Julian Rosefeldt. Manifesto, Park Avenue Armory, New York, December 2016 – January 2017 Photo: James Ewing Photography © Park Avenue Armory, 2016

Manifesto di Julian Rosefeldt #film #artwork #attualità #società[#recensione]

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Questo film mi è stato segnalato da una artista a me cara. Ho deciso di non vederlo al cinema per via dei troppi chilometri da fare e ora che ho avuto modo di averlo sparato negli occhi ripenso a quanto avessi fatto bene a non inquinare l’ambiente, quella sera, quando ho deciso di evitare la dispersione di gasolio nel mondo.

Manifesto è una installazione artistica e prodotto cinematografico di videoarte nato sotto forma di ibrido girato in 11 giorni dall’artista tedesco Julian Rosefeldt nei pressi di Berlino. Cate Blanchett è l’attrice protagonista chiamata a spingere l’osservazione dello spettatore alla visione di 12 personaggi differenti che recitano parti tratte dai proclami artistici e politici diffusi tra fine Ottocento e Novecento. La donna riveste una molteplicità di ruoli, muta ogni volta i suoi abiti, cavalca le parole, i periodi storici, le correnti, i movimenti culturali e sociali nel migliore dei modi. Il montaggio arriva a creare un monologo corale in un’armonia di voci bombardate, urlate e stonate.

L’architettura industriale domina l’intera progressione. Si passa dalla grande fabbrica alla piccola dimensione casalinga di un modulo abitativo di Le Corbusier. Incasellati, gli esseri viventi, come polli in batteria, dentro e fuori, ad attendere l’assoluzione dell’esistenza davanti a uno schermo che modella l’immaginario secondo le volontà di chi scrive, racconta per il mondo della comunicazione e della pubblicità.

Si scrive un manifesto quando non si ha nulla da dire – ripetono alcuni intellettuali citati nelle numerose parole pronunciate – dove gli artisti e l’economia hanno il medesimo ruolo di occupazione e invasione. È l’arte, il trasformismo, che ruota tra menzogna e inganno, che connette la fine di un secolo al nuovo millennio nella medesima natura di chi dice di essere diverso e poi è uguale a ciò che esso stesso critica.

L’artista e l’economista (il mercato) sono i due esseri emarginati fagocitatati da un cancro che invade un unico corpo (il mondo), esiliati e messi a margine dal bisogno di attenzione di chi ora è il vero protagonista della performance: le persone etichettate come normali, sedotte dalla tecnica, sedute nelle loro poltrone casalinghe con quadretto di rappresentanza tra sala, salotto e gabinetto, a indirizzare gusti e costumi.

Tra gli scenari più ricorrenti ex fabbriche abbandonate che ricalcano gli studi portati avanti da Marc Augé. Capannoni figli della grande industrializzazione dove si svolge la grande crisi economica e dove esiste un tempo morto, rarefatto dall’uomo. Un clochard – senza fissa dimora – che irradia la sua disarmonia come un triste giullare depauperato dalla velocità del contemporaneo, dalla mancanza di una corte in ascolto, risucchiato dalla miseria del desiderio connesso alla sua decadenza.

Velocità, meccanizzazione, volontà, fallimento, dettami, l’intimità, la gente, l’arte professa, l’arte distrugge, la dimensione del sogno, quella della realtà, l’alveare, la rete, le capsule. Kazimir Malevič è l’artista che denuncia il reale dato problematico: l’imitazione. I Dadaisti ci provano con il ribaltamento, il camuffamento e la codifica. La Pop Art ci riesce: nutre con la sua preghiera fino a rendere chi la persegue zombie immobile e dipendente. La famiglia americana lo dichiara nell’esempio tirato in ballo nella produzione di Rosefeldt e lo fa in quella tavola imbandita dominata dal perbenismo di una donna che annichilisce l’uomo e i suoi figli con la ritualità. La risposta a questi dati è l’azzeramento della narrazione in un vortice minimalista a base distopica, che accompagna alla scienza, a una ricerca dove regna il metodo, il mondo concettuale e l’informazione.

Salmi, maestri, profeti e chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere; dettami, comandi e noia. Tassonomia e cronologia che gli artisti stessi hanno affibbiato a loro stessi nel sottomettere la verità alla libertà. La regia diventa imprenditoria e i fantocci che non hanno elaborato la loro natura più profonda creano feticci e replicanti più falsi degli originali. Lo specchio è l’immagine, la somiglianza a Dio, la menzogna che è condanna di sé nel mondo.

In questa produzione il vero danno è nella dimostrazione che l’artista – ogni singolo intellettuale – in passato ha costruito il suo diktat. Ha imposto la sua visione e ora chi ha il dovere di portare avanti la lezione del maestro non ha più la forza etica, morale e fisica per sostenerla. Una delle cause è il modello economico, un mercato inefficace che non investe più su di loro. Per questo le sue parole sono al pari di un comune individuo che arriva dal nulla e dove il suo giudizio è più incisivo degli altri. Si è frammentato un canone e con esso il principio di un ordine che ha dato valore al rovesciamento dei ruoli.

La gente è irriconoscente e ha necessità di essere ascoltata. Allora la mia domanda è rivolta ad alcuni artisti: come ci si sente ad essere sottoposti a giudizio quando voi stessi avete offerto i vostri strumenti e i vostri corpi nelle fauci di persone più ciniche e affamate che vi hanno strappato di dosso le vesti e la forza della vostra vera natura ?

Nel film manca la presa di posizione di Julian Rosefeldt.
E’ una lezioncina, ma di strategia o di riflessione?

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015) - IMG taken from the web

Manifesto di Julian Rosefeldt (2015)
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Libri:
Marc Augé, Rovine e Macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, 2004
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Zerocalcare #libri #fumetti #baopublishing #pointofview [#recensione]

arte, artisti, attualità, cultura, film, fumetti, giovedì, leggere, libri, televisione

Mi rendo conto che nell’ultimo periodo sto diventando una affiliata della Bao Publishing perché nel giro di poche settimane ho letto tre volumi dei loro autori. Mi piace molto la selezione che hanno, e spesso visito il sito per vedere se ci sono offerte mirate, unite a gadget e tirature limitate da collezione.

È così che ho deciso di intraprendere il viaggio con Zerocalcare alcuni mesi fa, tanti volumi pubblicati e non un quadro preciso della sua identità. In realtà avevo già fatto degli acquisti su Amazon da spedire in Francia, regalare per Natale Kobane Calling (2015), in lingua, ad amici che vivono lì. Nel frattempo ho maturato la necessità di una sua conoscenza approfondita che non si limitasse al blog. Allora ho vagato per librerie di mezzo Abruzzo senza decidere mai cosa prendere. Il fatidico giorno è arrivato quando uno dei miei librai di fiducia e un caro professore dell’università mi hanno illuminato la via. Ho ordinato Un polpo alla gola (2012) e Dimentica il mio nome (2014).

Fagocitati in meno due giorni, la cosa più intensa è la rassicurazione che lasciano. Un condensato di coscienza che si rivela fatidico, utile per ristabilire un mio vissuto non affatto diverso rispetto a quello raccontato dell’autore, quindi non unico o esclusivo, ma collettivo e corale, generazionale. In comune la stessa matrice politica, l’immaginario semi-plagiato targato anni ’80, vicini di età, disagi ansiogeni a manetta (per non dire pippe sulle cose più banali custodite per anni in silenzio fustigando il cervello senza motivo).

Chi ha suggerito i fumetti mi ha permesso di intravedere momenti centrali che segnano un passaggio da un’età adolescenziale a una maturità saggia, nella forma più leggera possibile. Di queste letture continuative, corrispondenti a una consultazione di un libro normale, ciò che convince è lo squilibrio apparente che esiste tra l’uso delle parole e quello delle immagini. Si è invasi da flussi di coscienza che predominano sullo scenario del disegno. Un doppio livello di lettura sorretto dalla paura, dalle emozioni dei protagonisti, continuative e insistenti. Spesso la risoluzione ai problemi è la trama sottaciuta, allusa, dove il processo ritrova la sua dimensione reale in uno sfogo creativo con un oggetto appartenente a una memoria lontana.

Prodotti culturali chiari ed efficaci, evidenti già in una fase successiva, quando al termine dei volumi ci si accorge che tutti gli elementi erano dichiarati in copertina, diretti e accessibili, immediati nel ricordare tema e trama (di cui non parlerò).

 

Zerocalcare

Un polpo alla gola, 2012
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Dimentica il mio nome, 2014
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LUIGI ONTANI. SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE’tico, 17 maggio, accademia nazionale di san luca - Roma

LUIGI ONTANI. SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE’tico, 17 maggio, accademia nazionale di san luca – Roma #arte [#mostre]

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, mostre, turismo, viaggi

LUIGI ONTANI. SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE’tico

accademia nazionale di san luca

Palazzo Carpegna, piazza dell’Accademia di San Luca 77, Roma

17 maggio – 22 settembre 2017

In occasione del conferimento del Premio Presidente della Repubblica 2015 assegnato a Luigi Ontani, l’Accademia Nazionale di San Luca presenta nelle sale espositive di Palazzo Carpegna la mostra SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE?tico, apertadal 17 maggio al 22 settembre 2017.

L’importante onorificenza venne istituita nel 1950 dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il quale destinò un Premio Nazionale, annuale e indivisibile, aperto a tutti gli artisti, affidando all’Accademia di San Luca la segnalazione del più meritevole per le tre categorie di Pittura, Scultura e Architettura.

Per celebrare l’assegnazione del Premio Presidente della Repubblica 2015, l’Accademia Nazionale di San Luca ha invitato Luigi Ontani a ideare e curare un’esposizione di sue opere, ripercorrendo la sua carriera artistica, dai tableaux vivants dei primi anni Settanta alle ultime ErmEstEtiche, alcune del tutto inedite e create espressamente per SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE?tico.

In mostra circa 60 opere allestite nei tre spazi espositivi di Palazzo Carpegna: si inizia con le prime opere di Ontani nelle sale al pianterreno, proseguendo lungo la rampa elicoidale di Borromini, per culminare al terzo piano in alcune delle sale della Galleria dell’Accademia, secondo un percorso che intreccia un dialogo con le opere delle collezioni storiche.

Celebri i tableaux vivants dell’artista, iconografie viventi che Ontani assume su di sé come simulacri, prendendo le sembianze di figure storiche, mitologiche, letterarie e popolari tra cui Leonardo, Raffaello, San Luca; in mostra anche le fotografie ritoccate a mano, memorie dei soggiorni e viaggi orientali (dal 1972 ad oggi), in cui la sua poetica risente dei colori e delle tradizioni orientali. Degli anni Ottanta è la sperimentazione di altri materiali, quali la cartapesta, il legno, la ceramica e il vetro di Murano, attraverso la cui mediazione Ontani traspone in scultura il tema della maschera e dell’ibridazione di idoli già presente nelle pose fotografiche. Si giunge quindi alle Anamorpose (foto lenticolari realizzate dal 2000 ad oggi), agli elementi di arredo in ceramica e vetro, per concludere il percorso con la serie delle ErmEstEtiche, dei Canopi e dei BellimBusTi realizzati in ceramica.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo bilingue (italiano/inglese) con un testo critico di Ester Coen, un’ampia intervista di Hans Ulrich Obrist e contributi di scrittori quali Aurelio Picca e Emanuele Trevi, insieme a una selezione di testi a cui l’artista è particolarmente legato, di Francesca Alinovi, Goffredo Parise e una poesia inedita di Valentino Zeichen.

 

INFORMAZIONI

Mostra: LUIGI ONTANI. SanLuCastoMalinIconicoAttoniTonicoEstaEstE?tico
Preview stampa: mercoledì 17 maggio, ore 11.00
Inaugurazione: mercoledì 17 maggio, ore 18.00
Apertura al pubblico: 17 maggio – 22 settembre 2017
Sede: Accademia Nazionale di San Luca, piazza dell’Accademia di San Luca 77 – Roma
Informazioni: tel. 06 679 8850; segreteria@accademiasanluca.it
Orari: dal lunedì al sabato: 10.00 – 19.00 (ultimo ingresso 18.30).
Chiuso domenica e dal 6 al 27 di agosto.

Ingresso gratuito

 Iformazioni per la stampa:
Maria Bonmassar
06 4825370; +39 335490311;
ufficiostampa@mariabonmassar.com

 

*Comunicato stampa

L’ARMINUTA DI DONATELLA DI PIETRANTONIO, SABATO 25 MARZO, EMPATIA BAR & LIBRI – TERAMO (presentazione) ph. Amalia Temperini

L’Arminuta, Donatella Di Pietrantonio #libri #einaudi #pointofview [#recensione]

cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri

Poche settimane fa sono stata invitata dai librai di Empatia di Teramo alla presentazione del libro L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017).  Ho colto l’occasione per acquistarlo direttamente mentre l’autrice ne parlava davanti a una folta folla che la ascoltava con viva sincerità.

Non si tratta di un romanzo facile: è duro, ha una scrittura scolpita, come la lenta narrazione iniziale, che spicca in un secondo momento il volo nella maturità di osservazione della protagonista: una ragazzina che vive negli anni ’70 in una regione in cui la linguaidentità e appartenenza – rappresenta un divario, la lotta, il rifiuto del proprio Sé. Una resistenza che rallenta di molto la progressione in lettura, tanto si spinge L’arminuta a non accettare la sua nuova dimensione di vissuto.

Il tema è quello del dono: io figlia sono destinata a un’altra persona, cresco con chi credo sia il mio punto di forza per poi scoprire, al ritorno, che tutto cambia, rovescia, ribalta secondo un ordine preciso, ristabilito attraverso un trauma che predispone i valori alle priorità.

Il senso trova la sua misura nell’autentico, in quello ci che procrea, che seppur tradisce, difende e recupera la via nonostante la mancanza di strumenti culturali. Elementi che concedono possibilità in più, aperture, riflessioni sviluppate da una verità unica se modellata sulla propria esperienza.

Fogli intrisi di rabbia, dolore e umiliazione, incestuosità, elementi che cambiano le cose quando l’anima si risveglia nel giusto, in quel passo necessario incalcolabile che la vita impone, quando la maturità diventa protagonista e permette di distinguere gli egoismi dalla natura umana nel trovare un coraggio, quando il tutto si compie attraverso una rinascita armonica delle volontà.

Lo stile scavato, rudimentale, graffiante, trasporta chi legge nel cuore di un dialetto aspro, quello della sopravvivenza, della velocità di un percorso territoriale che segna un disorientamento, le differenze, le opposizioni che si contraddistinguono specularmente in due sorelle che imparano a conoscersi e ribellarsi, ognuno a suo modo in due mondi distanti, magici, rituali, complementari e complici, racchiusi in un viatico distribuito tra mare e montagna in una terra madre e matrigna: l’Abruzzo.

 

Pi lu mal chi ti’ tu, ji la midicin ni lli tinghe – ha confessato senza colpa.
Ha sollevato la mano, guardandola nella sua impotenza,
poi l’ha riportata giù a quel che poteva dare, una ruvida carezza”

 

 

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi, 2017
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Il papà di Dio - Maicol&Mirco (Bao Pubblishing, 2016) -ph. Amalia Temperini

Il papà di Dio – Maicol&Mirco #libro #baopublishing #pointofview [#recensione]

arte, artisti, cultura, fumetti, giovedì, leggere, libri

Non so cosa mi abbia mosso ad acquistare questo enorme libro, ma ho deciso di investire parte dei guadagni in qualcosa che mi facesse divertire.
Il papà di Dio (Bao Publishing, 2016) si presenta pieno di intenzioni che sfiorano il tragico, capace di trasmettere una forte empatia saltellando tra pagine in piena lettura in quel ritmo indistinguibile che caratterizza i fumetti di Maicol&Mirco.

Il papà di Dio - Maicol&Mirco (Bao Pubblishing, 2016) - ph. Amalia TemperiniTutto parte da Satana, ispiratore, condizione, eroe inconsapevole che irrompe, si presenta di tanto in tanto nelle dinamiche di scambio che si susseguono tra il Papà (l’architetto) e suo figlio, Dio (artista).

Il volume ha le fattezze di una bibbia, ma è un anti-bibbia, una sorta di manuale d’uso pratico per dire che i giochi stanno a zero, che dietro tutta questa storia salvifica esiste un umano senso che è ben più feroce di qualsiasi mito.

É proprio questa la condizione necessaria che permette di capire le regole del processo creativo: il Diavolo è una figura saggia, prende in giro il lettore, ci dialoga, si presta a giocare con lui attraverso il sarcasmo e il dispetto, si confessa con quello che è il nostro demone. Uno spiritello che temporeggia indisturbato facendo inciampare il padre eterno nelle sue creazioni: lo motiva. Dio, che è un buono, piccolo, vorrebbe sperimentare, ma si sente in colpa perché non riesce a capire le punizioni, le insistenze, i doveri inflitti dal suo Papà. A rendere la situazione paradossale un fratello libertino, musicista, dal cappello enorme, che ricorda cugino IT.

In questo quadro, fatto di fogli, composto da una casa con poche stanze visibili, sono assemblati segni che prendono forma nei colori rosso e nero. Le tonalità più forti sono date dalle onomatopee, le quali rafforzano il senso del suono rendendo le cose vive nella loro libertà di espressione, umili nel traghettarti in un dramma ironico alla ricerca di un equilibrio che si fa necessario non rinnegando una divinità, ma mostrando la potenza nella sua parte più nociva: il male. Una figura, un amico immaginario, un testimone, una introiezione fatta paura in una solitudine che ci accompagna nella esistenza, per l’esistenza.

 

Un attimo.
Scusate sono lo spirito critico che segue la logica blasfema del fare indiavolato di questa donna osservatrice propinatrice di parole in costante dubbio con se stessa e con il mondo, l’immateriale indefinito che pone questioni mentre lei è indisturbata si destreggia tra una risata e l’altra.
Avrei delle domande da fare: 
ma la mamma del Signore, uno e trino, dov’è?
e il triangolo e il cerchio che raffigurano i protagonisti sono ispirati anche a Kandinskij?

Nell’attesa, mi rifugio nel cibo e penso.

Il papà di Dio - Maicol&Mirco (Bao Pubblishing, 2016) -ph. Amalia Temperini

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Imbarcata di Enzo De Leonibus e Marco Neri - Testo critico di Domenico Spinosa - V. AR.CO – verdiartecontemporane - Photo Credit: Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

Imbarcata di Enzo De Leonibus e Marco Neri #arte #mostra #currentexhibition [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, danza, giovedì, mostre, politica, recensioni arte, turismo, viaggi

Imbarcata. Significato che implica un’azione, sostantivo femminile scelto per invitare alla mostra tenuta negli ambienti di V.AR.CO – Verdi Arte Contemporanea – di L’Aquila, che riapre i suoi spazi in grande stile per l’anno 2017, con una esposizione che concede spunti di riflessione raffinata, unita a gentile provocazione.

Simbolo di relazionalità, connessione al luogo, approdo e partenza, il titolo nasconde elementi che si fanno preziosi attraverso esperienza e scelta. L’allestimento è un cammino leggero di osservazione in cui gli artisti Enzo De Leonibus e Marco Neri offrono attracchi su argomenti di estrema attualità. L’ambiente è distribuito su due sezioni che si completano, collegate tra loro da una vela pensata come albero guida, centrale in una città dove la luce si fa ombra e combatte per resistere.

Il visitatore è a contatto con una ricerca dall’alto valore concettuale in una immersione che pone interrogativi sulla propria identità. Costringe a vivere in un solo gesto l’urgenza dell’immobilità, l’impotenza cosciente di una necessità che si coniuga al bisogno di fuga, dove l’impronta di Marco Neri è netta, visibile, ispirata, ragionata nelle sue linee filateliche.
Enzo De Leonibus sposa la dimensione onirica, attraverso una misura che assume toni esistenziali profondi, nell’invisibile crea uno schema mentale dove lascia libero arbitrio nel capire quale strada intraprendere tra le due poste in essere. Indica vie speculari: un bosco fatto equilibrio con fascio luminoso che assorbe chi guarda in un dialogo/antitesi con un faro indicatore d’utopia, rimando ai siexties, la cui ombra restituisce una condizione mitologica, antro degli Dei.

Il testo critico di Domenico Spinosa accompagna la mostra, esemplifica in modo dettagliato i cardini del lavoro. Li sviscera acclarando le intenzioni, gli omaggi, le condizioni cui fa fronte; verso la sua sua fine suscita un grande quesito nel momento in cui si sofferma sul concetto di ideale, inteso come obiettivo, nella citazione dedicata a Rainer Werner Fassbinder. La domanda che sovviene allora è un’altra ed è ispirata dagli studi effettuati sugli scritti dei filosofi Zygmunt Bauman e Ágnes Heller: può un qualcosa di indefinito, irraggiungibile, avere progettualità in un’epoca distopica come quella che ci sta attraversando?

Imbarcata di Enzo De Leonibus e Marco Neri - Testo critico di Domenico Spinosa - V. AR.CO – verdiartecontemporane - Photo Credit: Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography Imbarcata è tutto questo: punto fermo, stasi, appunto, promotore di conoscenza. Dubbio, ragionamento, comparazione, confronto, diversità tra pensiero e azione, oggetto e soggetto. È soffio di vento, indice analitico, elemento utile per assaporare ingredienti di un viaggio da riprendere, consolidare.

 

Imbarcata
di Enzo De Leonibus e Marco Neri
Testo critico di Domenico Spinosa

Fino al 23 aprile 2017
Per motivi tecnici la mostra sarà chiusa al pubblico dal 27 marzo al 9 aprile
Orari: dal mercoledì alla domenica 17.00 – 19.00

Ingresso gratuito

Photo Credit:
Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

Ela Bialkowska – OKNOstudio Photography

 

 

Imbarcata di Enzo De Leonibus e Marco Neri - Testo critico di Domenico Spinosa - V. AR.CO – verdiartecontemporanea (manifesto)

V. AR.CO – verdiartecontemporanea - L'Aquila (official logo)

V.AR.CO – Verdi Arte Contemporanea
Via Giuseppe Verdi 6/8 L’Aquila
spaziovarco@gmail.com
www.v-ar-co.com

 


PRESS OFFICE
Roberta Melasecca Architect/Editor/Pr
roberta.melasecca@gmail.com
349.4945612
robertamelasecca.wordpress.com

 

Eva Macali. FACCIONI (quantico-2) - http://www.centroluigidisarro.it/

Eva Macali. FACCIONI – 16 giugno, Centro Luigi Di Sarro (Roma) #savethedate #opening [mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, CS, cultura, mostre

Eva Macali

FACCIONI

a cura di Roberto Gramiccia

Opening:
giovedì 16 giugno 2016 ore 18*

 

Eva Macali, autrice satirica e professionista della comunicazione, con i suoi Faccioni intende restituire lo sguardo alle immagini di donne oggettivate dalla pubblicità, ribaltando così la relazione gerarchica tra chi guarda e chi è guardato. “Uno dei miei obiettivi – dice – è che le donne che rappresento possano ricevere la loro soggettività indietro. … La mia sperimentazione interviene tra i codici della pittura moderna, della fotografia e dei mezzi di comunicazione di massa; è in generale connessa al tema più ampio dell’iconografia”.

Eva Macali. FACCIONI (dama-di-memling) - http://www.centroluigidisarro.it Scrive Roberto Gramiccia nel testo I Faccioni, lo sguardo, la domanda che accompagna la mostra:  …. Che i faccioni di Macali siano tutti femminili non è un caso naturalmente. Prima di tutto perché è la bellezza e l’avvenenza femminile, più di ogni altra cosa, ad essere fatta oggetto dalla pubblicità che conosce da decenni la sua produttività, la sua efficacia nel farsi tramite del messaggio commerciale. E, in secondo luogo, perché l’operazione dell’artista vuole fortemente radicarsi nel solco di un femminismo che non trova ristoro e soddisfazione nelle autostrade elettroniche del cyberspazio (Virilio). Che non si limita a semplici e tardive declamazioni, ma della condizione della donna studia le influenze del patriarcato residuale e quelle del capitale. (…) I Faccioni di Eva Macali sono nella tradizione ma anche fuori della tradizione, si diceva. Realizzati da quella che potremmo definire una energica gazzella del post-pop, e che è anti-pop com’è naturale per un’artista che ha a che vedere con una cultura mediterranea. Una cultura che da millenni, piuttosto che dare risposte, preferisce farsi domande. Le stesse che nascono dalle traiettorie degli sguardi dei faccioni che oggi si incrociano al Centro Di Sarro. In ogni sguardo c’è una domanda. E in quella domanda è riposto il senso più profondo della vita.

