Vivere freelance - incontro con Zerocalcare, Parco della Scienza, Teramo ph. Amalia Temperini

Vivere freelance – incontro con Zerocalcare #teramo [#eventi]

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Quando parlo con gli artisti mi capita spesso di dire che nel loro lavoro è importante la coerenza, cioè di essere, andare di pari passo con ciò che si è, quello che si vuole costruire, raccontare agli altri, adesso, del proprio momento storico, della propria connotazione nel mondo, di avere un messaggio forte da comunicare che sia proprio, unico ed esclusivo.

Questa è una delle conferme che ho avuto da Zerocalcare ieri sera, ospite al Parco della Scienza di Teramo, in un incontro organizzato da Wide Open Coworking in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Comunicazione di Teramo e il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Teramo.

Si è parlato molto di fare, di approccio al lavoro, della crisi che hanno le professioni creative e culturali nel farsi riconoscere una identità tutelata e valorizzata; di come un artista, seppure faccia questo mestiere esclusivo, si alza e svolge la sua opera come un impiegato o un operaio lavorando 8 o più ore anche se si fanno quelli che lui definisce “disegnetti”.
Ho visto una persona coraggiosa che ha urgenza di manifestare un pensiero critico creativo sul presente, che corrisponde a quanto afferma nei suoi libri, nelle sue strisce; l’ho ritrovato anche nello sclero dopo aver risposto a una domanda sulla sua possibilità di raccontare la sua vita in un film.
Quello che mi è piaciuto di più è come ha spiegato il passaggio che ha avuto il fumetto dall’essere considerato genere al riconoscimento di status di linguaggio dotato di una propria grammatica; di come nel giro di 10 anni si sono aperte nuove forme di mercato nel settore della editoria.
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Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) – A. G. Iñárritu [film]

cinema, film

Cerco di farmi perdonare l’assenza recuperando del tempo, scrivendo sull’ultimo film che ho visto venerdì al cinema. Si tratta di Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), l’ultimo vincitore alla Notte degli Oscar, avvenuta tra domenica e lunedì scorso.

E’ un lavoro del quale non avevo visto niente e non ricordavo che il regista fosse Alejandro González Iñárritu, lo stesso di 21 grammi (2003) e Babel (2006).

La storia di Birdman è molto semplice e ha un soggetto calibrato su tre punti:

a) la creazione dei supereroi inseriti nel cinema che hanno ridotto in poltiglia il mercato della cinematografia americana (e mondiale);
b) la svalutazione del teatro e dell’attore;
c) la disperazione da consumo individuale quando l’onda della celebrità termina e l’egocentrismo/narcisismo inizia a produrre mostri svuotati della propria natura.

Proprio su quest’ultimo punto la sceneggiatura è strutturata in una crisi, quella di personaggio consumato dalla propria finta coscienza, interpretato da Michael Keaton. Il suo flusso mentale è inflazionato e bloccato da un successo che lo ha devastato, da una mediocrità dilagante, da una popolarità facile, arrivata grazie alla massiccia introiezione delle culture invasive che hanno plasmato l’immaginario collettivo nell’immaturità.

Il disagio che si avverte non trasporta lo spettatore nell’insieme della realtà filmica. Lo pone piuttosto nella condizione di una riflessione profonda.

La differenza si nota subito con l’arrivo Edward Norton. Egli rappresenta l’anima del teatro, il grande artista che si riversa nella sua opera, dopo un lungo cammino di elaborazione maturato grazie a uno studio serio di pratica, esercizio, frequentazione e letteratura. L’anima in lui ha vinto sul resto, poiché in tutta la visione si riesci a intuire quanto egli abbia messo in discussione la propria persona più che la star costruita, concentrando la sua attenzione nella propria unicità, ricca di mille sfaccettature e problemi, derivanti alla propria vita.

In questo progetto, le concatenazioni micidiali che si instaurano, sono concentrate molto sull’uso che certi ruoli rivestono nella costruzione dei ruoli nell’arte. Non è da sottovalutare la presenza di un critico feroce che, con la sua ferma presenza, riesce a provocare reazioni e spintonare i soggetti al meglio. Non è da minimizzare il breve focus sui ruoli femminili, spesso accantonati o messi in secondo piano rispetto al resto.

Tutto si svolge a Broadway, in una messa in scena per uno spettacolo dedicato a un’opera di Raymond Carver, What We Talk About When We Talk About Love.

Consiglio di vederlo.
Il finale è indicativo.

Teaser:

Locandina: