The haunting of Bly Manor #recensione

Nella top ten da quando è uscita, The haunting of Bly Manor è una serie TV Netflix che si presenta al pubblico come una storia di fantasmi.

Molto del racconto, in termini visivi, sembra di averlo già incontrato. Nel senso che, chi ha avuto il coraggio di vedere Hill House, avrà avuto modo di ritrovare gli stessi scenari, ma una tensione diversa, per via degli argomenti sfiorati.

La storia è di una casa su cui è abbattuta una sciagura. Due bambini sono abbandonati in un enorme dimora inglese sui cui sembra esserci una maledizione. La tutela è affidata a uno zio miliardario di stanza a Londra che demanda il lavoro a degli inservienti e a una istruttrice impreparata alle vicende di Bly.

Quello che mi ha convinto della serie sono i temi sfiorati più che la totalità di questa prima stagione.

Il primo – incisivo – è dedicato alla scissione tra il concetto di possesso e di amore. Si ripercuote su tutti i personaggi, ognuno intrappolato nella sua rete di ricordi e di proiezioni nel loro continuo saltare tra sogni di vivi e di morti. Il secondo è un mix di rimandi. Alcuni elementi del teatro shakespeariano (Ofelia), l’ira di Cime tempestose scritto da Charlotte Brönte, (Heathcliff), Samara di The ring, Saw L’enigmista. Il terzo punto è la relazione tra opere d’arte e cinema nella composizione dell’onirico. Come se incastonare le figure in un quadro equivalesse a un processo di memoria per incardinare una maledizione. Partire da una cornice chiusa che si espande in una enorme proiezione cinematografica, a testimonianza di un vivere terribile basato su una lotta continua tra sorelle che dominano le esistenze altrui.

Il cuore della serie sembra essere il destino, l’incapacità di scelta, la trappola mentale e la manipolazione su chi non è stato capace di reagire a un dolore.

La eco finale, il rimando a quei passati che si ritrovano in specchi d’acqua, sembrano spingerci a capire che la seconda stagione sarà forse più interessante della prima.

Staremo a vedere 🤔

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