Eva Macali
FACCIONI
a cura di Roberto Gramiccia

Inaugurazione: giovedì 16 giugno 2016 ore 18

Fino al 9 luglio 2016 (dal martedì al sabato ore 16-19)

@ Centro Luigi Di Sarro
Via Paolo Emilio 28 – 00192 Roma
Tel. +39 06 3243513

www.centroluigidisarro.it  /  info@centroluigidisarro.it

*comunicato stampa

Solidea Ruggiero/Marco Casolino - Pellicola - Claudio Romano - www.minimalcinema.net

Ananke di Claudio Romano #recensione [film]

arte, artisti, attualità, cinema, cultura, eventi, film, fotografia, lavoro, poesia, recensioni arte

Ho conosciuto il cinema di Claudio Romano e Betty L’Innocente (Minimal Cinema) in una sera primaverile e piovosa di due anni fa. Ero al Maggio Fest di Teramo, in Abruzzo, curato da Silvio Araclio. Nelle poltroncine rosse della sala San Carlo si presentava In the fabulous underground, un documentario di due autori (per me) fino a quel momento sconosciuti, incentrato sulla filosofia poetica dell’artista croato Anton Perich. Un’indagine vera e propria, in realtà, dedicata a un mondo parallelo, nato, cresciuto, soppiantato, da cio’ che la macchina artistica di Andy Warhol ha rappresentato a New York nel corso di tutta la sua vita. Fui lì catturata dal senso di attesa di Claudio Romano. Un artista che colpisce per la sua volontà, il concetto etico di cinema, di vita, al quale sembra essere votato, donato, prestando le sue mani alla regia come forma pura di liturgia.

Ananke (2015), è un lungometraggio sceneggiato da Betty L’Innocente, con Marco Casolino e Solidea Ruggiero attori protagonisti. Nelle sue linee nutritive è duro, diretto, circolare e speculare. Un lavoro nel quale un uomo e una donna abbandonano (fuggono) una realtà che li potrebbe uccidere, annientare, nella loro esistenza. Facendosi forza, assieme, aggrappandosi l’uno con l’altra, entrambi, arrivano in un’area non definita di questo mondo, una zona collocata in un contesto dove regna la scomparsa del senso moderno di vita, nel suo concetto ritmico di tempo, in cui la scrittura e una radio dai segnali disturbati rappresentano le uniche costanti esterne per un umano contatto.

Ponte di Cannavine, Valle Castelllana (TE), Abruzzo - Location/Set, Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netLa natura sovrasta l’uomo: dato di fatto, punto fermo di tutta la visione, dove raggiunge – secondo la mia percezione – il suo apice elegante in una inquadratura dall’alto dalle forti caratterizzazioni bibliche. E’ una delle scene centrali, dove l’attore Marco Casolino, immerso coi piedi nel fluire delle acque, si trova disorientato da un fiume nel quale arrivano, accompagnati dalla corrente, pesci esanimi. Pietra, fermezza. Acqua, corso e decorso.

Marco Casolino, Ph. Vittoria Magnani - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netCasolino, nella sua fisicità, potrebbe essere collocato in un impianto iconografico barocco, traslato verso una pittura e una scrittura ottocentesca, influenzata da una serie di fotografie provenienti da ricerche, studio e posa, ispirate alla recitazione russa dal metodo Stanislavskij.

La pellicola è un progetto dal valore femminista. Lo è nella stesura critica del soggetto, lo è nell’evidente attenzione dinamica di montaggio. E’ limpida la sua forza. Madre/figlia, figlia/madre, creazione, contatto, separazione volontaria e decisiva dal proprio frutto. Un corollario che lega e slega, annoda, i passaggi nei discorsi scarniti tra lui e lei (Casolino – Ruggiero), dove la forza della lingua belga, francese, modulata da Solidea Ruggiero è memoria in canto.

Solidea Ruggiero sul set - Ananke di Claudio Romano - www.minimalcinema.netIn sala lo spettatore è chiamato a combattere più volte, intuire se ha di fronte grammatiche del visivo incrociate, messe assieme, incastonate, in dialogo. Ananke di Claudio Romano, Manifesto_locandina - www.minimalcinema.net
Cinema del reale, un corto – vista la violenza e il silenzio spiazzante di pausa dell’inserimento del titolo – la fiction cinematografica, il teatro.

In questo processo di selezione figurativa rappresentato dai Minimal Cinema, si è in bilico tra buio e luce, tra un interno e un esterno, netti, messi in discussione, in relazione, non in una melanconia invasiva, né codici ancorati su un’idea di precisa di morte. Molta immobilità, ramificata in una stasi catatonica dagli echi pasoliniani, che si fa resistenza.
Ananke è suono, rottura, disturbo di urlo animale, nascita.  Ananke è necessità che inginocchia, confessa, umilmente, mette in discussione, un’autobiografia collettiva contemporanea.


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Curatori – riflessione volante

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Leggevo l’intervista di Santa Nastro rilasciata dall’artista Luigi Ontani su Minima&Moralia (clicca). La parte che mi ha colpito di più è questa:

E i curatori?

Non sto facendo alcuna battaglia, ma constato che non sono d’accordo con i curatori, perché loro hanno preconcetti. Sono dei sudditi, non sudditi dell’idea, ma del sociale. Quindi propongono dei progetti che sono il loro punto di vista, anche quando sembrerebbe che stanno facendo qualcosa che appartiene a un panorama più ampio. Non è così, deformano la storia perché non sono interessati a chiarirla. Se devo essere polemico, lo sono con i curatori. E infatti sto evadendo delle mostre: non vedo perché devo essere fatto a pezzi dall’ultimo arrivato. Nessuno si comportava così. Anche i critici più esibizionisti esponevano le cose tenendo conto dell’idea dell’artista, invece i curatori di oggi non mi sembra che facciano questo.

Da diversi anni lavoro in questo campo, giro e leggo riviste di arte contemporanea. La cosa che mi risulta più difficile è quella di recensire una mostra, soprattutto se essa ha un impianto collettivo, proprio perché non si dimostra il presupposto, la costruzione di una riflessione oggettiva che vada oltre, si spinga oltre, faccia riflettere un visitatore comune che sceglie di visitare una esposizione (a pagamento o gratuita) per accrescere il suo sapere, il valore della propria coscienza. Il tema spesso è vago, gli artisti sono uniti con scopi indecifrabili tra loro come se mancassero criteri di coerenza, coesione e condivisione, il contesto è preso in considerazione in alcuni casi, in altri no, come se certe condizioni non fossero più necessarie.

A volte, penso di essere troppo esigente, e quando provo a scrivere, vedo che tutto avviene con molta sofferenza, rinuncio, poiché il cuore di quelle cose non è veramente arrivato al mio intimo. Perché sforzarsi sul nulla per il nulla?
Il problema c’è, esiste, e non lo avverto solo io, ma anche chi l’arte stessa la realizza, ed è confortante.

La dichiarazione che sto scrivendo non è certo una novità. E’ sistematico che chi ha più esperienza di me conosce le segrete vie della comunicazione e del modo di attrarre a sé un pubblico, ma l’occhio allenato nell’osservazione permette di rendersi conto che quando mancano dei riferimenti precisi nelle didascalie, e compaiono i nomi delle gallerie, si sta sottraendo un requisito basilare come quello della accessibilità alla conoscenza, soprattutto se le esposizioni avvengono in luoghi pubblici e senza pagamento di un biglietto.

Spesso rifletto anche sulle recensioni. Quasi nessuno tira fuori l’aspetto analitico, un punto di vista che si connetta col mondo e apra ad altre forme di dialogo, soprattutto in quelle riviste di settore che macinano giornalmente articoli come fossero caramelle. In alcuni casi, ho letto, addirittura, di stesure compiute da uno stesso curatore per la propria mostra oppure per un’unica esposizione ma su due riviste diverse con contenuti simili e non differenti firmati da uno stesso autore.
E’ una situazione davvero fuori controllo, soprattutto per coloro che si prestano a questo gioco al massacro senza retribuzione.

Mi chiedo sempre quali siano questi temibili personaggi che ci inseguono, ci fanno sentire fuori luogo in questa corsa, come se tutti dovessero dimostrare a qualcuno che esistono e meritano. Poi mi fermo e dico: << ma vaffanculo! >>.
La dignità è una cosa sana da preservare, occorre molto coraggio per resistere.

Oscar Luigi Scalfaro ha realizzato questa dichiarazione nel 1993, quando fu attaccato attraverso una sorta di manipolazione che voleva infangarlo per presunte tangenti.
Un discorso a reti unificate, non programmato.
Era il 3 novembre, il giorno del mio compleanno.
Avevo 12 anni.

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Per questa giornata, mi fido dei grandi autori.