Io, donna [#riflessione]

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Sono alcuni giorni che rifletto sulla mia condizione di donna; accade molto spesso che mi confronto con una mia cara amica su questo tema. Entrambe ci troviamo a leggere dei libri che trattano argomenti dedicati alla maternità o di figure femminili sottomesse alla visione del mondo maschile/patriarcale. Ci siamo ritrovate a dover ammettere che una delle questioni che ci devasta come genere è quello del condizionamento sociale.

Esiste un problema di fondo, che è dilagante, secondo il quale se non sei madre o senti la necessità di essere moglie, sei considerata per molti una persona problematica o incapace di avere delle relazioni: perché è impossibile non volere dei figli o è impossibile non sposarsi quando l’età avanza e il tempo scorre inesorabile come una trappola. Questo tipo di commenti – che ritengo sprezzanti – sono spesso lanciati dalle donne, e per mio conto, affermo che imbestialisce le relazioni portandole al collasso e a una forte sottovalutazione della presenza di violenza psicologica che può esserci stata dietro ogni singola nostra singola storia.

Mi auguro di riuscire, nelle prossime settimane, a parlare su queste pagine di alcune letture che sto portando avanti. Si tratta di vari generi letterari che mi hanno risucchiata e sui quali sto aprendo gli occhi in maniera molto acuta. Tra quelli più interessanti e difficili esiste un volume dedicato agli scandali in Vaticano. Si tratta di una inchiesta di un sociologo francese che per quattro anni ha intervistato sacerdoti, prelati e alte cariche della Chiesa cattolica di tutto il mondo. Il suo punto di vista è una indagine che si basa sulla omofobia e sulla corruzione interne a quel sistema. Ogni volta che lo apro, ho sempre questa domanda fissa nella testa ed è legata alla spiritualità e alla immagine cui siamo sottoposti da una vita: cosa hanno in comune con me, donna, Gesù Cristo e la sua figura? come cambia la nostra percezione se sappiamo che quella che hanno scelto di farci guardare ad ogni angolo su ogni muro, delle nostre case, uffici e istituzioni è una rappresentazione di un uomo durissima e violenta?

Il suo è messaggio potentissimo e unico, ma in che modo è utile alla mia persona? in cosa mi rappresenta oggi? L’unica motivazione che riesco a darmi è la possibilità di non arrivare a quel tipo brutalità e di trascinare la mia croce personale fino al punto di fermarmi un attimo prima, scegliere di non soffrire come ha vissuto lui, in una esistenza che ha rivoluzionato il mondo della religiosità, ai suoi tempi, tanto da segnare ancora i nostri giorni.

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CREDIT: ICON FILM DISTRIBUTION

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn #film [#recensione]

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Dopo Hill House ho scelto di vedere The Neon Demon, un lavoro di Nicolas Winding Refn uscito nel 2016. Si tratta di un film incentrato sul concetto di bellezza dove si incontrano alcuni elementi miscelati che vogliono far apparire questo film geniale da un punto di vista estetico, ma che risulta deludente al termine della sua visione.

La storia è quella di una ragazzina americana di 16 anni che si trasferisce dalla periferia della Georgia a Los Angeles, per una serie di casi fortuiti entra in una delle trame del sistema moda. La sua è una semplicità regale e casta, ha coscienza del suo potere, ma è preda ideale di un meccanismo chiuso dove regnano sadomasochismo, saffismo, pedofilia e necrofilia. Il progetto affronta l’invidia femminile fino a portarla a una condizione di cannibalismo. La violenza è gratuita.

Dal punto di vista della composizione, la fotografia ha molti rimandi ad artisti contemporanei (Man Ray, Vanessa Beecroft, James Turrell, David La Chapelle) e la musica elettronica in alcuni punti del montaggio aiuta a rafforzare una dimensione di scoperta, spaesamento e caos.

Il progetto non porta a niente: zero profondità, zero ricerca. Una solita storia da vita adolescenziale dove si tenta di giocare con i diavoletti che fanno i dispetti agli angioletti. Il film è stato incasellato nella etichetta di genere horror, ma in realtà è una condizione che si avvicina al fetish con qualche macchia splatter, ma senza troppe pretese.

Banalità a pacchi.

neon demon

The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (2016)
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La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo Del Toro #film [#recensione]

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The Shape of Water è un film girato da Guillermo Del Toro uscito nelle sale cinematografiche il 14 febbraio. Si tratta di una storia che racconta di una ragazza che ha perso l’uso della voce. Una signorina che nella sua diversità trova qualcosa che la rende viva in un essere metà uomo metà pesce rinchiuso nel laboratorio dove lei lavora come donna delle pulizie.

La travagliata storia d’amore fantasy fa affiorare alla mente schemi narrativi conosciuti tanto da rendere l’intero progetto banale. Gli sceneggiatori sembrano essersi ispirati a Amelié Pouline e a scene tratte da Forrest Gump di Robert Zemeckis, La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski e Matrix di Larry e Andy Wachowski. Molte inquadrature mettono al centro illustrazione, fotografia, pittura e televisione. Il cinema stesso è l’oggetto di osservazione. Una costruzione melanconica che dal progresso vuole tornare all’incanto di una poesia artigianale. Le tonalità dominanti sono verdi e alcune inquadrature sono costruite in una logica compositiva hopperiana. Molte sequenze sono girate in location chiuse. Bunker come case dove si nascondono paure estreme.

L’inserimento di una creatura mitica è un parallelo da avvicinare ai nostri giorni, ma le finalità sono ambigue e non definite. Si pensi alle nostre interazioni coi robot e con le intelligenze artificiali. Lo straniero, gli stranieri, i corpi estranei da conoscere e analizzare, ma allo stesso tempo il tentativo di raggiungere la consapevolezza per accogliere con leggerezza chi è diverso, che in questo progetto di dimostra senza forza.

Tra le figure importanti che emergono, assieme ai protagonisti, esiste uno scienziato di nome Dimitri. Un personaggio radicale che fa eco all’omonimo soggetto proveniente dalle letteratura dei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che la Russia è vista come una vecchia saggia Europa, capace di porre le basi per una cultura solida fondata su regole e metodi accademici, ma che alla fine cede al tradimento nell’atto di morte, nella supremazia di chi crede a pensiero statunitense, unico, positivo, motivazionale e programmato.

Una miscellanea di argomenti ripetuti e sfiancanti: maschilismo, razzismo, spionaggio, America, Russia, Guerra Fredda, telecamere nei luoghi di lavoro, omosessualità come tabù, laboratori di sperimentazione, la violenza sulle donne e il disorientamento. Condizioni riscontrabili in un quotidiano passato o nel tecnologico avanzato, montati per un tempo che vola via a suon di algoritmi.

Il finale arriva a un componimento tragico di matrice shakespeariana, ma torna al mito della storia antica invertendo le intenzioni. Orfeo e Euridice, ad esempio, dove lui scende nell’ade per strapparla dal regno dei morti. La forma dell’acqua sovverte questo ordine, recupera la potenza femminile, la preserva da una esistenza terrena e la immerge in amore liquido dove non occorrono parole. Si è in un luogo uterino, un buio, che è cinema e paura, prima protezione, proiezione, che chiude l’intera visione con una sana perplessità: perché questo film ha vinto il Festival del Cinema di Venezia e ha avuto 13 nomination agli Oscar?

 

La forma dell'acqua - The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Film:

The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Il favoloso mondo di Amèlie di Jean-Pierre Jeunet
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Forrest Gump di Robert Zemeckis
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La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski
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Matrix di Larry e Andy Wachowski
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Libri:

Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
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DOPPIO UGUALE - Festival ControViolenza, 27 novembre, Spazio MAW - Sulmona (AQ)

DOPPIO UGUALE – Festival ControViolenza, 27 novembre, Spazio MAW – Sulmona (AQ) #savethedate #arte #vernissage [#mostre]

amore, arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, cultura, Donne, mostre, Narcisismo, salute e psicologia

DOPPIO UGUALE

Performance e opere di:
Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo,
Marika Saonari, Jolanda Spagno

A cura di Italia Gualtieri

INAUGURAZIONE  DOMENICA 27 NOVEMBRE ORE 11.00

 @ SPAZIO MAW,
Sulmona (AQ)

 

Domenica 27 novembre 2016, alle ore 11, Spazio MAW inaugura DOPPIO UGUALE, performance e opere di Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo, Marika Saonari, Jolanda Spagno a cura di Italia Gualtieri, all’interno del Festival ControViolenza – Le Giornate della Consapevolezza, organizzato dall’associazione La Diosa.

Ispirato al significato e alla suggestione del simbolo matematico, il progetto mette a confronto cinque artiste ed un artista tra i più rappresentativi di vari linguaggi espressivi della scena contemporanea italiana sul tema del genere e del duale, nella sua ampiezza di sensi e di connessioni con il pensiero, la metafora, i vissuti.

“Il doppio uguale è la misura di una relazione, la verifica di una corrispondenza spinta al risultato assoluto: vero o falso. Inoltrandosi nel territorio “insicuro” della dicotomia, gli artisti si confrontano con le categorie femminile/maschile testando la validità di un’uguaglianza desiderata.” (Italia Gualtieri)

L’azione presentata da Emanuela Barbi e Franco Fiorillo  è un gioco a due volto ad innescare una  sintonia comunicativa. I due artisti sono seduti di fronte ai rispettivi bicchieri riempiti di liquido rosso collocati su un tavolo-postazione: inumidendo i polpastrelli nel liquido, frizionano l’orlo del bicchiere con moto costante e rotatorio ottenendo ciascuno una vibrazione sonora di frequenza vicina ma differente che l’uno  proverà ad accordare alla frequenza dell’altro, nella ricerca dell’uguale vibrazione, fino al raggiungimento della sovrapposizione dei due suoni, il “battimento”, culmine dell’azione.

Il carattere performativo dell’esperienza viene poi sviluppato dai fruitori, i quali sono invitati a replicare il gioco di coppia portando a compimento quella relazionalità del lavoro che è tratto costante della produzione dei due artisti, mossa da un bisogno di sentimento – orientato ad ogni creatura vivente, agli spazi, ai luoghi –  e da un valore di protezione annesso all’arte contro le distonìe del reale.

Il lavoro di Lea Contestabile è un viaggio alla  ricerca della propria casa, del proprio paese, della propria identità. Odori, sapori, giochi, animali, silenzi, modalità di lavoro femminile sono riportati alla luce attraverso foto, ricordi, piccoli oggetti mai dimenticati composti alla maniera di offerte votive, preghiere per ricomporre distanze, fratture, differenze. L’artista si mette in gioco esponendo il proprio vissuto, sperimentando attraverso l’arte la possibilità di trasformare il dolore, la paura della malattia, della violenza nella capacità di ricucire e tradurre in positivo non solo fisicamente le ferite subite. La fragilità emotiva delle opere e la solidale complicità con il mondo femminile trova una corrispondenza nella scelta dei materiali utilizzati e nelle tecniche di realizzazione: fili, cuciti, plastiche trasparenti, teli tessuti da donne del   paese, garze, cerotti.

Libertà e curiosità caratterizzano il lavoro di Antonella Di Girolamo, fotografa free-lance impegnata nell’editoria e nel reportage. Libertà di esprimere il proprio sguardo in maniera totalmente indipendente a partire da un bisogno personale; curiosità perché la fotografia è il suo “alibi” per avvicinarsi a differenti mondi che ama e che ha scelto di raccontare, fuori da retorica e convenzioni: i più fragili, i giovani, gli anziani, l’universo femminile.

Un fatto di cronaca è occasione di un doppio “scatto” diverso, nato per liberare il dolore irrisolto di una foto-documento: nella sospesa atmosfera di un perfetto still-life, l’enorme guscio di un uovo-ventre rosato invade lo spazio nero di un universo senza luce. Ma il guscio è spezzato da una terribile crepa, una frattura che taglia in due chi la guarda; che spacca percorsi, utopie. Pure, ogni metà rimane composta e trasla la sua integrità nell’immagine speculare di un intero: uovo-vita, uovo-mistero, uovo istanza di fecondità ancora una volta affermata… La costruzione fotografica è catarsi e rigenerazione esistenziale.

Il lavoro presentato da Marika Saonari è parte di un progetto volto alla realizzazione di diverse situazioni in cui donne provenien­ti da vecchie fotografie degli anni ‘30, ‘40, ‘50 si fanno largo in un mondo prevalentemente maschile e ritrovano, in modo ironico, un’autorevolezza e un potere che non era concesso a quei tempi. La tecnica usata nella creazione è una tecnica mista: antiche fotografie ritrovate in soffitte, mercatini e vecchie scatole dimenticate si uniscono a ricami leggeri e geometrici. La scelta della fotografia vernacolare (fotografia di natura familiare per eccellenza) è necessaria per raccontare un evento passato in concomitanza con l’intervento del ricamo dal tocco con­temporaneo della mano dell’artista. La ricerca artistica di Marika Saonari è basata sul bisogno di rappresentazione del mondo che la circonda e del quotidiano in maniera anticonvenzionale e insolita, scavando oltre la superficie visibile all’immaginario collettivo.

Jolanda Spagno spinge costantemente l’osservatore ad interrogarsi sulla certezza delle sue facoltà percettive munendo l’opera di un dispositivo suo proprio, tematico e materiale, volto a disfare l’univocità della narrazione: figure androgine di ineffabile bellezza e magistrale disegno si duplicano in un dubbio esasperato dall’uso della lente olf, applicata alla carta o alla tela. Ma, distillato dal ricchissimo patrimonio visivo e dall’intenso immaginario dell’artista, un ritratto evocante un celebre dipinto femminile – la Muta -,  posto in dittico con l’immagine di una lamiera rugginosa, ribalta il suo mistero e dirige i rimandi all’irrefutabile del dolore femminile, ad una consapevolezza definitiva, che origina la definitività di una scelta: lo scatto fugace impresso dall’artificio ottico è una parola che sprigiona e immediatamente si ritira, in chiusa e tassativa coscienza dell’impossibile intendimento con l’altro. La ruggine dell’oggetto eroso dal mare, cifra della densa rilettura, prende il posto di una distanza, in questa rappresentazione impossibile di un legame.

DOPPIO UGUALE è un progetto promosso dal MAW – Laboratorio d’arte Men Art Work, spazio indipendente no profit che promuove le poetiche e i linguaggi dell’arte contemporanea. Nato nel 2014, il suo nome rende omaggio al progetto della galleria che si

configura non solo come spazio espositivo ma come luogo di ricerca, incontro, produzione, dove si possano sviluppare sinergie artistiche ed emozionali.

doppio-uguale-loc

INFO

DOPPIO UGUALE
Performance e opere di Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo, Marika Saonari, Jolanda Spagno
A cura di Italia Gualtieri

Inaugurazione: 27 novembre 2016 ore 11.00

Dal 27 novembre al 3 dicembre 2016
Orari di visita: tutti i giorni 10.30/12/30 – 17.00/20.00

Spazio MAW Via Morrone, 71 – 67039 Sulmona (AQ)

Spazio MAW
Via Morrone, 71 – 67039 Sulmona (AQ)
Associazione culturale MAW Men – Art – Work Laboratorio d’arte
www.mawlab.org  info@mawlab.org  tel 3314210191

 

*Comunicato stampa

Primo amore – Matteo Garrone #film

amore, cinema, Donne, film, Narcisismo

Nel giorno di San Valentino Sky Cinema Cult ha deciso di avviare Amori strani,  un ciclo di film costituito da una selezione titoli dedicati a temi vari di attualità, da mandare proprio in questo giorno, quando buona parte delle persone ricorda di avere una compagna/o nella solitudine del proprio fianco. Il cuore del lavoro è un discorso sui concetti di ossessione e possessione, argomenti, questi, che viaggiano a braccetto nelle ultime storie di cronaca e in tutti gli appassionati spettatori di Franca Leosini trasmessi su Rai 3. Non si tratta di un progetto recente, ma datato 2004. La sua intensità permette di capire come dietro ogni paura ci possa essere una voragine inquietante derivante da problemi irrisolti con la propria famiglia. L’incappare nella persona sbagliata, dei suoi condizionamenti, puo’ portare a una tragica fine. La questione toccata è la storia di un uomo completamente assorbito dalla solitudine della malattia, una deviazione patologica di natura psicologica che lo porterà a conquistare una donna che diverrà suo unico bersaglio. L’unico essere umano a non abbandonarlo, su cui egli riverserà  frustrazioni e i condizionamenti insuperati di una vita.
E’ molto duro, a tratti sfiancante, e non va suggerito a chi soffre di ansia.
Entrambi gli interpreti spettacolari (Vitaliano Trevisan, Michela Cescon)

primoamore_garrone

 

Amore criminale

artisti, attualità, comunicazione, Narcisismo, televisione, vita

Per la prima volta ho guardato su Rai 3 un programma di cui ho sempre sentito parlare, mai visto, perché spesso si pensa che certe situazioni non possano mai capitare a te che vuoi risparmiarti le angosce.
Amore Criminale ha attratto la mia attenzione quando nella striscia pubblicitaria lanciata a mezza sera sono stati utilizzati questi termini: “Gli alti, biondi, occhi chiari, di solito, sono uomini affascinanti ma risultano dei grandi manipolatori”.
Non potevo non sentirmi coinvolta. Ho parlato tante volte di narcisismo in questo blog, delle ferite procurate, di come mi sono difesa e ho rialzato la testa con tutta forza.
La storia dei protagonisti della puntata raccontava di una giovane donna che aveva avuto nella sua crescita enormi problemi di autostima, l’anoressia l’aveva coinvolta, la sua mancanza di fiducia nei confronti di se stessa l’aveva portata a scegliere un compagno con forti tendenze al controllo. Un personaggio reale, con una professione comune, lavoratore nell’arma dei carabinieri.
Una storia tragica, come si può immaginare, finita con la morte di lei completamente devastata, uccisa a martellate dal suo compagno quando lei ha scelto di riprendersi la sua vita andandosene di casa.
Tralasciando certi dettagli che sembrano quasi ovvi per una narrazione criminale, la cosa più assurda che si notava dai racconti è stata la azione autoritaria di chi lei aveva scelto di amare, con la quale lui aveva anche deciso di avere dei figli.
Per farla breve, nella lista dei comportamenti sbagliati, mantenuti da lui, c’era il dominio mentale, il controllo monetario –  di ogni introito economico – di lei, l’allontanamento della famiglia di origine, la possibilità di sentenziare sul corpo di lei tanto da condurla da un chirurgo plastico per farsi aumentare la taglia del seno, perché a lui piacevano quelle con le tette grandi.
Il peggiore di tutti credo sia stato quando lui si è permesso di dire a lei, dopo un tentativo di riavvicinamento intimo, che faceva schifo, che era meglio avere rapporti con uno zerbino.
Mi sono molto indurita nel sentire tutto il racconto. Il senso di superiorità di un uomo verso una donna è  stato oggetto di una situazione professionale che ho vissuto anche io in questo ultimo anno. Mi sono sentita ancora più forte, sentendo, ma completamente cosciente di quanto questi meccanismi in personalità deboli possano instillare germi che portano al proprio disfacimento per opera di un altro.
Tra le tante cose che ho dovuto subire, ricordo una chiamata al telefono dove mi è stata pronunciata questa frase “per fortuna che hai incontrato me, altrimenti con un altra persona avresti rischiato male”. Ci sono frasi indelebili nella mente, ero a Bologna sotto ArteFiera, una chiamata lunghissima dove mi sono sentita dire qualsiasi cosa, anche la più impensabile, quelle che non si possono davvero immaginare su di una persona che fino a quel momento si, aveva avuto degli scatti nervosi nella nostra collaborazione, ma arrivare alle minacce no mai, mai fatto prima. Non me lo aspettavo, non me lo sarei mai aspettata, almeno con me. Avevo avuto con lui un rapporto sincero, davvero sincero, ho sempre spiegato e motivato le mie azioni. Le ho sempre poste in primo piano prima di ogni un passo che facevo, sempre per rispetto del mio interlocutore. Ho chiesto chiarezza e risposte, non le ho avute, mai, almeno alle domande importanti. In cambio giudizi, come il personaggio descritto sopra. Un sentenziare sulla vita degli altri senza richiesta. Delle sberle psicologiche scagliate con ripicca e negazione.
Mi sono data molto tempo per riflettere, elaborare cose non mie, sputate per rabbia repressa su situazioni che non si ha il coraggio di affrontare per propria irresponsabilità. Quel senso di vuoto è  stato atroce, e solo le persone che erano con me sanno cosa ho provato, vissuto. Una sensazione assurda. Come se qualcuno avesse scosso il mio cervello ficcandoci dentro una mano rovistandolo con dita aguzze. Non avevo ancora approfondito gli studi sul narcisismo, non riuscivo ancora a capire nulla, di cosa fosse e di come possa indurre alla morte perché si introietta nell’altro un qualcosa che ti fa sentire inspiegabilmente sbagliata. Il buonsenso mi ha portato dopo un mese a dire al soggetto interessato che lo perdonavo. Tutta quella rabbia che mi era stata gettata addosso non era mia, era sua, di problemi di un mondo non mio, del quale non so, e non sapevo nulla, se non la superficie che ho potuto intuire facendo dei collegamenti di studio. E’ un artista e l’opera parla, come anche gli articoli e i materiali lasciati in giro, quelli che possono supportarti e aiutarti nel farti fare due più due sul processo creativo e di vissuto degli altri. Sono una persona molto diretta, il fare critico mi dice di andare al cuore della situazione e risolvere la questione portando avanti il problema, subito. Trovo il modo di far capire con leggerezza dov’è l’inghippo perché è mio dovere professionale far crescere gli artisti .Il problema in questa occasione è stato l’errore di cedere in fiducia, offrire una possibilità. Sono un essere umano, sbaglio anche io, e stavolta ho fallito agendo in supporto, andando verso chi non dovevo portare sul mio vissuto, solo perché c’era un progetto grosso che riguardava me, con lui protagonista, di mezzo. Non era mio compito farlo. Ci sono cose che nascono talmente velocemente e alle quali non si può dare risposta perché inspiegabili tanto i ritmi intensi. Così è successo il peggio. Addirittura il tentativo di condizionare le persone a me care riversando su di loro cose che non mi appartengono minimamente, il tutto per paura, ripeto: dominio e controllo, ansia.
Chi mi conosce mi tutela. E’ questo e’ avvenuto. La solitudine emotiva gioca brutti scherzi. I traditi, coloro che rinunciano a loro stessi per sogni idilliaci di successo (gli illusi, i vanitosi, i presuntuosi) se non si fanno aiutare da chi gli crede veramente, o da uno specialista, fanno danni atroci, devastano le persone anche in situazioni comuni come prendere un caffè al bar. Davvero, non so cosa si inneschi nelle loro menti, cosa faccia partire l’embolo, non mi riguarda e non faccio la terapeuta, ma qualcosa in questi processi malati di disgregazione deve necessariamente partire, altrimenti non si spiega nulla.
Domenica scorsa, ad esempio, una mia cara amica che lavora in una pasticceria ha visto (vissuto) una scena raccapricciante accaduta proprio dentro il locale presso cui lavora. C’era una coppia sulla quantacinquina a consumare cose, erano tranquilli a chiacchierare, due amici senza malizia, di colpo è entrato uno che ha iniziato a sbraitare contro di lei, picchiare l’altro, lanciare sedie di ferro contro chi era in quel momento cliente normale di una pasticceria in un giorno di festa. Ora, tralasciando il fatto di quanto lui fosse imbecille, cosa voleva dimostrare? che la amava? che se faceva dei feriti lei non tornava da lui? Bel modo di amare. Questo non è voler bene a una persona, ma possederla, trattarla come un oggetto non offrendogli margini di scelta, asfissiandola fino alla noia, riducendola in frantumi. A questo punto se lui avesse avuto una pistola cosa avrebbe fatto? Un massacro. Avrebbe ammazzato tutti? I tempi di Shakespeare sono finiti da un pezzo, le tragedie possono essere evitate. Al posto di chiedere aiuto si aggredisce chi ha creduto nell’altro. Colui che da bello e bravo è divenuto improvvisamente un mostro perché ha scelto di tutelarsi e difendersi. Non è facile parlare di queste cose, lo so, ammettere la natura dei propri problemi, le mancanze, ma per rispetto di se stessi bisogna trovare coraggio. Le vittime, siano esse femmine o maschi (il narcisismo femminile esiste ed è marcato anche tra le amicizie), va combattuto. È un lungo processo di risanamento verso quei comportamenti sbagliati che si adottano per proiezioni altrui (genitori violenti, persone negative, fidanzati/e passive). Bisogna difendere la vita a tutti i costi perche’ ne abbiamo una e soltanto una. Ci sono tanti centri antiviolenza che mettono a disposizione i loro numeri, lo fanno gratuitamente prestando ascolto. Ci sono molti forum di discussione online che supportano le vittime come anche tanta letteratura. La vita è umiltà, il resto è solo prevaricazione e incapacità. La vendetta non esiste, la giustizia sì.
È l’una, ci saranno errori di digitazione, e mi sono dilungata troppo, ma era dovuto, soprattutto per le testimonianze che posso offrire.

La bicicletta verde – Haifaa Al Mansour

cinema, cultura, film

La bicicletta verde è una commedia vista lunedì scorso in occasione di una serata dedicata ad Amnesty International.

Si tratta di un prodotto girato dalla prima regista donna d’Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour, che compie una narrazione visiva dedicata a una bambina – quasi adolescente – che cresce in un’area territoriale dove alle donne non è permesso fare nulla.

Ci troviamo di fronte a un lavoro con pochi elementi da considerare; molto lontano dalla nostra tradizione culturale, che lo rende interessante, ma allo stesso tempo non facile da accettare. Si esce dalla sala cinematografica inondati da un carico di lontananza che rende l’intera pellicola, per così dire, pesante, nonostante la sferzante l’ironia.

Ho scelto di scrivere dopo una settimana, poiché ritengo che è esso merita di essere metabolizzato con tutta la responsabilità del caso.

L’elemento che mi ha colpito di più è il canto riservato alla preghiera. Mi ha riportato a un film che ho descritto diversi mesi fa (Fill the void/La sposa promessa), che trattava la stessa visione integralista religiosa in modo rispettoso, di venerazione, nonostante tutti gli aspetti di censura, cancellazione delle identità e usurpazione della dignità umana, che spesso sono associate a quella visione fallocentrica del mondo, soprattutto in ambiente mediorientale.

La bicicletta verde è un lungometraggio presentato al Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti lo scorso settembre, e ha come protagoniste una madre e una figlia, in una visione quasi liberale del mondo, da un punto di vista interno – nel senso casalingo del termine -, mentre l’esterno, è fatto di regole precise: mancati sguardi, accettazione di situazioni che farebbero rabbrividire e reagire una sana femmina occidentalizzata nel modo peggiore possibile, se costretta a vivere condizioni di vita simili.

Come da titolo, l’oggetto di accettazione e riscatto è proprio questo mezzo di locuzione, che diventa un’arma di sfida con un ragazzino della sua stessa età; simbolo di una scuola rigidissima – vicina (veramente) alla nostra epoca medioevale; sostanza verso un futuro migliore, lontano da quello della propria genitrice, succube di un marito incapace di accettare una donna che non le abbia dato un figlio maschio.

Rivolgo questo consiglio alle anime più sensibili a questi temi. Se cercate un film che vi distragga, non è certo al caso vostro, ma se capita di avere dei momenti in cui è necessario riflettere, anche sullo stato della propria persona, può essere un buon punto d’inizio, di un’analisi, di ricognizione e riconsiderazione della propria posizione, soprattutto di donna, ai nostri giorni.

Teaser: