Margaret Atwood, I testamenti, ponte alle grazie - ph. Amalia Temperini

I testamenti – Margaret Atwood #libri [#recensione]

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Per i suoi fedeli lettori l’attesa è stata lunghissima, soprattutto dopo che le sue parole sono diventate frutto di una serie televisiva che è arrivata alla sua terza stagione. Non avevo interesse su quello che stava accadendo nel mondo editoriale a Settembre, ma scoprire che era in programma l’uscita di nuovo volume di Margaret Atwood mi ha risollevato l’umore.

I testamenti è arrivato nelle librerie dopo circa trent’anni dall’uscita del Racconto dell’Ancella. Per chi mi segue, di quest’ultimo, ne ho parlato proprio su queste pagine qualche tempo fa.

Si tratta un volume che stravolge il punto di vista del lavoro precedente, anche la scrittura è meno claustrofobica e tediosa rispetto al passato.

Le protagoniste sono tre. La trama è sorretta da una tensione che travolge il lettore in tutte le sue parti. Siamo noi chiamati a rispondere a una verità, partecipi del tradimento contro Gilead – lo stato teocratico crollato e governato da una società patriarcale che sfrutta le ancelle – e le donne in generale – a favore di un meccanismo che è a tutti gli effetti un totalitarismo.

La scrittura è fluida. Sono d’accordo con chi dice che è stato un processo voluto per un pubblico trasversale raggiunto grazie ai progetti streaming che hanno visto l’autrice protagonista nella stesura delle sceneggiature.

La parte che più mi ha ispirato è stata la fine. La costruzione è come quella del Racconto, l’ironia e sarcasmo mostravano una condizione impossibile e inafferrabile per arrivare a una parvenza di verità. I Testamenti, al contrario, apre a ogni verità possibile. Esistono più piste che riconducono a uno stesso indizio, le donne sono affermate e portano avanti progetti concreti serissimi. Si riconosce in loro una forza che non è più resistenza di un singolo, si apre a una coralità e una capacità di cooperazione formidabile tra simili. Questo accade, o si inizia a capire, per opera della rottura di un meccanismo interno a quella nazione che hanno vissuto, con lo scopo di sovvertire quel regime e il loro codice di comportamento. La Atwood sfrutta due personaggi precisi, simili e contraddittori, votati al potere e al dominio per attrarre ed emettere fatti sottaciuti nel tempo, ricostruire, consciamente o inconsciamente, per dimostrare che male e bene viaggiano sempre in parallelo.

Quello che voglio dire è che esiste una consapevolezza maggiore nei Testamenti rispetto all’Ancella, in quest’ultimo, per me, affiorava il controllo, una oppressione che disorientava chi leggeva, chi era sottoposto a quel quadro distopico.

Chi è amante delle copertine, potrà capire la risposta finale del romanzo partendo da lì.

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La casa di carta, netflix, 2019

La casa di carta (stagione 3) #serietv #recensione

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Circa un anno fa parlavo su questo blog in termini abbastanza infastiditi della serie tv spagnola La casa di Carta. Nel giro di poco ho dovuto rivedere le mie posizioni; gli autori mi hanno fatto riflettere su quanto sia stato spettacolare il loro lavoro di scrittura nel corso delle nuove puntate. Voglio dire: il punto di vista cambia, e pure tanto, da avermi fatto dimenticare quel fastidio che ho assaporato al termine delle prime due stagioni.

Anche in questo caso ciò che lega lo spettatore alla poltrona è l’esagerazione. La volontà di Tokyo di esprimere il proprio potenziale inespresso alla ricerca di nuovi stimoli dopo un periodo di tempo passato con Rio su un atollo sperduto nell’oceano. Quello che genera la spirale vorticosa di un nuovo colpo è il tradimento di un patto instaurato alla fine della grande fuga su acque internazionali e dopo l’ottenimento della truffa più grande della storia di Spagna.

In questa occasione, sono gli studi pensati per opera di un morto, quel grande manipolatore visionario di Berlino a vincere. Lui aveva creato uno schema che alzava il livello delle loro rapine e lo pensa dopo essersi rinchiuso in un monastero cistercense situato in Italia. Lui sapeva che la banda si sarebbe riunita, per questo aveva progettato un furto innovativo dedicato alla Riserva Nazionale della Banca di Spagna per rubare tutti quegli ori depositati in caveau blindatissimo.

