Un labirinto di libri (Getty Images)

#Libri letti, recensiti e non terminati. [Lista #2018]

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Ecco un resoconto sul 2018. Inizio con i libri letti e recensiti, quelli rimasti in un limbo e i non terminati:

  1. Una vita quasi perfetta di Michelle Hunziker
    (Mondadori, 2017) Recensione
  2. Il dono del Silenzio di Thich Nhat Hanh
    (Garzani, 2015) Recensione
  3. Presidente degli esorcisti. Don Gabriele Amorth di M. Angela Musolesi (Shalom, 2010) Recensione
  4. Chi sono i terroristi suicidi di Marco Belpoliti (Guanda, 2017) Recensione
  5. Lealtà di Letizia Pezzali
    (Einaudi, 2018) Recensione
  6. Il metodo Aranzulla di Salvatore Aranzulla
    (Mondadori, 2018) Recensione
  7. La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
    (Adelphi, 2018) Recensione
  8. Cartier -Bresson, Germania, 1945 di Jean-David Morvan e Sylvain Savoia (Contrasto, 2017) Recensione
  9. Creiamo cultura insieme di Irene Facheris
    (Tlon, 2018 ) Recensione 
  10. I racconti dell’ancella di Margaret Atwood
    (Ponte alle Grazie, 2004) Recensione

Letti e non recensiti:

  1.  Il grande inquisitore. Fëdor Michajlovič Dostoevskij 
     (Salani, 2016)
  2. Il sessantotto sequestrato : Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni di Guido Crainz (Donzelli, 2018)
  3. Macerie Prime di Zerocalcare
    (Bao publishing, 2017)
  4. Macerie prime. Sei mesi dopo di Zerocalcare
    (Bao publishing, 2018)
  5. Matrigna di Teresa Ciabatti
    (Solferino, 2018)
  6.  L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso
    (Editori Laterza, 2018)

Non terminati:

  1. Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati (Feltrinelli, 2017)
  2. Maus di Art Spiegelman
    (Einaudi, 2000)
  3. Grande era onirica di Marta Zura-Puntaroni
    (Minimum fax, 2017)
  4. Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2018)
  5. Trattato dell’empietà di Manlio Sgalambro
    (Adelphi, 1987)
  6. La fine dello shopping on-line. Il futuro del commercio in un mondo sempre connesso di Winand Jonge (Hoepli, 2018)
  7. Instagram marketing. Stategie e regole nell’influencer marketing di Ilaria Barbotti (Hoepli, 2018)
  8. Perchè. Le sfide di una donna oltre l’arte di Lucrezia De Domizio Durini (Mondadori, 2013)


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Leatà di Letizia Pezzali #libri #einaudi [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, letteratura, libri, Narcisismo, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, tecnologia, vita

Questo libro è adatto a chi ama i romanzi di Teresa Ciabatti ed Elisabetta Bucciarelli. Ci penso da quando ho terminato la lettura nei primi giorni di Aprile. Ho aspettato a parlarne perché volevo capire cosa rimanesse addosso e valutare con giusta distanza le sensazioni che Lealtà di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018) mi avesse trasmesso.

É una storia d’amore per palati difficili, chi non ama i sentimentalismi e vuole sondare l’energia del proprio vissuto nel pieno della nostra contemporaneità, centrato su chi è in quel meccanismo di cristallizzazione descritto dell’autrice quando parla di desiderio.

Giulia è una ragazza nata nel 1984 che ha conosciuto Michele ai tempi dell’università; lui è un uomo maturo con il quale ha avuto una relazione molto intima; entrambi sono fedeli a un ricordo da custodire. Si è a Londra nei periodi della Brexit, adesso, quando i social network fungono da cassa di risonanza per le proprie ossessioni, le mancanze, lo sviluppo di più paranoie che alimentano le insicurezze. Il tempo è regolamentato da uno schema dettato dai ritmi della finanza e da chi si trova castrato nello smarrimento del proprio essere.

Il libro è un flusso di coscienza continuo dove si è immersi nelle riflessioni di una protagonista che fagocita se stessa nella critica al proprio corpo, nella pornografia, nelle riflessioni sul fallimento, sulla maternità, lo stalking, sul vivere una vita da replicante sadica. Esistono dei capitoli in cui viene sottratta la poesia a un titolo di Shakespere per indicizzare il contenuto al movimento dei mercati. Si connette tutto a una adolescenza inespressa, rimasta incastonata nelle vicissitudini di chi ha scelto di rinunciare alla verità per trovare degli escamotage e sabotare la propria esistenza.

Tutto è sorretto da un mistero che porta il lettore a divorare pagina per pagina la ragione per cui Michele ha dato le dimissioni dal suo posto di lavoro in un intreccio che coinvolge il capo di Giulia: Seamus. Un uomo geniale, manipolatore perverso, custode di saggezza e segreti taciuti, sorretti da una catena continua di perbenismo.

Il citazionismo è un argomento contraddittorio che torna ciclico e sotto varie forme; dimostra come la scissione tra imitazione e riflessione siano pilastri che guidano gli esseri umani nella scelta, a saper discernere per costruirsi una coscienza seguendo le fila della propria indole. In soccorso arriva la letteratura attraversata dalla voce narrante (La paga del sabato di Beppe Fenoglio, Anna Karenina di Lev Tolstoj) che combatte contro quelle frasi estrapolate come massime venute fuori dai diari delle medie di ragazzini intrappolati nella rete degli anni ’80.

Arriva la comprensione, il tipo di straniamento e la sottomissione che si vive nella realtà di chi non è qui in Italia e che è ben descritta dalla scrittrice. Si tratta di una alterazione che fa da contesto rispetto all’origine, al paese di provenienza, che è restituito come chi davvero conosce quel tipo di sentire. Allora quando Giulia mente al suo superiore e rientra a Milano per cercare di affrontare il suo passatodopo la morte della madre, la musica aiuta a spingere e a radicalizzare l’intero contenuto per aprire a un tentativo di processo che porta a un costante travaglio.

Il libro prende in considerazione molti elementi nel mondo dell’arte, ma estrapola il suo movimento da un brano scritto da Erik Satie nel 1893. Vessazione è una sequenza musicale che non trova mai fine. È un tentativo di esplorazione di sogni, rimpianti, melanconia, malinconia, di maltrattamenti continui e oppressivi su se stessi. È un fenomeno esclusivo di un amore terminato bruscamente che cerca di sondare l’impossibile e l’inespresso del possesso insito nel desiderio come una banca che usurpa le risorse dei suoi clienti con forti pressioni fiscali.

La copertina è un papavero le cui sfumature cromatiche sono state alterate nel suo sistema di tonalità. Un fiore del ricordo che potrebbe asserire a molti significati, tra cui quello di chi è caduto e ha mutilato il proprio essere in guerra, per una nazione e la sua economia.

Forse quando si sceglie di amare una persona lontana ci si sente così? Si è costretti a viverne la distanza e la condizione che si trattiene è la stessa di chi sceglie di sottrarre colore per vedere uno scheletro scarnito di un fiore come fosse brillante al pari dell’originale? Tu che idea hai?

È libro è candidato al Premio Strega 2018.

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Lealtà di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018)
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L’ARMINUTA DI DONATELLA DI PIETRANTONIO, SABATO 25 MARZO, EMPATIA BAR & LIBRI – TERAMO (presentazione) ph. Amalia Temperini

L’Arminuta, Donatella Di Pietrantonio #libri #einaudi #pointofview [#recensione]

cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri

Poche settimane fa sono stata invitata dai librai di Empatia di Teramo alla presentazione del libro L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017).  Ho colto l’occasione per acquistarlo direttamente mentre l’autrice ne parlava davanti a una folta folla che la ascoltava con viva sincerità.

Non si tratta di un romanzo facile: è duro, ha una scrittura scolpita, come la lenta narrazione iniziale, che spicca in un secondo momento il volo nella maturità di osservazione della protagonista: una ragazzina che vive negli anni ’70 in una regione in cui la linguaidentità e appartenenza – rappresenta un divario, la lotta, il rifiuto del proprio Sé. Una resistenza che rallenta di molto la progressione in lettura, tanto si spinge L’arminuta a non accettare la sua nuova dimensione di vissuto.

Il tema è quello del dono: io figlia sono destinata a un’altra persona, cresco con chi credo sia il mio punto di forza per poi scoprire, al ritorno, che tutto cambia, rovescia, ribalta secondo un ordine preciso, ristabilito attraverso un trauma che predispone i valori alle priorità.

Il senso trova la sua misura nell’autentico, in quello ci che procrea, che seppur tradisce, difende e recupera la via nonostante la mancanza di strumenti culturali. Elementi che concedono possibilità in più, aperture, riflessioni sviluppate da una verità unica se modellata sulla propria esperienza.

Fogli intrisi di rabbia, dolore e umiliazione, incestuosità, elementi che cambiano le cose quando l’anima si risveglia nel giusto, in quel passo necessario incalcolabile che la vita impone, quando la maturità diventa protagonista e permette di distinguere gli egoismi dalla natura umana nel trovare un coraggio, quando il tutto si compie attraverso una rinascita armonica delle volontà.

Lo stile scavato, rudimentale, graffiante, trasporta chi legge nel cuore di un dialetto aspro, quello della sopravvivenza, della velocità di un percorso territoriale che segna un disorientamento, le differenze, le opposizioni che si contraddistinguono specularmente in due sorelle che imparano a conoscersi e ribellarsi, ognuno a suo modo in due mondi distanti, magici, rituali, complementari e complici, racchiusi in un viatico distribuito tra mare e montagna in una terra madre e matrigna: l’Abruzzo.

 

Pi lu mal chi ti’ tu, ji la midicin ni lli tinghe – ha confessato senza colpa.
Ha sollevato la mano, guardandola nella sua impotenza,
poi l’ha riportata giù a quel che poteva dare, una ruvida carezza”

 

 

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi, 2017
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L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, sabato 25 marzo, Empatia Bar & Libri – Teramo #romanzo #einaudi [#Presentazione]

attualità, comunicazione, CS, cultura, Donne, lavoro, leggere, letteratura, libri, salute e psicologia, turismo, viaggi

Empatia Bar & Libri
è lieta di invitarvi

sabato 25 marzo ore 11.00

all’incontro con
Donatella Di Pietrantonio
autrice di
L’arminuta (Einaudi, 2017)

intervengono l’autrice e Angela Rastelli [editor Eianudi]

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta.

 L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio, sabato 25 marzo, Empatia Bar & Libri - Teramo (manifesto , locandina)

Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi.

Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017)
interventi dell’autrice e di Angela Rastelli [editor Eianudi]

Sabato 25 marzo ore 11.30

Empatia Bar & Libri
via G. Milli, 4
64100 – Teramo

Per saperne di più sul libro: Einaudi

Donatella Di Pietrantonio è nata e ha trascorso l’infanzia ad Arsita, un paesino della provincia di Teramo, e vive a Penne. Scrive dall’età di nove anni racconti, fiabe, poesie e un romanzo, questo. Nella vita fa la dentista per bambini. Il suo primo romanzo è Mia madre è un fiume (elliot, 2011). Con Bella mia (elliot, 2014) ha partecipato al Premio Strega. Nel 2017 pubblica con Einaudi L’Arminuta.Angela Rastelli è editor della narrativa italiana presso Einaudi.

*Comunicato stampa

I tratti

cultura, filosofia, lavoro, leggere, letteratura, libri, poesia, Studiare

image

Poesia di Aldo Nove.

Poesia

leggere, libri, Studiare

Diverso tempo fa, durante le lezioni di storia moderna e contemporanea, il mio professore all’università diceva una cosa bellissima che mi ha sempre suscitato curiosità:  le tre grandi religioni monoteiste (ebraismo, islamismo e cristianesimo) non sono tanto diverse tra loro. Egli le definitiva cugine.
Così, quando frequentavo assiduamente le librerie, decisi di comprare una copia del Corano.
Non so dare una motivazione giusta o valida a quell’atto, di certo oggi è stato strano leggere la Bibbia, aprire le Lamentazioni, risalire a Sion (monte su cui fu costruita Gerusalemme) e avere la necessità di andare a trovare quel testo (Corano) nella mia piccola biblioteca personale casalinga.

Inizialmente non sapevo dove fosse, e mentre spostavo i libri in ogni dove nella disperata ricerca, mi è capitato a tiro un piccolo volume di Aldo Nove, Addio mio Novecento (Einaudi, 2014).
Da lì, questa poesia:

L’esplosione della storia

Unghie e palazzi e stelle, 
non quelle non quelle non quelle
ma altre fontane,
millenni forse, oppure settimane
Un’esplosione rallentata
arcata
di ossa, la fossa
Le tele,
le vele le vele le vele
un freddo come fosse l’Occidente
se niente, 
Cosa dice la gente
che dice, 

Beatrice?

Mi è piaciuta la negazione, ma anche il ritmo delle parti in rima.

Under the skin – Jonathan Glazer [Film]

cinema, cultura, film, libri

Ieri dovevo essere a un appuntamento importante per la mia vita, ma la salute ha deciso di farmi rimandare l’incontro. In questa occasione, ho stabilito che riprendere la visione di alcuni film sarebbe stata una sana terapia di riflessione.

Come ogni volta, da diversi anni, sono qui a offrire il giorno dopo una opinione del tutto arbitraria su quanto assorbito.

Under the skin di Jonathan Glazer, del quale ho sentito molto parlare, poiché presente nelle giornate dell’ultimo Festival del Cinema di Venezia, mi ha colpito.

Ero un po’ titubante poiché la stima nei confronti dell’attrice protagonista (Scarlett Johansson) non è altissima, ma più persone che conosco, qualitativamente interessanti dal punto di vista culturale, ne hanno apprezzato la narrazione. Mi sono chiesta se fosse solo colpa mia e se fossi solo vittima di un pregiudizio. Ero stata spaventata da alcune dichiarazioni in cui si paragonava questo lavoro ad alcuni sparuti kubrichiani e avevo iniziato a sbraitare ancor prima di averne visto il trailer su youtube.

In effetti, alcuni elementi ci sono, si ritrovano soprattutto nella costruzione di alcuni primi piani, in rimandi dedicati ad Arancia Meccanica negli occhi di Alex, all’inserimento di codici pentici in alcune scene di passaggio e a una colonna sonora incalzante ed efficace tanto da essere necessaria più della stessa osservazione; all’Inghilterra, alla violenza e alla contemporaneità. Credo che il rimando a Stanley Kubrick sia dovuto alle perplessità e alla sospensione di certi momenti, che non sono comprensibili, poiché troppo anticipatori per essere accettati in questo esatto periodo storico.

La trama è incentrata su una ragazza arrivata quasi per caso sulla terra da una realtà parallela, che noi vediamo costruita come un flusso, a un ritmo di montaggio pensato come una sorta di danza contemporanea. Disorientata, consuma solo maschi attraverso la seduzione. Non c’è sesso, non c’è nudità volgare, c’è solo appartenenza e conoscenza di un corpo estraneo, che deve essere compreso, capito e in grado di narrare una fatto individuale ancora tutta da scrivere.

Questo corpo, non a caso femminile, è seguito da un uomo che ne cerca di tutelare l’identità. Il racconto si sviluppa in due momenti e si rompe quando all’improvviso è conosciuto un diverso, un ragazzo dalla fisionomia alterata e che vive all’ombra del mondo.

A questo punto, il meccanismo che si instaura nel fruitore, seduto nell’osservazione completa del film, potrebbe non comprendere i motivi per i quali sia stata strutturata la scena.

Ci si trova di fronte a una pietas, non intesa come “pietà” latina di sofferenza compatita, ma più come forma di partecipazione al dolore dell’altro, tanto che lei (la Johansson), improvvisamente, inizia a spogliarsi di quegli abiti fin lì indossati, e inizia a cercare contatto con la vita attraverso la soddisfazione di alcuni bisogni comuni, primari, dell’uomo.

Si passa da un postmoderno all’essenzialità del ritrovamento. Da una cosa comune e piatta a una analisi di una unicità che è stata interrotta.

Potrebbe esserci un discorso legato alle maschere, ai comportamenti sociali e all’influenza di certi giochi mentali che ci rendono tutti uguali, alla natura.

Se tutta la produzione è guardata con occhi puri, la cosa che non può essere tralasciata è la violenza cui è sottoposta una donna, o un qualsiasi corpo femminile.
C’è un gioco di equilibri tra provocazione e resistenza.
La rottura si applica nel suo finale.

Fotografia ed elaborazione della sceneggiatura al top.

Scarlett Johansson si sta dedicando a tutte queste parti di indagine, dopo Her di Spike Jonze, con una presenza che matura nell’uso esclusivo della sua voce, Under the skin.
Nuove dimensioni. Chissà perché?

L’intero lavoro è tratto dal romando Sotto la pelle di Michel Faber, Einaudi, 2004.

Buona visione!

Il complotto contro l’America – Philip Roth

cultura, leggere, libri

Dopo circa due settimane, urlo al miracolo: posso dire al mondo di aver terminato Il complotto contro l’America di Phillip Roth.

Si tratta di un libro edito da Einaudi nel 2005. Lo avevo acquistato tempo fa, in preda a crisi di sfiducia per la non conoscenza di autori contemporanei statunitensi. Non so se ho fatto bene a leggerlo a distanza di così tanti anni. Quello che so di certo è che per me, Roth, è troppo. Quando dico troppo, penso all’immensa capacità descrittiva che arricchisce le sue pagine: non si esce vivi, benché la sua modalità stilistica sia pazzesca.

The plot against America (titolo nella sua versione originale) ha di base la storia di una famiglia ebrea che si trova a vivere negli Stati Uniti, in uno dei periodi più bui del novecento, legato alla seconda guerra mondiale (1939 – 1945).
Lo scrittore elabora un testo con date inserite come pagine di diari, per inquadrare bene i passaggi degli accadimenti di Philip Flanagan: un bambino di otto – nove anni che assiste involontariamente ai cambiamenti del mondo, da un paese non interessato, in prima linea – almeno per quanto riguarda i bombardamenti – a questa fase storica.

Dimensione pubblica e privata si aggrovigliano di pari passo; l’elemento narrativo porta il lettore fuori dai fatti che ha letto in precedenza, disorientandolo; chi si trova a sfogliare queste pagine è veramente messo in difficoltà, poiché si tratta di un puzzle corrosivo dal quale non ci si riesce a staccare, benché ci siano tante difficoltà nel portarlo avanti e terminarlo.

La premessa fornita è quadretto scontato che conosciamo bene: gli USA come mega paese in grado di rispettare tutti; cinquantacinque Stati in cui si è liberi di vivere e sentirsi parte di un gruppo, uniti da un solo canto e un’unica bandiera, nonostante le differenze di culto.

La famiglia Flanagan è delle più fortunate, all’apparenza tranquilla; un padre eccessivamente dedito all’informazione, alla difesa dei propri diritti e alla tutela della sua provenienza culturale; una madre abbastanza anonima nella sua prima parte, vivacissima, come solo le donne sanno fare, nella seconda; un fratello, Sandy, che vive tre fasi di cambiamento nel giro di pochi mesi; un cugino, Alvin, terribile nipote ospitato nella casa degli zii, poiché orfano; la zia Evelyn, ebrea reietta, pronta a tutto per il successo – anche rigettare l’appartenenza, per inseguire il capo rabbino, pronta a salire con lui sulle scale della Casa Bianca.

Lindbergh è un personaggio strano, perde il figlio in condizioni non chiare, parte per l’Inghilterra, si trasferisce in Germania e torna in America assieme a sua moglie. Arriva al potere dopo una breve escalation, insediandosi a Washington al posto di Franklin Delano Roosvelt. Un presidente (Lindbergh) che sarà ricordato per i suoi viaggi rocamboleschi sul monoplano Spirit of Saint Louis.

Il romanzo subisce un’elaborazione fantapolitica: di pari passo all’Europa delle leggi razziali nel 1938, l‘America, inizia a vivere un periodo di sconvolgimenti interni, non conosciuti ai più, e voluti dalla manipolazione di Lindbergh stesso, giacché probabile spia nazista, insediatasi, per volontà superiori, che comandano dal vecchio continente.

Gli ebrei sono incasellati in progetti di scambio che partono direttamente dalla formazione giovanile – Sandy, il fratello maggiore di Philip, è spedito nel Kentucky, in una famiglia cattolica per imparare a lavorare la terra per ovvi scopi.

Il libro culminerà in un progetto di diaspora che ha come fine strategico l’allontanamento delle comunità ebraiche verso luoghi e ambienti che non permettano loro aggregazione; stando vicini a personalità cattoliche che sfoceranno in seguito in attacchi da parte del Ku Kux Klan.

Walter Winchell è l’unico in grado di aver alzato la voce contro queste rappresaglie nascoste; è lui che si candida alle elezioni contrapponendosi alle scelte propagandistiche che stanno portandosi avanti da troppo tempo; è lui che rivendicherà il potere della Costituzione Americana. Rimarrà ucciso proprio nel Kentucky, dopo aver dichiarato in pubblico di alleanze tra il primo presidente americano e Hitler.

Philip ha anche un amico che rifiuta, poiché ha mille problemi di comprendonio, ha perso il padre, e si trova a vivere con la madre in una casa che dovrà abbandonare subito dopo le volontà presidenziali. Seldon è chi l’ha salvato in una notte di deliri, quando lui ha perso il suo amato album di francobolli da collezione; e lui che dovrà salvar proprio alla fine di questo volume di 410 pagine.

Mi sono dilungata tantissimo, e ho saltato mille cose, di fatto la questione interessante è capire come la manipolazione possa avvenire utilizzando schemi provenienti dai mezzi di comunicazione di massa non ascoltati con le orecchie buone, abbandonando cioè il proprio spirito critico e lasciando agli altri il proprio destino per una cosa così banale.

Il postscriptum di Philp Roth, mostra una ricca biografia di ricerca, in cui è possibile trovare le storie dei personaggi più singolari che lo hanno ispirato.

Lo scrittore ha vinto il premio Pulitzer nel 1997 con Pastorale Americana, oltre che numerosissimi riconoscimenti. Di recente ha annunciato il suo ritiro dalle scene (clicca).

Sono combattuta; non so se consigliarlo. Se aveste voglia di leggerlo, sappiate che vi occorre tutta la tranquillità e concentrazione del mondo.

Norwegian Wood – Harui Murakami

leggere

Ho smesso di leggere Norwegian wood pochi minuti fa; ho deciso di scrivere subito la sensazione poiché è un romanzo che sentivo sulla mia stessa pelle. Troppo europeo per essere giapponese, troppo intimo per non raccontare parti della propria biografia.

Non so quanta vita di Haruki Murakami ci sia dentro questo testo. Di fatto, nel postscriptum finale ho scoperto molte piacevoli cose: una dedica ai suoi amici morti e a quelli che restano; la rivelazione di una scrittura nata tra Grecia, Sicilia e Roma; la forte voglia che mi è venuta di leggere (o rileggere) La montagna incantata di Thomas Mann e Il grande Gatzby di Francis Scott Fizgerald.

Ho sentito questo libro addosso come pochi. Il personaggio principale – Toru Watanabe – mi assomiglia in modo sorprendente.

Non è la prima volta che scopro di appartenere a figure maschili di questo tipo. Ad esempio (tanto per farvi un po’ di fatti miei) sento molto legati Heathcliff di Cime Tempestose e – con grande risata – Gennarino Carunchio. Quest’ultimo, prodotto filmico di Lina Wertmuller proveniente da Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Personalità, insomma, che amano sempre troppo e al limite della loro esasperazione.

Norwgian Wood  è uscito nel 2006 edito da Einaudi in una versione aggiornata. Esso racconta di base l’evoluzione traumatica delle vite di Watanabe, Naoko, Midori e Reiko.
Quattro linee comportamentali diverse tra loro, incatenate da vicissitudini comuni che creano una forte tensione narrativa.

Un testo che balla una danza elegante, che prende il lettore per le mani e gli permette di dedicarsi in un ritmo cadenzato fino all’ultima pagina.

Il romanzo non è scontato, mai banale. E’ ambientato alla fine degli anni 60, quando il mondo culturale e il fermento giovanile stanno cambiando in una rapida ascesa.

La chiave di lettura non è posta dietro angolazioni che si nascondono unendo questioni pubbliche o private. Non si intrecciano fatti della storia contemporanea alle loro vite. L’intera narrazione è legata solo da un fil rouge costante, che si mantiene attraverso un climax che tocca le sue punte più alte nelle lettere che i personaggi si scambiano tra loro; negli incontri di pura amicizia; nei racconti saffici  e nel forte erotismo della scrittura. E’, infine, una storia triste che segue in maniera lineare i movimenti di Norwegian Wood dei Beatles.

Non mi era mai successo che un libro potesse avere una sequenza ritmica simile a un brano musicale;  questo mi ha fatto sentire soddisfatta della scelta letteraria, senza neppure aver attinto a a particolari pensieri o critiche di altri o ascoltandone saggi soliloqui.

Mi sono fidata del mio istinto e con questo chiedo di fidarvi del mio.

Scrivendo mi sembrava di riuscire a tenere insieme la vita che altrimenti ti sarebbe scollata spargendo i pezzi da tutte le parti “.

Ruggine – Daniele Gaglianone

cinema

Ho visto il film in una notte senza troppi rumori e con la voglia di capire cosa tanto aveva attirato la critica e i miei amici.

Nella sua parte iniziale non ho avuto slanci particolari; capire cosa fosse accaduto e quali erano i protagonisti mi lasciava indifferente. Mi sono limitata a collegare alcune scene a registi italiani che avevano girato situazioni appararentemente simili, in pellicole passate (Daniele Buchetti, La scuola; Gabriele Salvatores, Io non ho paura, ecc.), con un po’ d’ilarità e stupidità.

Valeria Solarino, Valerio Mastrandrea, Stefano Accorsi e Filippo Timi sono i protagonisti del lavoro di Daniele Gaglianone uscito nel 2011 e intitolato “Ruggine”.

Il potere alla mia curiosità è stato innescato proprio dal personaggio di Timi – un medico filo-nazista torbido -, che dissemina paura in una comunità di ragazzini, spaventati dalle atrocità di alcuni delitti inspiegabili,  che troveranno soluzione proprio nel loro castello fatto di rottami.

La regia è costruita attraverso due scarti temporali: passato e presente – quello che si era; ciò che si è diventati oggi, dopo aver vissuto determinate esperienze.

La cosa che ha permesso di intrecciarmi alle evoluzioni delle loro vite è stata la scelta di inserire come inquadrature basilari la ricerca delle loro spalle. Osservare una persona in questa posizione – spulciandone la segretezza dei ricordi – suscita allo spettatore una forte aderenza con l’intera ripresa, con il suo conseguente montaggio, ma soprattutto la comprensione delle dinamiche psicologiche adottate da autori e sceneggiatori.

Non è un’opera leggera, già il titolo – Ruggine – lascia capire quanto sia corrosiva e grave la storia. Essa acquista valore aggiunto solo nella sua seconda parte.
Molte delle frasi si ripetono in più parti della visione, come un’eco indissolubile per le loro vite e come monito da lasciare ai propri figli.

Lo consiglio; aggiungendo che è tratto dal romanzo omonimo di Stefano Massaron (Ruggine, Einaudi, 2005) e ha una colonna sonora di Vasco Brondi, leader del gruppo ferrarese Le luci della centrale elettrica.

La frase:

“Chiu scuro di mezzanotte non può fari”

Teaser: