Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, olio su tela (82x114 cm), 1885, Museo Van Gogh di Amsterdam (web)

Fontamara – Ignazio Silone #libri #mondadori #pointofview [#recensioni]

attualità, cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri, politica, quotidiani, Studiare, viaggi

Quando ero adolescente avevo il vizio maledetto lasciarmi pilotare nei gusti da artisti che stimavo. Si creava una concatenazione di acquisti impressionante che collegava libri e musica per la maggior parte dei casi ispirata dall’incontro/scontro di copertine e testi.

Quella stessa magia è arrivata con Ignazio Silone, accaduta mentre visionavo un video curato da Francesco Paolucci intitolato Sulle tracce di Fontamara. La sua regia offre un’immagine equilibrata ai sentieri descritti dall’autore nel 1930. Ha raccontato, in breve – secondo il mio punto di vista – caratteristiche di un Abruzzo che ha un potenziale enorme nella costruzione di valore turistico. Un’apertura integrata che vira alla accoglienza sotto un’altra chiave interpretativa: la conoscenza letteraria. Ha messo al centro le risorse naturali della montagna, la sua gente, partendo da possibilità alternative che possono offrire risvolti nella creazione di percorsi, servizi e strutture, mantenendo inalterata l’identità del racconto e quello della sua terra.

 

 

Fontamara (Mondadori, 1949) è un testo che ho letto quando ero ragazzina. Avevo dimenticato il suo contenuto. Dopo la visione ho sentito la necessità di sfogliarlo di nuovo. Nella mente era rimasta una brutta etichettatura di quei protagonisti cafoni che oggi sento miei nella più totale radicalità. Ripercorrere le pagine ha significato trovare una rassicurazione, e permesso di riscoprire cose rimosse o mai memorizzate .

Ignazio Silone è nato qui, in provincia di L’Aquila, dove ha perso i suoi genitori nel terremoto del 1915, costretto a una vita che lo ha messo a dura prova. Ha partecipato alle lotte contadine e operaie. Ha ricoperto importanti cariche nel Partito Socialista e in quello Comunista. E’ stato costretto a fuggire in Svizzera per salvarsi dalla polizia di regime. Il suo impegno politico ha visto un ripensamento quando lo Stalinismo conquistava consensi e potere. Da quel momento ha abbandonato il partito e trasformato la sua percezione delle cose in una forza che si è riversata nella letteratura attraverso la denuncia in un’azione dal grande valore morale.

Fontamara è il simbolo del suo percorso; un testo che ha avuto un enorme successo, tradotto e distribuito in più lingue nei paesi più poveri del terzo mondo. La sua storia nasce da una finzione-testimonianza quando si presentano alla porta dell’autore tre fontamaresi che raccontano, a loro modo, quello che era accaduto in questa porzione di territorio abruzzese. Persone che rappresentano tutto e tutti, senza confini, perché fame, tempo, sopruso e menzogna, non hanno linee tracciate, non si schierano solo nella adesione a una bandiera, non si comprendono se gli strumenti del dialogare non sono gli stessi, della medesima portata, tra in chi ha vissuto determinate esperienze e chi le ha solo ascoltate senza attraversarle in prima persona.

Silone è portavoce di un popolo che conosce, che gli appartiene, del quale comprende le sfumature linguistiche e che osserva da lontano grazie alla memoria. Ha un quadro chiaro della Storia e dei suoi accadimenti, rende i villani protagonisti per la prima volta nella letteratura italiana e dichiara:

Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna, che della città, è ora un termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.

Nel 1930 è scritta una bomba ad orologeria che irrompe e mostra il potere della lotta tra pari, una guerra tra chi si dichiara di appartenere a una divisa e chi, tra ignoranza e presa in giro, si salva nella fratellanza nonostante la piega degli eventi e dei torti subiti. Ogni singolo frammento è dotato di uno spazio di riflessione che trattiene il lettore saldo alla fedeltà della pagina. La stesura in prima persona trasporta in dinamiche che iniziano dall’analfabetismo all’imbroglio, passano per la giustizia, la religione, l’egoismo, la connivenza tra poteri e individui.

Oggi è il 18 maggio 2017. Nel 2009 è iniziata una frammentazione spaventosa del Centro Italia che ha visto in 8 anni incrementare ed estendere una crepa che ha abbracciato più regioni vicine, quasi fraterne seppur diverse tra loro per mille peculiarità. Una redistribuzione geopolitica spaventosa, nel cuore della prima grande crisi economica del ventunesimo secolo.

Che cosa hanno in comune tutte queste storie?
Che significato ha un libro come Fontamara nella nostra contemporaneità?

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989 ph. Amalia Temperini

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989
http://amzn.to/2nIKv1g

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La prima opera che vidi a Londra, alla Tate, diversi anni fa. Untitled 1979 by Jannis Kounellis

#JannisKounellis

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, cultura, danza, fotografia, mostre, musica, politica, quotidiani, viaggi

La prima opera che vidi a Londra, alla Tate, diversi anni fa.

Untitled 1979 by
Jannis Kounellis

Untitled 1979 Jannis Kounellis born 1936 Purchased 1983 http://www.tate.org.uk/art/work/T03796
fonte

CONDUIT di Antonio Zappone #arte #mostre #pointofview [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, cultura, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

E’ già passata una settimana dalla fine della mostra Conduit di Antonio Zappone alla Galleria Cesare Manzo di Pescara, dove la rappresentazione e il riconoscimento sono stati i due temi portanti evidenziati e accompagnati dal testo critico a cura di Giacinto Di Pietrantonio.

Si è trattato di un progetto in cui la dimensione fotografica, pittorica, scultorea e relazionale, ha incontrato una azione di gioco performativo strutturato in diversi step, dove la cancellazione ha assunto un tono di sfocatura che ha permesso il compimento effettivo dell’incontro distante tra testo e immagine, e la sua riuscita attraverso il classico meccanismo contemporaneo di appartenenza concettuale.

Il dubbio che rimane dopo aver visionato opere e allestimento è se la intenzione dell’artista sia stata di ricercare una verità nell’immagine (un significato in più) o rimanere immobile a contemplare in devozione ciò che lui ha pensato. I termini impressi dal pubblico che ha interagito coi lavori, gli spunti offerti, gli elementi di stimolo, nel rapportarsi alle pitture, hanno fatto da cornice, guidato – o condizionato – nei momenti di passaggio e fruizione dei singoli lavori.

La dimensione ludica creata ha attutito una sorta di atto iconoclasta che si è rivelato con la strutturazione di un nascondimento dell’immagine originale: un doppio strato la cui base ha visto protagonista una stampa dedicata a una scultura su cui si è compiuto un gesto pittorico, di deformazione, fluido e in continuo movimento.

Antonio Zappone sembra aver lavorato in una condizione di immersione, come se i suoi quadri fossero nati in una camera oscura nel processo di sviluppo analogico nel momento in cui la pellicola entra in contatto coi solventi; quando una fotografia si trova a prendere una identità, una connotazione, che in questo caso è rimasta aperta a (e dai) commenti degli osservatori attraverso una parola scritta, ingessata sulle pareti.

La mostra è stata un pentagramma/prigione dove il pensiero collettivo si è accorato a una musicalità influenzata da effetti insospettabili, rotture e rumori, drammaticità e ironia, che restituiscono narrazioni, ambientazioni e percezioni presenti, ma assenti nell’atto di generazione, rivelando quanto siamo inconsciamente sottoposti al potere delle immagini, alla mancanza di un ascolto che ci accomuna e diversifica tutti, stabilendo al maestro orchestrante punti di ispirazione su cui riflettere, totalmente diversi rispetto alla idea concepita in partenza, e pronti per stendere nuove campiture per nuove partiture.

 

Antonio Zappone
CONDUIT

Testo critico di Giacinto Di Pietrantonio

Inaugurazione:
Sabato 26 Novembre 2016 ore 18.30
Fine mostra:  8 dicembre 2016

Galleria Cesare Manzo
 Via Galileo Galilei 42 – Pescara

Articolo blog a cura di Amalia Temperini
Ph. credit Amalia Temperini e Galleria Cesare Manzo

 

 

Alessandro Calizza, Global Warning - Atene Brucia - 200x290 - acrilic spray and charcoal on canvas - 2016

SNUBADDICTED STUDIO di Alessandro Calizza apre al pubblico, 18 dicembre, San Lorenzo – Roma #arte #savethedate #openstudio #capricchia [#solidarietà]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, mostre, turismo, viaggi

SNUBADDICTED STUDIO
di Alessandro Calizza
apre al pubblico

Domenica 18 dicembre 2016, ore 17

 San Lorenzo – Roma

Come ogni anno nel giorno del suo compleanno Calizza organizza un evento presso il suo studio-casa di via dei Marsi a San Lorenzo. Quest’anno però, oltre che per presentare le sue nuove opere, c’è una motivazione ben più importante: una raccolta fondi a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto. La famiglia dell’artista infatti è originaria di una frazione di Amatrice, Capricchia, e insieme all’intera comunità sta collaborando all’acquisto di quanto necessario a garantire il benessere dei residenti che non hanno voluto abbandonare la loro terra e la loro vita. Alcuni moduli abitativi sono già stati acquistati ma c’è ancora tanto da fare, per questo la decisione di devolvere il 50% del ricavato delle vendite di domenica 18 dicembre a Capricchia e alle sue famiglie.

Per ARTQUAKE oltre alle opere presentate recentemente al MLAC (Museo Laboratorio Di Arte Contemporanea di Roma) e quelle mai esposte a Roma realizzate per la sua ultima personale “Global Warning” alla Galleria Il Canovaccio di Terni, saranno in mostra una cinquantina tra disegni, studi, multipli e piccoli dipinti e sculture eccezionalmente in vendita al prezzo di 30 euro, ben lontano dalle quotazioni usuali.

Il lavoro di Alessandro Calizza è da sempre strettamente legato a riflessioni profonde sul nostro tempo e sulla realtà che viviamo ogni giorno e mai come in questa occasione l’arte può essere vettore, oltre che di importanti suggestioni, di cambiamento e di un aiuto concreto a favore di chi si è visto portare via la propria vita nell’arco di pochi minuti.

Il ricavato della serata sarà devoluto a CAPRICCHIA NEL CUORE, comitato formatosi per poter sostenere Capricchia e i suoi abitanti.

Pagina facebook con ulteriori informazioni su Capricchia, il Comitato ed i suoi scopi:  https://www.facebook.com/CapricchiaNelCuore/?fref=ts


Servizio di Repubblica TV su Capricchia:


https://www.facebook.com/capricchia2/?fref=ts


Per seguire l’evento su facebook:


https://www.facebook.com/events/1770439409885276/

 


Alessandro Calizza , nato nel 1983, vive e lavora a Roma. I suoi lavori sono stati esposti in numerose città italiane ed all’estero e in questi ultimi anni diverse testate giornalistiche e televisive hanno parlato del suo lavoro, tra cui ad esempio TG2 Insieme (due volte ospite in trasmissione), Repubblica.it, Trovaroma di Repubblica, Il Messaggero, Telegramme, Le petit Bleu, Insideart, Artribune, Eos Arte,Organiconcrete, Artnoise, Art HUB, La Nouvelle Vogue, Daily Storm e altri. Tra le esposizioni personali che ha realizzato durante il suo percorso ci sono ad esempio DON’T LET THEM CATCH US, curata da Carlotta Monteverde e realizzata in collaborazione con Takeawaygallery, CARNE FRESCA, presso la Mondo Bizzarro Gallery di Roma e GLOBAL WARNING, la sua personale presso la Galleria Il Canovaccio di Terni. Per quel che riguarda i progetti collettivi invece da sottolineare SURREALITY SHOW a cura di Julie Kogler, I LORO DESIDERI HANNO LA FORMA DELLE NUVOLE a cura di Takeawaygallery, NO(W) REGRETS tenutasi al MLAC(Museo Laboratorio di Arte contemporanea), prima esposizione del progetto ULTRA che lo vede protagonista assieme a Cristiano Carotti, Desiderio e Marco Piantoni. Ha preso parte poi a importanti collettive che hanno riunito artisti internazionali come WAITING FOR THE MOON a cura della NERO Gallery e ANY GIVEN BOOK, realizzata dalla White Noise Gallery, con cui ha partecipato anche all’Affordable Art Fair Milano a marzo 2015. Vincitore del Premio Speciale del Concorso Arte Per Oggi indetto da Windosr&Newton, Lefranc Burgeois e Poggi ha preso parte ad una residenza d’artista di 3 mesi in Francia. Altre residenze d’artista per cui è stato selezionato sono il FESTIVAL ALTERAZIONI 2014, al Castello di Arcidosso e la residenza a cura di Lori Adragna Project Room presso il Casale dei Cedrati di Roma, nel dicembre 2015. Dal 2014 è attivo anche come scenografo realizzando scenografie per diverse compagnie teatrali, con spettacoli andati in scena in diverse città italiane tra cui Roma (teatro dell’orologio, Teatro Petrolini, Teatro Belli), Todi (Todi Festival), Civitavecchia, Ostia, Napoli ed altre.


INFO

ARTQUAKE – ALESSANDRO CALIZZA
OPEN STUDIO a sostegno della comunità di Capricchia, frazione di Amatrice colpita dal terremoto

Domenica 18 dicembre 2016 ore 17.00
SNUBADDICTED STUDIO
Via dei Marsi 19 – San Lorenzo – Roma

info: acalizza@gmail.com

tel: +39.328.7022171

Comunica_Desidera_di Roberta Melasecca (logo)

Press Office
Roberta Melasecca Architect/Editor/Pr

349.4945612
roberta.melasecca@gmail.com
robertamelasecca.wordpress.com

DOPPIO UGUALE - Festival ControViolenza, 27 novembre, Spazio MAW - Sulmona (AQ)

DOPPIO UGUALE – Festival ControViolenza, 27 novembre, Spazio MAW – Sulmona (AQ) #savethedate #arte #vernissage [#mostre]

amore, arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, cultura, Donne, mostre, Narcisismo, salute e psicologia

DOPPIO UGUALE

Performance e opere di:
Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo,
Marika Saonari, Jolanda Spagno

A cura di Italia Gualtieri

INAUGURAZIONE  DOMENICA 27 NOVEMBRE ORE 11.00

 @ SPAZIO MAW,
Sulmona (AQ)

 

Domenica 27 novembre 2016, alle ore 11, Spazio MAW inaugura DOPPIO UGUALE, performance e opere di Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo, Marika Saonari, Jolanda Spagno a cura di Italia Gualtieri, all’interno del Festival ControViolenza – Le Giornate della Consapevolezza, organizzato dall’associazione La Diosa.

Ispirato al significato e alla suggestione del simbolo matematico, il progetto mette a confronto cinque artiste ed un artista tra i più rappresentativi di vari linguaggi espressivi della scena contemporanea italiana sul tema del genere e del duale, nella sua ampiezza di sensi e di connessioni con il pensiero, la metafora, i vissuti.

“Il doppio uguale è la misura di una relazione, la verifica di una corrispondenza spinta al risultato assoluto: vero o falso. Inoltrandosi nel territorio “insicuro” della dicotomia, gli artisti si confrontano con le categorie femminile/maschile testando la validità di un’uguaglianza desiderata.” (Italia Gualtieri)

L’azione presentata da Emanuela Barbi e Franco Fiorillo  è un gioco a due volto ad innescare una  sintonia comunicativa. I due artisti sono seduti di fronte ai rispettivi bicchieri riempiti di liquido rosso collocati su un tavolo-postazione: inumidendo i polpastrelli nel liquido, frizionano l’orlo del bicchiere con moto costante e rotatorio ottenendo ciascuno una vibrazione sonora di frequenza vicina ma differente che l’uno  proverà ad accordare alla frequenza dell’altro, nella ricerca dell’uguale vibrazione, fino al raggiungimento della sovrapposizione dei due suoni, il “battimento”, culmine dell’azione.

Il carattere performativo dell’esperienza viene poi sviluppato dai fruitori, i quali sono invitati a replicare il gioco di coppia portando a compimento quella relazionalità del lavoro che è tratto costante della produzione dei due artisti, mossa da un bisogno di sentimento – orientato ad ogni creatura vivente, agli spazi, ai luoghi –  e da un valore di protezione annesso all’arte contro le distonìe del reale.

Il lavoro di Lea Contestabile è un viaggio alla  ricerca della propria casa, del proprio paese, della propria identità. Odori, sapori, giochi, animali, silenzi, modalità di lavoro femminile sono riportati alla luce attraverso foto, ricordi, piccoli oggetti mai dimenticati composti alla maniera di offerte votive, preghiere per ricomporre distanze, fratture, differenze. L’artista si mette in gioco esponendo il proprio vissuto, sperimentando attraverso l’arte la possibilità di trasformare il dolore, la paura della malattia, della violenza nella capacità di ricucire e tradurre in positivo non solo fisicamente le ferite subite. La fragilità emotiva delle opere e la solidale complicità con il mondo femminile trova una corrispondenza nella scelta dei materiali utilizzati e nelle tecniche di realizzazione: fili, cuciti, plastiche trasparenti, teli tessuti da donne del   paese, garze, cerotti.

Libertà e curiosità caratterizzano il lavoro di Antonella Di Girolamo, fotografa free-lance impegnata nell’editoria e nel reportage. Libertà di esprimere il proprio sguardo in maniera totalmente indipendente a partire da un bisogno personale; curiosità perché la fotografia è il suo “alibi” per avvicinarsi a differenti mondi che ama e che ha scelto di raccontare, fuori da retorica e convenzioni: i più fragili, i giovani, gli anziani, l’universo femminile.

Un fatto di cronaca è occasione di un doppio “scatto” diverso, nato per liberare il dolore irrisolto di una foto-documento: nella sospesa atmosfera di un perfetto still-life, l’enorme guscio di un uovo-ventre rosato invade lo spazio nero di un universo senza luce. Ma il guscio è spezzato da una terribile crepa, una frattura che taglia in due chi la guarda; che spacca percorsi, utopie. Pure, ogni metà rimane composta e trasla la sua integrità nell’immagine speculare di un intero: uovo-vita, uovo-mistero, uovo istanza di fecondità ancora una volta affermata… La costruzione fotografica è catarsi e rigenerazione esistenziale.

Il lavoro presentato da Marika Saonari è parte di un progetto volto alla realizzazione di diverse situazioni in cui donne provenien­ti da vecchie fotografie degli anni ‘30, ‘40, ‘50 si fanno largo in un mondo prevalentemente maschile e ritrovano, in modo ironico, un’autorevolezza e un potere che non era concesso a quei tempi. La tecnica usata nella creazione è una tecnica mista: antiche fotografie ritrovate in soffitte, mercatini e vecchie scatole dimenticate si uniscono a ricami leggeri e geometrici. La scelta della fotografia vernacolare (fotografia di natura familiare per eccellenza) è necessaria per raccontare un evento passato in concomitanza con l’intervento del ricamo dal tocco con­temporaneo della mano dell’artista. La ricerca artistica di Marika Saonari è basata sul bisogno di rappresentazione del mondo che la circonda e del quotidiano in maniera anticonvenzionale e insolita, scavando oltre la superficie visibile all’immaginario collettivo.

Jolanda Spagno spinge costantemente l’osservatore ad interrogarsi sulla certezza delle sue facoltà percettive munendo l’opera di un dispositivo suo proprio, tematico e materiale, volto a disfare l’univocità della narrazione: figure androgine di ineffabile bellezza e magistrale disegno si duplicano in un dubbio esasperato dall’uso della lente olf, applicata alla carta o alla tela. Ma, distillato dal ricchissimo patrimonio visivo e dall’intenso immaginario dell’artista, un ritratto evocante un celebre dipinto femminile – la Muta -,  posto in dittico con l’immagine di una lamiera rugginosa, ribalta il suo mistero e dirige i rimandi all’irrefutabile del dolore femminile, ad una consapevolezza definitiva, che origina la definitività di una scelta: lo scatto fugace impresso dall’artificio ottico è una parola che sprigiona e immediatamente si ritira, in chiusa e tassativa coscienza dell’impossibile intendimento con l’altro. La ruggine dell’oggetto eroso dal mare, cifra della densa rilettura, prende il posto di una distanza, in questa rappresentazione impossibile di un legame.

DOPPIO UGUALE è un progetto promosso dal MAW – Laboratorio d’arte Men Art Work, spazio indipendente no profit che promuove le poetiche e i linguaggi dell’arte contemporanea. Nato nel 2014, il suo nome rende omaggio al progetto della galleria che si

configura non solo come spazio espositivo ma come luogo di ricerca, incontro, produzione, dove si possano sviluppare sinergie artistiche ed emozionali.

doppio-uguale-loc

INFO

DOPPIO UGUALE
Performance e opere di Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo, Marika Saonari, Jolanda Spagno
A cura di Italia Gualtieri

Inaugurazione: 27 novembre 2016 ore 11.00

Dal 27 novembre al 3 dicembre 2016
Orari di visita: tutti i giorni 10.30/12/30 – 17.00/20.00

Spazio MAW Via Morrone, 71 – 67039 Sulmona (AQ)

Spazio MAW
Via Morrone, 71 – 67039 Sulmona (AQ)
Associazione culturale MAW Men – Art – Work Laboratorio d’arte
www.mawlab.org  info@mawlab.org  tel 3314210191

 

*Comunicato stampa

Victor Manuel Fernàndez, Ossessione – Noia #libri #spiritualità [#letture]

cultura, filosofia, leggere, libri, salute e psicologia, spiritualità

Questo giovedì non ho grandi cose da raccontare. Mi sto offrendo tempo per affrontare situazioni nuove, attive per le prossime settimane.

Non mi piace che la pagina rimanga vuota, e tra gli esercizi di lettura presi nei mesi scorsi ho avuto la possibilità di leggere argomenti legati alla spiritualità. Due brevi volumi acquistati mentre facevo una passeggiata tra i monti in un bookshop di un santuario non distante dalle zone in cui vivo.  Si tratta di pratiche di concentrazione dedite al benessere e alla propria persona; entrambi pubblicati dalle Edizioni San Paolo nel 2016, hanno come autore il teologo argentino Victor Manuel Fernàndez, Rettore e docente di teologia morale e teologia biblica presso la pontificia Università Cattolica Argentina.  Sono 12 i testi di questa serie, periodici incentrati su varie riflessioni e raggiungibili per pochi euro (4, 90 cadauno).

Per me ho scelto l’ossessione e la noia.
L’impostazione è tutta votata alla vicinanza a Dio e al raggiungimento di esso tramite preghiera e raccoglimento – questo non toglie, che depauperata del suo potere di condizionamento, non siano buoni elementi da cui partire per affrontare le proprie paure in una chiave atea e distaccata.

Nel primo caso, per spezzare il ritmo di una ossessione, assieme alla vanità e al controllo da un pensiero fisso, tra i tanti esercizi suggeriti, si consiglia di imitare gli animali. Ad esempio, ho iniziato con un’amica a irrompere la monotonia imitando il muggire: farsi mucca, all’improvviso, nei contesti peggiori, con un’ironia che disintegra tutto grazie a una propria risata che coinvolge gli altri. Attraverso questo meccanismo si disintegra ogni forma di autocensura/punizione e si stampa un sorriso in viso difficile da abbandonare.

Sulla noia, invece, ci sono analisi sulle inquietudini e la tecnichedi respirazione per alleviarla e ripartire.

Sono testi pratici e veloci, niente di trascendentale. L’impostazione è rivolta a un avvivinamento al Signore, ma se si è reticenti come me, basta immaginare la vostra vita o la persona che più amate, anche il cane (o qualsiasi altra forma esistente a cui siete legati in natura) per sentirvi in pace e scavare nell’anima.

Victor Manuel Fernàndez,
Ossessioni. Liberati dalle idee fisse,
Noia. Lotta contro gli effetti della routine,
Edizioni San Paolo, 2016.

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À. Heller Z. Baumann, La bellezza (non) salverà il mondo #recensione #libri #letture #riflessioni [#pointfoview]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, filosofia, letteratura, politica, tecnologia

Da un po’ di tempo vedo risorse nella storia del pensiero in una parte mondo invasa dalle più grandi ideologie contemporanee novecentesche, soprattutto quella venuta giù col crollo del Muro di Berlino (1989). Sono convinta che il disturbo proveniente dal comunismo sia una della barbarie da cui partire per indagare, e ogni volta che penso a questo momento affiorano alla mente passaggi di Gustav Herling, quando racconta dei calci dati, di notte, alle porte delle vittime racchiuse nei gulag sovietici, per opera dalle sentinelle russe. Condizioni descritte dall’atroce narrativa di quel libro che è Un mondo a parte (Feltrinelli, 2010).

La bellezza (non) non salverà il mondo è un dialogo avvenuto a Bolzano. Un saggio breve che trae i suoi punti di vista sulle culture internazionali all’interno di un progetto intitolato I dialoghi della pace. I protagonisti di questo incontro del 2014 sono due personalità che hanno attraversato il Novecento con lungimiranza: Àgnes Heller (Budapest, 1929) tra i massimi esponenti della filosofia bulgara e Zygmunt Baumann (Poznan, 1929) noto sociologo polacco.

Il testo ha una introduzione che amplifica molto bene i punti trattati: il primo è il concetto di sublimazione. La chiave interpretativa è data secondo significati aperti  e scissi tra impostazioni differenti nei concetti di autolesionismo  (Sigmund Freud) e interruzione di una ripetizione (Jacques Lacan). Si parte da qui per evidenziare due linee distinte di indagine: una salvifica (Heller) l’altra distopica (Bauman).  Si parla di foglioline impazzite: semi in cui la gioventù dei nostri giorni è disorientata; incapace di una visione progettuale/politica nel lungo periodo. Persone che occupano le piazze a sciami, e come tali disperdono. Spingere in modo perentorio su questo versante vuol dire accostarsi alla soglia del kitsch e alla decadenza. La soluzione sarebbe quella di spezzare la catena di una dipendenza ossessiva, ma per questo occorre solo volontà.  Tra gli esempi citati dagli autori esiste un riferimento al Faust di Wolfgang Goethe, in cui il protagonista per salvarsi dal suicidio rinnega le parole del sigillo instaurato col diavolo.

Da Heller a Bauman si cambia posizione. Lo studioso polacco si focalizza verso l’asprezza di pensiero che rappresenta la nostra società: la distopia*.Si parte dal concetto di bellezza scisso tra naturale e generato dall’uomo (artista/artigiano) e pone un quesito fondamentale: le arti impressionano o cercano di impressionare?

Mi chiedo, come si faccia a stimare un lungo periodo nell’epoca della velocità, quale sia il suo metro di riferimento. Per poter capire bisogna tener conto di cosa? economia? innovazione? tecnologia? mutamenti sociali? il concetto stesso di maturità? gli specchi? Se la caduta delle ideologie novecentesche ha generato una tempesta, fatto crollare tutti gli elementi partecipativi delle rivoluzioni/manifesto degli anni ’60/’70, oggi, cosa rimane? Se cerco di guardare i gruppi di combattenti imperiosi delle sinistre, la realtà che si presenta ai miei occhi è di un raduno di persone che si abbandonano seguendo un sogno utopico di progetto comune, solitudini che si incrociano nel desiderio per illudersi e sbranarsi una volta arrivati alla meta. Una bruttura, senza precedenti, che fa riflettere molto su tre concetti cui tengo molto: responsabilità, condivisione e partecipazione. La vita politica odierna sembra come l’opera strategica di Christo sul Lago d’Iseo (The floating pierce): vedo, vado, ma non so dove. La perdita di un cardine, la mancanza di una stella di riferimento, pur sapendo che la Polare è lì. Si avverte una forte dispersione, quello che potrebbe essere identificato come azzeramento confine? o è il superamento di un limite?
Per poter stabilire un giudizio di gusto/appartenenza a qualcosa, dovrei, dobbiamo, dovremmo, avere dei criteri di fiducia costruiti in canoni. E se il canone è in crisi?
Si sta vivendo un momento in cui sta avvenendo un cambio di percezione attraverso i segmenti di virtualità e la messa in discussione di un codice di ordine rinascimentale. Si pensi alle arti visive, al semplice atto di usare la matita per rappresentare. Oggi, quella stessa matita, diventa dito su schermo toccato.

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare?

Michelangelo Buonarroti, La creazione di Adamo, 1511, affresco - cappella Sistina, Roma (immagine presa dal web)

Che cosa hanno in comune questi due modi di rappresentare con il comunismo?

Buona lettura.

Àgnes Heller
Zygmunt Baumann,
La bellezza (non) salverà il mondo,
Casa editrice Il Margine, Trento, 2016

hellerbauman1

 

W.I.P. di Amalia Temperini, volutamente senza fonti.
Scritto in sala, a penna poi digitalizzato tra il 2 e il sei ottobre 2016.
Ri – organizzato in web.

Valentina Colella …e poi accadde il bianco! #arte #mostre [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, mostre, recensioni arte, videoarte

Sabato 17 settembre ho partecipato al vernissage della mostra a cura di Vittoria Biasi…e dopo accadde il bianco!” di Valentina Colella (Sulmona, 1984).

Ospitata al Museo Laboratorio di Città Sant’Angelo (PE) fino al 25 settembre scorso, ha un percorso che chiude una fase di lavori importanti che segna la vita dell’artista, sviluppato su tre tappe che anticipano una residenza a Cape Town, in Sudafrica, per il Progetto ARP promosso dal Centro Luigi Di Sarro di Roma.

“… e dopo accadde il bianco!” è un ordine intimo racchiuso in silenzio. Cammino, storia narrata, che ribalta, recupera un senso, una pausa, attraverso una creazione resa possibile da una serie di slanci, di osservazioni maturate nei punti color fucsia, tipici e identificativi dell’artista.

La mostra sembra svilupparsi in due sezioni: dal caos alla presa di coscienza, con uno sguardo amplificato e costruito in totale movimento. Stacco e scatto, in questa ricerca, si sposano a una forte componente minimale, ossessiva, numerata, votata alla necessità di rivelazione. Una ricomposizione, un addio, una sepoltura che passa da accumuli a cumuli di tele, fogli e pietre, alla organizzazione degli stessi in modo maniacale, in una volontà di ripartenza nel mettere fine a una condizione di assenza. Il materiale si ricompone in testi, libri, pagine, che mimetizzano e coordinano l’argomento portante di tutta l’esposizione: il volo.

Analisi e unità, scavate in memoria, tessute in connessioni reali in un dialogo contemporaneo tra tecniche differenti, superano limiti, reti e confini, e da un territorio di origine si innestano in una virtualità sensoriale estesaindefinita.

L’artista compone e assembla una quiete armonica che accompagna in audio il volgere del tempo; i tempi di fruizione e dedizione con cui ha realizzato i singoli interventi sono strutturati come se la natura fosse nutrimento e certezza, durata in suono, suo radicamento (#, 2015, video 4’38” ).

L’allestimento ha punti di forza nella comprensione del tema, ma nel camminamento è stato lasciato un disegno di una poiana posta verso l’alto situata nel penultimo varco di accesso alle stanze del museo (Attesa, 2016, disegno su carta, 100 x 70 cm). Debole nel tratto, rispetto all’intera proposta, offre una fragilità discorsiva libera da presunzione.

L’anima di Valentina Colella si fa testimone di una disillusione amplificata, circolare, raggiunge una sintesi concettuale netta nel mix di videoarte e installazione con l’opera – 3 ore 21′ 11″ (2016, video 5’09”).

La mostra raggiungerà nei prossimi giorni l’Istituto Italiano di Cultura a Colonia, in Germania, per poi tornare in Abruzzo, dove completerà il suo corso al Museo Regionale dell’Emigrante “Pascale D’Angelo”, nel comune di Introdacqua (AQ).

 

… e dopo accadde il bianco!
di Valentina Colella
a cura di Vittoria Biasi

17 -25 settembre 2016

Museo Laboratorio – ex Manifattura Tabacchi, 
Vico lupinato 1, 65013, Città sant’Angelo (PE)

Coordinamento:

Enzo De Leonibus

www.valentinacolella.com

www.museolaboratorio.org

Photo credit:
Luciano Onza

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Roberta Melasecca Architect/Editor/Pr

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Caterina Venturini, L'anno Breve (Rizzoli, 2016) - immagine presa dal web

L’anno breve di Caterina Venturini #rizzoli #book #libri #letture [#recensione]

attualità, cultura, Donne, leggere, letteratura, libri, Narcisismo, salute e psicologia, vita

Dopo il terremoto ero un terreno fertile pronto ad accogliere nuove cose, vive. Ho deciso di intraprendere la lettura di un libro che avevo da tempo comprato, sfogliato, ma da sempre indecisa nell’affrontarlo. Le cose ti chiamano; così nasce l’incontro con L’anno breve di Caterina Venturini (Rizzoli, 2016). Un romanzo importante, completo da ogni punto di vista. Un testo che abbraccia temi contemporanei che sembrano non far parte della nostra vita, dettagli che omettiamo per paura, la vera importanza, per incapacità o volontà.

Ida Ragone è una insegnante che a un certo punto della sua carriera decide di accogliere la sua maturità. Lo fa intraprendendo un percorso duro, di sacrificio, nel quale attraversa la sua esistenza grazie all’aiuto di giovani studenti, bambini, malati terminali, in un reparto di ospedale di una Roma raccontata in frammenti di passaggio. La protagonista ripercorre la sua esistenza grazie a loro aiuto, rivivendo le sue fasi di crisi, facendo la somma degli accadimenti legati al suo mondo: nei rimossi, nell’insostenibile capacità di prendere in mano le cose e chiudere capitoli. Capitoli che prendono vita soprattutto grazie alle scelte letterarie che sottopone ai suoi studenti. Si tratta di una letteratura selezionata, mirata, che restituisce dignità alla sua funzione primaria: quella di essere oggetto di riflessione e critica verso se stessi, il proprio tempo, in una dimensione di immedesimazione nella costruzione della propria coscienza, nel rifiuto, più che una conoscenza impartita, inculcata, in un’aula di una qualunque scuola, di una università o  tra le mura di una casa che sfrutta lo strumento del sapere per creare distinzioni, muri, tra un noi e un voi, senza avvertire l’urgenza e la sussistenza di un principio di ribellione.

La storia raccoglie e scandaglia la vita in sequenze narrative organizzate in stagioni, anni, persone, malattie, casi, pensieri che si rincorrono l’un l’altro in capitoli brevi, quasi dei tagli di riflessione che cambiano identità secondo un flusso scostante, incasinato di movimenti e connessioni; attimi cruciali, traumi, pronti a far cambiar strada poiché mostrano la crudeltà della verità e dell’ammissione.

La Storia, intesa come periodo e contesto, invece, è parte integrante che narra la crisi e il fallimento di un ideale; la scusa, la giustificazione, nella quale ci si rinchiude per non guardare oltre, quello che si sta vivendo in una situazione che da pubblica diventa privata. Nascondere la vera realtà, iniziare ad avvertire il disagio, la frustrazione di una ferita narcisistica che si vuole sanare a tutti i costi, ma che condiziona consciamente o inconsciamente ogni singolo passo.

L’anno breve è un libro sulla scelta e sul tradimento, il ritorno; la caduta e la risalita, la morte di una ideologia, sulla menzogna, sulla vergogna del non essere adatti, sempre pronti; l’amicizia, sull’invidia, il cinismo, sul senso di colpa, l’abbandono del proprio controllo, la cura e la gratitudine. Gli altri. E’ un volume fatto per associazioni più che immagini. Sancisce una fine, mostra un risultato di un cammino. Ha una struttura circolare che dice: nasciamo da un punto, torniamo a quel punto, cambiando prospettiva di sguardo, lottando tra personaggi.

 

<<Ma lo sa che sto Jacopòrtis comincia a piacermi?>>
<<Perché?>>
<<Perché ce l’ha con tutti.>>
<<Ah.>>
<<L’unica cosa che vorrei dirgli a Jacopo è: non pensare che se tu ti ammazzi, loro cambiano […] >>


Caterina Venturini, L'anno Breve (Rizzoli, 2016) - immagine presa dal web

“L’estate non comincia mai nella torre”.

olanda (Da web)

Olanda, dopo un anno #pensiero #riflessione [#arte]

arte, artisti, mostre, turismo, viaggi

Lo scorso anno, quando feci quel piccolo viaggio in Olanda, decidemmo di inserire al volo L’Aia, andare a trovare a casa La ragazza dall’orecchio di perla di Veermer al Mauritshuis Museum, dopo aver fatto il pieno di arte contemporanea a Rotterdam.
La fortuna di quel periodo è stata la seguente: trovare le opere della Frick Collection di New York a disposizione nelle aree del museo incluse nel prezzo del biglietto. Rimasi colpita da questa opera di Jean-Auguste-Dominique Ingres, Comtesse d’Haussonville (1845). Non ne sapevo nulla, non so nulla di questo lavoro. Passai molto velocemente da lì, in verità, perché entrare in città, da una stazione minore, fu da spavento; vedere quel lato olandese dopo un’immensa perfezione fu capire cio’ che una ragazza di Utrecht mi aveva sempre detto, di quanto i problemi sociali fossero vivi, di quanto astio ci fossero tra le diverse comunità emigrate in quelle aree; volevamo andare via prima che facesse buio.
Rimasi colpita da pochissime cose del dipinto di Ingres: la supponenza fastidiosa di una donna che aspetta e ti guarda scrutandoti; la firma in basso a destra; il riflesso delle spalle che smonta totalmente la presunta superbia, non so come definirla, della giovane donna. Il rosso, vanità, splendente del fiocco poggiato sui capelli, frontale, la corrispondenza dei papaveri in basso, anche loro riflessi dallo specchio. In questo lavoro ho visto in un colpo solo la vecchiaia. Ho capito che Vermeer era il meno potente tra i due, nel dire, in questo confronto lontano, collocato in uno stesso luogo; di lui ho apprezzato le nuvole fedeli alla sua terra; avevo trovato le stesse a Delft, come la luce, dove ero di base ospitata.
Questioni di collezionismo, pubblicità e autenticità, cambiamento di percezione che dal vivo assume tutto un altro sapore.
Fortune.

 

 

The floating piers Christo e Jeanne - Claude Fino al tre luglio @Lago d'Iseo presa da: https://mincioedintorni.com/

The Floating Piers – Christo e Jeanne-Claude #pointofview [riflessione, opinione ]

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, cultura, eventi, fotografia, letteratura, recensioni arte, turismo, viaggi, vita

Ci sto riflettendo ancora; non sono sicura di essere del tutto convinta di quello che sta accadendo con l’opera di Christo e Jeanne-Claude, The Floating Piers, realizzata sul Lago d’Iseo, in Lombardia, inaugurata il 18 giugno scorso, ma penso, in maniera del tutto franca, diverse cose:

a) è un progetto reale,
b) gratuito (almeno per la parte che stanno spingendo sui media)
c) accessibile,
d) immediato.
e) compiuto.

Riflette totalmente il suo tempo, e in quanto tale, surriscalda le menti di ognuno. Quello che noto in maniera lampante è che la gente, in buona parte, non si indigna, ma aderisce. La differenza sostanziale, rispetto al Novecento è questa: prima ci si innervosiva per un oggetto comune preso in prestito dalla grande industria, simbolo di un periodo (ruota di bicicletta, orinatoio/fontana –  Marcel Duchamp/paradosso), oggi, si va, nel richiamo della natura e dell’amore con la scusa (manipolatoria) della partecipazione e della condivisione, per esserne totalmente protagonisti, attraverso il ricordo di una foto che finirà sui social, in un archivio, e che metterà l’opera/l’idea, al centro della banalità (Andy Warhol), a supporto della nostra immagine personale. Un evento collettivo focalizzato sulla nostra centralità individuale.

Una fine, un tratto, una linea di congiunzione: la morte dell’immagine concessa tramite un’opera, e in una azione artistica, che riporta in discussione la tradizione, racchiusa in un canone concreto e tangibile, identificabile, in un azzeramento radicale, valido per una o più epoche, ma che sta abbandonando le sue fondamenta rinascimentali, in favore di una nuova dimensione che passa da reale a virtuale. Un cambiamento di percezione, il grado xerox della cultura (Jean Baudrillard); un quadro in pieno squilibrio/fallimento; una richiesta definitiva di rinascita/riappropriazione del ruolo della critica.

Nei bozzetti preparatori di The floating piers (galleria ufficiale) si trova un rimando netto alle tonalità, agli spazi raccontati in pittura, a fine ottocento, da Edvard Much (Disperazione/Angoscia/L’Urlo), trasformati in un progetto reale pensato in divenire video – fotografico – virtuale, su un camminamento passerella che rappresenta un passaggio per volontà di Christo. Dal racconto di un pittore, allo story telling autonarrato.  Dall’ego al we-go (Jerome Bruner).

A tutto questo aggiungo che sono d’accordo su diverse opinioni. La prima è quella di Valentina Bernabei rilasciata su Repubblica – riflessione che mette in parallelo l’azione dell’artista bulgaro con quella avvenuta a Zurigo nella performance di Maurizio Cattelan, poi, le dichiarazioni del professor Pierluigi Sacco, il quale ha captato il senso che ne potrebbe scaturire dal risultato mediatico: quel ripercuotersi sulle nostri condizioni economiche e territoriali, da parte di amministrazioni e operatori, che,  non guardando all’unicità del progetto sviluppato sul Lago d’Iseo, mirano a un versante preciso: l’imitazione (il senso di inferiorità/riproducibilità/richiamo/evento/soldi).

La svalutazione delle idee in competizione in favore di una gara.

Is this so contemporary?
Or

Per saperne di più:

The floating piers
Christo e Jeanne – Claude
Fino al tre luglio
@Lago d’Iseo

http://www.thefloatingpiers.com/

#Walking and #Dancing

cultura, danza, musica

Quando impari a camminare

acquisisci sempre un ritmo crescente.