Le vere protagoniste sono le donne, lo scontro tra una spietatissima poliziotta e la sua rivale Lisbona – l’agente Murillo innamorata del Professore.

Alla base di tutto questo c’è la tattica Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Con una scena spettacolare le masse cambiano il consenso sui rapinatori che diventeranno veri e propri eroi.

Ora per capire come andrà a finire, dobbiamo aspettare la quarta stagione: argh!

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Chernobyl, HBO e Sky, 2019

Chernobyl #serietv #recensione

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Eccomi qui dopo una pausa lunga più di un mese dove – nonostante il caldo asfissiante – ho continuato a seguire le serie tv sulle varie piattaforme streaming.

Chernobyl è una di quelle che ha catturato la mia attenzione, non solo per il grande parlare che se ne è fatto in rete, ma per capire cosa c’è dietro tutto questo mondo ancora da scoprire su un fatto storico troppo recente per essere compreso nella sua totalità.

Inutile dire che si parla di eroi, di figure che hanno sacrificato la propria vita a discapito di un incidente avvenuto nell’aprile del 1986. Non è tanto il problema delle scorie a venir fuori, dei danni di salute che ci portiamo avanti da più di trent’anni, quanto il lato umano di chi ha compiuto scelte professionali che implicano un valore etico che si intreccia alla situazione politica di quel tempo.

Quello che emerge è una crudeltà estrema di fatti avvenuti per un errore umano, situazioni che hanno coinvolto migliaia di persone e sulla pelle si è contributo a costruire un messaggio che ha nascosto verità atroci per lungo tempo. Siamo ancora negli anni nella ex Unione Sovietica, il muro di Berlino non era ancora caduto, tante situazioni erano manipolate a seguito del regime propagandistico comunista; si è davanti a uno dei più grandi incidenti nucleari al mondo – almeno per quegli anni; a una grande perdita di esseri umani e a un aumento esasperato di malattie di ogni tipo.

La serie sembra suggerire che l’Europa è stata salvata a seguito di un gruppo di professori che hanno deciso di portare avanti la volontà della Accademia, di affermare che la scienza ha un valore centrale all’interno di questi meccanismi dove la coscienza sembra posta in secondo piano rispetto all’apparenza da mantenere.

Quello che cattura l’attenzione è infatti la capacità di una nazione di permettere l’accessibilità allo studio e riconosce che i migliori possono contribuire alla risoluzione di un problema. Il danno maggiore? Affermare la propria posizione vuol dire assumersi di essere il rischio di essere escluso, isolato e senza più funzioni. Il prezzo da pagare per essere coerente con la propria esistenza.

La serie è molto dura, le immagini sono fortissime.
La consiglio poiché molto veritiera, la sconsiglio a chi è estremamente sensibile a immagini molto dirette e crude.

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What/If, Netflix, 2019

What | If #serietv [#recensione]

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E’ strano immaginare Reneé Zellweger nei panni di una stronza manipolatrice dopo aver visto per secoli, tra risate assurde, Il diario di Bridget Jones. In What | If si presenta come una crudele dominatrice alla cui base è posta l’idea di manipolazione e dove, alla fine dei conti, quello che viene descritto è un meccanismo di fagocitazione del mercato contemporaneo  fatto di uomini, donne e reti spietate, pronte a minacciarsi per qualsiasi cosa.

La storia narra le vicende di una giovane ricercatrice che vuole finanziare il proprio progetto poiché ha in sé la capacità di salvare molte vite umane. Ogni suo passo è seguito da meccanismi casuali che si ripetono come qualcosa che è stato calcolato minuto per minuto. Lei è la vittima prediletta innamorata di un ex giocatore ossessionato dal suo tragico e inconfessato passato. Entrambi si trovano a vivere una condizione dove a giocare un ruolo di controllo è più di una verità nascosta e sottaciuta.

Buona parte di quello che accade è un processo alla cui base è posto il concetto di sacrificio, qualcosa che deve sublimarsi nell’efficienza, nel calcolo, nella conoscenza di quegli aspetti che l’altro può scovare per cercare di sconfiggere il nemico. E’ un trip mentale che sconvolge per i segreti nascosti e riassemblati, tenuti a galla da una superficie di regole che pilotano e guidano gli altri con grande maestria attraverso la pubblicazione di libri di grande successo. E’ un trip tra figli di puttana con un finale sorprendente.

Il dato interessante è che buona parte delle serie tv degli ultimi periodi si trovano a raccontare donne di potere come figure distaccate, prive di amore, astute e intelligenti e dove in questo caso è mostrato anche il versante opposto, di un uomo medico che vuole controllare l’amore di una sua studentessa universitaria intrappolandola in una situazione che è riscontrabile in molte nostre notizie di cronaca.

Seppure What | If possa sembrare un racconto fantasioso, mostra molti aspetti spietati della nostra realtà di tutti i giorni.

Non sono riuscita a capire se ci sarà una seconda stagione.
Ma avrebbe senso?

 

 

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The rain 2, Netflix, 2019

The Rain – stagione 2 #serietv [#recensione]

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Avevo già parlato tempo fa di The Rain, proprio su queste pagine, alcuni mesi fa. La seconda stagione è arrivata più prorompente. La storia parla di una improvvisa pioggia che colpisce la Danimarca, uccide tutti coloro che la beccano in pieno. Quello che si vede è una società sterminata dove rimangono alcuni redivivi a combattere per sopravvivere, tra cui un ragazzo al quale è stato impiantato un virus per vedere se questa malattia che porta addosso potesse essere debellata in qualche modo attraverso una cura portata avanti dal proprio padre.

La seconda stagione è la prosecuzione di questo progetto con una visione più aspra.  Il dato interessante è come è costruito il dialogo tra l’uomo e le piante, di come queste ultime siano le uniche a resistere agli attacchi umani ed adattarsi a queste sperimentazioni progettate dagli scienziati. Non è certo una storia che esprime gioia e risate, ma è adatta a chi è appassionato al genere fantascientifico. I protagonisti sono sempre i due fratelli: la sorella che si trova a proteggere un ragazzo infuriato a causa della sua condizione e diversità, senza genitori, al quale ogni volta muore quella che potrebbe essere la sua compagna ideale e di vita.

Rispetto al primo giro di puntate, questa seconda parte dimostra come si possa essere accompagnati da qualcuno che vuole per forza starci vicini, ma il vero viaggio è necessario solo se fatto in solitaria. Ma questo vale anche per chi resiste agli attacchi violenti di una sparatoria in pieno petto ed è consapevole del grado di male che può compiere con la sua rabbia alla natura e all’uomo?

Dalla stagione 3 – forse – avremo una risposta.

 

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The society, netflix, 2019

The Society #serietv [#recensione]

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Sono passati un po’ di mesi da quando ho visto questa serie tv e devo dire che è lontano il ricordo di qualcosa di bello. Al momento ciò che ha catturato la mia mente è il fatto che molte delle realtà raccontate non sembrano affatto utopiche.

Society è una serie tv Netflix che parla di gioventù. Di come essa possa essere violenta e violentata se una intera generazione di genitori scompare nel nulla in una realtà che sembra per certi versi costruita in parallelo. Tutto sembra normale fino a quando i ragazzi non partono per un campo estivo, al ritorno improvviso subentra uno scenario nuovo: sono rinchiusi senza la possibilità di interagire con il resto del mondo, dove tutto è concentrato in un blocco costituto dalla città stessa e di una natura che ha costruito una rete di muri difficili da superare.

I protagonisti sono costretti a riorganizzarsi e valutare un modello ideale di società. C’è da ricostruire una chiesa, il valore di una intera comunità, capire come produrre cibo e assumersi delle responsabilità. Ogni puntata è molto lunga (circa un’ora) e per seguirla in maniera attenta occorre davvero molta pazienza – gli argomenti toccati sono molto pesanti. Tra i temi più vivi, esiste quello del controllo della propria violenza.

Per certi versi The Society sembra raccontare tutte le contrapposizioni della contemporaneità, con un focus che parte dagli stereotipi di racconti, film e letteratura di matrice americana.

Ci sarà una seconda stagione?
Chissà.

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Dead to me – Amiche per la morte #serietv [#recensione]

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Non è che sia appassionata di serie tv che ruotano attorno al tema della morte, ma alla fine ho ceduto alla pubblicità che ritrovavo puntualmente sotto i miei occhi ad ogni canale streaming.

Dead to me – Amiche per la morte è una storia carina di due donne che si trovano ad essere amiche per il trauma comune della mancanza di qualcuno a loro caro. Jen è una donna smarrita per la perdita il marito in un incidente, June è un’artista dai tratti hippie sfruttata da un gallerista che la usa per i suoi loschi fini. La loro amicizia nasce da un gruppo di volontari che si uniscono per elaborare i loro lutti.

Le dinamiche ruotano attorno a delle vicende intricate ma la risposta su quello che accadrà è chiara fin dall’inizio. Ad arricchire lo scenario la complicità, una suocera narcisista, dei figli che combattono per accettare la perdita del padre, la ricerca di una mustang del 1966. Il finale lascia in sospeso lo spettatore in attesa di una prossima stagione.

Ps: ma poi sarà vero che due donne, seppure tradite da loro stesse, trovano sempre una via comune per riprendere in mano la loro precedente confidenza?

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Special, Netflix, 2019

Special #serietv [#recensioni]

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Netflix non smette di stupire e anche stavolta in un’ottica leggera realizza un prodotto carino da consumare in una mezza serata. Special è una serie che parla di Rayn, un ragazzo affetto da paralisi cerebrale che ha una vita limitata che ruota attorno ai suoi pregiudizi e una madre molto affettuosa.

E’ lui decide di interrompere la catena e iniziare a lavorare come stagista in una agenzia che al vertice del gruppo ha una rossa auto-centrata, talmente sola, da organizzare un compleanno dove canta per se stessa la canzone di buon compleanno. E’ li che conosce una donna simpatica che lo aiuta a decidere per sé, superare quei tabù da ragazzino inesperto intrappolato in una rete di protezioni.

Special, Netflix, 2019

Bryan è gay, non nasconde le sue passioni a differenza della sua disabilità che sembra essere una condizione vincolante. Giustifica quest’ultima con un incidente automobilistico e scopre in mezzo a questa nuova rete di contatti che vuole provare ad amare qualcuno con delicatezza per capire chi è veramente.

In questa nuova fase, dove tutte le attenzioni sono riposte verso un figlio particolare che ha deciso di staccarsi dal grembo, la madre inizia a fantasticare la sua vita con un vicino che si presenta alla sua porta per conquistarla. Vacillano quei sistemi fin lì costruiti e sorretti da abitudini di dipendenza affettiva di una figura genitoriale che ha difficoltà ad accettare che suo figlio è andato via di casa che è stronzo come tutti noi non affetti da una malattia.

Sono curiosa di vedere se sarà prodotta una seconda stagione, in certi momenti mi ha davvero divertita!

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Santa Clarita Diet, Netflix, stagione, 1-2-3, 2019

Santa Clarita Diet – stagione 1-2-3 #serietv [#recensioni]

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Questo articolo nasce dopo che una artista mi ha girato la notizia su whatsapp. Non ho mai parlato di Santa Clarita Diet finora perché credevo che fosse inutile dare una opinione personale a una serie con stagioni ancora da definire e che da questo momento in poi pare sarà cancellata dalle liste Netflix.

La sua scoperta nasce da una serata in cui cercavo qualcosa che mi facesse ridere a crepapelle e che rientrasse nella black comedy. Cosa più di una donna-zombie può rendere lieta una serata d’inverno? In effetti ho iniziato a seguire le sue puntate lo scorso anno e pochi giorni fa è arrivata la terza stagione che mi ha portato a questa nuova primavera sorridente.

Santa Clarita Diet, stagione 1-2-3, Netflix, 2019

Mi auguro che gli amanti dello splatter si troveranno d’accordo nell’affermare che per un paese come l’Italia presentare una signora protagonista come una sanguisuga pronta a uccidere per nutrirsi di altri uomini è ancora una immagine troppo forte da accettare. Ricordo ancora i commenti negativi con i quali  è stato accolto lo spot delle merendine Buondì, figuriamoci immaginare o accettare su una tv generalista una coppia di genitori composta da un marito in vita e una donna morta che uccidono per nutrire!

La serie è ambientata a Santa Clarita, in California, negli Stati Uniti, in una ridente cittadina dove Joel Hammond e sua moglie Shiela lavorano come agenti immobiliari. Hanno una figlia  di nome Abby che frequenta il liceo e degli odiosi vicini di casa che si intromettono troppo negli accadimenti strani che iniziano a susseguirsi in maniera del tutto casuale quando improvvisamente Shiela è colta da un attacco: un malessere improvviso e inspiegabile, durante una sua trattazione, e che da quel momento in poi cambia le carte in tavola assieme all’uso delle posate.

Santa Clarita Diet, Netflix, stagione, 1-2-3, 2019

Quello che conviene sapere è che una notizia di questo tipo deve essere custodita, ma lentamente, puntata per puntata, iniziano ad aprirsi scenari su vittime da cercare per mangiare e per sopravvivere da non-morta.  Si scopre pure che esiste una tradizione medievale Serba che racconta le vicende di questa fantomatica malattia che colpisce gli abitanti del mondo all’improvviso tramite un ragnetto che si impossessa dei corpi nella più totale normalità. Questa sorta di virus inizia a manifestarsi lentamente e a riconoscere le sue dinamiche tanto da scoprire che esiste una rete di appassionati che cercano di scovare i mangia-uomini per ucciderli.

Le vicende sono tantissime, intrise anche di religiosità e casi clinici. Questi si manifestano soprattutto nella ultima stagione dove si creano sistemi di affiliazione in una situazione che diventa una vera guerra tra persone disposte a salvare la l’eroina del bene contro le forze del male.

A mantenere la tensione è un sentimento che vede una coppia stra-innamorata supportarsi in ogni occasione, ma la domanda che sorge spontanea è: sceglierà mai Joel di tramutare questa causa in una soluzione eterna valida a mantenere l’amore  per Sheila in un passaggio da esistente e reale a eterno?

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Bonding, Netflix, 2019

Bonding #serietv [#recensione]

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Così, mi sono sparata questa serie velocissima in poco tempo, in una mezza serata di fine aprile mentre fuori pioveva. Certo è che sembro fissata con le tematiche di sessualità, ma è solo un caso se dopo l’audiolibro di Francesco Muzzopappa della scorsa settimana mi trovo a parlare di un argomento tanto affine.

Bonding racconta la società odierna fatta di ragazzi costretti a difendere la propria natura attraverso l’uso di una maschera. Quale migliore identità se non quella del sesso (nella sua condizione di sadomasochismo) che è la chiave di lettura di questo narcisismo moderno e dilagante?

Due amici si sono voluti bene, in un momento cruciale della loro esistenza si sono amati e persi all’improvviso, ritrovati con una versione nuova della loro vita per sottomettere chi voleva fare di loro un misero brandello di anime sgualcite.

La visione non stupisce per il tema che affronta: parlare oggi di desiderio e potere è talmente tanto noioso che chi guarda questa serie con la ricerca di quella scoperta ne rimarrà quasi certo deluso. A dire la verità non so neppure quanto sia adatta a ragazzi e adulti, non si capisce a quale genere di pubblico parla, ma sono sicura che in alcuni momenti il bisogno di amare è così leggero che passa in secondo piano rispetto a tutto il resto. Si ride molto, questo è certo! Le dinamiche che si instaurano sono simpatiche quanto tragiche. La scena dei lottatori travestiti da pinguini è molto esilarante.

Bonding è una seria adatta a chi vuole passare del tempo in tranquillità, a chi è conscio che i desideri inespressi portano a fare cazzate nei momenti in cui ci si sente più soli e dipendenti, in quelle disperazioni reali che portano a ricercare solo cavolate di questo tipo per sentirsi meno vuoti e più pieni, ma poi di che?

Bonding_cover, Netflix, 2019

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Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy #film [#recensione]

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Mi sono accorta di questo progetto Netflix dopo i mille commenti del critico Jerry Saltz sulla sua pagina Instagram. Alla luce della visione, lo capisco: il film risulta essere una boiata pazzesca, spinto verso una concezione di arte costruita come una allegoria di serie B ben fatta.

La storia narra la vicenda di un artista morto, di cui sono scoperte le opere grazie a una giovane assistente di una potente galleria di arte contemporanea. Si tratta di un thriller che lega alcune figure di professionisti all’interno di una catena maledetta di eventi che portano a un unico risultato: la morte di chi tenta la mercificazione e lo scambio dei suoi lavori. L’immaginario costruito dal regista è per questo surreale e predispone l’osservatore a una visione distorta della realtà, dei mille aspetti che depotenziano il ruolo delle figure che ruotano attorno al mercato dell’arte.

Rivela, per questo, un sistema malato fatto di minacce e tradimenti, di arrivismo e inutilità, che toglie valore alle molte intelligenze di quei professionisti che credono nel valore del loro mestiere. Seppure sia vero che questo settore abbia delle pecche, fare di tutta erba un fascio è ridicolo, ma quello che stupisce di più è come sia stato costruito il ruolo delle opere in relazione alle vicissitudini della vita dell’artista.

Siamo abituati a conoscere aspetti che sublimano le opere attraverso la restituzione di immagini che mettono al centro il bello, la pulsione di una persona che nella realtà dei fatti ha difficoltà a manifestare i propri sentimenti più puri – basti pensare a Caravaggio e come ha avuto una vita difficile, ma allo stesso tempo alla magnificenza delle sue pitture. Quello che accade in Velvet Buzzsaw è al contrario un chiaro tentativo di alimentare e perseguire l’idea di una figura che sia brutta dal vero e che persegue la sua violenza attraverso i lavori che prendono vita verso chi compie imposture nei loro confronti tanto da rendere l’intera visione buffissima. Quello che ne esce fuori è un quadro di uomini e donne piene di sé, soffocate dalla loro superbia senza limiti, dove è sottratta la poesia dell’arte.

Allora che senso ha vedere un film quando tutto è rannicchiato in una bolla che occlude la visione? Il più punito tra tutti sembra essere il critico interpretato da Jake Gyllenhaal e il più povero John Malkovich, maestro puro la cui ispirazione è bloccata.

Chi ha avuto la sfiga di vederlo?

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

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1983 #serietv [#recensione]

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Quando ho iniziato a leggere alcuni saggisti polacchi mi sono accorta che guardavo il mondo da un solo versante, al quale mancava un pezzo, la sua zona speculare, quella a cui avevo affidato inconsciamente la mia gioventù. Ho scoperto questa serie grazie a un commento di Giuseppe Genna, lo scrittore ne parlava in mondo abbastanza impressionato sulla sua pagina Facebook alcuni mesi fa, così ho deciso di proseguire e ho scoperto che si tratta di una prima produzione Netflix che nasce da sceneggiatori polacchi.

1983 parla di Storia, quella con la S maiuscola, in chiave distopica. In quell’anno la Polonia fu segnata da un grande attentato che sconvolse l’intero paese al tempo sottoposto al controllo del metodo Comunista. La narrazione è ambientata venti anni dopo, nel 2003, dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e prende il via con un ragazzo – un figlio protetto della patria – attorno al quale si riveleranno numerose vicende con lo scorrere delle puntate.

Kajetan è il giovane protagonista, il prescelto laureato in giurisprudenza con uno dei massimi esponenti di quella materia. Il suo Maestro – diciamo così – colui che gli pone alla base discorsi sul valore etico della Legge e la rende vitale grazie alla conoscenza della Filosofia. Giustizia e Saggezza diventano assieme i perni su cui ruota l’interpretazione di un quesito: una fotografia che ritrae alcuni personaggi cruciali della vita sociale polacca da individuare, su cui si basa un enigma che potrebbe offrire una risposta a molti dubbi che da quel momento in poi ruotano attorno a un nuovo delitto: la morte del professore per opera di Pjotr, uno dei suoi migliori studenti.

Da qui la storia individuale si apre a una condizione collettiva con una serie di suicidi sempre più numerosi, fatta di martiri che si tolgono la vita per opera una superiorità visibile che lega Nazione e Religione a una via invisibile nella quale si muovono la Polizia e gruppi di Resistenza. La tecnologia è lo strumento che pilota, controlla e descrive ogni singolo movimento; gli archivi – reali e virtuali – sono oggetti – presenti e futuri – nei quali sono custoditi i destini di una intera popolazione.

In questa intercapedine di luce e buio sembra sussistere un corpo indefinito nell’amore che accade tramite una riscoperta che lega più personaggi coetanei a un trauma, una memoria lontana basata sull’idea di tradimento e sull’ambizione di padri e madri, di polacchi sempre pronti a essere qualcosa di più per cui è necessario sacrificarsi. Gli autori in maniera netta suggeriscono che questa popolazione è spinta verso una mania di grandezza che è la loro più grande croce da portare addosso senza mai arrivare a una verità autentica, perseguita da una struttura sottesa retta da fili di manipolazione che arrivano dagli Stati Uniti fino a Oriente.

Sarà davvero così?
Sono curiosa di attendere la seconda stagione.

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