Girl Boss #serietv [#recensione]

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In questa estate un po’ strana, dopo una lunga pausa dalla scrittura, ho deciso di fare un abbonamento a Netflix. Sono entrata in un cataclisma continuo di serie tv che mi hanno riassorbito di brutto, e la prima di cui voglio parlare è Girl Boss.

La protagonista è una ragazza di 23 anni abbandonata dalla madre, un vissuto fallimentare e una vita da schifo. Il suo obiettivo è rilanciarsi nel mercato del lavoro con una attività senza regole, inventata dopo fortissime incazzature e trasformare la propria impossibilità in energia irruenta e rivoluzionaria.

Girl Boss, frame da serie, Netflix, 2017

Tutto è ambientato nel 2006, quando YouTube non era al top, i forum erano attivi e e-bay funzionava alla grande. La città è San Francisco, vissuta in un’epoca legata ai Machintosh, un attimo prima della deriva social, quando gli sms avevano un valore di attesa senza la spunta di visualizzazione e la ribellione passava da un senso di moda che aveva un significato di rottura, personalità fuori dagli schemi.

La serie ha un impianto che abbandona l’idea politica di femminismo, affronta l’impegno con poche parole, un senso di realizzazione con molti fatti. Il suo focus è nel superare una feroce crisi esistenziale per trasformare quello che si è e in ciò che si vuole, ma anche tornare alla vera natura.

I alcuni tratti mi ha ricordato Joy, il film del 2015, con Jennifer Lawrence, Robert De Niro e Bradley Cooper.

La storia di Sophia è una accaduta realmente e ispirata ai fatti descritti da un libro di semi autobiografico intitolato #GirlBoss a firma di Sophia Amoruso. Tra i produttori compare anche il nome di Charlize Theron.

A me è piaciuta. Semplice, efficacie, per niente pretenziosa o paranoica, molto costruttiva.

Chi l’ha vista?

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Politica, #fakenews e #community [#attualità]

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Il Corriere della Sera riporta una notizia importante per il mondo della comunicazione. Si tratta di un articolo firmato da Martina Pennisi intitolato: Così Facebook segnalerà le fake news durante le elezioni. Si legge che la campagna elettorale italiana sarà monitorata da alcuni organi superiori che medieranno e controlleranno i toni e la qualità delle notizie dedicate agli utenti. Si aggiunge che questi supervisori si attiveranno al massimo nel contribuire a un dibattito di qualità con la cancellazione di identità e notizie false. Le indagini hanno il dovere di risalire alle fonti di distribuzione e ridurre la loro visibilità. Si tratta di una sperimentazione effettuata in altri Stati che ha sollevato dibattiti e inchieste tutt’ora in corso in molti paesi del mondo.

Sono dati che emergono anche dall’incontro in streaming avuto al Quirinale domenica 28 gennaio. Un appuntamento che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alcuni creators emersi della rete.

Si immagini un nonno che dialoga con dei nipoti. Una persona nata nel 1941 che parla a dei giovani quasi adulti arrivati quarant’anni dopo. Chi ha vissuto in una comunità reale e sperimenta assieme a dei ragazzi la community virtuale.

Lo schermo televisivo è entrato nelle nostre case nel 1954. Fino a pochi anni fa l’interazione coi telespettatori era scarsa. La TV è passata da generalista a multicanale. Questo ha favorito la possibilità di scegliere in contenuti più adatti alla propria persona. Con Internet nel 1997 si sono ampliate le possibilità, e con Youtube, dal 2005, si è innescato un sistema di approcci che ha posto al centro una stretta relazione tra persona comune e utente comune.

Sulla base di questa unione di immedesimazioni sono cambiate le regole del mercato nella vendita di prodotti e sullo sviluppo di figure professionali mirate. Il web 2.0 è stato uno strumento che ha ridotto il potere a chi prima costruiva in modo unico e esclusivo il valore di una marca. Per questo motivo si è passati dai testimonial nella pubblicità (Mike Bongiorno – Grappa Bocchino / Nino Manfredi – Lavazza /Pippo Baudo – Caffè Kimbo) a una moltitudine influencer sul web. (Chiara Ferragni – The Blond Salad/ The Jackal / Fatto in casa da Benedetta / Clio – Clio Make-up).

In quest’ottica il Presidente Mattarella ha accolto i giovani professionisti e ha ascoltato le loro richieste sulla necessità di un regolamento che sia valido per tutti. Importante per creare assieme una rassicurazione nella condivisione dei contenuti per il rispetto degli interlocutori.

In un modo differente, legato a due ambiti diversi (Facebook – Quirinale), si arriva ad argomenti comuni su cui riflettere. Si può dire che si sta manifestando un bisogno che è una richiesta di sicurezza?In effetti, se ci si sofferma a pensare a come si monitorano gli episodi di bullismo legati alla politica e nei confronti di chi ha trovato un mestiere in una via alternativa, si rimane amareggiati. Esiste davvero l’invidia per chi è riuscito a farcela o tutto questo odio è paura, senso di smarrimento e solitudine?

Da quando ho tolto Facebook ho notato che le relazioni importanti sono rimaste le stesse di sempre negli anni. Instagram è noioso perché ho necessità di leggere più che di ragionare per immagini. Amo Twitter perché più veloce. Per tutti questi motivi ho da anni un blog nato da Splinder ed emigrato su WordPress dal 2012.

Quale è il vostro rapporto coi social network e internet? È possibile, secondo voi, stabilire una linea educativa che permetta di unire due mondi paralleli legati alla nostra e unica vita senza fare del male a chi magari esprime solo una posizione su vari argomenti?

Mi piacerebbe soffermarmi a leggere un vostro commento, grazie. 💕

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Lunedì 6 febbraio, Presa diretta #popolarità #televisione #riflessione [#web]

cultura, giovedì, salute e psicologia, televisione, vita

Lunedì 6 febbraio ho avuto modo di vedere la puntata di Presa diretta su Rai 3 dedicata in due momenti al tema del web e delle tecnologie. L’uso e l’abuso commerciale, i pro e i contro di un mondo parallelo dove ci si trova a introiettare e proiettare le nostre cose, paure, felicità, esasperazioni che riflettono l’immagine di una società che non tollera più nulla, soprattutto la sofferenza. Una parte di persone si rifugia in meccanismi rischiosi di protezione, scegliendo di stare dalla parte del divertimento più sfrenato o nella paranoia più totale, secondo il tipo di solitudine che si vuole adottare. (Raiplay)

Nel post [#Silenzio] scritto alcuni giorni fa riflettevo, aprivo un primo sfogo su questo argomento: sul fastidio che ho quando sono sui social network. Un esempio è la soglia di tolleranza che supera il limite quando avverto che per esistere bisogna dimostrare di essere sempre al top, pronti, darsi un tono, magari attraverso l’uso smoderato della fotografia o di un video. Dimostrare al mondo che schiacciando le opinioni degli altri con sospetto o inganno si merita di avere più valore, come se non ci fosse posto per tutti nel fare una riflessione utile, da condividere, senza l’intromissione dell’impostura.

L’asfissia modellata in certe situazioni è estenuante, rende me insofferente perché il condizionamento involontario che si subisce fornisce elementi in più alla vita, strati non utili a un normale decorso, come se noi tutti non uscissimo per fare la spesa, non lavorassimo, non avessimo contatti con gli altri esseri umani, ci scordassimo di una normalità fatta di aria, acqua, terra, fuoco, perché siamo – secondo il nostro punto di vista – diversi, nel piantarsi su facebook (nella vita e sul web in genere) per solo fatto di apparire, comparire o postare. È come se ci stessimo creando – o fossimo creati – un mito, una situazione esatta: quella in cui permettiamo al nostro io – vero e autentico – di essere un’altra entità, e abbandonarci, annullarci, col nostro nome e cognome, all’inesistente. Questa non è una delle componenti della letteratura? di quegli autori che forgiano un personaggio che si presenterà come indimenticabile e segnerà, magari, l’identità di un libro o di un film per lungo tempo, nella storia, la nostra memoria? Perché dovrei immergermi nella vita del mio vicino e trovare un riscontro assurdo nella realtà mentre getta la spazzatura al mio stesso orario?

Presa diretta ha realizzato un focus concentrandosi sugli adolescenti autolesionisti, a esempi positivi di ricostruzione di una identità, ai centri attivi in Italia per tutelare la propria natura di essere umano, lontano dalla rete, con l’aiuto di persone che offrono ascolto per riprendere in mano quello che abbiamo scordato: che internet è uno strumento, e che la storia di ognuno di noi è unica perché ci contraddistingue dagli altri, perché nulla puo’ essere controllato o calcolato, se non il fatto di essere nati in un momento X e vivere.

Sono d’accordo quando si mette l’accento sui ragazzi che in un modo o nell’altro cercano una via di sfogo, una libera formazione, un’attenzione; un modo per comunicare la ribellione, un disagio a cui va data la possibilità di risoluzione. Esiste, e deve esistere, un’alternativa per non guardare cio’ che fa male, ma non è l’unica possibilità. Non lo è se questo esula da tutto, non vale se si sostituisce la paura di affrontarsi, non vale se è quella che serve a immergersi per conoscersi, se si costringe se stessi al rifiuto del non guardarsi nel profondo convinti di punire gli altri col silenzio o l’anonimato trasformato in presenza fisica.

Se io che sono un utente comune apro una qualsiasi pagina social mi accorgo del numero di adulti maggiore rispetto a gruppi di ragazzini, sono io che devo chiedermi i motivi per i quali esiste questa assenza. Loro cambiano strategia, devono trovare nuove vie di irruzione per essere scorretti per farsi beccare, perché vogliono essere visti e abbracciati con questo giochino. In molti casi rimango stupita dall’immaturità che un individuo di età avanzata ostenta senza rendersi conto, dei modi incontrollati che si hanno nel mostrarsi senza ricordare che il figlio è sulla sua lista amici, e magari frequentano gli stessi posti (bar, discoteche) o si sentono dei loro amici ai quali confidare tutto. A volte provo un profondo senso di umiliazione, e penso che questa estenuante presenza sia un impedimento di espressione, una sorta di superamento di una zona rossa, minata già da altri fattori ambientali, vissuti fuori dal contesto casalingo. Si ha una tendenza a giustificare qualsiasi cosa e si impongono regole senza averle applicate per primi sulla propria pelle, offrendo un esempio che in pratica si traduce in mancanza di coerenza. In un passaggio del programma c’è un padre alla fiera del videogame che racconta di come il figlio, un bambino di 4-5 anni, sia per circa quattro ore davanti a una consolle. Possibile che non ci siano alternative di gioco? un contatto diretto? un freno?
Se io voglio un gelato e mi madre mi gonfia offrendone 14 di tutti i tipi ogni volta che pronuncio quella parola, anzi, prima che addirittura io la vada a pensare, mi ha fatto vincere un capriccio e io l’ho schiacciata nel suo ruolo guida. Da bambino ho vinto, ma da padre o madre e da maestro siamo sicuri? Mi sembra che tutto questo sia il presupposto derivante dalla condizione di benessere che ci siamo costruiti osservando modelli di comportamento non legati alla nostra tradizione, per tirare in ballo un argomento a caso. L’illusione di essere medio borghesi quando siamo in un paese a caratterizzazione contadina. La mia indole è votata alle sane litigate fatte con l’amichetto dell’asilo incontrato al parco, a quel bambino che all’improvviso diventa mio fedele spalando la sabbia sulla spiaggia perché bisogna scoprire un tesoro nascosto, oppure prendere con lui un pokemon assieme in pubblica piazza. Mi sembra che in molti casi abbiamo scordato di come il contatto con la natura sia fonte primaria di relazione, dimenticato di quanto sia fondamentale la presa di posizione nel portare a termine un compito. Sembra tutto cristallizzato e immobile.

Agisco.

Rudolf Arnehim – Pensiero Visuale

arte, comunicazione, leggere, libri, Studiare, Università

Giravo per web alla ricerca di libri scontati e a pochi euro ho preso un testo brevissimo nel quale è insito parte del pensiero di Rudolf Arheim –  primo docente di psicologia dell’arte presso la Harvard University, conosciuto soprattutto per i suoi lavori dedicati al cinema. Costellato da numerosi esempi, Pensiero visuale, getta le proprie basi nel contenuto delle immagini, le quali, secondo il suo parere, sono costituite da un’idea di fondo che dice che per poter riconoscerle dobbiamo averle interiorizzate. Rintracciare i caratteri familiari, saper identificarli per poi trasformarli.

Non tutti sono capaci di applicare questa condizione, poiché in molti non si premurano di curare le proprie potenzialità, evolvere per concentrarsi su qualcosa da costruire. E’ più facile fare riferimento a un modello da imitare che impegnarsi a cambiare. Buona parte di questo processo è dato da un pensiero medioevale che ha condizionato l’immagine attraverso l’uso della parola scritta, il testo.

Elaborare, riconoscere, mutare come principio statico più che plasmare un oggetto per poi appiattirne l’identità, e distruggerlo nella ripetizione. Il lavoro sulla ricerca della percezione è quindi stato sottovalutato nel momento in cui ci è concentrati sui metodi di ricerca scientifici, quando l’arte è divenuta un oggetto a supporto decorativo e di piacere.

