Il censimento dei radical chic, Giacomo Papi, Feltrinelli, 2019 - ph. Amalia Temperiini

Il censimento dei Radical Chic di Giacomo Papi #libri #feltrinelli [#recensioni]

attualità, costume, cultura, giovedì, gossip, leggere, libri, politica, quotidiani, rumors, società, vita

Che cosa accade quando durante un confronto in un talk show un intellettuale e un ministro degli interni si scontrano dopo che uno dei due osa citare Spinosa? Giaco Papi nel suo ultimo libro racconta in forma romanzata, e con ironia spigolosa, una Italia quasi contemporanea.

La storia di una figlia che osserva quanto accade in questo paese da un certo momento in poi, l’accorgersi della vita parallela di suo padre che in nome di una rivolta feroce verso un mondo politico manipolatorio, agisce attraverso pseudonimi sul web. L’osservazione di come alcune figure, necessarie in alcuni periodi della storia, siano passate in secondo piano per incapacità di comprensione delle esigenze attuali di una società divenuta per buona parte populista, dove gli intellettuali sono visti come demonio in terra, vittime incapaci di lavorare sulla umiltà perché il loro linguaggio è complesso, ricercato e inarrivabile, a chi, a una popolazione che, ha costante bisogno di umiltà e leggerezza.

Il ministro degli Interni è colui che pilota la rivolta e addita queste condizioni secondo lui inaccettabili. Istituisce il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic, distorce ancora una volta la visione di un gruppo ristretto di persone che vuole a tutti i costi, secondo il suo punto di vista, schiacciare l’intelligenza altrui.

Il censimento dei radical chic (Feltrinelli, 2019) diventa così un libro esempio di come la censura possa agire sotto gli occhi del lettore che vede disturbata la riflessione su quanto legge dalla azione dell’Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana. L’autore adotta una strategia intelligente nella costruzione del suo testo che volge a una doppia funzione su chi sceglie di continuare a leggere tra le righe censurate e chi invece compie un salto senza ricorrere a quanto riportato.

Una delle parti più belle è quando mette a nudo il ministro, la relazione che ha con la madre, di come lei lo aggredisce con verità estrema nell’aver tradito se stesso e la sua intelligenza per quella che può essere considerata una forma di egomania ipertrofica, un andare avanti senza una meta precisa coinvolgendo gente inconsapevole delle sue reali intenzioni.

Ci sono i salotti, ci sono le gabbie, esiste uno zoo, esistono gli anarchici, esiste ancora piazzale Loreto che raccoglie un momento preciso quello che forse è uno dei traumi che questo paese non ha saputo ancora metabolizzare.

Inutile dire che Cosma è il personaggio più spietato, quello più radicato che con la sua forza affronta e sradica qualcosa con quella che è a tutti gli effetti una strage.

Il censimento dei Radical Chic di Giacomo Papi (Feltrinelli, 2009)

 

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Noi felici pochi – Patrizio Bati #libro [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, Narcisismo, politica, quotidiani, rumors, salute e psicologia, società, vita

Ho già detto su Instagram di come sia stata ispirata da un commento di Teresa Ciabatti per arrivare a questo libro, del fatto che lo abbia definito immorale, senza spiegarne i motivi. Mi sono chiesta se io stessa lo fossi e non ho trovato risposta. Mi piace leggere, mi fido della sua scrittura e credo che lei sia una delle poche autrici italiane a cui mi affido volentieri perché capace di raccontare benissimo le dinamiche di narcisismo.

Noi felici pochi di Patrizio Bati è un libro indegno. Non esiste giustificazione o tolleranza davanti a ciò che ho letto. Violenza, fascismi di ogni tipo, disorientamento, prostituzione, tra Roma, Orbetello e l’Argentario. Pagine di cinismo gratuito poste davanti a un lettore consapevole creano una manta di opposizione, distacco e resilienza, in quel fluire di parole che si susseguono in modo nevrotico, asfittico e disarmonico.

La storia è di Patrizio, un ragazzo benestante e della mediocrità dei suoi amici. Una persona incapace di provare empatia, legato alle dinamiche di un gruppo di persone irresponsabili e vogliose di disintegrare l’altro a favore di un effimero, di un riempimento di un qualcosa che non è di certo classificabile come anima. Le figure femminili passano in secondo piano in ogni pagina, sono considerate l’oggetto di turno, buone solo a essere etichettate, massacrate, punite, da un giudizio spietato e feroce.

Quello che mi ha fatto riflettere – e che trovo in molte serie tv viste di recente – è la sottrazione della vittima dallo scenario, la sua messa in secondo piano rispetto a varie forme egocentrismo sempre più maniacale e raffinato. Si parla di un incidente, e si chiede al lettore di essere complice di questa bruttura attraverso la lettura che è a tutti gli effetti una impostura. Mi ha infastidito lo stile. L’inserimento intrusivo di una mente abituata a consultare tutto in maniera nevrotica come fossimo sempre e solo connessi al web; un atteggiamento compulsivo del trovare una soluzione a tutto come un robot; un meccanismo di sostituzione dal reale che corrode come un cancro. Ho smesso di leggere per scelta quei passaggi che sembrano note, solo su alcune ho trovato il coraggio di appoggiarmi per capire, ma ero talmente distante da quello che attraversavo che qualsiasi informazione è risultata superflua.

Non so chi sia Patrizio Bati. Nelle pagine iniziali si parla di una figura che esiste realmente e che i fatti narrati sono accaduti con consapevolezza. C’è una cosa su cui mi sono soffermata: il pensiero finale. È una dichiarazione di colpa verso chi non gli ha saputo dare amore.

Questo mi ha riportato ad Albert Camus. Alla fine di quel meraviglioso libro che è Lo Straniero. Muersault, lì, tra quelle pagine, nonostante la spietatezza dell’atto di rinuncia al perdono, ha una umanità che arriva fino a stenderti. Qui, in Noi Felici Pochi, che rimane davvero?

Davanti a tutto questo mi verrebbe da chiedere all’autore o al personaggio protagonista: le è stato negato un qualcosa di necessario, ma gli altri, tutti quelli massacrati e morti, cosa le hanno dato in cambio, quanto che ci hai sottoposto?

Da lettrice dissento. Sono complice nell’acquisto che è un mercato, ma la mia coscienza rifiuta di dare valore a quanto ho fagocitato in pochi giorni.

Patrizio Bati, Noi Felici Pochi, Mondadori, 2019

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Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, olio su tela (82x114 cm), 1885, Museo Van Gogh di Amsterdam (web)

Fontamara – Ignazio Silone #libri #mondadori #pointofview [#recensioni]

attualità, cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri, politica, quotidiani, Studiare, viaggi

Quando ero adolescente avevo il vizio maledetto lasciarmi pilotare nei gusti da artisti che stimavo. Si creava una concatenazione di acquisti impressionante che collegava libri e musica per la maggior parte dei casi ispirata dall’incontro/scontro di copertine e testi.

Quella stessa magia è arrivata con Ignazio Silone, accaduta mentre visionavo un video curato da Francesco Paolucci intitolato Sulle tracce di Fontamara. La sua regia offre un’immagine equilibrata ai sentieri descritti dall’autore nel 1930. Ha raccontato, in breve – secondo il mio punto di vista – caratteristiche di un Abruzzo che ha un potenziale enorme nella costruzione di valore turistico. Un’apertura integrata che vira alla accoglienza sotto un’altra chiave interpretativa: la conoscenza letteraria. Ha messo al centro le risorse naturali della montagna, la sua gente, partendo da possibilità alternative che possono offrire risvolti nella creazione di percorsi, servizi e strutture, mantenendo inalterata l’identità del racconto e quello della sua terra.

 

 

Fontamara (Mondadori, 1949) è un testo che ho letto quando ero ragazzina. Avevo dimenticato il suo contenuto. Dopo la visione ho sentito la necessità di sfogliarlo di nuovo. Nella mente era rimasta una brutta etichettatura di quei protagonisti cafoni che oggi sento miei nella più totale radicalità. Ripercorrere le pagine ha significato trovare una rassicurazione, e permesso di riscoprire cose rimosse o mai memorizzate .

Ignazio Silone è nato qui, in provincia di L’Aquila, dove ha perso i suoi genitori nel terremoto del 1915, costretto a una vita che lo ha messo a dura prova. Ha partecipato alle lotte contadine e operaie. Ha ricoperto importanti cariche nel Partito Socialista e in quello Comunista. E’ stato costretto a fuggire in Svizzera per salvarsi dalla polizia di regime. Il suo impegno politico ha visto un ripensamento quando lo Stalinismo conquistava consensi e potere. Da quel momento ha abbandonato il partito e trasformato la sua percezione delle cose in una forza che si è riversata nella letteratura attraverso la denuncia in un’azione dal grande valore morale.

Fontamara è il simbolo del suo percorso; un testo che ha avuto un enorme successo, tradotto e distribuito in più lingue nei paesi più poveri del terzo mondo. La sua storia nasce da una finzione-testimonianza quando si presentano alla porta dell’autore tre fontamaresi che raccontano, a loro modo, quello che era accaduto in questa porzione di territorio abruzzese. Persone che rappresentano tutto e tutti, senza confini, perché fame, tempo, sopruso e menzogna, non hanno linee tracciate, non si schierano solo nella adesione a una bandiera, non si comprendono se gli strumenti del dialogare non sono gli stessi, della medesima portata, tra in chi ha vissuto determinate esperienze e chi le ha solo ascoltate senza attraversarle in prima persona.

Silone è portavoce di un popolo che conosce, che gli appartiene, del quale comprende le sfumature linguistiche e che osserva da lontano grazie alla memoria. Ha un quadro chiaro della Storia e dei suoi accadimenti, rende i villani protagonisti per la prima volta nella letteratura italiana e dichiara:

Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna, che della città, è ora un termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.

Nel 1930 è scritta una bomba ad orologeria che irrompe e mostra il potere della lotta tra pari, una guerra tra chi si dichiara di appartenere a una divisa e chi, tra ignoranza e presa in giro, si salva nella fratellanza nonostante la piega degli eventi e dei torti subiti. Ogni singolo frammento è dotato di uno spazio di riflessione che trattiene il lettore saldo alla fedeltà della pagina. La stesura in prima persona trasporta in dinamiche che iniziano dall’analfabetismo all’imbroglio, passano per la giustizia, la religione, l’egoismo, la connivenza tra poteri e individui.

Oggi è il 18 maggio 2017. Nel 2009 è iniziata una frammentazione spaventosa del Centro Italia che ha visto in 8 anni incrementare ed estendere una crepa che ha abbracciato più regioni vicine, quasi fraterne seppur diverse tra loro per mille peculiarità. Una redistribuzione geopolitica spaventosa, nel cuore della prima grande crisi economica del ventunesimo secolo.

Che cosa hanno in comune tutte queste storie?
Che significato ha un libro come Fontamara nella nostra contemporaneità?

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989 ph. Amalia Temperini

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989
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L’ARMINUTA DI DONATELLA DI PIETRANTONIO, SABATO 25 MARZO, EMPATIA BAR & LIBRI – TERAMO (presentazione) ph. Amalia Temperini

L’Arminuta, Donatella Di Pietrantonio #libri #einaudi #pointofview [#recensione]

cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri

Poche settimane fa sono stata invitata dai librai di Empatia di Teramo alla presentazione del libro L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017).  Ho colto l’occasione per acquistarlo direttamente mentre l’autrice ne parlava davanti a una folta folla che la ascoltava con viva sincerità.

Non si tratta di un romanzo facile: è duro, ha una scrittura scolpita, come la lenta narrazione iniziale, che spicca in un secondo momento il volo nella maturità di osservazione della protagonista: una ragazzina che vive negli anni ’70 in una regione in cui la linguaidentità e appartenenza – rappresenta un divario, la lotta, il rifiuto del proprio Sé. Una resistenza che rallenta di molto la progressione in lettura, tanto si spinge L’arminuta a non accettare la sua nuova dimensione di vissuto.

Il tema è quello del dono: io figlia sono destinata a un’altra persona, cresco con chi credo sia il mio punto di forza per poi scoprire, al ritorno, che tutto cambia, rovescia, ribalta secondo un ordine preciso, ristabilito attraverso un trauma che predispone i valori alle priorità.

Il senso trova la sua misura nell’autentico, in quello ci che procrea, che seppur tradisce, difende e recupera la via nonostante la mancanza di strumenti culturali. Elementi che concedono possibilità in più, aperture, riflessioni sviluppate da una verità unica se modellata sulla propria esperienza.

Fogli intrisi di rabbia, dolore e umiliazione, incestuosità, elementi che cambiano le cose quando l’anima si risveglia nel giusto, in quel passo necessario incalcolabile che la vita impone, quando la maturità diventa protagonista e permette di distinguere gli egoismi dalla natura umana nel trovare un coraggio, quando il tutto si compie attraverso una rinascita armonica delle volontà.

Lo stile scavato, rudimentale, graffiante, trasporta chi legge nel cuore di un dialetto aspro, quello della sopravvivenza, della velocità di un percorso territoriale che segna un disorientamento, le differenze, le opposizioni che si contraddistinguono specularmente in due sorelle che imparano a conoscersi e ribellarsi, ognuno a suo modo in due mondi distanti, magici, rituali, complementari e complici, racchiusi in un viatico distribuito tra mare e montagna in una terra madre e matrigna: l’Abruzzo.

 

Pi lu mal chi ti’ tu, ji la midicin ni lli tinghe – ha confessato senza colpa.
Ha sollevato la mano, guardandola nella sua impotenza,
poi l’ha riportata giù a quel che poteva dare, una ruvida carezza”

 

 

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi, 2017
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La più amata – Teresa Ciabatti #libri #mondadori #pointofview [#recensione]

amore, attualità, cultura, Donne, giovedì, lavoro, leggere, letteratura, libri, Narcisismo, politica, salute e psicologia, televisione

Mi chiamo Amalia Temperini e seguo Teresa Ciabatti dal 2013, da quando la vidi intervenire in un programma tv di Rai 3 senza mezzi termini: diretta, schietta, unica, un amore che fu per me a prima vista.

La più amata (Mondadori, 2017) è un romanzo duro, una lotta tra realtà e finzione dove la voce narrante combatte e confonde il lettore in piena ossessione. Tre parti, più una, distinguono una famiglia. Personaggi puntualmente scavati nelle loro presunte verità. Sradicati dalle loro maschere attraverso gli occhi di una adulta/bambina indagatrice, sospettosa, pronta a schiaffeggiare chi legge in qualsiasi momento, portandolo a ridere, tra le lacrime, nella punta più alta di un dramma esistenziale feroce.

Tutto si svolge tra la provincia toscana e Roma, momenti differenti, condizioni differenti, situazioni di fallimento dichiarato. L’identità del lavoro è racchiusa nello spettro narcisistico di un padre assente, una madre pura, spodestata dai suoi ideali, dalla sua stessa vita, resa nulla da un professionista distruttore usurpatore di anime. Un fratello distaccato messo a margine cui dedica le pagine più intense, distante, perché la presenza di Teresa è centrale, figlia e sorella, preponderante nell’intero libro.

Profonda scrittura, consapevole di essere simile a un modello ispiratore, rinnega la violenza cui è stata sottoposta nell’essere vittima di uno specchio. Dichiara l’esistenza di un padre assente e lo collega a un processo storico che ha segnato la storia italiana. In parallelo, come una azione massonica, dall’alto, la scrittrice, ricostruisce il ritmo di una commedia umana, e in modo matematico delinea momenti, nomi, situazioni reali, ai nostri occhi impensabili, connessi tra loro da note evidenti, discendenti dal potere dell’invisibile.

Trasforma quello che potrebbe essere considerato un semplice romanzo di formazione in un urlo generazionale. Teresa subisce un rito di iniziazione a forza, una violenza fatta dai suoi stessi coetanei, cannibali che le conficcano un orecchino e le mostrano il mondo, quello reale, di chi non è protetto, di chi non ha vantaggi, difese, di chi sfrutta la rabbia senza capire chi si ha di fronte, senza motivo, in una giustizia che non è più virtù, ma strumento di punizione, rendendo questo passaggio necessario, attuale, ancora più vivo se rapportato ai nostri giorni.

La gallina è ironia, interconnessione tra punti, segno struggente. Strumento circolare per una ricognizione di una bambina sommersa nelle acque di una piscina, una entità che tenta di guardare/scoprire il mondo in una melanconia che si fa assenza, vuoto di un solo anno, quello in cui la madre dorme in terapia, periodi in cui si sommano delusioni, desideri, paure non raccontante, non condivise, mancanza di un esempio protettivo cui assurgere come schema di difesa o reazione. In certi punti sembra di avere sotto mano il diario di una figlia scorretta, adolescente in conflitto con se stessa che combatte con la sua storia perché non avverte una appartenenza, non la accetta, ma si confina al suo interno perché ne conosce perfettamente la dimensione, si nutre in questo meccanismo di resistenze per sopravvivere. Nino sembra Nuto, personaggio pavesiano che osserva, assiste, presenza e figura di rassicurazione, coscienza saggia custode di ricordi.

Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, sono speculare al vissuto di Teresa Ciabatti. Mi chiamo Amalia Temperini, sono stata illusa dalla televisione come Teresa Ciabatti subendo Permaflex Wanna Marchi. Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, sono cresciuta nel desiderio rivoluzionario additando i ricchi guardando sempre a est. Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, penso che Michelangelo Buonarroti sia stato un presuntuoso nell’affrescare La creazione di Adamo. Mi chiamo Amalia Temperini, ho trentacinque anni, sono responsabile delle mie azioni, e in certi momenti avverto la dispersione e il disorientamento denunciati in chiave pura, autentica, da Teresa Ciabatti scrittrice, protagonista.

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
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Eros, Umberto Saba

cultura, libri, poesia, Studiare

Sul breve palcoscenico una donna

fa, dopo il Cine, il suo numero.

Applausi, e scherno credo, ripetuti.

In piedi, del loggione in un canto, un giovinetto,

mezzo spinto all’infuori, coi severi

occhi la guarda, che ogni tratto abbassa.

È fascino? È disgusto? È l’una e l’altra

cosa? Chi sa? Forse a sua madre pensa,

pensa se questo è l’amore. I lustrini

sul gran corpo di lei, col gioco vario

delle luci l’abbagliano. E i severi

occhi riaperti, là più non li volge.

Solo ascolta la musica, leggera

musichetta da trivio, anche a me cara

talvolta, che per lui si è fatta, dentro

l’anima sua popolana ed altera,

una marcia guerriera.

Analisi interpretativa

no time no space

leggere, libri

Due giorni fa è morto il mio docente di lettere all’università di Teramo; aveva 41 anni.
L’ho scoperto solo ieri mattina, dopo diversi post e messaggi letti in facebook.

E’ arrivato nelle nostre vite, a noi studenti, con grazia; non ha mai ostentato il suo sapere facendoci sentire sconsiderati e inadatti al posto che stavamo occupando, nonostante la sua preparazione sconfinata ed elegante.

Mi piace ricordare che, in una chiacchiera buffa, gli dissi bruscamente:
senta, il personaggio femminile più bello della letteratura italiana è Viola, la marchesina D’Ondariva del Barone Rampante di Italo Calvino. Capisce cosa voglio dire?”.

Mi rispose con un sorriso enorme, come lo conoscesse benissimo.
Poco tempo dopo ho visto che la sua tesi di dottorato era dedicata proprio a quello scrittore.

Quando ha pubblicato il suo primo romanzo, Bambini Bonsai, non ce lo aveva detto.
Lo scoprii per caso leggendo notizie su internet, e quando gli feci i complimenti, mi restituì solo tanta umiltà.

Questa e altre sono state le vere lezioni che mi hanno resa forte nel mio cammino di studio con lui.
Sono stata fortunata, come chi, come me, lo ha conosciuto.

Ho pensato tante volte prima di scrivere questo messaggio; non sapevo se fosse giusto o meno farlo pubblicamente.

Ciao prof. Zanotti.

Venuto al mondo – Sergio Castellitto

cinema

Il lunedì sera ho scoperto essere gioviale per scoperchiare la forma d’ilarità che tralascio durante la settimana. Di nuovo cinema; di nuovo un film di cui mi pento amaramente di aver speso 6 euro.

Il lavoro è stato scelto dopo aver visto una lista di titoli altrettanto improbabili. Non sono amante di Margaret Mazzantinila Margherita Buy della letteratura italiana – poiché ritengo che la sua scrittura sia aspra, troppo fredda e distaccata – per non dire anche un po’ noiosa.

Non ti muovere”, l’opera letteraria che divenne lungometraggio precedente a questo, diversi anni fa, fu accettabile nelle mani del marito – regista Sergio Castellitto.
Mi sono fatta così coraggio, vagliando e sperando che anche stavolta avesse fatto un miracolo.

Venuto al mondo è uscito pochi giorni fa nelle sale; il trend vuole che il tema in voga in Italia tra gli sceneggiatori sia l’incapacità femminile di procreare; così si ruota, in tutta la sua durata – due ore circa – attorno alla disgrazia di una donna che vuole caparbiamente un figlio da dare al suo compagno.

Il protagonista è Emile Hirsch – l’attore selvaggio di Into the wild – nelle vesti di Diego; qui fotografo americano che arriva da non so dove, che ha avuto un’infanzia a pezzi, distrutta da un padre violento. Diego conosce Penelope Cruz (Gemma) mentre lei sta facendo un viaggio a Sarajevo per motivi di studio. Una donna impegnata nella ricerca universitaria vicina al mondo dell’arte.
Adnan Haskovic (Gojco) è l’amico fedele dei due, chi testimonierà le vicende tessendo le fila di una dura ricostruzione, e custode di una verità scomoda che non verrà rivelata all’interessato Pietro (Castellitto junior) – prole presunta dei due volenterosi citati sopra.

Le location scelte sono Roma e Sarajevo. In un tempo che oscilla tra il presente e il passato. E’ un viaggio continuo di flash-back  banali dal punto di vista del montaggio, ma che permettono al film di reggere l’aspettativa degli astanti.

La maggior parte delle scene si svolge nel 1992, nel pieno della guerra in Bosnia e durante l’assedio di Sarajevo, in un passato ben definito, che ha visto una sconsiderata violenza su donne bosniache musulmane per volontà di Slobodan Milošević; oggi condannato di crimini contro l’umanità e di operazioni di pulizia etnica; morto nel 2006.

Sebbene questo non sia l’incipit che ci viene fornito, è giusto mettere in chiaro certe cose.

L’intreccio è abbastanza complesso, contornato da una prima parte smielata, zuccherosa, da far venire voglia di vomitare in maniera spudorata nelle mutande del tuo vicino posto nella poltrona accanto; mentre nella seconda le scene prendono più vigore, ma solo in determinati punti: quelli cruciali dove si capiscono dinamiche precise che verranno svelate alla fine.

Ho trovato la scelta della colonna sonora pietosa.

Il rimando a Kurt Cobain – prima su una maglietta, poi su un manifesto di Never Mind, infine in un sacrario montato ad hoc da un emulatore povero di David LaChapelle – è banale e inutile; perché va bé che eravamo negli anni ’90; va bé che può essere un mito di una generazione, ma messo così, a cavolo, è apparso come personaggio inflazionato proveniente da un sistema musicale frastornato e disperato, che appesantiva, tra l’altro, la narrazione in maniera volgare.

La fotografia tocca solo in alcuni punti livelli eccelsi di stile.

Il migliore attore è senza dubbio Luca De Filippo – figlio di Eduardo – che compare pochissimo ma in scene necessarie.

Penelope Cruz tornasse ai film di Almodòvar;
Hirsch lo vogliamo solo nei film americani;
Filippo Castellitto mi ricorda tanto Silvio Muccino ai suoi primi isterismi, ed è la fotocopiasputata di Margaret e Sergio – senza cognomi per la regola del volemose bbbene.
Castellitto Senior, invece, è lo scemo di turno maturo che si è sobbarcato il peso di una situazione imbarazzante.

Il mio parere definitivo è questo.

Credo sia una pellicola adatta più alla tv che a una sala cinematografica – il suo montaggio è fatto appositamente per incastonare spot pubblicitari.
Ha quella dose di melassa giusta che fa sciogliere le donne di mezza età che dipendono da un uomo che le maltratta e per  ragazzine disperate in attesa di un sms stronzo che non arriverà mai.

Il titolo e l’idea del libro non solo male, ma la resa restituitaci è pietosa.
Non posso commentare la parte letteraria poiché non ho intenzione di leggerla, ma spero emerga a tutti,  che Pietro, in realtà, è il figlio frutto di un amore non voluto; della mercificazione di un corpo; di una terra usurpata e dilaniata dalla violenza.

Bocciato.

Trailer:

Locandina: