Vivere freelance - incontro con Zerocalcare, Parco della Scienza, Teramo ph. Amalia Temperini

Vivere freelance – incontro con Zerocalcare #teramo [#eventi]

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Quando parlo con gli artisti mi capita spesso di dire che nel loro lavoro è importante la coerenza, cioè di essere, andare di pari passo con ciò che si è, quello che si vuole costruire, raccontare agli altri, adesso, del proprio momento storico, della propria connotazione nel mondo, di avere un messaggio forte da comunicare che sia proprio, unico ed esclusivo.

Questa è una delle conferme che ho avuto da Zerocalcare ieri sera, ospite al Parco della Scienza di Teramo, in un incontro organizzato da Wide Open Coworking in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Comunicazione di Teramo e il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Teramo.

Si è parlato molto di fare, di approccio al lavoro, della crisi che hanno le professioni creative e culturali nel farsi riconoscere una identità tutelata e valorizzata; di come un artista, seppure faccia questo mestiere esclusivo, si alza e svolge la sua opera come un impiegato o un operaio lavorando 8 o più ore anche se si fanno quelli che lui definisce “disegnetti”.
Ho visto una persona coraggiosa che ha urgenza di manifestare un pensiero critico creativo sul presente, che corrisponde a quanto afferma nei suoi libri, nelle sue strisce; l’ho ritrovato anche nello sclero dopo aver risposto a una domanda sulla sua possibilità di raccontare la sua vita in un film.
Quello che mi è piaciuto di più è come ha spiegato il passaggio che ha avuto il fumetto dall’essere considerato genere al riconoscimento di status di linguaggio dotato di una propria grammatica; di come nel giro di 10 anni si sono aperte nuove forme di mercato nel settore della editoria.
Alcuni il video sono nelle mie stories di Instagram @atbricolageblog

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Morgana – Michela Murgia e Chiara Tagliaferri #libri #donne [#recensione]

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Dieci donne, dieci modelli di rottura, sono raccontate da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri in Morgana, libro edito da Mondadori nel 2019.

La lettura è trasversale, le singole storie sono frammenti delle nostre vite estrapolate da quelle altrui, di chi ha saputo imporsi con coraggio in un sistema che voleva una femmina incastonata dentro un regime sociale di un preciso momento storico.

Mi sono resa conto di avere in mano qualcosa che mi apparteneva quando ho letto la parte dedicata alle sorelle Brontë; non ho focalizzato l’attenzione sulla loro storia personale, ma sulla mia adolescenza, su quanto abbiano inciso i libri di Emily e Charlotte: Cime Tempestose e Jane Eyre. Mi sono chiesta che impatto avessero oggi, se li rileggessi e in che modo abbiano influito nella scelta di un uomo, negli anni.

I loro temi anticipano quegli argomenti classificati come dinamiche di manipolazione, possesso o simbiosi.

Quando ero ragazzina il personaggio di Heathcliff ha forgiato il mio immaginario tanto da sentirmi come lui. In quel momento avevo trovato voce in una personalità possessiva, rabbiosa e vendicativa, che mi faceva sentire ascoltata e in pace con il mondo intero. A quel tempo non mi curavo del fatto che lui fosse un frutto raccontato da una scrittrice, ma oggi ne tengo conto; rifletto sulla potenza che può avere un messaggio narrato da una persona che ha visto il suo nome originale occultato da uno pseudonimo per poter pubblicare il proprio lavoro, ciò che la tormentava, per poter sopravvivere in quel contesto inglese di metà Ottocento.

Mi chiedo ogni giorno quanto siano forti le donne; quanto sono capaci di immedesimarsi in un dolore profondi tanto da tirarne fuori capolavori radicali.

La rabbia di Heatcliff non è diversa da quella di Tonya Harding e neppure dalla fame di vita di Vivienne Westwood. Ognuno a suo modo nella loro esistenza si è espressa attraverso l’unico espediente possibile che aveva in mano: l’arte, lo stile, la creatività, lo studio, la disciplina, qualcosa che è stato negativo, qualcosa che ha funzionato da spinta verso l’esterno. Personalità che hanno imposto a se stesse il desiderio di essere altro.

Ognuno di noi ha una storia, quella delle altre rafforza la nostra identità.

I meravigliosi disegni che anticipano ogni capitolo sono opere di MP5, artista romana conosciuta al mondo contemporaneo per i suoi lavori di street art.

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La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista #atri #museocapitolare #mostre [#recensioni]

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È stata inaugurata più di un mese fa e terminerà il 1 dicembre 2019 la mostra intitolata: La grande immagine. Forme dell’arte di propaganda maoista a cura di Astrid Narguet, Lucilla Stefoni, Filippo Lanci. Si tratta di una raccolta di arazzi cuciti dalle donne cinesi ai tempi della Rivoluzione Culturale (1976 – 1976), frutto di un pensiero organico che racconta l’estetica, l’ortodossia e la politica di quell’immaginario posto in dialogo con la collezione di arte sacra del Museo Capitolare di Atri, in provincia di Teramo, in Abruzzo.

Lo spazio si è trasformato in una fabbrica sul pensiero che indaga le immagini contemporanee. L’osservazione permette di individuare i processi che hanno accompagnato la costruzione del sacro attorno alla figura del personaggio politico di Mao Tse-Tung. Lo scopo è comparare e scovare – se esistono – codici linguistici che accomunano l’iconografia religiosa occidentale a quella del sistema di celebrazione e ritualità comunista.

La sera del vernissage sono stati evidenziati alcuni processi che distinsero le realtà storiche e ideologiche russe o cubane, di come l’apertura maoista abbia dato possibilità per una maggiore emancipazione alle donne, ma anche come la costruzione della raffigurazione di Mao sia stata segmentata tra vita, relazione con il popolo e le masse in generale.

Interessante è stato sapere come la comunità locale atriana abbia risposto alla mostra e alla chiamata del museo attraverso la partecipazione nella fase della preparazione.

A parer mio, i curatori non impongono una ideologia o la scelta di adesione a uno dei due contesti interrogati; l’allestimento e il modo di fruizione del percorso sollevano occasioni di riflessione; ricercano e connettono ciò che è stato nel passato, ciò che è nel presente, qualcosa di forte comune ai culti nella costruzione delle immagini. Il percorso è libero e strutturato su più piani del museo. Sono stati coinvolti anche due artisti contemporanei: Yao Lu e Wang GuoFeng.

La mostra è visitabile fino al 1 dicembre ai seguenti orari:
dal venerdì alla domenica, 10.00-12.00/15.30-17.30

MUSEO CAPITOLARE DI ATRI
via dei Musei, 15, Atri (TE)
085 8798140
museocapitolare@teramoatri.it.
FB: Museo Capitolare di Atri

 

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manifesto, stati generali arte contemporanea abruzzo ph. Amalia Temperini

Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo #artecontemporanea #abaq [#cultura]

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Ieri ho partecipato come pubblico osservatore agli Stati Generali dell’Arte e della Formazione artistica contemporanea in Abruzzo, voluti dai professori dell’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, Maurizio Coccia e Silvano Manganaro.

Il mio ascolto è stato riservato a quello curato da Lucia Zappacosta, operatrice e direttrice dell’Alviani Art Space di Pescara. I minuti sono volati e molti sono stati i contribuiti utili su cui riflettere e ripartire, da oggi. Mi riferisco a un argomento emerso dai punti di vista di Lucio Rosato e Matteo Fato. Parlavano di architettura e di ritratto, ma anche di una attenzione sulla cura della identità di presentazione degli artisti nella creazione di un portfolio utile alla loro professionalità. Questa necessità di cura, mi ha fatto molto riflettere; ritengo che sia una attenzione che per forza di cose ci trasporta nel parallelo mondo del web e di nuovo medioevo. Mi spiego meglio, questo incontro è avvenuto alla morte di due figure cardine del mondo dell’arte abruzzese: Cesare Manzo ed Ettore Spalletti, la fine e parallelamente l’inizio di un nuovo periodo che ingloba nel 2019 due realtà: quella del reale e quella del virtuale. I mondi che abitiamo. Nuove possibilità di esistenza, anche economica, da chi l’arte la crea, di chi la produce e per chi se ne nutre. Sì è parlato molto di proiezione, un tema che rientra in una visione legata proprio a un dato periodo ormai lontano, novecentesco, consumato e terminato. Cosa manca all’Abruzzo? Una immagine. Una immagine contemporanea e fluida, che sappia restituire quello che è accaduto ieri a L’Aquila, con quella proliferazione di idee, critica e continui stimoli, dibattiti, validi nella realtà, quanto nella virtualità.

Perché è vero che gli operatori decisivi possono creare una rete e risultati economici, ma senza l’aiuto di un centro che arriva da altre persone – l’ipotetico pubblico consapevole di chi è e di chi siamo – ogni lavoro è svolto a metà, l’economia non si smuove e non rigenera un mercato di risorse.

Come può avvenire questo nuovo rinnovamento?

Allo stato attuale i problemi maggiori sono legati alla Comunicazione, al come si divulga, e una Formazione inadeguata, cioè non calibrata al tipo del periodo che stiamo vivendo; sul come questa regione in ambito di contemporaneo può essere raccontata in una narrazione continua e non solo nei periodi estivi quando la programmazione è rivolta al turista.

Ma chi è il turista oggi? E come si può parlare di questa figura in epoca di performance? E come può tornare utile questa condizione per attrarre, creare mobilità, spostare l’attenzione su tutto il territorio?

Far sapere a chi vive qui e vuole arrivare qui, che esistono possibilità di vedere offerte culturali in tutto il periodo dell’anno è stato uno degli spostamenti di visione utili alla riflessione. In questo Paola Capata ha vinto, una donna forte della sua esperienza di gallerista, imprenditrice abituata al risultato. Lei osserva con curiosità i fatti di questa regione, ha proposto una sorta di ombrello: un segno, una forma, una immagine chiara di un arnese che ha una impugnatura che ieri abbiamo stretto un po’ tutti mentre Giacinto Di Pietrantonio, critico e curatore, con ironia e sagacia, anche politica, ha definito la linea dei colori da adottare.

Romeo e Giulietta #sergeipolunin #verona [#eventi]

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È passato più di un mese da quando sono andata a Verona. La scelta è avvenuta a luglio, nel momento in cui ho visto che erano disponibili i biglietti per la prima mondiale di Romeo e Giulietta con protagonisti Sergei Polunin e Alina Cojocaru.

Mi è successo pochissime volte negli ultimi anni di acquistare di getto un biglietto per uno spettacolo, come anche pensare di viaggiare da sola per il piacere di vedere qualcosa per il mio interesse senza traghettare qualcuno nell’oblio di evento di danza classica. Ho scelto di andare per per premiarmi di un traguardo raggiunto che per anni è stata una trappola. Ho capito che, in questi casi, un viaggio in solitaria, dopo una grande fine, permette di stabilire i propri equilibri, le proprie necessità, capire anche dove si può migliorare nell’adattarsi ai luoghi e alle nuove conoscenze.

Molte cose sono avvenute quel giorno, una delle più belle è stato arrivare al B&B e scoprire che la mia stanza non aveva la chiave. In pratica è accaduto che dopo una trattazione che è iniziata via web, sono scesa di prezzo col proprietario e ho dormito in un ambiente con bagno privato nel suo appartamento personale. Quello che mi ha trattenuto dalla fuga è stato l’alto punteggio dei feedback on-line sulla serietà del luogo, ma soprattutto la fiducia che in certi momenti scopro di avere ancora nei confronti del genere umano e della sua pulizia.

Tornando al tema di questo articolo, dico che visto milioni di volte il film di Buzz Lurhmann, altrettante quello di Franco Zeffirelli, studiato per il teatro la tragedia shakesperiana su vari volumi con doppia traduzione; visto dal vivo rappresentazioni minori. La curiosità di percepire con i miei occhi quanto due ballerini sarebbero riusciti a compiere su una storia così tormentata, nella nostra contemporaneità, rafforzata dalle musiche di Sergei Prokofiev è stata tanta a spingermi ad andare proprio nella città dove l’opera originale è stata ambientata dall’autore attorno al 1300.

Romeo e Giulietta di Johan Kobborg è stato uno spettacolo essenziale; a rafforzare il senso di contemporaneità il minimalismo della scenografia pensate dall’artista David Umemoto.

Nel mentre sono sorte tante questioni attorno a questo incontro culturale. Sergei Polunin è stato tacciato di omofobia per alcune sue dichiarazioni inappropriate sul mondo Gay – LGBT, cacciato dall’Opera di Parigi lo scorso febbraio per tali motivi. Mi ha fatto molto riflettere la sua posizione di appoggio a Putin e durante il mese di attesa della visione mi sono chiesta se fosse giusto, per la mia etica, partecipare.

Alla fine ho fatto una semplice supposizione: non condivido le dichiarazioni dell’artista, ma apprezzo il suo temperamento e la sua bravura, riescono a trasmettermi qualcosa che accrescere l’umanità. In che modo le sue posizioni avrebbero plagiato la mia visione del mondo e come avrei fatto a valutare se non avessi partecipato? E in che modo sarei corrotta?
Lo spettacolo è stato assistito da circa 10 mila persone paganti che hanno applaudito per circa 15 minuti. L’entusiasmo, nell’attesa dell’evento, è stato altissimo fino alla fine, dove io in molti hanno chiamato i ballerini a gran voce per vederli uscire di nuovo, tanta era l’emozione trasmessa.

A questo punto occorre altro?

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Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy #film [#recensione]

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Mi sono accorta di questo progetto Netflix dopo i mille commenti del critico Jerry Saltz sulla sua pagina Instagram. Alla luce della visione, lo capisco: il film risulta essere una boiata pazzesca, spinto verso una concezione di arte costruita come una allegoria di serie B ben fatta.

La storia narra la vicenda di un artista morto, di cui sono scoperte le opere grazie a una giovane assistente di una potente galleria di arte contemporanea. Si tratta di un thriller che lega alcune figure di professionisti all’interno di una catena maledetta di eventi che portano a un unico risultato: la morte di chi tenta la mercificazione e lo scambio dei suoi lavori. L’immaginario costruito dal regista è per questo surreale e predispone l’osservatore a una visione distorta della realtà, dei mille aspetti che depotenziano il ruolo delle figure che ruotano attorno al mercato dell’arte.

Rivela, per questo, un sistema malato fatto di minacce e tradimenti, di arrivismo e inutilità, che toglie valore alle molte intelligenze di quei professionisti che credono nel valore del loro mestiere. Seppure sia vero che questo settore abbia delle pecche, fare di tutta erba un fascio è ridicolo, ma quello che stupisce di più è come sia stato costruito il ruolo delle opere in relazione alle vicissitudini della vita dell’artista.

Siamo abituati a conoscere aspetti che sublimano le opere attraverso la restituzione di immagini che mettono al centro il bello, la pulsione di una persona che nella realtà dei fatti ha difficoltà a manifestare i propri sentimenti più puri – basti pensare a Caravaggio e come ha avuto una vita difficile, ma allo stesso tempo alla magnificenza delle sue pitture. Quello che accade in Velvet Buzzsaw è al contrario un chiaro tentativo di alimentare e perseguire l’idea di una figura che sia brutta dal vero e che persegue la sua violenza attraverso i lavori che prendono vita verso chi compie imposture nei loro confronti tanto da rendere l’intera visione buffissima. Quello che ne esce fuori è un quadro di uomini e donne piene di sé, soffocate dalla loro superbia senza limiti, dove è sottratta la poesia dell’arte.

Allora che senso ha vedere un film quando tutto è rannicchiato in una bolla che occlude la visione? Il più punito tra tutti sembra essere il critico interpretato da Jake Gyllenhaal e il più povero John Malkovich, maestro puro la cui ispirazione è bloccata.

Chi ha avuto la sfiga di vederlo?

Velvet Buzzsaw diretto da Dan Gilroy (Netflix, 2019)

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#Film visti nel #2018

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Dopo la sezione dei libri, mi faccio avanti con i film visti nel 2018, sono molto pochi rispetto agli scorsi anni. Ho meno tempo e sono poco interessata alle uscite cinematografiche:

  1. Wonder di Stephen Chbosky – Recensione
  2. 120 battiti al minuto di Robin Campillo – Recensione
  3. The shape of water di Guillermo del Toro – Recensione
  4. Sono tornato di Luca MinieroRecensione
  5. Il filo nascosto di Phantom Thread di Thomas Anderson – Recensione
  6. Manifesto di Julian Rosefeldt – Recensione
  7. The Square di Ruben Östlund – Recensione
  8. Easy – un viaggio facile facile di Andrea Magnani – Recensione
  9. 45 anni di Andrew Haigh – Recensione
  10. PIIGs di Adriano Cutraro, Federico Grego, Mirko Melchiorre – Recensione [Documentario]
  11. Appuntamento per la sposa di Rama Burshstein – Recensione
  12. Sulla mia Pelle di Alessio Cremonini – Recensione
  13. Michelangelo. Infinito di Emanuele Imbucci – Recensione
  14. The Neon Demon di Nicolas Winding Refn Recensione

Non recensiti:

  1. Woodshock di Kate e Laura Mulleavy (2017)
  2. Madre! di Darren Aronofsky (2017)
  3. Bird box di Susanne Bier (Netflix, 2018)

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Marina Abramović Rhythm 0 1974, Marina Abramovic. The Cleaner, Palazzo Strozzi, Novembre 2018 ph. Amalia Temperini

Marina Abramović. The Cleaner #marinaflorence #palazzostrozzi #mostre [#recensione]

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Come dicevo due articoli fa, nel mio ultimo viaggio a Firenze ho effettuato alcune tappe, tra queste anche il super-classico passaggio a Palazzo Strozzi dove si sta svolgendo Marina Abramović. The Cleaner, la prima retrospettiva italiana dedicata a una delle figure più controverse dell’arte contemporanea mondiale.

La mostra ha un corpus di circa 100 opere organizzate in fotografie, installazioni, pittura, video e archivi che focalizzano il suo centro nel concetto di re-performance. Il coinvolgimento di giovani artisti sostiene e replica esperienze che ruotano attorno all’idea di desiderio, morte e ideologia. La visita, nella sua totalità, permette di attraversare la storia e la narrazione di una figura dotata di una personalità che ha rivoluzionato il concetto di performance con l’esposizione del proprio corpo a torture estreme, per comprendere le potenzialità e i limiti dell’umano, dagli anni ’70 in poi.

Poche sono le cose che colpiscono veramente, rare le emozioni, tutte concentrate in quelle esperienze dove il mito è richiamato da codici appartenuti a una impostazione politica. Tra le sale più potenti quella dedicata a Count on Us (2004). In questo ambiente i video raccontano la storia di un coro di bambini orchestrato come una prefigurazione basata su un fatto politico reale e manifestato in modo ironico dall’artista. Marina Abramović struttura questa azione come gesto di rifiuto per le azioni ONU avvenute durante la guerra in Kosovo e sfrutta – a suo modo – le buone speranze di un compositore jugoslavo che scrisse un inno a una scuola dedicata alle Nazioni Unite in virtù di promesse – mai mantenute – proprio da quell’organismo sovranazionale.

Questo lavoro è l’unico racchiude una esperienza ancora viva. Inizia e finisce come un ciclo di vita, con la sostanziale differenza che fuori dal coro esistono due ragazzini che in maniera radicalizzata esternano un senso appartenenza a qualcosa che emana una grande passione e un senso di orgoglio sfrenato visibili dalla comunicazione non verbale e dallo sforzo del canto. Un lavoro attualissimo che evidenzia in un unico risultato l’inizio e la fine di un ciclo impiantato sull’idea reale o falsificata di libertà.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle. Con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Regione Toscana, Associazione Partners Palazzo Strozzi. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Sponsor Unipol Gruppo.

Marina Abramović. The Cleaner
Firenze, Palazzo Strozzi 21 settembre 2018-20 gennaio 2019
#marinaflorence; #abramovicitaly #marinabramovic

https://www.palazzostrozzi.org/

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Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci, 2018 (ph. presa da Sky tg 24)

Michelangelo – Infinito di Emanuele Imbucci #film [#recensione]

amore, architettura, arte contemporanea, artisti, cinema, collezionismo, costume, cultura, film, filosofia, giovedì, natura, recensioni arte, religione, società, spiritualità, Studiare, turismo, Università, viaggi, vita

Di ritorno da lavoro, una settimana fa, mentre passavo per una consegna in città, ho visto che era ancora disponibile in una delle sale che frequento il film di Emanuele Imbucci, Michelangelo – Infinito (SKY/Lucky Red 2018).

La pellicola affronta la storia dell’arte italiana con un focus su Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564); restituisce un valore al suo lavoro che ispira la pianificazione di viaggi e scoperte in quelle aree dove l’artista è intervenuto a creare il suo percorso di vita professionale.

Quello che colpisce è la caparbietà unita allo spirito di sacrificio. È noto alle cronache che l’artista avesse un carattere irascibile, un elemento che cammina di pari passo alla sua bravura, al senso di decisione nelle trattative con i suoi committenti, al desiderio di onnipotenza e di ricerca su qualcosa che si facesse sublime attraverso la pittura e la scultura.

L’intensità del montaggio riflette tutto questo e permette allo spettatore di immergersi nei dettagli delle opere in una maniera totalizzante; a supporto arriva l’uso della musica che connota la profondità del racconto, tanto da chiedersi – più volte – durante tutta la visione, se si è sottoposti a un documentario, una biografia o a un mix tra le due cose. Il punto più alto si raggiunge nella descrizione pensata per il Monumento Funebre dedicato a papa Giulio II che si trova a San Pietro in Vincoli a Roma, realizzato agli inizi del 1500.

Buona parte della riflessione di Michelangelo, interpretato da Enrico Lo Verso, si svolge in un dialogo che è un flusso di coscienza da trasmettere a chi guarda. Un monologo che mostra il senso di impotenza, di oppressione e rabbia che si manifesta dentro quel luogo dove lui sceglie il materiale più adatto per ricavare i suoi lavori: le cave di marmo di Carrara.

La ricerca della propria spiritualità è l’espiazione di qualcosa a cui si cerca di dare parola – una verità – con il proprio operato di artista. Lo scenario è povero, misero, freddo e raffigura i costanti limiti dell’uomo nella sua relazione con la natura. L’attualità è nella raffigurazione voluta dal regista ed è centrale la composizione delle sequenze dove l’acqua, come specchio, incastra e dimostra che per superare i propri limiti bisogna avvicinarsi all’armonia dell’eterno – o come dice il sottotitolo del film – a un infinito. La traduzione è una perfezione dannata che prende voce in una sofferenza ricavata nell’incarnato della scultura e in uno stile pittorico che segna i lineamenti di corpi marcati e di espressioni feroci e concentrate.

In questo caso, la pellicola è vicina a ciò che Amir Naderi cercava di manifestare con il suo profondo progetto uscito nel 2016, Monte, un’opera filosofica in cui il protagonista prosegue imperterrito a scavare la montagna che ostacola la visuale sulla terra che lo ha visto crescere.

Una nota dolente – secondo il mio punto di vista – è stata la recitazione di Enrico Lo Verso nei panni di Michelangelo, in questo particolare caso sottotono rispetto alla sua bravura, mentre l’intensità trasmessa da Ivano Marescotti, nelle vesti di Giorgio Vasari – narratore, biografo e storico dell’arte rinascimentale – è di tutt’altro trasporto.

Molte sono le tematiche da approfondire e non basta un post su questo blog a delineare tutto: la spiritualità, l’omosessualità in una descrizione velata accostata al concetto di giudizio, ma soprattutto il non finito, chiave guida di questa arte straordinaria.

Il film sarà di nuovo proiettato nelle sale il 19 e 20 novembre grazie al grande successo ottenuto.

Manifesto, Michelangelo - Infinito di Emanuele Imbucci (SKY/Lucky Red 2018)

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Autostrada A24, GranSasso e Monti della Laga (versante teramano), maggio 2018, ph. Amalia Temperini

#Summer

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È arrivata l’estate e come ogni anno entro in standby durante questi periodi. Ho deciso di rallentare un po’ il ritmo settimanale di scrittura degli articoli. Cercherò di vivere quello che mi attraversa in questi mesi e tornare con molta più carica nelle prossime settimane. Mi trovate quasi giornalmente su Instagram o sulla pagina fan di Facebook del blog.

Statemi bene.

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Giulio Turcato (Mantova 1912-Roma 1995) Comizio 1950, olio su tela, cm 145 x 200. Roma, Galleria d'Arte

Nascita di una Nazione. Tra #Guttuso, Fontana e Schifano #mostra #PalazzoStrozzi [#recensione]

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Come annunciavo settimane fa, eccomi a parlare della seconda mostra vista a Firenze a Palazzo Strozzi, ma in un’altra prospettiva rispetto a The Florence Experiment recensita la volta scorsa.

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano a cura di Luca Massimo Barbero apre una riflessione sull’Italia degli anni ’50, quella del boom economico, fino al 1968, quando il nostro Paese ha vissuto quel cambiamento generazionale che ha segnato l’intero sistema socio-politico di quegli anni. I linguaggi artistici hanno rappresentato il codice di rottura massimo, oggi testimonianza di un periodo fertile imposto sul mercato come risorsa fondamentale per una indagine intorno alle arti di secondo Novecento.

Il percorso inizia con una fase immersiva. Raccoglie alcuni aspetti post-unitari fino al 1968. Un dialogo tra video e pittura dove i lavori di Renato Guttuso e Giulio Turcato accolgono lo spettatore con aperture a pensieri su qualcosa che si dichiara radicale fin dalle prime sale.

Burri, Fontana, Vedova trasportano il visitatore nell’Arte Informale e intensificano il potere della materia. Questo ambiente è buio ed è annientato dall’esplosione di luce dei monocromi cui è dedicata la sala successiva – quella più potente – in un impatto che stravolge la percezione del viaggio attorno all’intera esposizione.

Artisti come Enrico Castellani e Piero Manzoni introducono a un nuovo inizio, mentre Giosetta Fioroni e Domenico Gnoli offrono rinnovato valore stilistico alle immagini.

Subentra l’epoca esistenzialista e gli artisti di Piazza del Popolo – tra i quali Franco Angeli e Mario Schifano – diventano sempre più impegnati, rigettano molte condizioni pregresse con la loro ricerca su un panorama che vuole una maggiore e marcata identità politica.

Si torna a lavorare in gruppo, su due vaste vie, nelle quali si riconoscono le linee tracciate dagli artisti poveristi e i concettuali, che sradicano e trasportano a rigenerate geografie di pensiero.

Il corpus della mostra è di ottanta opere distribuite sul piano centrale del museo. Per la prima volta un nucleo di lavori ragiona sul concetto di Nazione e si ha modo di osservare un’orbita che ruota attorno al sole, ma anche a una pluralità di pianeti che hanno una singola e singolare storia. Argomenti che hanno necessità di essere affrontati in termini di comunità, unita, sotto un’unica forma di appartenenza universale, nell’odierno.

Chi ha poca dimestichezza con i fatti storici, avrà difficoltà a comprendere l’intero percorso e si sentirà spaesato nonostante la ricchezza di materiale informativo. È stato un disorientamento che ho avvertito, e portato a chiedere in questo lasso di tempo dalla visita alla stesura dall’articolo, se tale condizione dipendesse dagli eventi traumatici che ci trasciniamo addosso come popolazione o se si trattasse di un fatto di responsabilità personale.

Il titolo trasporta in un film dei primi anni del secolo scorso che ha cambiato il modo di fare cinema (Nascita di una nazione/The Birth of a Nation di David Wark Griffith del 1915), ma anche al passaggio di Firenze come capitale italiana tra il 1865 al 1871.

La cosa buffa è stata associare Leonardo, Michelangelo e Raffaello, che da questa città toscana sono partiti in epoca rinascimentale alla volta di Roma, e ora, al contrario, raccoglie in una manciata di Maestri provenienti da una frammentazione regionale disparata e in condizioni economiche completamente diverse. Quei giorni di visita sono stati gli stessi della prima nomina di Giuseppe Conte a ministro dell’attuale governo, e proprio sulla base di questa situazione contemporanea, l’opera di Luciano FabroItalia, 1968 – mi è sembrata la più profonda e meritevole nel raccontare l’attualità.

La mostra è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione Partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Main sponsor Banca CR Firenze Intesa Sanpaolo. Sarà visitabile fino al prossimo 22 luglio.

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
a cura di Luca Massimo Barbero
Dal 16 marzo al 22 luglio
Firenze, Palazzo Strozzi
Info: +39 055 2645155 | info@palazzostrozzi.org | #NascitaNazione
http://www.palazzostrozzi.org

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