La casa di carta, netflix, 2019

La casa di carta (stagione 3) #serietv #recensione

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Circa un anno fa parlavo su questo blog in termini abbastanza infastiditi della serie tv spagnola La casa di Carta. Nel giro di poco ho dovuto rivedere le mie posizioni; gli autori mi hanno fatto riflettere su quanto sia stato spettacolare il loro lavoro di scrittura nel corso delle nuove puntate. Voglio dire: il punto di vista cambia, e pure tanto, da avermi fatto dimenticare quel fastidio che ho assaporato al termine delle prime due stagioni.

Anche in questo caso ciò che lega lo spettatore alla poltrona è l’esagerazione. La volontà di Tokyo di esprimere il proprio potenziale inespresso alla ricerca di nuovi stimoli dopo un periodo di tempo passato con Rio su un atollo sperduto nell’oceano. Quello che genera la spirale vorticosa di un nuovo colpo è il tradimento di un patto instaurato alla fine della grande fuga su acque internazionali e dopo l’ottenimento della truffa più grande della storia di Spagna.

In questa occasione, sono gli studi pensati per opera di un morto, quel grande manipolatore visionario di Berlino a vincere. Lui aveva creato uno schema che alzava il livello delle loro rapine e lo pensa dopo essersi rinchiuso in un monastero cistercense situato in Italia. Lui sapeva che la banda si sarebbe riunita, per questo aveva progettato un furto innovativo dedicato alla Riserva Nazionale della Banca di Spagna per rubare tutti quegli ori depositati in caveau blindatissimo.

Le vere protagoniste sono le donne, lo scontro tra una spietatissima poliziotta e la sua rivale Lisbona – l’agente Murillo innamorata del Professore.

Alla base di tutto questo c’è la tattica Robin Hood: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Con una scena spettacolare le masse cambiano il consenso sui rapinatori che diventeranno veri e propri eroi.

Ora per capire come andrà a finire, dobbiamo aspettare la quarta stagione: argh!

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Banksy, dettaglio autodistruzione dell'opera Girl with a balloon, Sotheby’s, Londra, 2018

Matrigna – Teresa Ciabatti #solferino #libri [#recensione]

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Chi mi segue da anni è a conoscenza che a ogni nuova uscita dei libri di Teresa Ciabatti li pre-ordino senza pensarci due volte. Si tratta di una delle autrici contemporanee italiane che più mi ispirano. La sua letteratura ha una cifra stilistica inconfondibile, basata su un piglio nevrotico che è un fluire di parole che assorbono il lettore a un ritmo pazzesco, che va oltre ogni aspettativa. È stato così per Il mio paradiso è deserto (Rizzoli, 2013) ed è stato così per La più amata (Mondadori, 2017).

Matrigna (Solferino, 2018) è un testo inusuale per chi conosce la sua scrittura. È la storia di una madre – Carla – che ha due figli: uno maschio – Andrea – bellissimo e biondo-tinto e una femmina – Noemi – che naviga in un mare di rabbia repressa. La scrittrice trasforma il suo punto di vista, pagina per pagina, nello sguardo di una bambina impossibilitata ad accrescere la sua immagine, le cui aspettative si accavallano con quelle di chi proietta una storia basata su una finta disperazione, nella quale si rimane avvinghiati fino alla fine del libro.

Il romanzo ha finzione narrativa che si inserisce in contesti presi dalla realtà, provenienti dall’universo popolare della televisione; crea uno spazio di indagine sulla società contemporanea; esamina il falso mito di una madre perfetta; sfrutta i social network che alimentano l’immaginario come un cordone che narra qualcosa di irreale, ma che esiste, vediamo serpeggiare ogni giorno davanti ai nostri occhi, sulle nostre bacheche.

La descrizione degli scenari fa affiorare alla mente le più famose storie di cronaca: da Emanuela Orlandi a Ylenia Carrisi, da Angela Celentano a Denise Pipitone, da Annamaria Franzoni a Sarah Scazzi, un universo – un déjà vu – costellato da bambine, ragazze, signore, le cui madri sono disperate e si presentano con una rappresentazione che serve a dare voce a un vuoto egoico, riempito da persone e spettatori che assistono in contemplazione – nelle vita vera e in quella virtuale – a un dramma il cui epilogo serve a inasprire il senso di solitudine in una litania che è una richiesta di ascolto disperato al mondo.


L‘attenzione per il libro si sviluppa in una rete di situazioni in grado di unire momenti che sono il prolungamento di una spaccatura legata a due mondi generazionali diversissimi, ma provenienti da un unico processo storico. Basti pensare a come sono proposte le signore di una certa età in televisione, ma anche come queste abbiano alimentato modelli competitivi su una stirpe di donne soffocate dalla monotonia, incalzate da una esistenza semplice. Il solo fatto di osservarle e ammirarle ha portato a una spirale di sogni lontani, a smanie trasmesse come stereotipi da imitare, da lasciare in eredità come marchio di approvazione per essere giudicate valide e accolte dalla società in grande stile. Noemi, figlia protagonista, si pone a margine rispetto a un genitore che si raggomitola in una eterna giovinezza: la nuova fase di governo basato sull’idea di adolescenza.

L’autrice cita Pavese, ripercorre una delle poesie più potenti. Anticipa un tema intoccabile: quello delle madri, sole, eccentriche, malinconiche, narcisiste e manipolatrici – finora oscurate dai suoi ultimi scritti – mogli sottomesse ai loro mariti: uomini di potere e padri di un universo piduista. I fratelli sono lontani o scompaiono; le bambine sono il simbolo di un’infanzia tradita, ancorate all’idea di eterno ritorno, vincolate da un senso di responsabilità, costrette a sacrificare un orsacchiotto da recuperare in un tunnel che è una memoria plagiata dall’autosabotaggio e dalla impossibilità di vivere per paura del giudizio.

Teresa Ciabatti, Matrigna, Solferino, 2018
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La casa di carta, Netflix, 2017

La casa di carta #serietv [#recensioni]

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Di tutte le serie viste finora La casa di carta è quella che mi ha irritato di più. Si tratta di una storia che ha come tema portante la rapina alla zecca di stato spagnola. Lo scopo è rivendicare la propria esistenza con un atto politico di Resistenza, elemento che si contrappone alla idea maledetta di bisogno di amore.

Alla base un gruppo di persone selezionate e organizzate per ruoli. Emergono i vissuti dei singoli, con una speciale attenzione a Tokyo, una ragazza vendicativa che racchiude l’acerbo di un sentimento incontrollabile e desideroso di fiducia. Dei protagonisti si è a conoscenza dei nomi in codice assieme a poche cose per identificare il prototipo a cui lo spettatore ha la necessità di affezionarsi.

Tokyo, La casa di carta, Netflix, 2017

L’astuzia degli autori è nel conoscere molto bene i meccanismi storici. Il fastidio arriva quando si evidenzia come questo potere sia capace di sfruttare le dinamiche contemporanee nella micro società creata ad hoc dalla loro scrittura.

Il progetto ha il suo vertice nel Professore – un uomo che rappresenta al meglio il concetto di utopia; al suo fianco, compagno di visioni non proprio egualitarie, Berlino – un acclarato narcisista manipolatore. A loro servizio, la plebe, con gruppo di esecutori materiali specializzati ognuno in attività criminali diverse.

Professore+ Berlino, La casa di carta, Netflix, 2017

L’espediente che armonizza l’andamento della visione è l’amore. Giustizia e ideologia sono contrapposte e tese a coordinare sentimenti irrazionali e contraddittori che si intrecciano nella relazione tra Il professore e l’ispettore di Polizia. L’economia è il meccanismo di andamento commerciale che serve a regolare i rapporti con la popolazione strumentalizzata dai media.

L’uso del punto di vista ribalta il senso e il ruolo degli ideali di sinistra, li trasforma in qualcosa che crea un mito su figure losche che rappresentano il lato brutto della vicenda. Il messaggio che passa è che se sei farabutto – e hai quei principi politici – ce la farai a vincere, resistere per superare lo stato di polizia e fottere il sistema.

Molti degli stereotipi adottati ricalcano eroine del cinema, alcune riecheggiano Huma Thurman in Kill Bill di Quentin Tarantino o Natalie Portman in Leon di Luc Besson. La serie nella sua totalità è piacevole quanto fastidiosa per la sua irriverenza, ma in certi punti scontata e banale, tanto da perdere la totale credibilità nella sua ultima puntata.

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Sono tornato, dettaglio film, di Luca Miniero (2018) - immagine presa dal web

Sono tornato di Luca Miniero #film [#recesione]

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Sono tornato è arrivato nelle sale nei primi giorni di febbraio. Parla del mito di Benito Mussolini. Un personaggio politico rimasto incastonato nella memoria italiana con la sua storica immagine di Piazzale Loreto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945.
La storia è una visione traumatica sul ritorno del Duce nel quartiere Esquilino di Roma ai nostri giorni (Massimo Popolizio). Un giovane documentarista cerca di comporre l’ennesima narrazione dedicata agli immigrati (Frank Matano). Lo scopo è farsi accettare da un’anziano direttore di rete coi genitori antifascisti, scalzato da una avvenente conduttrice pronta a essere sottomessa dal potere di un vecchio valore ideologico, trasposto ed equivalente, a quello mediatico (Gioele DixStefania Rocca).

Si tratta di un prodotto editoriale che ha suscitato molta attenzione in Germania e in Europa, che lì ha preso in considerazione la figura di Hitler sotto il punto di vista dello sberleffo grazie alla scrittura di Timur Vermes, alla regia David Wnendt, nel progetto intitolato Lui è tornato, uscito tra il 2012 e il 2015. Luca Miniero ha ricalcato un disegno che nasce da un libro e da un film noti. Ha creato e diretto una figura che guarda alla realtà dei fatti italiani in una situazione drammatica lasciata dissipare come uno spettro nelle giornate di comizio delle elezioni 2018.

I temi sono quelli del conflitto e della memoria e si avviano in due momenti cruciali: il ricordo di Mussolini a Claretta Petacci e l’affronto/confronto con l’anziana signora ebrea sofferente di Alzheimer. Il resto è superficialità, continua, rischiosa, che cerca di portare l’attenzione su degli stereotipi inefficaci se paragonati a quelli utilizzati – e riusciti – nei progetti precedenti di Benvenuti al Sud e Benvenuti al nord dello stesso autore. Come viene detto da questo articolo di Repubblica: il film è un tentativo di creare un ibrido tra cinema di fiction, cinema del reale e linguaggi televisivi (candid camera), che sfrutta il personaggio più incisivo del Novecento, prima di Silvio Berlusconi, in questo paese. Le nota positiva è la capacità attoriale straordinaria di Massimo Popolizio in vesti di dittatore fascista che attraversa l’Italia. L’argomento dell’assenza dei padri – di figure di riferimento per una intera generazione – è ben raccontato, ma l’odio in cui sfocia il longevo gerarca pone l’attenzione su un modo di fare inutile che è un fantasma di cui liberarsi al più presto.

Tra le scene più significative: i tentativi di provocazione che emulano show televisivi commerciali di caratura nazionale e i monologhi che si trasformano in offese gratuite il cui valore non apporta contributi a riflessioni valide. Se si volessero fare dei confronti vicini per comprendere alcune dinamiche di rappresentazione si può citare Viva L’Italia di Massimiliano Bruno. In quest’ultimo titolo e Sono tornato di Luca Miniero gli elementi comuni sono la politica, la morale e l’Italia. Nel primo caso, il ruolo di Michele Placido si espone con una garbata gentilezza fino a raggiungere una consapevolezza, nel secondo, invece, quello di Massimo Popolizio, si dosa una imposizione che si consuma tra complici sottoposti a una atrocità. Persone che osservano con ammirazione e giustificazioni un crimine efferato commesso su un cane in una guerra tra anzianotti masochisti. Che sia questo lo specchio della realtà?

Ho scritto questo articolo prima del voto, rimango d’accordo sulla lettura. Forse la risposta all’ultima domanda non occorre. Avete visto il film? Che ne pensate? Mi farebbe piacere leggere un vostro commento. Grazie!

Libri:

Lui è tornato di Timur Vermes
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Film:

Sono tornato di Luca Miniero
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Benvenuti al Sud di Luca Miniero
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Benvenuti al Nord di Luca Miniero
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Er ist wieder da – Lui è tornato di David Wnendt
(edizione tedesca)

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Viva L’Italia di Massimiliano Bruno
http://amzn.to/2EYDJvN

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I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista _foto_archivio

I FIORI DEL MALE. DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA, 14 settembre, Casa della Memoria e della Storia, Roma #opening #vernissage [#mostre]

amore, arte, attualità, comunicazione, CS, cultura, eventi, filosofia, fotografia, lavoro, letteratura, libri, mostre, poesia, quotidiani, salute e psicologia, turismo, Università, viaggi, vita


Mostra foto-documentaria

I FIORI DEL MALE
DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

 

 Casa della Memoria e della Storia
14 settembre – 18 novembre 2016

 

Figlie, madri, mogli, spose, amanti: donne vissute durante il Ventennio. Ai volti delle ricoverate sono affiancati diari, lettere, relazioni mediche che raccontano la femminilità a partire dalla descrizione di corpi inceppati e restituiscono l’insieme di pregiudizi che hanno alimentato storicamente la devianza femminile.

ManifestoL’idea di realizzare I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista, una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista, è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca.

Durante il regime fascista si ampliarono i contorni che circoscrivevano i concetti di emarginazione e di devianza e i manicomi finirono con l’accentuare la loro dimensione di controllo e di repressione; tra le maglie delle istituzioni totali rimasero imbrigliate anche quelle donne che non seppero esprimere personalità adeguate agli stereotipi culturali del regime o non assolsero completamente ai nuovi doveri imposti dalla “Rivoluzione Fascista”.

Ci è sembrato importante – spiegano i curatori della mostra Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante – raccontare le storie di queste donne a partire dai loro volti, dalle loro espressioni, dai loro sguardi in cui sembrano quasi annullarsi le smemoratezze e le rimozioni che le hanno relegate in una dimensione di silenzio e oblio. Alle immagini sono state affiancate le parole: quelle dei medici, che ne rappresentarono anomalie ed esuberanze, ma anche le parole lasciate dalle stesse protagoniste dell’esperienza di internamento nelle lettere che scrissero a casa e che, censurate, sono rimaste nelle cartelle cliniche.

Il manicomio, in questo senso, è stato un osservatorio privilegiato dal quale partire per analizzare i modelli culturali – di matrice positivista – che hanno storicamente contribuito a costruire la devianza femminile e che durante il Ventennio furono ideologicamente piegati alle esigenze del regime. Il lavoro di ricerca e di valorizzazione condotto su questi materiali ha permesso così di recuperare una parte fondamentale della nostra memoria e di restituirla alla collettività.

La mostra ha ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero per i Beni e le attività culturali, della Regione Abruzzo. Le fotografie e i documenti al centro del percorso espositivo provengono in larga parte dall’archivio storico del manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo.

La mostra, promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale Dipartimento Attività Culturali e Turismo, è a cura di Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, promossa dall’Irsifar e realizzata dalla Fondazione Università degli Studi di Teramo in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Teramo e l’Archivio di Stato di Teramo.

 

Informazioni:

Mostra foto-documentaria

I FIORI DEL MALE
DONNE IN MANICOMIO NEL REGIME FASCISTA

CASA DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
Via San Francesco di Sales, 5 – Roma

14 settembre – 18 novembre 2016

Lun-ven ore 9.30-20.00
Tel. 060608 – 06.6876543

www.comune.roma.it/cultura

INGRESSO LIBERO

 

* Comunicato stampa

Storia della Repubblica di Guido Crainz. Presentazione: 17 maggio, Teramo #savethedate [libri]

attualità, comunicazione, CS, cultura, eventi, leggere, libri, politica, quotidiani, Studiare, Università

SARÀ PRESENTATO A TERAMO
“STORIA DELLA REPUBBLICA”
L’ULTIMO LIBRO DI GUIDO CRAINZ

Teramo, 13 maggio 2016 – Sarà presentato a Teramo martedì 17 maggio, alle ore 17.30, nella corte interna della Biblioteca Provinciale Melchiorre Delfico, l’ultimo libro dello storico Guido Crainz Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi (Donzelli Editore, 2016).

Guido Crainz, Storia della Repubblica (dettaglio copertina), Donzelli Editore, Roma, 2016 (immagine presa dal web - http://www.donzelli.it/)«Settant’anni di storia – si legge nella nota introduttiva al volume ‒ un percorso intenso e tormentato, intriso di speranze e di delusioni, di traumi profondi e di mutamenti inavvertiti. Un percorso cui attingere più che mai, questo è il senso del libro, nei disorientamenti dell’oggi. Nel disagio per il nostro presente. Nell’incombere di scenari internazionali che alimentano le inquietudini del nuovo millennio… In un unico sguardo tutte le stagioni della nostra vicenda repubblicana, nel succedersi di scenari sociali e politici, culture, generazioni…».

Alla presentazione, alla quale parteciperà l’autore, interverranno per un saluto il governatore della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso e il presidente della provincia di Teramo Renzo Di Sabatino.

Dopo l’introduzione del rettore dell’Università di Teramo Luciano D’Amico, seguiranno gli interventi di Umberto Gentiloni Silveri, dell’ Università La Sapienza di Roma; di Pasquale Iuso e di Maddalena Carli, dell’Università degli Studi di Teramo. La presentazione del libro sarà moderata dal giornalista Rai Antimo Amore.

Guido Crainz, nato a Udine, docente di Storia contemporanea all’Università di Teramo fino al 2014, per la Donzelli ha pubblicato: Padania. Il mondo dei braccianti dall’Ottocento alla fuga dalle campagne (1994, 2007); Storia del miracolo italiano (1997, 2003); Il paese mancato (2003, 2011); Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa (2005); L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia (2007); Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale (2009); Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi (2012, 2013); Diario di un naufragio. Italia, 2003-2013 (2013).

REDAZIONE UFFICIO STAMPA – Università degli Studi di Teramo
http://www.unite.it

Ida – Pawel Pawlikowski

attualità, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani

Che settimana strana, sono giorni che osservo l’esterno. In ogni luogo in cui mi trovo cerco di guardare dalla finestra o da una porta le cose che accadono fuori. Rifletto sul mio essere donna oggi, la condizione che mi sono costruita attorno e attraverso i condizionamenti altrui, poi respiro profondamente. Non è la prima volta che affermo di vivere un momento così, quasi bloccato, e questa sensazione si ripete in molte delle persone che incontro portando il cane a passeggio, in chi mi invita a prendere un caffè per il gusto di fare due chiacchiere, in compagnia, al cinema o a teatro; ogni individuo che incontro descrive una propria emozione, uno stato, che provo e condivido, dopo averli ascoltati.

Stiamo vivendo un tempo disperato, ciascuno a guerreggiare con la propria ostentazione per nascondere un disagio talmente profondo da sentirsi umiliati e in piena vergogna al solo pensiero di pronunciarlo. Mi chiedo spesso dove sia racchiusa la vera essenza dell’essere umano, e penso che non avrò mai una consapevole risposta in tempi brevi, poiché abbiamo bisogno di scavare, coltivare, nel nostro intimo, per tanto ancora, almeno finché si arrivi alla ammissione di una propria verità.

 

Leggevo di recente che la necessità è l’elemento che spinge a trovare soluzioni. Ragiono sugli artisti, sulle cause, sui grandi studi, e mi accorgo che molte cose rivoluzionarie nascono per noia. Irrompere in un sistema poiché nauseati da un qualcosa che lenisce l’anima e costringe a essere incorreggibili, fastidiosi pur di provare gioia o piacere, richiedere attenzione.

Mentre ero a prendere quel caffè, ieri, una signora mi raccontava di quando era bambina. Un giorno era a scuola e a quel tempo faceva rientro di pomeriggio in aula. Una maestra presente, che non era la stessa della mattina, decise di aiutarla per lo svolgimento di un tema. Era molto soddisfatta della fiducia ottenuta, della cooperazione che aveva visto nascere e crescere coi propri occhi grazie all’aiuto di un adulto che le aveva concesso supporto. Il giorno seguente ha presentato il documento alla sua solita insegnante che lo ha valutato come peggiore di tutti gli altri, spiegandone i motivi. Quella bambina reagì, e illustrò che tutto era nato col l’aiuto dell’altra sua collega, così da decidere di andare a chiamarla nell’altra stanza per autenticare il valore di una verità, ingenua e giusta, poiché tanto sconvolta. La seconda maestra, quella del pomeriggio precedente, arrivò e negò qualsiasi cosa di quel compito, lasciandola lì, imperterrita nel fastidio e nella totale delusione.

L’amarezza di questa situazione mi ha suscitato il ricordo del film Ida del regista polacco Pawel Pawlikowski. Visto pochi giorni fa, si tratta di un lavoro ambientato tra gli anni cinquanta e sessanta, quando la Polonia aveva subito l’irruenza del nazismo della seconda guerra mondiale e successivamente si è vista occupata dalla violenza estenuante dei russi e della sua ideologia. La storia narra di una ragazzina salvata durante un eccidio di ebrei, in una delle fasi di quei crimini commessi in tutto il paese, in cui lei è stata l’unico essere umano, di un gruppo di persone, a essere salvata poiché non presentava tracce visibili della sua appartenenza religiosa. Ida – senza cognome – è stata nascosta in un convento di suore cattoliche affinché fosse difesa da quegli inspiegabili e tragici delitti. E’ solo lì, in quel luogo, che poteva rimanere protetta. A partire da questa incongruenza di fatti, l’intera produzione si sgretola in lentezza, in riprese a camera fissa, in inquadrature posizionate verso la riflessione su un periodo non ancora chiaro, bianco e nero, che pone al centro un discorso l’identità, l’appartenenza e la rinuncia alla vera natura. Vivo, vedo, attraverso ma torno alla mia pace. Sebbene la protagonista sia una suora che accompagna la ricostruzione di una vicenda storica, dai toni privati e pubblici, essa rappresenta l’espediente essenziale per ricostruire un tradimento facendo leva sul principio del perdono. La madre badessa del convento la invita ad incontrare sua zia che vive a Lodz, ed è da lì inizia la lenta ricucitura di un tessuto che mostrerà aspetti di una questione irrisolta, violenta, indifferente, meccanica, alla cui base è collocato solo un nascondimento di eventi atroci, di una madre che rinuncia alla sua esistenza per un ideale.

Continuo a essere convinta che la giustizia a questo mondo esista, e i film, a volte, possono essere atroci nell’indurre a pensare, a prendere distanza dalle cose.

Buona visione.

Ps. il primo video e l’ultimo sono tratti da Onirica – Fields of dogs di Lech Majewski, anche lui polacco.

 

The imitation game – Morten Tyldum

amore, cinema, film

Ho avuto una proposta di collaborazione per un progetto, ieri, e sono molto felice. Dopo una nottata agitata per via di un dolore lancinante che mi ha disintegrato un fianco, oggi, ero più arzilla che attenta, tanto che ho collaborato con l’artista in felicità bestemmiando discretamente accanto al fuoco.

Sono qui per parlare di un film che ho visto in prima visione su Sky, ieri sera. Sto guardando tutte le produzioni uscite lo scorso anno, in attesa di andare al cinema per lasciarmi ispirare da altro.

The imitation game mi è piaciuto molto. Nel suo finale penso di aver pianto 5 minuti abbondanti, tanta l’emozione.

La storia narra le vicende di Alan Turing, un giovane matematico suicida inglese che ha dato forma a quello che comunemente chiamiamo computer.

Non ero a conoscenza della sua vita e di chi fosse, ma cio’ che cattura l’attenzione del lavoro non è il punto di vista che viene offerto nelle azioni di spionaggio e manipolazione di governi superiori, gli Stati al comando, che si usano e scarnificano a vicenda, quanto la natura dell’amore che ha guidato Alan Turing (Benedict Cumberbatch), nella sua vita, in un dialogo sospeso con chi non poteva più, portato avanti nella ricerca e con azioni che non possono essere sottratte al regolare flusso delle cose e dei periodi.

Siamo allo scoppio della seconda guerra mondiale – momento in cui è ambientata l’intera storia, in una Inghilterra in cui gli omosessuali sono visti come pervertiti da condannare – i tedeschi hanno una sistema di codificazione dei messaggi denominato Enigma, una macchina che manda cifre precise in determinati punti del giorno. L’Inghilterra è chiamata a rispondere, a scoprire cosa fanno i nemici coi migliori matematici a disposizione. Tutto il film ruota attorno a questa ricerca.
Si tratta di una osservazione che mostra tutte le umiliazioni subite dal protagonista. Una violenza privata che si traspone e corrisponde agli atti pubblici compiuti da uno o piu’ Stati nei primi anni quaranta. Un male, che non fa differenza, che rende cinica e imperterrita ogni abilità, affinché si possa arrivare a costruire un gioco in grado di dar senso a qualcosa, la vita e la vittoria.

Sono sempre convinta che la propria deviazione sia la chiave di risoluzione ai problemi. L’essere diversi, avere una predisposizione più lontana dal fare solito, rispetto a chi è ritenuto normale, è un vantaggio per manifestare l’urgenza, la richiesta, una necessità. E’ nell’interpretazione dei messaggi che viene assegnata a ognuno di noi la ricerca delle persone, quelle che possano spronarci, supportarci e capirci, e non è tanto diversa dai codici combinatori di Enigma. Esiste una soluzione a tutto, ma esiste la logica che crea distanza ed esecuzioni, sulla quale, tante volte, bisogna tacere, poiché tanti sono i pregiudizi e le vicissitudini che si innescano se si parla, ci si esprime per sé e per gli altri, nonostante le evidenze giuste. Il silenzio diventa un vantaggio, ma anche un pericolo, poiché un errore puo’ tradire molte cose.

Anche Turing era un narcisista, è la stessa Kira Knightley (Joan Clarke) a dirlo, manifestarlo e rintracciarlo, perché lo è anche lei. E’ lei, colei che capisce e non rinuncia a lui, neppure quando viene dichiara la sua identità sessuale con una mostruosità tale da sfociare in una freddezza glaciale, asettica, di insensibilità viscerale.
L’intero progetto, quindi, cela questo: la necessità di essere amati e la forza di un amore che – negato, sottratto o perso – possa trasformare la propria impellenza in una risorsa stratosferica che oggi permette di digitare questo messaggio su questo blog, nonostante le intimidazioni, la vergogna o addirittura disonore per una intera nazione.

“A volte sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.”

L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera

attualità, cani, cultura, libri, vita

Ieri ho avuto un grosso blocco di scrittura, volevo introdurre L’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, ma in modo paradossale sono rimasta impossessata dal suo stesso titolo.

Edito negli anni ottanta, il volume è costituito da sette capitoli che lo rendono uno dei capisaldi della letteratura mondiale. Non so quanti di voi abbiano avuto modo di riflettere sui suoi contenuti, ma personalmente, oltre alle trame dei protagonisti, credo che il suo essere compiuto si trovi nella forte riflessione storica, che si autoalimenta attraverso la narrazione dei suoi stessi personaggi.

Questa recensione, seppur voglia essere un invito all’acquisto, in realtà è un ragionamento che parte da alcuni meccanismi di pensiero elaborati durante tutta la consultazione. C’è da dire che mi è occorso molto tempo per giungere al termine, poiché l’accettazione di un viatico legato al proprio vissuto è sempre un labirinto da compiere, soprattutto se si vuole entrare in totale sintonia con l’immaginario dello scrittore.

Sono arrivata a Kundera dopo essere passata dall’Immaturità di Francesco Cataluccio e Puer Aeternus di James Hillaman, penso che proseguirò la scia affrontando le tracce di Paul Vilirio – ma vi accorgerete di tutto questo nel momento in cui ne parlerò qui nel blog.

Il primo elemento cui voglio fare riferimento è il potere della coincidenza: la leggerezza. L’elemento di scatto che permette a tutti noi di tuffarci nell’oblio della felicità dettata da un’azione, una situazione o un atto, che ci sorprende e porta a sentirsi quasi onnipotenti davanti allo stacco della speranza. Il secondo, invece, è la pesantezza (l’insostenibile), dettata dal senso di oppressione causato anche dall’occlusione fisica che ci provoca disagi e blocchi mentali di ogni tipo.

La visione dello scrittore è d’impostazione archetipica basata sulle singole storie di Tomas, Sabina, Tereza e Franz. Ognuno di loro impossessato dal passato, da modelli parenterali e formativi che hanno inciso le loro singole esistenze, diretti verso vie complesse e alternate in un’intera vita.

Non è tanto lo spessore qualitativo di tutto questo a colpire, ma piuttosto come l’autore identifica il malessere nella merda e nel kitsch, e di come tutti siamo tendenti idealizzare il cattivo gusto nella nostra testa per paura dell’abbandono, dell’infedeltà, del concetto di eterno ritorno e dai condizionamenti degli sguardi esterni di un’intera società.

Il senso più angosciante è racchiuso nella chiara esplicazione della Storia della Primavera di Praga, e della condizione cecoslovacca nel 1968, mostrando tutta la ferocia comunista, in una militanza totalitarista che cancella e minaccia le singole identità attraverso le strategie di ricatto più estreme.

Proprio in questi ultimi dettagli ho ritrovato i racconti di persone a me care che hanno sostato per alcuni anni della loro vita in un paese sovietico durante gli anni ’90, e di come, essendo italiani, subivano concretamente controlli di ogni tipo che partivano dalle loro case, per opera spie russe. O anche, il punto di vista di alcuni amici tornati dall’Ungheria che mi raccontavano di aver visitato La casa del terrore a Budapest, dove hanno camminato in un corridoio fatto di blocchi ricavati dal grasso di persone morte nei gulag, ma anche visto e sentito, nello stesso luogo, le trucidazioni commesse dai nazisti sul popolo ebraico boemo.

Come potete ben capire ho trovato L’insostenibile leggerezza dell’essere un libro il cui valore assume una forte potenza nell’intimo di ciò che siamo. Inutile negare che mi sono soffermata nella parte finale il cui si parla del cane di Tomas e Tereza, Karenin.

Quando aveva visto che era a casa e aveva riconosciuto le persone a lui più vicine, non aveva resistito al desiderio di condividere con loro la sua terribile gioia, la gioia del ritorno e della rinascita“.

Ed è proprio così.

Ho apprezzato inoltre i cambi di registro di un narratore incisivo.

Buona lettura.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985.