogno di sapere che si hanno di fronte due artisti contrapposti tra loro nei linguaggi e nei caratteri. Il primo è l’estensione, la fiducia massima, l’apertura del segno pittorico. Il secondo è il controllo, la compressione, la programmaticità fatta persona che adotta come mezzo espressivo la scultura.

Il dato interessante di questo processo è il bilanciamento che hanno dovuto trovare nello spingersi all’allestimento, un compromesso caldo e accogliente, pensato per orari notturni e invernali, con forti accenti poveritisti e minimali.

Io ho scelto di guardare in un secondo momento i titoli delle opere e capire chi avesse fatto cosa e come, quali i lavori realizzati assieme per non plagiare il mio punto di vista critico. La prima impressione è di aver visto una personale, cioè un qualcosa che è un’idea di mostra venuta fuori da un’unica individualità, ma è stato più. Lo testimonia l’ascolto che ho prestato alla difficoltà di Lorenzo nel raccontare come abbia spinto se stesso a scardinare il proprio ego nell’essere l’estensione di un qualcosa che è frutto di una stessa madre, con una individualità completamente diversa dalla sua, rappresentata dall’ala del fratello.

Quello che ne viene fuori è un gioco di specchi. Un moto di equilibri costruiti per farsi acchiappare e rincorrere come se i due fossero piccoli ribelli ricercati. A narrarlo è la presenza dei loro ritratti (fotografici) dove si presentano simili nelle posture, nei lividi, ma diversi nei connotati.

Chi ha picchiato chi? O chi ha cercato di massacrare entrambi e con quale complicità? Che ruolo ha il pubblico nel guardarli? Di fondo propongono una dissimulazione che si compie nell’operato compiuto fino a oggi, senza quella paura di mostrarsi nelle loro ammaccature e nei loro lividi.

Cosa vuol dire avere contatto diretto con l’altro in un tempo in cui non ci si guarda più in faccia e lo sguardo è posto altrove?

In questo processo in due simpatici farabutti dell’arte abruzzese hanno
plasmato qualcosa che è solo loro, celata nella loro complicità che raggiunge in alcuni casi punte di estrema poesia, ma il problema di fondo che pone questa mostra è il dialogo che esiste tra vero e verosimiglianza, tra gesto di creazione e quello di imitazione che partono da una stessa radice.

Quale sarà il prossimo attentato?

Camerlengo, affidare la comunità
a cura di Giorgio D’orazio

Simone Camerlengo
Lorenzo Kamerlengo

Abbazzia di Propezzano
Morro d’oro, Teramo

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Noi felici pochi – Patrizio Bati #libro [#recensione]

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Ho già detto su Instagram di come sia stata ispirata da un commento di Teresa Ciabatti per arrivare a questo libro, del fatto che lo abbia definito immorale, senza spiegarne i motivi. Mi sono chiesta se io stessa lo fossi e non ho trovato risposta. Mi piace leggere, mi fido della sua scrittura e credo che lei sia una delle poche autrici italiane a cui mi affido volentieri perché capace di raccontare benissimo le dinamiche di narcisismo.

Noi felici pochi di Patrizio Bati è un libro indegno. Non esiste giustificazione o tolleranza davanti a ciò che ho letto. Violenza, fascismi di ogni tipo, disorientamento, prostituzione, tra Roma, Orbetello e l’Argentario. Pagine di cinismo gratuito poste davanti a un lettore consapevole creano una manta di opposizione, distacco e resilienza, in quel fluire di parole che si susseguono in modo nevrotico, asfittico e disarmonico.

La storia è di Patrizio, un ragazzo benestante e della mediocrità dei suoi amici. Una persona incapace di provare empatia, legato alle dinamiche di un gruppo di persone irresponsabili e vogliose di disintegrare l’altro a favore di un effimero, di un riempimento di un qualcosa che non è di certo classificabile come anima. Le figure femminili passano in secondo piano in ogni pagina, sono considerate l’oggetto di turno, buone solo a essere etichettate, massacrate, punite, da un giudizio spietato e feroce.

Quello che mi ha fatto riflettere – e che trovo in molte serie tv viste di recente – è la sottrazione della vittima dallo scenario, la sua messa in secondo piano rispetto a varie forme egocentrismo sempre più maniacale e raffinato. Si parla di un incidente, e si chiede al lettore di essere complice di questa bruttura attraverso la lettura che è a tutti gli effetti una impostura. Mi ha infastidito lo stile. L’inserimento intrusivo di una mente abituata a consultare tutto in maniera nevrotica come fossimo sempre e solo connessi al web; un atteggiamento compulsivo del trovare una soluzione a tutto come un robot; un meccanismo di sostituzione dal reale che corrode come un cancro. Ho smesso di leggere per scelta quei passaggi che sembrano note, solo su alcune ho trovato il coraggio di appoggiarmi per capire, ma ero talmente distante da quello che attraversavo che qualsiasi informazione è risultata superflua.

Non so chi sia Patrizio Bati. Nelle pagine iniziali si parla di una figura che esiste realmente e che i fatti narrati sono accaduti con consapevolezza. C’è una cosa su cui mi sono soffermata: il pensiero finale. È una dichiarazione di colpa verso chi non gli ha saputo dare amore.

Questo mi ha riportato ad Albert Camus. Alla fine di quel meraviglioso libro che è Lo Straniero. Muersault, lì, tra quelle pagine, nonostante la spietatezza dell’atto di rinuncia al perdono, ha una umanità che arriva fino a stenderti. Qui, in Noi Felici Pochi, che rimane davvero?

Davanti a tutto questo mi verrebbe da chiedere all’autore o al personaggio protagonista: le è stato negato un qualcosa di necessario, ma gli altri, tutti quelli massacrati e morti, cosa le hanno dato in cambio, quanto che ci hai sottoposto?

Da lettrice dissento. Sono complice nell’acquisto che è un mercato, ma la mia coscienza rifiuta di dare valore a quanto ho fagocitato in pochi giorni.

Patrizio Bati, Noi Felici Pochi, Mondadori, 2019

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The end of f***ing world stagione 2 , netflix

The End of F***ing World – 2 stagione #TEOTFW [#recensione]

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Avevo già parlato lo scorso anno di questa serie perché mi era piaciuta molto. Il racconto è l’acerbo di una rabbia sincera pilotata da due ragazzi, figli di genitori egoisti, irresponsabili, trovati a vivere una esperienza devastante.

Così la seconda stagione di The End of F***ing World riprende dalla fine della prima parte, narrata dalla maturità di quello che è accaduto a James e ad Alley, i due protagonisti della vicenda. Si tratta di una situazione che evolve nella ammissione di un fallimento, da errori che comportano il non affrontare le paure o il coraggio di trovarsi a espiare la propria vita in una azione che è avvenuta all’insaputa di tutti per legittima difesa.

Questa nuova parte ha come tema la vendetta di chi non vuole vedere, da parte di chi riconosce che l’unica traccia di amore che aveva fatto penetrare in sé è ciò che gli aveva occultato la vista. Bonnie è una ragazza molto brava e ben educata, con una madre che la ha programmata a essere una macchina da guerra più che una donna in grado di conoscere e gestire le proprie emozioni. La sua storia si intreccia a quella di James ed Alley con una ricerca spietata che la condurrà a stalkerizzarli in mezzo ai boschi di un paese indefinito e nascosto nel nulla del mondo.

La colonna sonora rimane sempre una delle cose più potenti del progetto. Per chi volesse capire cosa ho detto per la prima parte della serie questo link.

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25 novembre

amore, attualità, Donne, giovedì, Narcisismo, politica, quotidiani, religione, salute e psicologia, vita

“Ora esci di qui”.

Queste parole sono una manna dal cielo stamattina, una delle risposte più importanti alle forme di violenza più subdole che possano esistere. Un “no”, che non porta a compromessi.

Molto spesso si scorda che la violenza è un fatto non legato solo alla fisicità, ma passa anche attraverso altre vie più nascoste. Quando uno esprime una propria verità, per chiarire la propria posizione, l’altro, il soggetto a cui si chiede tempo, crede che possa autorizzarsi a distruggere l’altro attraverso lo screditamento.

A quante è accaduto?

È un fatto di vigliaccheria e di irresponsabilità, di incapacità al riconoscimento dei sentimenti altrui.

Qui si parla di un libro, un intellettuale morto a causa di un atteggiamento politico. La figlia del defunto si trova a dover abbassarsi alla stregua di chi ha imparato a giocare alla manipolazione pur avendo gli strumenti per capire di cosa parlava chi affermava una sua verità (il padre di lei contro una condizione di azzeramento della coscienza critica individuale).

Molto spesso una donna in ambito personale e professionale si trova a vedere e attraversare situazioni molto simili, magari mutate di contesto, ma simili. Il giochetto tattico è sempre lo stesso e la frase che si sente ripetere è :”devi rimanere zitta” o “rilassati”.

Accade così che quando si esprime volontà di chiarezza o si chiede del tempo per capire cosa si sta attraversando, la risposta data in cambio è una aggressione immotivata. Un atto di egocentrismo.

Io credo che gli uomini, molti degli uomini che ho incontrato nella mia vita, non siano stati abituati a una educazione sentimentale, a riconoscere i sentimenti fondamentali, come molte donne non sono abituate a difendere la loro vera natura e per questo cadono vittime di meccanismi non chiari a cui si deve sottostare per una presunta educazione.

Vale la pena sottostare a chi vuole impedirti di esprimere chi sei realmente?

No.

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Le assaggiatrici – Rossella Postorino #libri #recensione

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Se Morgana di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri parlava di 10 modelli femminili di rottura, Le assaggiatrici di Rossella Postorino ha 10 figure incastonate dentro la rigidità di un totalitarismo.

Siamo nella storia contemporanea, durante la Seconda Guerra Mondiale. Alcune donne sono selezionate per assaporare ogni pasto da destinare al Führer. La situazione che vivono è una condizione politica di contorno. Rosa – la protagonista assoluta – si trova a vedere stravolta la sua esistenza. L’unica costante salda è il suo vizio di gustare le cose come faceva da bambina.

L’intreccio prevede due grandi amori, quello per Gregor, l’uomo costretto a partire per difendere la patria e quello per un comandante delle SS, che esegue i compiti per la nazione nel quartiere generale di Adolph Hilter.

Le assaggiatrici - Rossella Postorino, Feltrinelli, 2018 - ph. Amalia Temperini

L’elemento accattivante di tutta la lettura è il flusso di coscienza. Da lettrice sono stata costretta a saltellare nei pensieri intrusivi della protagonista come se fosse in me quel meccanismo cervellotico; oscillavo tra senso di colpa, tradimento e la rinuncia che a un certo momento si radicalizzati in me senza una apparente ragione.

Dall’inizio ho avuto la percezione di scindere il desiderio del corpo rispetto al pensiero. La necessità di riempire dei vuoti attraverso situazioni rischiose che garantivano all’intreccio la riuscita di una lettura sempre più intrigante, come se la fisicità sapesse già cosa volere mentre la testa si riempiva di insicurezze e stati d’animo complessi e agitati.

Nessuno potrebbe aspettarsi un finale così.

Il dato utile rilasciato dall’autrice è nei ringraziamenti. Un appunto specifica che Rosa è un personaggio esistito davvero: il suo nome è Margot Wölk, una donna che offre una chiave interpretativa sulla conoscenza di alcuni fatti dedicati al nazismo venuti fuori solo all’età dei suoi 96 anni.

Le assaggiatrici - Rossella Postorino, Feltrinelli, 2018 - ph. Amalia Temperini

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Morgana – Michela Murgia e Chiara Tagliaferri #libri #donne [#recensione]

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Dieci donne, dieci modelli di rottura, sono raccontate da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri in Morgana, libro edito da Mondadori nel 2019.

La lettura è trasversale, le singole storie sono frammenti delle nostre vite estrapolate da quelle altrui, di chi ha saputo imporsi con coraggio in un sistema che voleva una femmina incastonata dentro un regime sociale di un preciso momento storico.

Mi sono resa conto di avere in mano qualcosa che mi apparteneva quando ho letto la parte dedicata alle sorelle Brontë; non ho focalizzato l’attenzione sulla loro storia personale, ma sulla mia adolescenza, su quanto abbiano inciso i libri di Emily e Charlotte: Cime Tempestose e Jane Eyre. Mi sono chiesta che impatto avessero oggi, se li rileggessi e in che modo abbiano influito nella scelta di un uomo, negli anni.

I loro temi anticipano quegli argomenti classificati come dinamiche di manipolazione, possesso o simbiosi.

Quando ero ragazzina il personaggio di Heathcliff ha forgiato il mio immaginario tanto da sentirmi come lui. In quel momento avevo trovato voce in una personalità possessiva, rabbiosa e vendicativa, che mi faceva sentire ascoltata e in pace con il mondo intero. A quel tempo non mi curavo del fatto che lui fosse un frutto raccontato da una scrittrice, ma oggi ne tengo conto; rifletto sulla potenza che può avere un messaggio narrato da una persona che ha visto il suo nome originale occultato da uno pseudonimo per poter pubblicare il proprio lavoro, ciò che la tormentava, per poter sopravvivere in quel contesto inglese di metà Ottocento.

Mi chiedo ogni giorno quanto siano forti le donne; quanto sono capaci di immedesimarsi in un dolore profondi tanto da tirarne fuori capolavori radicali.

La rabbia di Heatcliff non è diversa da quella di Tonya Harding e neppure dalla fame di vita di Vivienne Westwood. Ognuno a suo modo nella loro esistenza si è espressa attraverso l’unico espediente possibile che aveva in mano: l’arte, lo stile, la creatività, lo studio, la disciplina, qualcosa che è stato negativo, qualcosa che ha funzionato da spinta verso l’esterno. Personalità che hanno imposto a se stesse il desiderio di essere altro.

Ognuno di noi ha una storia, quella delle altre rafforza la nostra identità.

I meravigliosi disegni che anticipano ogni capitolo sono opere di MP5, artista romana conosciuta al mondo contemporaneo per i suoi lavori di street art.

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Chiara Ferragni, Spora, il pubblico #donne #comunicazione #lavoro [#attualità]

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È passato circa un mese dalla visione del documentario di Elisa Amoruso su Chiara Ferragni. Le prime impressioni a caldo le ho postate sulla pagina instagram il giorno dopo l’uscita del film. Nel frattempo su scala nazionale è scaturita una feroce discussione che ha coinvolto altri comunicatori che stanno avendo successo per i loro modelli di business on-line.

Tutto è parte dall’articolo di Riccardo Luna su Repubblica del 19 settembre dove si afferma una grande verità: chi sottovaluta quello che accade nel mondo del web è molto indietro rispetto a ciò che sta avvenendo nelle nostre esistenze, questo non implica la svalutazione di ciò che c’era prima e neppure l’accettazione di quello che accade oggi, si tratta di un riflesso tra vecchio e nuovo mondo, di due codici linguistici che si incontrano e si fanno la guerra per una supremazia di sopravvivenza, come se non ci fosse più posto per nessuno da quando il reale e diventato virtuale.

Rimango dell’opinione che Chiara Ferragni e Spora (Veronica Benini) – l’altra donna citata nell’articolo – hanno creato realtà imprenditoriali femminili imponenti per il divenire, contrapposte e in dialogo. Sono d’accordo con chi dice che la capacità di queste due personalità web è nella stesura programmatica dei loro racconti e nell’uso delle tecnologie.

Seguo entrambe da diverso tempo, ho studiato comunicazione, mi piacciono i fenomeni in larga scala, le reazioni della critica, quelle del pubblico; ho lavorato a contatto coi visitatori di un museo per otto anni. Le persone sono una grande incognita, una cosa a parte, ingestibile; la gente è pronta a cambiare opinione e decretare il successo o l’insuccesso di una persona o di una cosa sulla base dell’andamento dei messaggio costruiti e comunicati in maniera più o meno forte. Questo dipende da chi li realizza, da esseri umani come noi, che scelgono una via che può risultare efficace nel migliore dei modi o un totale fallimento per la percezione altrui.
Nei due casi che riporto, il dato utile è nelle comunità che hanno contribuito al successo di donne di carattere. Persone che hanno scelto un luogo preciso dove connotarsi e contraddistinguersi; creare una rete che è un vero e proprio sistema. La prima, la più famosa su scala internazionale, si occupa di brand di lusso; la seconda, attraverso la sua personalità prorompente e rivoluzionaria ribalta l’approccio della Ferragni: aiuta chi vuole a curare una immagine, la propria idea imprenditoriale, insegna a come imporsi su mercati alternativi attraverso la motivazione. Si fanno pagare. Sono persone che lavorano in maniera indipendente, ognuno con il proprio metodo, supportate da chi crede in ciò che dicono, cioè scelgono di stare lì e sovvenzionare in qualche modo le attività di un messaggio che più gli appartiene.

L’unica differenza rispetto al passato è in chi è contrario a questo approccio, ciò si manifesta nei commenti e nelle reazioni. Chiose sotto gli occhi di tutti, scagliate in modo lapidario nella loro posta privata come se dietro ogni nostro schermo non ci fossero sensibilità a leggere, scrivere o progettare. Nel passato quanto era possibile farlo? Ci si affidava a un critico, si dava a lui il potere della nostra voce. Oggi siamo noi, nel bene e nel male, a stabilire dove e con chi stare nei limiti del rispetto dell’altro e pare difficile accettare il successo di chi ci riesce. Manifestare o rigettare la colpa della propria frustrazione è sport nazionale che ci rende complici e irresponsabili davanti a un comportamento che potrebbe cambiare con facilità per la gioia di molte delle persone on-line.

Quando penso al negativo, immagino un brand come la Coca-cola, un marchio storico e tradizionale che è sulle nostre tavole da fine Ottocento. Le loro strategie hanno modificato i nostri comportamenti a tavola tanto da sostituire l’acqua a questa bevanda frizzante. Dietro la loro idea esiste una ricerca, uno studio e persone che investono i loro tempo in una attività. Nessuno impone di bere questa bevanda, ma molti la acquistano. Che vorrà significare?

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Io, donna [#riflessione]

attualità, costume, cultura, Donne, filosofia, giovedì, leggere, libri, musica, Narcisismo, religione, salute e psicologia, società, spiritualità, vita

Sono alcuni giorni che rifletto sulla mia condizione di donna; accade molto spesso che mi confronto con una mia cara amica su questo tema. Entrambe ci troviamo a leggere dei libri che trattano argomenti dedicati alla maternità o di figure femminili sottomesse alla visione del mondo maschile/patriarcale. Ci siamo ritrovate a dover ammettere che una delle questioni che ci devasta come genere è quello del condizionamento sociale.

Esiste un problema di fondo, che è dilagante, secondo il quale se non sei madre o senti la necessità di essere moglie, sei considerata per molti una persona problematica o incapace di avere delle relazioni: perché è impossibile non volere dei figli o è impossibile non sposarsi quando l’età avanza e il tempo scorre inesorabile come una trappola. Questo tipo di commenti – che ritengo sprezzanti – sono spesso lanciati dalle donne, e per mio conto, affermo che imbestialisce le relazioni portandole al collasso e a una forte sottovalutazione della presenza di violenza psicologica che può esserci stata dietro ogni singola nostra singola storia.

Mi auguro di riuscire, nelle prossime settimane, a parlare su queste pagine di alcune letture che sto portando avanti. Si tratta di vari generi letterari che mi hanno risucchiata e sui quali sto aprendo gli occhi in maniera molto acuta. Tra quelli più interessanti e difficili esiste un volume dedicato agli scandali in Vaticano. Si tratta di una inchiesta di un sociologo francese che per quattro anni ha intervistato sacerdoti, prelati e alte cariche della Chiesa cattolica di tutto il mondo. Il suo punto di vista è una indagine che si basa sulla omofobia e sulla corruzione interne a quel sistema. Ogni volta che lo apro, ho sempre questa domanda fissa nella testa ed è legata alla spiritualità e alla immagine cui siamo sottoposti da una vita: cosa hanno in comune con me, donna, Gesù Cristo e la sua figura? come cambia la nostra percezione se sappiamo che quella che hanno scelto di farci guardare ad ogni angolo su ogni muro, delle nostre case, uffici e istituzioni è una rappresentazione di un uomo durissima e violenta?

Il suo è messaggio potentissimo e unico, ma in che modo è utile alla mia persona? in cosa mi rappresenta oggi? L’unica motivazione che riesco a darmi è la possibilità di non arrivare a quel tipo brutalità e di trascinare la mia croce personale fino al punto di fermarmi un attimo prima, scegliere di non soffrire come ha vissuto lui, in una esistenza che ha rivoluzionato il mondo della religiosità, ai suoi tempi, tanto da segnare ancora i nostri giorni.

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What/If, Netflix, 2019

What | If #serietv [#recensione]

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E’ strano immaginare Reneé Zellweger nei panni di una stronza manipolatrice dopo aver visto per secoli, tra risate assurde, Il diario di Bridget Jones. In What | If si presenta come una crudele dominatrice alla cui base è posta l’idea di manipolazione e dove, alla fine dei conti, quello che viene descritto è un meccanismo di fagocitazione del mercato contemporaneo  fatto di uomini, donne e reti spietate, pronte a minacciarsi per qualsiasi cosa.

La storia narra le vicende di una giovane ricercatrice che vuole finanziare il proprio progetto poiché ha in sé la capacità di salvare molte vite umane. Ogni suo passo è seguito da meccanismi casuali che si ripetono come qualcosa che è stato calcolato minuto per minuto. Lei è la vittima prediletta innamorata di un ex giocatore ossessionato dal suo tragico e inconfessato passato. Entrambi si trovano a vivere una condizione dove a giocare un ruolo di controllo è più di una verità nascosta e sottaciuta.

Buona parte di quello che accade è un processo alla cui base è posto il concetto di sacrificio, qualcosa che deve sublimarsi nell’efficienza, nel calcolo, nella conoscenza di quegli aspetti che l’altro può scovare per cercare di sconfiggere il nemico. E’ un trip mentale che sconvolge per i segreti nascosti e riassemblati, tenuti a galla da una superficie di regole che pilotano e guidano gli altri con grande maestria attraverso la pubblicazione di libri di grande successo. E’ un trip tra figli di puttana con un finale sorprendente.

Il dato interessante è che buona parte delle serie tv degli ultimi periodi si trovano a raccontare donne di potere come figure distaccate, prive di amore, astute e intelligenti e dove in questo caso è mostrato anche il versante opposto, di un uomo medico che vuole controllare l’amore di una sua studentessa universitaria intrappolandola in una situazione che è riscontrabile in molte nostre notizie di cronaca.

Seppure What | If possa sembrare un racconto fantasioso, mostra molti aspetti spietati della nostra realtà di tutti i giorni.

Non sono riuscita a capire se ci sarà una seconda stagione.
Ma avrebbe senso?

 

 

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The rain 2, Netflix, 2019

The Rain – stagione 2 #serietv [#recensione]

costume, cultura, giovedì, Narcisismo, natura, salute e psicologia, Serie tv, società

Avevo già parlato tempo fa di The Rain, proprio su queste pagine, alcuni mesi fa. La seconda stagione è arrivata più prorompente. La storia parla di una improvvisa pioggia che colpisce la Danimarca, uccide tutti coloro che la beccano in pieno. Quello che si vede è una società sterminata dove rimangono alcuni redivivi a combattere per sopravvivere, tra cui un ragazzo al quale è stato impiantato un virus per vedere se questa malattia che porta addosso potesse essere debellata in qualche modo attraverso una cura portata avanti dal proprio padre.

La seconda stagione è la prosecuzione di questo progetto con una visione più aspra.  Il dato interessante è come è costruito il dialogo tra l’uomo e le piante, di come queste ultime siano le uniche a resistere agli attacchi umani ed adattarsi a queste sperimentazioni progettate dagli scienziati. Non è certo una storia che esprime gioia e risate, ma è adatta a chi è appassionato al genere fantascientifico. I protagonisti sono sempre i due fratelli: la sorella che si trova a proteggere un ragazzo infuriato a causa della sua condizione e diversità, senza genitori, al quale ogni volta muore quella che potrebbe essere la sua compagna ideale e di vita.

Rispetto al primo giro di puntate, questa seconda parte dimostra come si possa essere accompagnati da qualcuno che vuole per forza starci vicini, ma il vero viaggio è necessario solo se fatto in solitaria. Ma questo vale anche per chi resiste agli attacchi violenti di una sparatoria in pieno petto ed è consapevole del grado di male che può compiere con la sua rabbia alla natura e all’uomo?

Dalla stagione 3 – forse – avremo una risposta.

 

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Dead to me – Amiche per la morte #serietv [#recensione]

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Non è che sia appassionata di serie tv che ruotano attorno al tema della morte, ma alla fine ho ceduto alla pubblicità che ritrovavo puntualmente sotto i miei occhi ad ogni canale streaming.

Dead to me – Amiche per la morte è una storia carina di due donne che si trovano ad essere amiche per il trauma comune della mancanza di qualcuno a loro caro. Jen è una donna smarrita per la perdita il marito in un incidente, June è un’artista dai tratti hippie sfruttata da un gallerista che la usa per i suoi loschi fini. La loro amicizia nasce da un gruppo di volontari che si uniscono per elaborare i loro lutti.

Le dinamiche ruotano attorno a delle vicende intricate ma la risposta su quello che accadrà è chiara fin dall’inizio. Ad arricchire lo scenario la complicità, una suocera narcisista, dei figli che combattono per accettare la perdita del padre, la ricerca di una mustang del 1966. Il finale lascia in sospeso lo spettatore in attesa di una prossima stagione.

Ps: ma poi sarà vero che due donne, seppure tradite da loro stesse, trovano sempre una via comune per riprendere in mano la loro precedente confidenza?

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