The rain 2, Netflix, 2019

The Rain – stagione 2 #serietv [#recensione]

costume, cultura, giovedì, Narcisismo, natura, salute e psicologia, Serie tv, società

Avevo già parlato tempo fa di The Rain, proprio su queste pagine, alcuni mesi fa. La seconda stagione è arrivata più prorompente. La storia parla di una improvvisa pioggia che colpisce la Danimarca, uccide tutti coloro che la beccano in pieno. Quello che si vede è una società sterminata dove rimangono alcuni redivivi a combattere per sopravvivere, tra cui un ragazzo al quale è stato impiantato un virus per vedere se questa malattia che porta addosso potesse essere debellata in qualche modo attraverso una cura portata avanti dal proprio padre.

La seconda stagione è la prosecuzione di questo progetto con una visione più aspra.  Il dato interessante è come è costruito il dialogo tra l’uomo e le piante, di come queste ultime siano le uniche a resistere agli attacchi umani ed adattarsi a queste sperimentazioni progettate dagli scienziati. Non è certo una storia che esprime gioia e risate, ma è adatta a chi è appassionato al genere fantascientifico. I protagonisti sono sempre i due fratelli: la sorella che si trova a proteggere un ragazzo infuriato a causa della sua condizione e diversità, senza genitori, al quale ogni volta muore quella che potrebbe essere la sua compagna ideale e di vita.

Rispetto al primo giro di puntate, questa seconda parte dimostra come si possa essere accompagnati da qualcuno che vuole per forza starci vicini, ma il vero viaggio è necessario solo se fatto in solitaria. Ma questo vale anche per chi resiste agli attacchi violenti di una sparatoria in pieno petto ed è consapevole del grado di male che può compiere con la sua rabbia alla natura e all’uomo?

Dalla stagione 3 – forse – avremo una risposta.

 

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The society, netflix, 2019

The Society #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, giovedì, Serie tv, società, spiritualità, streaming, televisione, vita

Sono passati un po’ di mesi da quando ho visto questa serie tv e devo dire che è lontano il ricordo di qualcosa di bello. Al momento ciò che ha catturato la mia mente è il fatto che molte delle realtà raccontate non sembrano affatto utopiche.

Society è una serie tv Netflix che parla di gioventù. Di come essa possa essere violenta e violentata se una intera generazione di genitori scompare nel nulla in una realtà che sembra per certi versi costruita in parallelo. Tutto sembra normale fino a quando i ragazzi non partono per un campo estivo, al ritorno improvviso subentra uno scenario nuovo: sono rinchiusi senza la possibilità di interagire con il resto del mondo, dove tutto è concentrato in un blocco costituto dalla città stessa e di una natura che ha costruito una rete di muri difficili da superare.

I protagonisti sono costretti a riorganizzarsi e valutare un modello ideale di società. C’è da ricostruire una chiesa, il valore di una intera comunità, capire come produrre cibo e assumersi delle responsabilità. Ogni puntata è molto lunga (circa un’ora) e per seguirla in maniera attenta occorre davvero molta pazienza – gli argomenti toccati sono molto pesanti. Tra i temi più vivi, esiste quello del controllo della propria violenza.

Per certi versi The Society sembra raccontare tutte le contrapposizioni della contemporaneità, con un focus che parte dagli stereotipi di racconti, film e letteratura di matrice americana.

Ci sarà una seconda stagione?
Chissà.

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CREDIT: ICON FILM DISTRIBUTION

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn #film [#recensione]

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Dopo Hill House ho scelto di vedere The Neon Demon, un lavoro di Nicolas Winding Refn uscito nel 2016. Si tratta di un film incentrato sul concetto di bellezza dove si incontrano alcuni elementi miscelati che vogliono far apparire questo film geniale da un punto di vista estetico, ma che risulta deludente al termine della sua visione.

La storia è quella di una ragazzina americana di 16 anni che si trasferisce dalla periferia della Georgia a Los Angeles, per una serie di casi fortuiti entra in una delle trame del sistema moda. La sua è una semplicità regale e casta, ha coscienza del suo potere, ma è preda ideale di un meccanismo chiuso dove regnano sadomasochismo, saffismo, pedofilia e necrofilia. Il progetto affronta l’invidia femminile fino a portarla a una condizione di cannibalismo. La violenza è gratuita.

Dal punto di vista della composizione, la fotografia ha molti rimandi ad artisti contemporanei (Man Ray, Vanessa Beecroft, James Turrell, David La Chapelle) e la musica elettronica in alcuni punti del montaggio aiuta a rafforzare una dimensione di scoperta, spaesamento e caos.

Il progetto non porta a niente: zero profondità, zero ricerca. Una solita storia da vita adolescenziale dove si tenta di giocare con i diavoletti che fanno i dispetti agli angioletti. Il film è stato incasellato nella etichetta di genere horror, ma in realtà è una condizione che si avvicina al fetish con qualche macchia splatter, ma senza troppe pretese.

Banalità a pacchi.

neon demon

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016)
https://amzn.to/2RCMnWT

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The Hauting of Hill House #hillhouse #netflix [#recensione]

cinema, costume, cultura, Donne, film, giovedì, religione, salute e psicologia, Serie tv, spiritualità, streaming

Due sono stati i motivi che mi hanno portato a seguire questa serie trasmessa su Netflix: da una parte una blogger che annunciava un libro di Shirley Jackson – l’autrice da cui è partita l’ispirazione per la stesura di The Haunting of Hill House – dall’altra una compagnia di amici che si apriva a un’ansia feroce mentre iniziava a seguirne le prime puntate.

Hill House è un horror la cui trama racconta le vicende di una famiglia composta da sette persone. Tutti hanno vissuto in una casa che è una ossessione. La costruzione della sceneggiatura è uno specchio dove andare e venire tra flashback e flashforward e la memoria si presenta come l’oggetto ingannevole su cui si basa ogni singola scelta dei protagonisti.

 

 

È nel riflesso che si costituisce l’attimo di osservazione, quello di ricomposizione del livello inconscio valido per lo spettatore immerso nel labirinto dei traumi dei personaggi, la risposta. Dietro le fila di questa narrazione esiste un desiderio di possesso che si manifesta in una struttura da un cuore e uno stomaco su cui si riversano le sensazioni più terribili, nascoste e dettate dalla paura.

Hill House, Netflix, 2018

La riflessione che si apre è capire se tra le intenzioni degli autori esiste la volontà di osservare la schizofrenia femminile di una mamma come male ereditario, la paranoia o decifrare dei codici comportamentali comuni a tutti. La prima domanda affiorata alla mente dopo la visione è stata questa: se ognuno di noi andasse a smontare l’idea – il mito – della propria madre, potrebbe ottenere una rielaborazione valida a sanare le più intime fragilità?

Il finale è inaspettato e molte ambientazioni fanno pensare agli scenari kubrikiani di Shining e Arancia Meccanica, hitchcockiani alla Psyco, ma anche certi passaggi provenienti da Giro di Vite di Henri James, il famoso libro che ha ispirato l’uscita del film The Others del 2001.

Chi l’ha vista?

manifesto, Hill House, Netflix, 2018

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Quella casa nel bosco – Drew Goddard

cinema, film, vita

Cosa fare e cosa non fare?
Sono una dipendente affettiva: ho capito che rientro nella categoria degli OLA (Obsesses Love Addicts)  – e mi ci scappa un po’ da ridere, perché mi pare un’assurdità.

Veniamo a noi, torniamo alla serietà, ristabiliamo l’ordine delle cose. Giorni fa, dopo essere tornata dal viaggio a Bologna, ho deciso di vedere l’horror dell’anno (2012), quello di cui ho letto molte recensioni positive.

Quella casa nel bosco è si un film, ma non al pari dei vecchi chiari prodotti degli anni ’90. Quelli – intendiamoci -, trasmessi da Italia 1 nei martedì horror, attorno alle 23 circa, che ci hanno fatto stringere le chiappe quando rientravamo a casa la sera, senza sapere ci fossero mostri in TV, accendendola.

Diventata un’adulta pasciutella forse non riesco più a sopportarli poiché la dinamica costruttiva è sempre la stessa: quattro o cinque persone in viaggio, su un autobus, una casa, una zoccola bionda, una vergine mora, un amico nerd, un figone da urlo.

Ecco i protagonisti.

La trama è ha il suo nervo nella manipolazione: un gruppo di scienziati sviluppa dei prototipi per generare paura nel mondo attraverso sperimentazioni che si svolgono in scuole e attività pubbliche, comuni a tutti noi.

Il conflitto aperto non è tra America e Russa, ma tra Giappone e Stati Uniti, con tanto di telefono rosso kubrikchiano, legato poi anche, alla fase di Guerra Fredda, che vedeva coinvolte le prime due superpotenze economiche.

Iniziano a morire tutti, tranne la vergine. Lo scoop, che non dirò, allieterà la vostra visione.

Un film cotto e mangiato con un finale talmente tanto stupido, che la sigaretta che stavano fumando, ci stava quasi bene, come a dirci “ci sono situazioni migliori di una scopata”, rendendolo così pure simpatico!

Lo dimenticherò, sapevatelo.

Trailer: