The society, netflix, 2019

The Society #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, giovedì, Serie tv, società, spiritualità, streaming, televisione, vita

Sono passati un po’ di mesi da quando ho visto questa serie tv e devo dire che è lontano il ricordo di qualcosa di bello. Al momento ciò che ha catturato la mia mente è il fatto che molte delle realtà raccontate non sembrano affatto utopiche.

Society è una serie tv Netflix che parla di gioventù. Di come essa possa essere violenta e violentata se una intera generazione di genitori scompare nel nulla in una realtà che sembra per certi versi costruita in parallelo. Tutto sembra normale fino a quando i ragazzi non partono per un campo estivo, al ritorno improvviso subentra uno scenario nuovo: sono rinchiusi senza la possibilità di interagire con il resto del mondo, dove tutto è concentrato in un blocco costituto dalla città stessa e di una natura che ha costruito una rete di muri difficili da superare.

I protagonisti sono costretti a riorganizzarsi e valutare un modello ideale di società. C’è da ricostruire una chiesa, il valore di una intera comunità, capire come produrre cibo e assumersi delle responsabilità. Ogni puntata è molto lunga (circa un’ora) e per seguirla in maniera attenta occorre davvero molta pazienza – gli argomenti toccati sono molto pesanti. Tra i temi più vivi, esiste quello del controllo della propria violenza.

Per certi versi The Society sembra raccontare tutte le contrapposizioni della contemporaneità, con un focus che parte dagli stereotipi di racconti, film e letteratura di matrice americana.

Ci sarà una seconda stagione?
Chissà.

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Confessions – Tetsuya Nakashima

attualità, cinema, cultura, film, quotidiani, televisione

Per chiudere in bellezza le serate di alternativa cinema è venuta a trovarci anche la pioggia, che assieme a al suo carico di grandine, fa tanto bestemmiare gli automobilisti e le donne che decidono di uscire con scarpettine stupide, non pronte a un pediluvio improvviso.

L’ultimo film trasmesso ieri sera nella sala della mia città è stato il giapponese Confessions, la cui regia è di Tetsuya Nakashima, uscito il 9 maggio scorso in quasi tutte le sale italiane, datato però 2010.

Sono andata con l’idea che il lavoro fosse un horror, invece, mi sono trovata di fronte un thriller di alta qualità. Se volessi fare un’analisi attenta, dovrei partire da concezioni di lavoro in apparenza slegate tra loro, per dedicarmi in maniera unica alla descrizione del montaggio, della fotografia e alla sceneggiatura, poiché, tutti questi elementi, meritano una giusta cura per la loro descrizione. Non lo farò per non dilungarmi troppo.

La trama è impostata su un filo che sorregge la dualità vita/vendetta. Ci si trova di fronte a un racconto nel quale sono protagonisti alcuni personaggi, diversi tra loro, ognuno offuscato dal proprio dramma personale, innescato da accadimenti avuti nelle loro vite precedenti. La narrazione inizia con una sorta di monologo di un’insegnante che perde la propria figlia a causa di due studenti che fanno parte della sua stessa classe, che lei sta salutando, prima della chiusura estiva della scuola, e del suo abbandono definitivo dell’istituto. Il senso ansiogeno d’apertura è preludio di una forma di coinvolgimento totalmente straniante che è a tratti urticante. Quello che stupisce è il legame concettuale che prende forma nell’opera: voglio dire che, nonostante il pubblico sia assorbito dalla visione, riesce, in maniera del tutto naturale, a rimanere distaccato a causa della forte rigidità mentale dei meccanismi che s’instaurano durante i processi di collegamento agli eventi di tutto il film.

La cinematografia asiatica, posta in questi termini, è molto più crudele rispetto a quanto ci è propinato dalle produzioni americane. Se dovessi pensare a un film sulla “vendetta” di matrice statunitense, non potrei non citare Kill Bill di Quantin Tarantino. Se messi a confronto, questi due lavori, dimostrano quanto il Giappone vinca in modo netto.  Forse perché gli elementi trattati, sebbene abbiano dei sentimenti affini, come l’odio, il gioco psicologico, l’inflizione fisica degli atti, sono posti in una condizione lontana dal nostro modo di pensare occidentalizzato, restituendo al pubblico una modalità percettiva mutata di segno, a causa della sua complessità, la cui risultate turba ferocemente chi guarda.

Scavando bene nell’abisso del progetto, la base della storia è concentrata sullo sviluppo giovanile, sulla cattiveria dell’età adolescenziale, sul bullismo e il protagonismo stereotipizzato, provenienti e derivanti dai flussi mediatici, dai mezzi di comunicazione di massa e delle nuove tecnologie. Non ci si trova lontano da un’impostazione alla Donnie Darko, quando si parla di ragazzine oche o stupide, e si mostra quanto in realtà i minorenni, sebbene siano consci di verità atroci, hanno la capacità di eludere il problema evitando gli affronti di una qualsiasi verità. Il fine è dimostrare quanto la strumentalizzazione della società contemporanea è riuscita a costruire dei falsi  miti, che provengono direttamente dalla tv o dal mondo del giornalismo, per arrivare, ostentare, uccidere, al fine di attirare luce sul proprio io, o sull’assenza e la solitudine di esso.

Lo consiglio assolutamente, e aggiungo che Confessions ha vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 2011, il Black Dragon Audiance Award del Far Est Festival di Udine nello stesso anno, ed è tratto dall’omonimo romanzo di Kane Minato, pubblicato in Italia da Giano/Neri Pozza.

Colonna sonora strepitosa, Tom York (Radiohead) assoluto.

Trailer:

La migliore offerta – Giuseppe Tornatore

cinema, cultura, film

Se partite con la voglia di andare al cinema con grandi attese sull’ultimo film di Giuseppe Tornatore, state tranquilli che rimarrete senz’altro stupiti.

La migliore offerta, uscito il primo gennaio, e visto ieri sera in una sala semipiena, è un film insolito per chi è abituato a conoscere il regista nelle vesti di un grande narratore dell’Italia meridionale, in pieno ritmo neorealista e appassionato.
La sua firma è posta nelle battute finali, dove s’incrociano al suo punto di vista, le musiche immancabilmente identificative di Ennio Morricone, e una carrellata che ci riporta a suoi lavori passati, permettendo allo spettatore di ritrovare quella dimensione che attendeva prima di acquistare il biglietto e di entrare in sala.

 La trama è costruita attorno a un battitore d’asta famoso e interpretato da Goeffrey Rush nei panni di Virgil Oldamn. Lui è un collezionista che conosce perfettamente la storia dell’arte; un uomo ossessionato dai ritratti, gli stessi che acquista tramite un amico che si presenta fidato; opere che custodisce all’interno di uno studiolo cui si rifugia per mirare le uniche donne che riesce a guardare dritte in faccia e toccare, in pieno silenzio e solitudine.
A sconvolgere i ritmi sarà una concatenazione di eventi che ruotano attorno alle vicende della bella Claire Ibeson  (Sylvia Hoeks) : una ricca possidente affetta da agorafobia, che possiede una villa piena di anticaglie in attesa di essere catalogate e vendute.

Spazio e tempo non sono dichiarati, alcuni elementi fanno capire che la storia è ambientata nei nostri giorni e in più luoghi. Immancabile il nano – la figura di riferimento portatrice di verità – che con codici precisi di comportamento attraversa il flusso filmico facendo intuire, come esso, nella sceneggiatura, sia elaborato in maniera estrema senza abbandonare nessun dettaglio, al fine di coinvolgere in un’altra dimensione chi guarda, portandolo a confronto con un oggetto meccanico inserito e ricostruito grazie a degli elementi ritrovati in villa e ricostruiti da Robert (Jim Sturgess), specializzato nella ricostruzione di marchingegni.

E’ un lavoro di testa più che di pancia. E’ drammatico, fin troppo romantico, a tratti ironico e sarcastico. Dura tanto – soprattutto se visto in un multiplex con 40 minuti di spot pubblicitari sparati ininterrottamente nelle sua fase iniziale.

Il montaggio ha una visione americana, non di tradizione prettamente italiana.

Consigliato; se non altro per capire come Giuseppe Tornatore abbia la capacità di essere un consapevole trasformista, in grado di saltare da un registro all’altro di rappresentazione, senza troppa difficoltà, soprattutto per chi lo osserva.

Trailer: