45 anni film Andrew Haigh (2015) - scena - Img presa da http://www.ifcfilms.com/films/45-years

45 anni di Andrew Haigh #film [#recensione]

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Ero al Ghetto ebraico di Roma la prima volta che mi hanno parlato di 45 anni anni di Andrew Haigh, a cena, dopo una giornata intensissima di lavoro. Non ne avevo mai sentito parlare di questo film, ma la persona che era con me lo raccontava come fosse presa nell’intimo, come se avesse capito che quella narrazione le avesse smosso la parte più profonda del proprio essere.

Tra un carciofo alla giudìa, un piatto puntarelle, un quarto di vino, nella totale rilassatezza, possono venir fuori tante confessioni, così questo atteggiamento empatico mi ha trasmesso la voglia di vederlo e recensirlo, nonostante non fosse una produzione di recentissima uscita.

45 anni narra la storia di una coppia benestante che ha vissuto parte della sua vita nella tranquillità di una agiatezza economica e culturale da fare invidia. Una lettera improvvisa riaccende il desiderio soppresso di Geoff (Tom Courtenay) quando Kate (Charlotte Ramplig) sta organizzando la festa per il loro anniversario di matrimonio. A sconvolgere la situazione una figura fondamentale, ritrovata nei ghiacciai delle alpi svizzere che riemerge dal 1962.

L’intera visione è pilotata da un costante stato ansiogeno e il cobattimento che si avverte oscilla tra la voglia di sapere, la comprensione, l’accettazione della difficoltà e la gelosia. A dominare sono le pulsioni, la rimessa in discussione dopo tutti quegli anni di amore vissuto alla stregua di ogni altro apparente sentimentalismo costruito fino a quell’esatto momento.

A giocare un ruolo decisivo è il rapporto con la fotografia, la memoria che conferma quanto l’immagine sia oggetto di un trauma che non può essere gestito e pilotato, ma piuttosto visto e affrontato anche quando di fronte si ha un marito che ama da sempre un’altra.

Allora che valore ha la fiducia oggi? Quanti ci attraversano la vita e hanno la loro stessa situazione? Conosco molte coppie che vivono in una armonia apparente, incapaci di affrontare per paura quello che ci ha segnato l’esistenza; un bisogno che sembra di natura economica, sfruttato per tamponare una effettiva mancanza più che un pensiero di crescita assieme, nell’altro, in una dimensione a due.

Esiste davvero il vero amore o è solo una grande illusione letteraria?

Voi cosa ne pensate?

45 anni di Adrew Haigh, Drammatico, Gran Bretagna, 2015

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Julian Rosefeldt. Manifesto, Park Avenue Armory, New York, December 2016 – January 2017 Photo: James Ewing Photography © Park Avenue Armory, 2016

Manifesto di Julian Rosefeldt #film #artwork #attualità #società[#recensione]

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Questo film mi è stato segnalato da una artista a me cara. Ho deciso di non vederlo al cinema per via dei troppi chilometri da fare e ora che ho avuto modo di averlo sparato negli occhi ripenso a quanto avessi fatto bene a non inquinare l’ambiente, quella sera, quando ho deciso di evitare la dispersione di gasolio nel mondo.

Manifesto è una installazione artistica e prodotto cinematografico di videoarte nato sotto forma di ibrido girato in 11 giorni dall’artista tedesco Julian Rosefeldt nei pressi di Berlino. Cate Blanchett è l’attrice protagonista chiamata a spingere l’osservazione dello spettatore alla visione di 12 personaggi differenti che recitano parti tratte dai proclami artistici e politici diffusi tra fine Ottocento e Novecento. La donna riveste una molteplicità di ruoli, muta ogni volta i suoi abiti, cavalca le parole, i periodi storici, le correnti, i movimenti culturali e sociali nel migliore dei modi. Il montaggio arriva a creare un monologo corale in un’armonia di voci bombardate, urlate e stonate.

L’architettura industriale domina l’intera progressione. Si passa dalla grande fabbrica alla piccola dimensione casalinga di un modulo abitativo di Le Corbusier. Incasellati, gli esseri viventi, come polli in batteria, dentro e fuori, ad attendere l’assoluzione dell’esistenza davanti a uno schermo che modella l’immaginario secondo le volontà di chi scrive, racconta per il mondo della comunicazione e della pubblicità.

Si scrive un manifesto quando non si ha nulla da dire – ripetono alcuni intellettuali citati nelle numerose parole pronunciate – dove gli artisti e l’economia hanno il medesimo ruolo di occupazione e invasione. È l’arte, il trasformismo, che ruota tra menzogna e inganno, che connette la fine di un secolo al nuovo millennio nella medesima natura di chi dice di essere diverso e poi è uguale a ciò che esso stesso critica.

L’artista e l’economista (il mercato) sono i due esseri emarginati fagocitatati da un cancro che invade un unico corpo (il mondo), esiliati e messi a margine dal bisogno di attenzione di chi ora è il vero protagonista della performance: le persone etichettate come normali, sedotte dalla tecnica, sedute nelle loro poltrone casalinghe con quadretto di rappresentanza tra sala, salotto e gabinetto, a indirizzare gusti e costumi.

Tra gli scenari più ricorrenti ex fabbriche abbandonate che ricalcano gli studi portati avanti da Marc Augé. Capannoni figli della grande industrializzazione dove si svolge la grande crisi economica e dove esiste un tempo morto, rarefatto dall’uomo. Un clochard – senza fissa dimora – che irradia la sua disarmonia come un triste giullare depauperato dalla velocità del contemporaneo, dalla mancanza di una corte in ascolto, risucchiato dalla miseria del desiderio connesso alla sua decadenza.

Velocità, meccanizzazione, volontà, fallimento, dettami, l’intimità, la gente, l’arte professa, l’arte distrugge, la dimensione del sogno, quella della realtà, l’alveare, la rete, le capsule. Kazimir Malevič è l’artista che denuncia il reale dato problematico: l’imitazione. I Dadaisti ci provano con il ribaltamento, il camuffamento e la codifica. La Pop Art ci riesce: nutre con la sua preghiera fino a rendere chi la persegue zombie immobile e dipendente. La famiglia americana lo dichiara nell’esempio tirato in ballo nella produzione di Rosefeldt e lo fa in quella tavola imbandita dominata dal perbenismo di una donna che annichilisce l’uomo e i suoi figli con la ritualità. La risposta a questi dati è l’azzeramento della narrazione in un vortice minimalista a base distopica, che accompagna alla scienza, a una ricerca dove regna il metodo, il mondo concettuale e l’informazione.

Salmi, maestri, profeti e chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere; dettami, comandi e noia. Tassonomia e cronologia che gli artisti stessi hanno affibbiato a loro stessi nel sottomettere la verità alla libertà. La regia diventa imprenditoria e i fantocci che non hanno elaborato la loro natura più profonda creano feticci e replicanti più falsi degli originali. Lo specchio è l’immagine, la somiglianza a Dio, la menzogna che è condanna di sé nel mondo.

In questa produzione il vero danno è nella dimostrazione che l’artista – ogni singolo intellettuale – in passato ha costruito il suo diktat. Ha imposto la sua visione e ora chi ha il dovere di portare avanti la lezione del maestro non ha più la forza etica, morale e fisica per sostenerla. Una delle cause è il modello economico, un mercato inefficace che non investe più su di loro. Per questo le sue parole sono al pari di un comune individuo che arriva dal nulla e dove il suo giudizio è più incisivo degli altri. Si è frammentato un canone e con esso il principio di un ordine che ha dato valore al rovesciamento dei ruoli.

La gente è irriconoscente e ha necessità di essere ascoltata. Allora la mia domanda è rivolta ad alcuni artisti: come ci si sente ad essere sottoposti a giudizio quando voi stessi avete offerto i vostri strumenti e i vostri corpi nelle fauci di persone più ciniche e affamate che vi hanno strappato di dosso le vesti e la forza della vostra vera natura ?

Nel film manca la presa di posizione di Julian Rosefeldt.
E’ una lezioncina, ma di strategia o di riflessione?

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015) - IMG taken from the web

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Libri:
Marc Augé, Rovine e Macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, 2004
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Mommy – Xavier #Dolan

cinema, film

Dopo un anno finalmente vedo questo film. E’ stato trasmesso da Sky Cinema Cult martedì sera attorno alle 21.
E’ raro che mia madre assista a queste occasioni, soprattutto quando le tematiche sono di impegno – non le piacciono le cose drammatiche poiché crede non occorra altro masochismo visivo per ricordarci che siamo esseri viventi che incappano nell’errore continuo. Devo dire, non ha tutti i torti, ma è di un’altra generazione.

Quello che rimane di Mommy nella mia memoria è la scena centrale di respiro del ragazzo che estende la visione, la propria libertà, quando recupera una sorta di pace interiore condividendola con la madre e un’amica vicina di casa, su uno skate e due bici, lungo la via di una strada che si estende sotto i loro occhi come spiraglio positivo, momentaneo e illusorio.

La storia narra di un ragazzo che ha problemi comportamentali, che soffre di deficit dell’attenzione. Si trova in una clinica psichiatrica dalla quale viene cacciato dopo l’ennesimo incidente che ha causato, sia nei confronti dell’istituto stesso cui è ospitato, sia di un altro compagno, cui reca danni fisici feroci che implicheranno risvolti in tutta la progressione della sceneggiatura.
La cosa che stupisce del lavoro di Xavier Dolan è la disperazione della madre, costretta a ostentare l’eccesso per offuscare tutto. Il nascondimento del vissuto, di umiliazioni subite, cercate, di una esistenza avvertita come punizione, succube di ogni azione del figlio. L’unica persona che riesce a placare il ragazzo non è lei, ma una donna che sembra non aver mai avuto una vita così divincolata. Una insegnante balbuziente che lo aggredirà con la sua stessa energia, con il potere della aggressione che si attiva quando si supera il limite della confidenza, quella linea sottile legata alla nostra ricerca di protezione di individui destinati alla solitudine e alla paura nel non mostrarci per cio’ che siamo.