Prescindendo dalla attenzione dell’autore, molti sono gli studiosi che si trovano a rivalutare il potere delle immagini come nuovo campo del sapere, e credo sia uno dei dati importanti per una crescita superiore e di avanzamento dell’intera storia dell’arte.
Buona lettura

 

Youtuber: #pepperchocolate84

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Seguo questa youtuber – Pepperchocolate84 – da tanto tempo. Mi è sempre interessato il meccanismo che costruisce quando viaggia o quando le capita di parlare di mostre, poiché ha un atteggiamento molto pop nell’affrontarle in maniera leggera. Penso sia scaltra, e le cose che propone con quella modalità (trucchi, abiti, cibo) siano usate in maniera molto efficace e veloce. Non condivido molte cose di lei, delle scelte che fa, ma è la sua vita e il suo modo di lavorare, poiché lontani dal mio punto di vista. Ha saputo sfruttare le sue risorse per costruire il proprio mondo con un mezzo innovativo che le permette di fare cio’ che vuole, di vivere degnamente la propria esistenza rispettando il tempo che vive.
Nel discorso che compie in questo video che proporrò, mi trovo totalmente d’accordo, non in relazione a quanto lei faccia o svolga, ma piuttosto su quanto io applichi questo comportamento spesso nella mia vita. La scelta, il giusto valore alle cose e alle persone, la dignità, i soldi come mezzo, internet e i social come strumento.
Rispetto ad altre, le tantissime che sono online, ha compiuto un gesto positivo che le attirerà molti fastidi, sarà tacciata di ipocrisia e altre cose di una noia mortale.
Quello che dice è giusto: la distanza va mantenuta su tutto.
Possiamo ascoltarla o no, possiamo riflettere su quello che dice, possiamo criticarla costruttivamente, possiamo invidiarla. Se ha le spalle forti, le nostre chiacchiere le scivoleranno addosso come giusto sia, poiché porta avanti i suoi sogni.
Molti utenti non tengono conto dei fenomeni che attraversano il web, e non so se lei sia conosciuta in altri contesti (giornali, tv) – non seguo tutto quello che fa – ma ha un segmento di pubblico forte che le permette di incrementare i suoi guadagni che lei ripaga col suo impegno.
Pensiamo a Benedetta Parodi, lei, attraverso le sue ricette ha costruito un impero mediatico. Con l’aiuto di chi? Di tutti noi che le abbiamo spedito i gli ingredienti da miscelare in uno studio televisivo, nel quale si stipulano per la sua fattibilità accordi pubblicitari, inseriti spesso tra una pausa e l’altra, che le fanno aumentare la possibilità di investimento in relazione ai tempi del suo programma, perché noi telespettatori siamo lì che acquistiamo determinati prodotti, posizionati davanti ai nostri occhi, in ogni secondo utile al commercio.
Che differenza c’è tra le due? Nessuna.
Lavorano entrambe, ognuno col proprio scopo: farlo al meglio, guadagnare per stare bene, ottenere credibilità e visibilità per nuove opportunità.
Le loro non sono le uniche professioni al mondo. La notorietà non si ottiene solo attraverso la messa in esposizione del proprio corpo e del proprio messaggio.
Anche noi,
in piccolo, con le nostre forze, possiamo tirare fuori qualcosa di buono e concreto gettandoci in altri ambiti. Dovremmo imparare a mantenere il distacco non facendoci condizionare dai risultati degli altri, puntare piuttosto a farci un esame di coscienza ogni volta che proviamo un briciolo di invidia, uccidendoci in paranoie imitative, che derivano da modelli comportamentali indotti, di cui, secondo me, non abbiamo proprio bisogno.

Di notte, a fine novembre

amore, cani, vita

Mi chiedo che cosa non mi permetta di dormire stanotte. Non sono tornata tardissimo ieri sera. L’aperitivo si è prolungato in un doppio giro. Conoscenze nuove, risate leggere, per me, fuori contesto rispetto al mio solito ambiente. È un bene ci siano le rotture. Quelle grandi però, dove recuperi il senso delle cose e vedi in trasparenza i segmenti delle sfumature che si stanno risanando dopo un po’ di tempo. Mi sento ancora molto offesa nella mia dignità di donna e di essere umano. A volte ho dei sentori di rabbia che controllo veicolando in cose costruttive. Quando finisci la serata rimani quasi sempre in macchina per terminare un tempo che non si vuole accettare, ma che devi abbandonare. Ti accorgi, chiacchierando, di come, in realtà, tutto sia rarefatto. Sotto quella Chiesa, a fine novembre, le luci di Natale erano piatte, identiche ai pali che emettono la luce gialla che si riversa nelle nostre membra quando attraversi le grandi città. Non so cosa sto scrivendo. È qualcosa che sto cercando di elaborare poiché vivo dentro. Anche il cane sospira ai miei piedi cercando di capire perché mi sono alzata dal letto. Ho fatto un giro vagante di riflessione per casa.
Ho bevuto un sorso d’acqua.
È sceso con me a terra, ha seguito i miei passi nel buoio. Quando sono rientrata in camera ho acceso la luce, mi ha guardato come a dire “io sono sempre con te”.
Le ho dato una carrezzina, ha scodinzolato felice per questo piccolo gesto e si e’ rimessa a dormire.
Stasera Teramo era un fiorire di animali, corso San Giorgio non era pienissimo, alle 23 c’era solo il vuoto cosmico. Un freddo lancinante. Fortuna che avevo indossato diverse maglie.
Mi chiedo se certe notti sia solo io a provare una sensazione si incompletezza, di mancanza di elementi non dichiarati, ma soffocati o smorzati. Le cause non le so spiegare, forse ho bisogno ancora di tempo da smaltire, magari in un altro inverno giusto.
Con l’aperitivo, stasera, oltre alle solite cose servite (pizzette, crocchette, salamini, ecc.) ci hanno offerto pollo e patate e un cannelone di parmigiana ricoperto di prosciutto. Strano per un periodo Veg.
Avevamo chiesto un aperitivo fruttato alcolico, abbiamo constatato che la frutta aveva ucciso la vodka. Potrebbero essere pensieri sconnessi quelli che digito, ma hanno una loro logica.
A me sembra che siamo bloccati tutti sulla stessa scena, in una sorta di stand by dove non si riesce a premere il pulsante del telecomando per accettare di andare avanti.
Non vedi l’ora di tornare a casa tua per sentirti a rifugio. Su Rai 3 ho sentito il nesso che comunica, in termini linguistici, le parole ostaggio e ospite. Non deve essere bello essere nel mondo oggi. Nella provincia si dibatte di cellulite, nelle fabbriche, nei momenti di pausa. Ho riso di come mi raccontavano, di come sia piccola la mentalità di chi è inscatolato in un ambiente che io stimo molto. Umanamente non deve essere facile sopportare la dimensione di essere impiegato in un lavoro a catena. Apprezzano cio’ che hanno gli operai nella loro semplicità.
Leggevo di recente che le nostre sorti professionali muteranno sempre più. Ci si lamenta del cambio degli orari e di tante cose. Nel pieno dell’epoca virtuale non possiamo più ragionare in una logica di orologio che suddivide il giorno e la notte. A volte penso a come le nostre serate siano mutate dagli a
anni ottanta ad oggi. Il film del lunedì, prima, iniziava alle 21. Adesso, prima delle 21. 30, niente, se guardi la tv generalista. L’influenza dei mezzi di comunicazione ci plasma, ci rende grotteschi e morti. L’impiego professionale subisce la medesima dipartita con l’influenza del cambiamento che si riversa sulle nostre abitudini grazie a degli schermi.
Sono le 4.05 e io digito. Condivido con tutto il mondo un qualcosa che avrei potuto scrivere su un diario personale.

E’ possibile che l’invidia possa seguire le sorti una persona, mentre l’altra, la corrispondente, speculare, nutre solo amore?

E’ brutto rendersi conto di quanto l’ammirazione possa confonderci.

Digito da cellulare. Mi pizzicano gli occhi per i residui di trucco non puliti bene.
Non indosso gli occhiali.
Ho sete.
Non rileggo.
Ho anche fame.
Vorrei alzarmi a fare colazione, prendere del pane, appoggiarlo sul fuoco, inzupparlo nel latte e caffè zuccherato, tiepido.

Io ti penso.
Il pensiero si propaga.

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Netflix + Black Mirror

attualità, comunicazione, tecnologia, televisione

Avevo già sentito parlare di Netflix lo scorso anno, quando non era ancora accessibile in Italia. Non amo troppo le serie tv. Non mi piace la dipendenza che creano nella visione. È raro ne abbia seguita una da capo a piedi non sbadigliando. Ho deciso di mettermi in gioco osservando le dinamiche web, e scegliendo Black Mirror, programma/progetto web/tv andato in onda su Sky, diverso tempo fa. Più volte ho cercato di scaricare da On Demand la possibilità di visionarla, ma tutti i tentativi sono stati vani, in primis, perché mi annoio davanti alla televisione, in secundis, non c’era nessuna storia che paresse consona alle mie passioni di questo momento.

Black Mirror arriva in un periodo in cui mi trovo a leggere/studiare un saggio di un filosofo urbanista francese dedicato ai mezzi di comunicazione e alle nuove realtà digitali (Paul Virilio, La bomba informatica, 1998). E’ un volume ormai datato, imbarazzante, tanto in anticipo sui tempi che attraversiamo.

Cosa mi ha stupito della serie? La grafica. L’uso del virtuale – almeno per quanto riguarda la prima stagione. Cosa, invece, mi ha deluso? La contemporaneità, nessuna ambizione sul futuro, la visione dai toni quasi apocalittici, molto prevedibile, in una puntata – la prima – , dai toni kitsch.

pm-and-pigQuando rileggo gli appunti annotati, ciò che percepisco è legato perlopiù alla stesura delle sceneggiature. Trovo termini come: umiliazione, condanna, condizionamento, manipolazione, ossessione, nichilismo, ecc. Sulla base di questi elementi espliciti perché dovrei stupirmi o fidelizzarmi? Qual è il margine narrativo che dovrebbe spingere a sceglierla/definirla innovativa? Di tre puntate, ne ho viste due al pc e una con app dedicata, piantata su telefonino. Su quest’ultima ho trovato davvero fastidiosa l’indagine: scattava, si intoppava, saltellava, mentre guardavo e appassionavo all’intreccio.

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Ai tempi delle lezioni avanzate di Storia dei media all’universita’, l’espertismo veniva messo in evidenza da tanti studiosi, soprattutto americani, nelle ricerche post – vietnam o quelli avviati dopo l’undici settembre. Buona parte svelavano i meccanismi di costruzione di consenso in modo chiaro, tanto da risultare vecchi e banali, oggi, come il male del resto, apparentemente idilliaco nella sua perfezione, vuoto nella sua applicazione, privo di anima, dotato di castrazione e ripetizione.

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Tra le condizioni piu’ interessanti nella gestione delle componenti filmiche, considero positivo l’inserimento del narratore onnisciente, la capacità di incastonare più punti di vista incrociati, rivolti a pubblico schernitore e grottesco, collocato a spiare gli accadimenti – come un comune fruitore da casa – e assistere a cio’ che i media (gli strumenti di comunicazione) raccontano in piena contemplazione drammatica.

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Il valore di Black Mirror è nella sua capacità di aver saputo captare l’identità dello spettatore medio, reale e virtuale, e nell’aver saputo usare e dosare il riflesso come arma di proiezione, che è tutto oggi, nella finzione.

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Per curiosità, troverò le tre puntate della seconda stagione.

Comunicazione e’ marketing ?

artisti, attualità, comunicazione, cultura, eventi, Studiare, tecnologia, Università

A giorni prendo gli occhiali nuovi. Sono stata dall’ottico, e più che stare a decidere di montature e lenti, sembravo al mercato del pesce a trattare di prezzi, sconti, possibilità innovative e marketing in generale. Il ragazzo era giovane, abbastanza sveglio, preparato, e’ rimasto molto colpito dalle mie richieste dirette, decise, assertive. Ho riso molto, lui aveva gli occhi limpidi e trasmetteva molta solarità. Ha provato a fregarmi, ma abbiamo trovato la soluzione migliore – tanto i commercianti l’arte a perdere non la fanno mai, perché prenderci in giro a vicenda se si può arrivare a un compromesso?

Mi è successo questo negli ultimi tempi: non avere più voglia di inutilità, le preziosità, gli accostamenti stilistici di matrici sofisticate.
C’è da dire che sono arrivata all’essenza delle cose, l’utilità del gesto dato e ricevuto, con o senza acquisto. Il resto mi annoia.
Ho avuto sempre grandi pregiudizi per le grandi catene di acquisto. Sono da sempre una che ha fatto del libero arbitrio un’arma di difesa bella e buona. Quando mi trovo ad Ikea, per fare un esempio, entro sempre in conflitto coi box delle buste gialle, quelle messe a disposizione in ogni angolo, li odio, e mi chiedo dove siano piazzate le telecamerine che osservano i nostri comportamenti tanto che tra un po’ passo più tempo a guardare per aria che i prodotti che non mi piacciono.
Col web è venuta meno la resistenza, ahimè, scoprendo, in alcune lezioni di marketing del prodotto culturale, quanto la virtualità sia per noi sette volte più dannosa poichè ci rende esposti alla contaminazione/manipolazione rispetto a una comune pubblicità televisiva. Mi sono arresa.
Sommando le ore che ognuno di noi passa sul web, ancorati anche dai telefonini, le aziende che non si adattato alle nuove forme di comunicazione andranno a fallire nel breve periodo, poiché siamo completamente rombecilliti dalla ripetizione sponsorizzata di campagne social.
Ho seguito vari seminari a tema, on e offline, buona parte non fa altro che dire che la nostra predisposizione futura è nel visuale. In effetti basta fare un giro sui vari network per capire quanto il potenziamento dello storytelling sia raddoppiato anche per l’uso di un inutile video dedicato a un gattino.
Tra le pagine che amo di più su Facebook – che ho scoperto di recente – c’è “Tasty” – una piattaforma junk food rapida, indolore ed estremamente creativa.
Mi chiedo spesso dove il nostro tasso di infelicità possa arrivare seguendo queste vie, non deve essere facile uscire da questa gabbia virtuale, oggi. Mancare dal web vuol dire essere tagliati fuori dagli eventi. Del resto questo è il sistema dei sistemi.
Penso sia più drammatico essere tagliati fuori dalle risate che sovraesposti ed eccitati dal tasto mi piace, ricevuto e dato, ai poveri d’animo, quelli che risollevano il proprio ego aggiungendo gente su gente (possibilimente amici di amici noti), taggandosi da soli nelle proprie foto o da chi passa a osservare chi fa cosa giusto per dire “oh, metto un mi piace che almeno ho visibilità nella cerchia di chi ha più successo, così mi vedono, associano, mi contattano perché fa figo e mi sento più sollevato”.
Ho riso davvero quando mi hanno raccontato questo processo di scambio.
Leggevo proprio oggi di artisti che ripulivano il loro account per i furbi che si muovevano a questa maniera, si appropriavano dei loro contatti.

A volte mi sento un’extraterrestre in mezzo a tutto questo. Una commedia paradossale che sfocia inspiegabilmente in un crimine del quale non si riescono a spiegare in modo lucido le dinamiche. Potrei impazzirci tanto bella la diversità, la divergenza di pensiero.
A volte rido anche per quegli artisti che decidono di rimanere fuori da questi processi. Mi chiedo se siano davvero consapevoli del danno che causano a loro stessi, in primis perche’ non sperimentano l’uso dei linguaggi contemporanei in funzione della loro immagine.
Quanti hanno un ufficio stampa?
Spesse volte sento dire che tutto questo sottrae tempo al loro fare poetico o filosofico, e rido (ancora). Sono sempre on line, accidiosi come me, che lavoro concretamente con questo schifo di apparati.
I più giovani dovrebbero imparare velocemente, poiché risorsa. Negli Stati Uniti, Hans Ulrich Obrist ne ha fatto un vero progetto di analisi contemporanea su chi è nativo digitale selezionando le generazioni nate dopo il 1989. In effetti, se ci si pensa, il loro modus è nei codici digitali/virtuali.
In Italia siamo sempre sulla preistoria, però coi telefonini siamo bravi (soprattutto ad acquistarli).
Sono anche convinta del fatto che il disegno non sara’ mai abbandonato, poiché segno concreto, nato da un gesto istintivo non mediato (almeno da uno schermo fluttuante).
Penso allo spot (geniale) lanciato da Apple per il loro IPad in cui la sottigliezza del tablet era paragonata a quella di una matita. È subdolo, se ci si riflette, a come si costruisce il consenso, il bisogno che costa il triplo, quadruplo, quintuplo, di una risma di fogli A4 e matite Faber Castell messe assieme.

Si puo’ arrestare il processo di innovazione?
Mai.

Del resto qui si è oscillati in una lettura tra marketing e comunicazione che vi ha portato a vedere tutto per vostra curiosità, su un blog privato, ad accessibilità pubblica illimitata.
Rifletto su questa parte.

Sono le 01.37 . Oggi (27 ottobre) e’ il compleanno di una cara amica che vive in Germania.
Il cane russa beato. Io ho dato voce a un testo frutto di una pulsione seminotturna.
Non rileggo, scrivo da cellulare.
Potrei andare a dormire, ma azzarderei una lettura.

Una mamma (im)perfetta – Ivan Cotroneo (Corriere.it)

attualità, film, quotidiani, televisione

Da circa nove puntate il Corriere.it trasmette ogni giorno alle 13 una serie scritta da Ivan ControneoUna mamma (im)perfetta è un prodotto di alto livello, veloce, dinamico, divertente; posizionato nell’orario giusto, per un target di pubblico adatto: donne in carriera, in pausa pranzo, che arrovellano le loro menti per organizzare (anche un po’ maldestramente) la vita, con sorrisi, forza, energia e passione.

La fiction nasce on line e attraversa il web con un pensiero semplice e lineare: ricalcare le tante youtubers protagoniste delle loro maniacalità, trasformando una frustrazione in un outing consolatorio e condiviso.

Chiara ha una famiglia normale, un lavoro altrettanto ordinario, vive una città X, ha un marito e due bambini, e tutte le mattine incontra tre amiche al bar dopo aver accompagnato i figli a scuola. Ognuna di esse è diversa per carattere, cinismo, intraprendenza, amorevolezza e frustrazione. Tutte e quattro, nella stessa condizione di femmine che lottano per portare avanti un esercito di attività, sembrano non essere considerate dal mondo, in realtà sono spiate in gran segreto, da chi compie, assieme a loro, le stesse cose.
Il numero di visualizzazioni e risposte ottenute permette di capire quante, come lei, si accomunano con questo modus vivendi repentino e instancabile.

Proprio su questo ultimo dato si gioca con la finzione, si recuperano gli schemi di scrittura televisiva, si adattano all’istantaneità della rete, e si guida la puntata in uno stile educativo in cui lo spettatore si riappropria della sua identità, abbandonando la chiave narcisistica, e concentrandosi su una messinscena che ricalca quegli aspetti che contraddistinguono ognuno di noi nelle nostre solite giornate.

Buona parte di chi è davanti a un PC, in confessione, proietta il proprio fake narcisistico, quel modificato dai modelli di società che ci circondano. In questo caso, non siamo di fronte a una sorta di reality – se così si possono definire le personalità che fioriscono giorno per giorno nei social network sfruttando la loro immagine -ma una fiction pensata intuitivamente cavalcando l’odierno, con tutte le sue caratteristiche innovative.

Controneo ha saputo sfruttare e osservare a lungo questi dettagli, farli propri e lavorare su un progetto sorprendente. Se si prende in considerazione in linguaggio, ad esempio, è facile notare come sia appropriato alle nostre esigenze. Zero parolacce, zero paroloni, tutto nella regola, tutto nella normalità, finalmente senza eccessi.

Quello che contraddistingue il prodotto è il modo di rappresentare e calcare la scena attuando semplice leggerezza e ironia, inoltre ogni puntata, può essere seguita senza tenere in considerazione le altre precedenti, poiché ogni giorno si sviluppa un tema proposto come una pagina di diario, con un inizio e una fine.

Lascio il link alla prima puntata, così da poter capire di cosa sto parlando: clicca

Per comodità trovare tutta la serie, qui: clicca

Buona visione!


Girlfriend in a Coma – Emmott/Piras

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Volevo portarvi alla luce una situazione spiacevole che ha come oggetto una censura applicata al documentario Girlfriend in a coma, bandito dalle sale del MaXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo), pochi giorni fa.

Il film, di e con Bill Emmott (ex direttore dell’Economist di Londra), realizzato con l’aiuto di Annalisa Piras (film – maker e corrispondente della rivista Espresso), racconta gli ultimi anni dell’Italia, e di come, a causa di un certo fare politico,  abbia avuto il nostro paese, un declino micidiale, tanto da indurla a uno stato di immobilità totale.

Non è una novità che certi documenti scomodi vengano accantonati o censurati. Ricordiamoci che questa campagna elettorale voleva bloccare talk show di approfondimento politico o spostare addirittura le serate del Festival di Sanremo.

Lascio qui il trailer in modo che possiate capire, assieme al sito ufficiale, e ad altri link per farvi da soli un’idea, o per magari intervenire a supporto.

Sito ufficiale: clicca

La Repubblica: clicca
La Stampa: clicca (articolo firmato da Emmott)
Il Corriere della sera: clicca

Il Fatto quotidiano: clicca
Il Sole 24ore: clicca
Artribune: clicca