Lista #film e #serietv 2019

attualità, cinema, costume, cultura, film, giovedì, gossip, quotidiani, rumors, Serie tv, social media, società, televisione, videoarte

Dalla lista dei libri, passo a quella dei film e delle serie tv. Sono tornata al cinema per un breve periodo nel 2019, chissà cosa accadrà in questo nuovo 2020?

Film

  1. La favorita – Yorgos Lanthimos, 2018
  2. Velvet buzzsaw – Dan Gilroy, Netflix, 2019
  3. A star is born – Bradley Cooper, Tim Vision, 2018
  4. Tito e gli alieni – Paola Randi, Tim Vision, 2019
  5. Chiara Ferragni. Unposted – Elisa Amoruso, 2019
  6. Martin Eden – Pietro Marcello, 2019
  7. Vivere – Francesca Archibugi, 2019
  8. Io, Leonardo – Jesus Garces Lambert, 2019
  9. Nell’erba alta – Vincenzo Natali, 2019
  10. Tim Robbins. I’m not ue your guru – Joe Berlinger, Netflix, 2016
  11. I due papi – Fernando Meirelles, Netflix, 2019
  12. The app – Elisa Fuksas, Netflix, 2019

    Serie tv:

  13. You, Netflix, 2018
  14. The rain, prima stagione, Neflix, 2018
  15. The rain, seconda stagione, Netflix, 2019
  16. Il racconto dell’ancella, Tim vision, Netflix, 2019
  17. Santa Clarita Diet, stagione 1-2-3, Netflix, 2019
  18. Special, Netflix, 2019
  19. The end of Fuck*** world, stagione 2, Netflix, 2019
  20. Dead to me. Amiche per la pelle, Netflix, 2019
  21. Chernobyl, NowTV, 2019
  22. Living with yourself, Netflix, 2019
  23. Unbelievable, Netflix, 2019

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Vivere freelance - incontro con Zerocalcare, Parco della Scienza, Teramo ph. Amalia Temperini

Vivere freelance – incontro con Zerocalcare #teramo [#eventi]

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Quando parlo con gli artisti mi capita spesso di dire che nel loro lavoro è importante la coerenza, cioè di essere, andare di pari passo con ciò che si è, quello che si vuole costruire, raccontare agli altri, adesso, del proprio momento storico, della propria connotazione nel mondo, di avere un messaggio forte da comunicare che sia proprio, unico ed esclusivo.

Questa è una delle conferme che ho avuto da Zerocalcare ieri sera, ospite al Parco della Scienza di Teramo, in un incontro organizzato da Wide Open Coworking in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Comunicazione di Teramo e il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Teramo.

Si è parlato molto di fare, di approccio al lavoro, della crisi che hanno le professioni creative e culturali nel farsi riconoscere una identità tutelata e valorizzata; di come un artista, seppure faccia questo mestiere esclusivo, si alza e svolge la sua opera come un impiegato o un operaio lavorando 8 o più ore anche se si fanno quelli che lui definisce “disegnetti”.
Ho visto una persona coraggiosa che ha urgenza di manifestare un pensiero critico creativo sul presente, che corrisponde a quanto afferma nei suoi libri, nelle sue strisce; l’ho ritrovato anche nello sclero dopo aver risposto a una domanda sulla sua possibilità di raccontare la sua vita in un film.
Quello che mi è piaciuto di più è come ha spiegato il passaggio che ha avuto il fumetto dall’essere considerato genere al riconoscimento di status di linguaggio dotato di una propria grammatica; di come nel giro di 10 anni si sono aperte nuove forme di mercato nel settore della editoria.
Alcuni il video sono nelle mie stories di Instagram @atbricolageblog

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The end of f***ing world stagione 2 , netflix

The End of F***ing World – 2 stagione #TEOTFW [#recensione]

amore, costume, cultura, Donne, film, giovedì, musica, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, televisione, vita

Avevo già parlato lo scorso anno di questa serie perché mi era piaciuta molto. Il racconto è l’acerbo di una rabbia sincera pilotata da due ragazzi, figli di genitori egoisti, irresponsabili, trovati a vivere una esperienza devastante.

Così la seconda stagione di The End of F***ing World riprende dalla fine della prima parte, narrata dalla maturità di quello che è accaduto a James e ad Alley, i due protagonisti della vicenda. Si tratta di una situazione che evolve nella ammissione di un fallimento, da errori che comportano il non affrontare le paure o il coraggio di trovarsi a espiare la propria vita in una azione che è avvenuta all’insaputa di tutti per legittima difesa.

Questa nuova parte ha come tema la vendetta di chi non vuole vedere, da parte di chi riconosce che l’unica traccia di amore che aveva fatto penetrare in sé è ciò che gli aveva occultato la vista. Bonnie è una ragazza molto brava e ben educata, con una madre che la ha programmata a essere una macchina da guerra più che una donna in grado di conoscere e gestire le proprie emozioni. La sua storia si intreccia a quella di James ed Alley con una ricerca spietata che la condurrà a stalkerizzarli in mezzo ai boschi di un paese indefinito e nascosto nel nulla del mondo.

La colonna sonora rimane sempre una delle cose più potenti del progetto. Per chi volesse capire cosa ho detto per la prima parte della serie questo link.

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La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista #atri #museocapitolare #mostre [#recensioni]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, comunicazione, costume, cultura, eventi, filosofia, giovedì, lavoro, letteratura, libri, mostre, recensioni arte, religione, società, spiritualità, Studiare, turismo, viaggi, videoarte, vita

È stata inaugurata più di un mese fa e terminerà il 1 dicembre 2019 la mostra intitolata: La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista a cura di Astrid Narguet, Lucilla Stefoni, Filippo Lanci. Si tratta di una raccolta di arazzi cuciti dalle donne cinesi ai tempi della Rivoluzione Culturale (1976 – 1976), frutto di un pensiero organico che racconta l’estetica, l’ortodossia e la politica di quell’immaginario posto in dialogo con la collezione di arte sacra del Museo Capitolare di Atri, in provincia di Teramo, in Abruzzo.

Lo spazio si è trasformato in una fabbrica sul pensiero che indaga le immagini contemporanee. L’osservazione permette di individuare i processi che hanno accompagnato la costruzione del sacro attorno alla figura del personaggio politico di Mao Tse-Tung. Lo scopo è comparare e scovare – se esistono – codici linguistici che accomunano l’iconografia religiosa occidentale a quella del sistema di celebrazione e ritualità comunista.

La sera del vernissage sono stati evidenziati alcuni processi che distinsero le realtà storiche e ideologiche russe o cubane, di come l’apertura maoista abbia dato possibilità per una maggiore emancipazione alle donne, ma anche come la costruzione della raffigurazione di Mao sia stata segmentata tra vita, relazione con il popolo e le masse in generale.

Interessante è stato sapere come la comunità locale atriana abbia risposto alla mostra e alla chiamata del museo attraverso la partecipazione nella fase della preparazione.

A parer mio, i curatori non impongono una ideologia o la scelta di adesione a uno dei due contesti interrogati; l’allestimento e il modo di fruizione del percorso sollevano occasioni di riflessione; ricercano e connettono ciò che è stato nel passato, ciò che è nel presente, qualcosa di forte comune ai culti nella costruzione delle immagini. Il percorso è libero e strutturato su più piani del museo. Sono stati coinvolti anche due artisti contemporanei: Yao Lu e Wang GuoFeng.

La mostra è visitabile fino al 1 dicembre ai seguenti orari:
dal venerdì alla domenica, 10.00-12.00/15.30-17.30

MUSEO CAPITOLARE DI ATRI
via dei Musei, 15, Atri (TE)
085 8798140
museocapitolare@teramoatri.it.
FB: Museo Capitolare di Atri

 

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Chiara Ferragni, Spora, il pubblico #donne #comunicazione #lavoro [#attualità]

attualità, cinema, comunicazione, costume, cultura, Donne, film, gossip, lavoro, marketing, Narcisismo, recensioni arte, religione, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, streaming, Studiare, tecnologia

È passato circa un mese dalla visione del documentario di Elisa Amoruso su Chiara Ferragni. Le prime impressioni a caldo le ho postate sulla pagina instagram il giorno dopo l’uscita del film. Nel frattempo su scala nazionale è scaturita una feroce discussione che ha coinvolto altri comunicatori che stanno avendo successo per i loro modelli di business on-line.

Tutto è parte dall’articolo di Riccardo Luna su Repubblica del 19 settembre dove si afferma una grande verità: chi sottovaluta quello che accade nel mondo del web è molto indietro rispetto a ciò che sta avvenendo nelle nostre esistenze, questo non implica la svalutazione di ciò che c’era prima e neppure l’accettazione di quello che accade oggi, si tratta di un riflesso tra vecchio e nuovo mondo, di due codici linguistici che si incontrano e si fanno la guerra per una supremazia di sopravvivenza, come se non ci fosse più posto per nessuno da quando il reale e diventato virtuale.

Rimango dell’opinione che Chiara Ferragni e Spora (Veronica Benini) – l’altra donna citata nell’articolo – hanno creato realtà imprenditoriali femminili imponenti per il divenire, contrapposte e in dialogo. Sono d’accordo con chi dice che la capacità di queste due personalità web è nella stesura programmatica dei loro racconti e nell’uso delle tecnologie.

Seguo entrambe da diverso tempo, ho studiato comunicazione, mi piacciono i fenomeni in larga scala, le reazioni della critica, quelle del pubblico; ho lavorato a contatto coi visitatori di un museo per otto anni. Le persone sono una grande incognita, una cosa a parte, ingestibile; la gente è pronta a cambiare opinione e decretare il successo o l’insuccesso di una persona o di una cosa sulla base dell’andamento dei messaggio costruiti e comunicati in maniera più o meno forte. Questo dipende da chi li realizza, da esseri umani come noi, che scelgono una via che può risultare efficace nel migliore dei modi o un totale fallimento per la percezione altrui.
Nei due casi che riporto, il dato utile è nelle comunità che hanno contribuito al successo di donne di carattere. Persone che hanno scelto un luogo preciso dove connotarsi e contraddistinguersi; creare una rete che è un vero e proprio sistema. La prima, la più famosa su scala internazionale, si occupa di brand di lusso; la seconda, attraverso la sua personalità prorompente e rivoluzionaria ribalta l’approccio della Ferragni: aiuta chi vuole a curare una immagine, la propria idea imprenditoriale, insegna a come imporsi su mercati alternativi attraverso la motivazione. Si fanno pagare. Sono persone che lavorano in maniera indipendente, ognuno con il proprio metodo, supportate da chi crede in ciò che dicono, cioè scelgono di stare lì e sovvenzionare in qualche modo le attività di un messaggio che più gli appartiene.

L’unica differenza rispetto al passato è in chi è contrario a questo approccio, ciò si manifesta nei commenti e nelle reazioni. Chiose sotto gli occhi di tutti, scagliate in modo lapidario nella loro posta privata come se dietro ogni nostro schermo non ci fossero sensibilità a leggere, scrivere o progettare. Nel passato quanto era possibile farlo? Ci si affidava a un critico, si dava a lui il potere della nostra voce. Oggi siamo noi, nel bene e nel male, a stabilire dove e con chi stare nei limiti del rispetto dell’altro e pare difficile accettare il successo di chi ci riesce. Manifestare o rigettare la colpa della propria frustrazione è sport nazionale che ci rende complici e irresponsabili davanti a un comportamento che potrebbe cambiare con facilità per la gioia di molte delle persone on-line.

Quando penso al negativo, immagino un brand come la Coca-cola, un marchio storico e tradizionale che è sulle nostre tavole da fine Ottocento. Le loro strategie hanno modificato i nostri comportamenti a tavola tanto da sostituire l’acqua a questa bevanda frizzante. Dietro la loro idea esiste una ricerca, uno studio e persone che investono i loro tempo in una attività. Nessuno impone di bere questa bevanda, ma molti la acquistano. Che vorrà significare?

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La casa di carta, netflix, 2019

La casa di carta (stagione 3) #serietv #recensione

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Circa un anno fa parlavo su questo blog in termini abbastanza infastiditi della serie tv spagnola La casa di Carta. Nel giro di poco ho dovuto rivedere le mie posizioni; gli autori mi hanno fatto riflettere su quanto sia stato spettacolare il loro lavoro di scrittura nel corso delle nuove puntate. Voglio dire: il punto di vista cambia, e pure tanto, da avermi fatto dimenticare quel fastidio che ho assaporato al termine delle prime due stagioni.

Anche in questo caso ciò che lega lo spettatore alla poltrona è l’esagerazione. La volontà di Tokyo di esprimere il proprio potenziale inespresso alla ricerca di nuovi stimoli dopo un periodo di tempo passato con Rio su un atollo sperduto nell’oceano. Quello che genera la spirale vorticosa di un nuovo colpo è il tradimento di un patto instaurato alla fine della grande fuga su acque internazionali e dopo l’ottenimento della truffa più grande della storia di Spagna.

In questa occasione, sono gli studi pensati per opera di un morto, quel grande manipolatore visionario di Berlino a vincere. Lui aveva creato uno schema che alzava il livello delle loro rapine e lo pensa dopo essersi rinchiuso in un monastero cistercense situato in Italia. Lui sapeva che la banda si sarebbe riunita, per questo aveva progettato un furto innovativo dedicato alla Riserva Nazionale della Banca di Spagna per rubare tutti quegli ori depositati in caveau blindatissimo.

Le vere protagoniste sono le donne, lo scontro tra una spietatissima poliziotta e la sua rivale Lisbona – l’agente Murillo innamorata del Professore.

Alla base di tutto questo c’è la tattica Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Con una scena spettacolare le masse cambiano il consenso sui rapinatori che diventeranno veri e propri eroi.

Ora per capire come andrà a finire, dobbiamo aspettare la quarta stagione: argh!

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Chernobyl, HBO e Sky, 2019

Chernobyl #serietv #recensione

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Eccomi qui dopo una pausa lunga più di un mese dove – nonostante il caldo asfissiante – ho continuato a seguire le serie tv sulle varie piattaforme streaming.

Chernobyl è una di quelle che ha catturato la mia attenzione, non solo per il grande parlare che se ne è fatto in rete, ma per capire cosa c’è dietro tutto questo mondo ancora da scoprire su un fatto storico troppo recente per essere compreso nella sua totalità.

Inutile dire che si parla di eroi, di figure che hanno sacrificato la propria vita a discapito di un incidente avvenuto nell’aprile del 1986. Non è tanto il problema delle scorie a venir fuori, dei danni di salute che ci portiamo avanti da più di trent’anni, quanto il lato umano di chi ha compiuto scelte professionali che implicano un valore etico che si intreccia alla situazione politica di quel tempo.

Quello che emerge è una crudeltà estrema di fatti avvenuti per un errore umano, situazioni che hanno coinvolto migliaia di persone e sulla pelle si è contributo a costruire un messaggio che ha nascosto verità atroci per lungo tempo. Siamo ancora negli anni nella ex Unione Sovietica, il muro di Berlino non era ancora caduto, tante situazioni erano manipolate a seguito del regime propagandistico comunista; si è davanti a uno dei più grandi incidenti nucleari al mondo – almeno per quegli anni; a una grande perdita di esseri umani e a un aumento esasperato di malattie di ogni tipo.

La serie sembra suggerire che l’Europa è stata salvata a seguito di un gruppo di professori che hanno deciso di portare avanti la volontà della Accademia, di affermare che la scienza ha un valore centrale all’interno di questi meccanismi dove la coscienza sembra posta in secondo piano rispetto all’apparenza da mantenere.

Quello che cattura l’attenzione è infatti la capacità di una nazione di permettere l’accessibilità allo studio e riconosce che i migliori possono contribuire alla risoluzione di un problema. Il danno maggiore? Affermare la propria posizione vuol dire assumersi di essere il rischio di essere escluso, isolato e senza più funzioni. Il prezzo da pagare per essere coerente con la propria esistenza.

La serie è molto dura, le immagini sono fortissime.
La consiglio poiché molto veritiera, la sconsiglio a chi è estremamente sensibile a immagini molto dirette e crude.

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Tito e gli alieni - Paola Randi, 2017

Tito e gli alieni – Paola Randi #film [#recensione]

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Ho scelto di vedere Tito e gli alieni di Paola Randi grazie alla presenza di Valerio Mastandrea.  Il film ha partecipato al Torino Film Festival come lavoro indipendente e il suo genere è di una commedia fantascientifica.

La storia narra le vicende di un professore che si trova negli Stati Uniti per una grossa ricerca commissionata dal governo americano. La sua vita è appiattita da mille fallimenti e ricondotta a una immotivata situazione di stand-by su un divano piantato in mezzo al deserto, proprio accanto all’Area 51. A cambiare le carte in tavola un messaggio dal fratello che sta per morire.

E’ un lavoro di grande poesia, sfrutta l’espediente degli alieni, della storia del cinema, per mostrare l’irresistibile potenza di semplici ragazzi che arrivano e vogliono vivere il loro tempo.

L’uso delle tecnologie non è quello recente, il mondo raccontato dalla regista – seppure è l’oggi – è di un meccanismo vecchissimo di schermi provenienti da un’epoca fa, vicina agli anni ’80 e ’90, nelle dimensioni di uno stargate. L’uso della fotografiasi presenta come strumento di mediazione.  Ad esempio, uno dei nipoti, per tornare a parlare con il padre e sopravvivere a questa assenza, la sfrutta come fosse un moderno telefono nel ricercare un dialogo.

Il film entra in dimensione contemporanea quando viene messo in atto l’ologramma che è il risultato della ricerca scientifica; ci accontenta e stupisce, come una vecchia pellicola capace di ricostruire una memoria, ma è lontana dal suono, che rimane uno dei nostri oggetti custodi su cui si può ancora continuare a giocare a immaginare.

A me è piaciuto, semplice, diretto, senza pretese e con molta ironia.

Tito e gli alieni - Paola Randi, 2017 (manifesto)jpg

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Santa Clarita Diet, Netflix, stagione, 1-2-3, 2019

Santa Clarita Diet – stagione 1-2-3 #serietv [#recensioni]

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Questo articolo nasce dopo che una artista mi ha girato la notizia su whatsapp. Non ho mai parlato di Santa Clarita Diet finora perché credevo che fosse inutile dare una opinione personale a una serie con stagioni ancora da definire e che da questo momento in poi pare sarà cancellata dalle liste Netflix.

La sua scoperta nasce da una serata in cui cercavo qualcosa che mi facesse ridere a crepapelle e che rientrasse nella black comedy. Cosa più di una donna-zombie può rendere lieta una serata d’inverno? In effetti ho iniziato a seguire le sue puntate lo scorso anno e pochi giorni fa è arrivata la terza stagione che mi ha portato a questa nuova primavera sorridente.

Santa Clarita Diet, stagione 1-2-3, Netflix, 2019

Mi auguro che gli amanti dello splatter si troveranno d’accordo nell’affermare che per un paese come l’Italia presentare una signora protagonista come una sanguisuga pronta a uccidere per nutrirsi di altri uomini è ancora una immagine troppo forte da accettare. Ricordo ancora i commenti negativi con i quali  è stato accolto lo spot delle merendine Buondì, figuriamoci immaginare o accettare su una tv generalista una coppia di genitori composta da un marito in vita e una donna morta che uccidono per nutrire!

La serie è ambientata a Santa Clarita, in California, negli Stati Uniti, in una ridente cittadina dove Joel Hammond e sua moglie Shiela lavorano come agenti immobiliari. Hanno una figlia  di nome Abby che frequenta il liceo e degli odiosi vicini di casa che si intromettono troppo negli accadimenti strani che iniziano a susseguirsi in maniera del tutto casuale quando improvvisamente Shiela è colta da un attacco: un malessere improvviso e inspiegabile, durante una sua trattazione, e che da quel momento in poi cambia le carte in tavola assieme all’uso delle posate.

Santa Clarita Diet, Netflix, stagione, 1-2-3, 2019

Quello che conviene sapere è che una notizia di questo tipo deve essere custodita, ma lentamente, puntata per puntata, iniziano ad aprirsi scenari su vittime da cercare per mangiare e per sopravvivere da non-morta.  Si scopre pure che esiste una tradizione medievale Serba che racconta le vicende di questa fantomatica malattia che colpisce gli abitanti del mondo all’improvviso tramite un ragnetto che si impossessa dei corpi nella più totale normalità. Questa sorta di virus inizia a manifestarsi lentamente e a riconoscere le sue dinamiche tanto da scoprire che esiste una rete di appassionati che cercano di scovare i mangia-uomini per ucciderli.

Le vicende sono tantissime, intrise anche di religiosità e casi clinici. Questi si manifestano soprattutto nella ultima stagione dove si creano sistemi di affiliazione in una situazione che diventa una vera guerra tra persone disposte a salvare la l’eroina del bene contro le forze del male.

A mantenere la tensione è un sentimento che vede una coppia stra-innamorata supportarsi in ogni occasione, ma la domanda che sorge spontanea è: sceglierà mai Joel di tramutare questa causa in una soluzione eterna valida a mantenere l’amore  per Sheila in un passaggio da esistente e reale a eterno?

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Una posizione scomoda – Francesco Muzzopappa #audiolibro #libri [#recensione]

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Dopo aver avuto modo di iniziare con Heidi, penso che ascolterò tutti gli audiolibri di Francesco Muzzopappa messi on-line: li trovo piacevoli, divertenti e leggeri tanto da rendere la testa è completamente svuotata da ogni elucubrazione mentale una volta terminati.

Una posizione scomoda ha una durata è di circa 5 ore ed è la storia di Fabio, un ragazzo che vuole a tutti i costi fare lo sceneggiatore nel cinema impegnato dei grandi nomi, ma si ritrova a vivere nella schiavitù del porno in mezzo a una famiglia cattolicissima e da amichetti che si vantano di avere posti di privilegio nel mondo della tv. Del resto è lui che ha vinto il premio della critica ottenuto grazie al più importante esponente del cinema italiano di quel momento; la trappola che lo incastra quando scrive quella potente sceneggiatura che conserva gelosissimo in un cassetto fino a quando non arriva la grande occasione di produrla grazie a un tizio teramano che gli garantisce gli introiti per poterla raccontare al grande pubblico.

Da questo fallimento, si arriva a qualcosa che gli cambierà l’intera esistenza, ma è da quel momento che l’empatia trascina l’ascolto fino a piegarsi in due dalle risate capitolo per capitolo.

Una posizione scomoda – Francesco Muzzopappa
Letto da Dario Sansalone
Storyside, 2018|Fazi editore, 2013
https://amzn.to/2UD31dU

Una posizione scomoda - Francesco Muzzopappa, Fazi editore, 2011| Storiside, 2018 - Storytel - ph. Amalia Temperini

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Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy #film [#recensione]

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Mi sono accorta di questo progetto Netflix dopo i mille commenti del critico Jerry Saltz sulla sua pagina Instagram. Alla luce della visione, lo capisco: il film risulta essere una boiata pazzesca, spinto verso una concezione di arte costruita come una allegoria di serie B ben fatta.

La storia narra la vicenda di un artista morto, di cui sono scoperte le opere grazie a una giovane assistente di una potente galleria di arte contemporanea. Si tratta di un thriller che lega alcune figure di professionisti all’interno di una catena maledetta di eventi che portano a un unico risultato: la morte di chi tenta la mercificazione e lo scambio dei suoi lavori. L’immaginario costruito dal regista è per questo surreale e predispone l’osservatore a una visione distorta della realtà, dei mille aspetti che depotenziano il ruolo delle figure che ruotano attorno al mercato dell’arte.

Rivela, per questo, un sistema malato fatto di minacce e tradimenti, di arrivismo e inutilità, che toglie valore alle molte intelligenze di quei professionisti che credono nel valore del loro mestiere. Seppure sia vero che questo settore abbia delle pecche, fare di tutta erba un fascio è ridicolo, ma quello che stupisce di più è come sia stato costruito il ruolo delle opere in relazione alle vicissitudini della vita dell’artista.

Siamo abituati a conoscere aspetti che sublimano le opere attraverso la restituzione di immagini che mettono al centro il bello, la pulsione di una persona che nella realtà dei fatti ha difficoltà a manifestare i propri sentimenti più puri – basti pensare a Caravaggio e come ha avuto una vita difficile, ma allo stesso tempo alla magnificenza delle sue pitture. Quello che accade in Velvet Buzzsaw è al contrario un chiaro tentativo di alimentare e perseguire l’idea di una figura che sia brutta dal vero e che persegue la sua violenza attraverso i lavori che prendono vita verso chi compie imposture nei loro confronti tanto da rendere l’intera visione buffissima. Quello che ne esce fuori è un quadro di uomini e donne piene di sé, soffocate dalla loro superbia senza limiti, dove è sottratta la poesia dell’arte.

Allora che senso ha vedere un film quando tutto è rannicchiato in una bolla che occlude la visione? Il più punito tra tutti sembra essere il critico interpretato da Jake Gyllenhaal e il più povero John Malkovich, maestro puro la cui ispirazione è bloccata.

Chi ha avuto la sfiga di vederlo?

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

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La favorita di Yorgos Lanthimos

La favorita di Yorgos Lanthimos #film [#recensione]

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La favorita è un film di ambientazione storica che sfrutta un triangolo amoroso e pone al centro un’idea di potere concentrato sulla bramosia, il controllo, il desiderio e la vendetta.
Siamo alla corte inglese nel Settecento mentre fuori imperversa la guerra con la Francia. La regina Anna siede al trono supportata dalla sua amica Lady Sarah quando arriva a sconvolgere le acque una tipa strana – Lady Abidail – che darà vita a una situazione di conflitto per occupare il posto di dama prediletta e affiancare la regnante malata.
Questo ultimo film di Yorgos Lanthimos mostra la scarsa personalità di una donna impossibilitata a uscire dalle proprie stanze e richiusa nelle sue ossessioni (regina). Una figura che si appoggia alla sua cortigiana-amante per l’esecuzione dell’esercizio delle sue funzioni (Lady Sarah); subordinata alle loro attività giunge una prodiga ragazza che si rivela essere una narcisista dalla personalità poliedrica che si pianta nel castello a strozzare tutti i rapporti di fiducia fin lì costruiti per calpestare i sentimenti altrui senza nessun senso di umanità (Lady Abidail).
La favorita è per questo la storia di una parassita che si insinua nel regno per soddisfare le sue esigenze; sfrutta il potere sessuale per appagare gli istinti di persone da usare senza perdere mai come obiettivo di ottenere l’abbondanza di una nomina a sostituta cortigiana.
Chi ha avuto modo di vedere The Lobster dello stesso autore avrà trovato dei punti di connessione. L’osservazione dei due progetti è speculare ed è un modo di raccontare gli aspetti della società in due modi differenti. Nel primo caso il regista ha preso in considerazione il futuro, nel secondo, il passato. Questa rete permette di esaminare come la caratterizzazione dei due progetti abbia messo al centro un’autorità superiore che detta legge, ma nel caso de La favorita depotenziata a causa della scarsa forza del singolo, che assume le vesti di una donna fragile e malata quale è la regina.
In The lobster la forza arriva da una comunità di poteri che dirige la riproducibilità degli esseri umani, li accoppia a forza, mentre nel caso preso in esame nelle pagine del blog, la monarchia diventa espressione di sterilità, incapacità e vuoto, come a voler dimostrare che un comando ha valore solo se è dettato da un comportamento e quindi suggerire che la tematica del ruolo di genere è solo una scusa che ci raccontiamo per giustificare azioni che – in ogni caso – sono spietate.
Alla resa di conti, dopo diverso tempo dalla visione, posso affermare che non mi ha convinta per niente.
Chi lo ha visto?
la-favorita

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