L’eccesso, l’esasperazione, l’incoerenza, trasformano la visione in forme altalenanti di attesa lunghissima. Si tratta di un prodotto che dura molti minuti nella sua fruizione, che cattura l’attenzione non rendendo lo spettatore partecipe, quanto piuttosto distanziandolo criticamente e conducendolo all’osservazione del meccanismo psicologico di tutti i protagonisti. Gli innesti proposti, in effetti, sembrano suggerire che nulla è frutto del caso, ma il risultato di scelte e drammi che si continuano a reiterare nonostante l’evidenza sconcertante degli eventi.

Io premio l’uso e la gestazione della rabbia, espressa e repressa, nel legame perverso della madre con il figlio, alla cui base c’è solo un’applicazione continua del proprio tradimento.

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Personalmente Mommy non rimarrà nella mia mente per lungo tempo.

 

Monsier Lazhar – Philippe Falardeau [Film]

cinema, cultura, film

Ieri sera non volendo fare nulla, e non intenta a studiare in maniera dettagliata le materie d’esame, sono incappata in un film del quale non avevo mai sentito parlare, e che ho visto per la prima volta. “Monsier Lazhar” è un progetto uscito nel 2011 da una produzione franco – canadese dalle forti componenti drammatiche, girato da Philippe Falardeau.

La trama è tessuta su un filo che rende evidenti componenti pubbliche e private. Quello che voglio dire è che la dimensione collettiva e quella intima si manifestano in questo lavoro in maniera per niente scollegata, in un gioco d’incastonamento perfetto, che porta a una radicalità finale di forte impatto emotivo.

Siamo a Montreal, in Canada, in una scuola elementare ricca di ragazzi che provengono da altre tradizioni, vicinissima all’idea di un paese molto multiculturale dove le inflessioni linguistiche si sposano e danzano senza peso, in una fluttualità che riflette la ritmicità dell’infanzia. Il punto è che questa indubbia parte, sebbene rimanga nell’ingenuità dell’età dei ragazzini, viene a rompersi in corrispondenza di un gesto di suicidio: la morte della propria insegnante avvenuta all’interno di una delle aule scolastiche. Un atto scoperto da un bambino per caso, prima di entrare in classe.

La carambola inizia proprio da questo punto. Oltre alla gravità dell’atto di morte che deve essere accettato (lo smaltimento del dolore è un processo lungo, non sempre di facile elaborazione nella sua fase iniziale), arriva in quegli ambienti, improvvisamente, il vero protagonista: Monsier Lazhar.

Lui è un insegnante sui generis alla vecchia maniera. Un tizio non per niente pratico delle attività d’insegnamento, con un approccio relativamente vecchio ma sano, come quello che buona parte di noi ancora oggi sogna per i propri figli ai fini qualitativi di una resa scolastica. Monsier Lazhar è un algerino fuggito in un altro paese a seguito dello sterminio della sua famiglia. Sua moglie, era una scrittrice e insegnante perseguitata dai regimi del suo Stato, poiché ritenuta sovversiva, irridente e donna, che si permetteva tra l’altro di attaccare le istituzioni.

La doppia tematica dell’accettazione vede quindi un’aperta conflittualità nell’elaborare un atto che ha turbato in particolar modo due bambini che hanno vissuto involontariamente uno scenario di morte, ma anche lo sconvolgimento di avere un docente che sembra non conoscere per niente la sua professione.

Il film crea stratificazioni straordinarie dal punto di vista di un’indagine sociologica, e di come, un insegnante, oggi,  ha un ruolo che deve essere quello di un docente attento: un maestro non di vita, ma un esecutore materiale di lezioni da imprimere nella testa di un fanciullo tralasciando la sua dimensione intima. Non un educatore che può ascoltare o condividere emozioni con i suoi alunni, ma una persona che rappresenta un punto di una filiera dove sono incastonati in modo quasi stridente: psicologi, pedagoghi e professionisti al fine di migliorare, controllare, incanalare quelle personalità con grosse problematiche relazionali.

La fine è rassicurante, quella che tutti attendiamo, che racconta il passaggio intermedio da crisalide a farfalla.
Capirete il motivo di questa mia chiusura, proprio vedendo la pellicola, che consiglio vivamente.

Ha vinto il Toronto Film Festival e una sezione del Festival del film di Locarno nel 2012 (Variety Piazza Grande Award).
E’ stato candidato agli Oscar nella categoria come miglior film straniero, sempre nello stesso anno.

Teaser: