M. Angela Musolesi, Presidente degli esorcisti. Don Gabriele Amorth #shalom #libri [#recensione]

attualità, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, società, spiritualità, vita

Si tratta di una di quelle figure che incutono timore, persona che ho sempre ascoltato per via televisiva, ma mai letto nulla di suo.

Presidente degli esorcisti. Esperienze e delucidazioni di Don Gabriele Amorth di M. Angela Musolesi (Shalom, 2010) è un libro-intervista che introduce alla figura dell’esorcista, agli studi che occorre fare per specializzarsi, che vanno dalla conoscenza approfondita di più ambiti della cultura religiosa, alle nozioni di psichiatria.

Don Amorth nelle sue dichiarazioni parla di politica e di come sono mutati gli scenari della sua materia con la nomina di Giovanni Paolo II di come gli spiriti negativi rifiutino Papa Wojtyla. I dati riportati, invece, riguardano la mancanza di esorcisti in paesi inaspettati come la Spagna e il Portogallo, ma anche gli introiti generati da maghi e astrologi nelle regioni italiane nel 2010. Le esperienze esemplificano le diverse forme di ritualità legate al bene e al male. Si rivelano casi in cui si pratica un esorcismo, una messa nera, e come sono cambiati i loro rituali negli anni. Si comprende quanto il rito del battesimo è importante e allo stesso tempo come il termine possessione (bramosia) è capriccio egoistico che assume forme diverse con uno o più desideri inespressi.

Il testo afferma che l’inferno è solo un posto in cui si trova l’anima. È uno schema di attacchi tra Satana (o i piccoli demoni) contro la Madre di Dio e Gesù Cristo. A vincere sono gli ultimi due: chi è capace di manifestare l’essenza con il potere della autenticità. Per questo il diavolo (l’egoista, il narcisista, il manipolatore, una persona infima e di poco conto) è un incapace: una immagine illusoria e reale di chi ha una grande paura del proprio e altrui bene.

http://amzn.to/2EGte0O

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com
www.atbricolageblog.com

Seguimi su Twitter!

@atbricolageblog

Per richieste commerciali/proposte di lavoro:
atbricolageblog@gmail.com

Annunci
michelle-hunziker-nel-libro-una-vita-apparentemente-perfetta-racconta-gli-anni-piu-bui-della-sua-vita-e-l-esperienza-della-setta-3025330189[4445]x[1856]1200x500

Michelle Hunziker, Una vita apparentemente perfetta #mondadori #libro #recensione [#book]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, lavoro, leggere, libri, Narcisismo, quotidiani, salute e psicologia, società, spettacolo, spiritualità, televisione

È strano, ma ho letto questo libro, preso di getto mentre vagavo per un centro commerciale dopo aver sentito casualmente due interviste dedicate a Michelle Hunziker.

L’alcolismo e la lontananza di un padre artista sono ben descritti, e arriva chiara la sofferenza che l’ha vista andare verso l’impossibile. Il quadro che ne esce fuori è una dedica al perdono. Una resa dei conti lucida sulla relazione avuta con Eros Ramazzotti e di come i due abbiano tutelato la figlia Aurora nonostante le difficoltà attraversate come coppia.

Una vita apparentemente perfetta racconta di come la showgirl sia finita in una setta preda di un corpo di gente legata ai Guerrieri della Luce. Si parla di una condizione di manipolazione psicologica e di isolamento dove la Hunziker si è ritrovata plagiata a causa di un gruppo di persone di cui si è fidata per un problema familiare che la faceva disperdere immensamente alla ricerca di sicurezza.

Michelle Hunziker, Una vita quasi perfetta, Mondadori, 2017

La setta – una delle tante presenti in Italia –  è costituita da una rete di impostori che si diramano in ogni forma per scopi egoistici più disparati, ad esempio: far cadere dentro chi ha scarsa fiducia in sé e nelle proprie caratteristiche, pronta a falciare chi non crede nella propria personalità, chi ha problemi irrisolti o intrappolare chi ha molti soldi.

E’ un testo che si legge bene, senza nessuna pretesa, vendibile in un mercatino una volta terminato. La fine è rapida, quasi troppo semplice rispetto al contenuto dell’intero volume. La parte dei viaggi o quella della ricostruzione dedicata alla storie religiose, sempre sul finale, sembra un riempitivo forzato, aggiunto per spingere una storia vera che è stata tragica per i tutti protagonisti riusciti a venirne fuori.

Grazie al contributo di Michelle Hunziker si possono sfogliare alcuni dei momenti cruciali e ritrovarsi in certe dinamiche comportamentali. Partire da qui e passare ad approfondimenti e ricerche di autori che trattano in modo mirato queste tematiche narcisistiche, anche in una chiave spirituale, non necessariamente psicoanalitica, oppure, in semplicità, chiedere aiuto a chi si vuole bene veramente.

L’abuso psicologico esiste e chi vuole prendere coscienza di cosa sia può iniziare da qui, intraprendere un cammino più profondo nella ricostruzione del proprio percorso di vita consapevole votato all’autenticità. 

Michelle Hunziker, Una vita quasi perfetta, Mondadori, 2017
http://amzn.to/2nJmtTL

Approfondimento:

 

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com
www.atbricolageblog.com

Seguimi su Twitter!

@atbricolageblog

Per richieste commerciali/proposte di lavoro:
atbricolageblog@gmail.com

 

 

Alessandro Amato – Sotto i nostri piedi, giovedì 25 maggio, Empatia Bar & Libri – Teramo #codicedizioni #terremoto [#presentazione]

comunicazione, CS, cultura, eventi, leggere, letteratura, libri

Empatia Bar & Libri e Terapia Lampo
sono liete di invitarvi

giovedì 25 maggio ore 18.00

all’incontro con
Alessandro Amato
autore di Sotto i nostri piedi
(Codice edizioni, 2016)

intervengono
l’autore
e Andrea Sangiovanni,
storico e insegnante di Storia Contemporanea e Storia dei media
all’Università degli Studi di Teramo

 

Dopo ogni terremoto c’è sempre qualcuno che lo aveva previsto: i Maya, la zia Santuzza, il cane del vicino. I previsori non si fidano della scienza, ma credono che i rospi scappino prima dei terremoti, che la Nato e le trivelle possano scatenarli, che gli scienziati sappiano prevederli ma non lo dicano perché odiano vincere i premi Nobel. Per orientarsi in questo groviglio di scienza e pseudoscienza, “Sotto i nostri piedi” ci accompagna in un viaggio attraverso la storia dei terremoti e dei tentativi di prevederli, costellata da pochi acuti e tanti fallimenti. Storie di scienziati e filosofi (da Aristotele a Kant), di terremoti e terremotati (dalla Cina alla Russia, dalla California all’Aquila), di bizzarre teorie e personaggi pittoreschi. Fino ai più recenti passi avanti compiuti dalla ricerca sismologica, che se non consentono ancora la previsione dei terremoti ci offrono però la conoscenza e gli strumenti per una fondamentale riduzione del rischio.

 


Alessandro Amato
, geologo e sismologo, è dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). È stato direttore del Centro Nazionale Terremoti e membro della Commissione Grandi Rischi. Ha coordinato e partecipato a numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali, pubblicando articoli sulle maggiori riviste scientifiche del settore. Da qualche anno si occupa di comunicazione della scienza, anche sui social media.

Andrea Sangiovanni, storico, insegna Storia Contemporanea e Storia dei Media all’Università degli studi di Teramo. Si occupa di di mass media nella storia dell’Italia repubblicana, con particolare attenzione ai processi di costruzione delle culture politiche e degli immaginari collettivi.

Pagina facebook della presentazione

Alessandro Amato - Sotto i nostri piedi, 25 maggio, Empatia Bar & Libri - Teramo

 

*Comunicato stampa

 

L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio, sabato 25 marzo, Empatia Bar & Libri – Teramo #romanzo #einaudi [#Presentazione]

attualità, comunicazione, CS, cultura, Donne, lavoro, leggere, letteratura, libri, salute e psicologia, turismo, viaggi

Empatia Bar & Libri
è lieta di invitarvi

sabato 25 marzo ore 11.00

all’incontro con
Donatella Di Pietrantonio
autrice di
L’arminuta (Einaudi, 2017)

intervengono l’autrice e Angela Rastelli [editor Eianudi]

Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta.

 L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio, sabato 25 marzo, Empatia Bar & Libri - Teramo (manifesto , locandina)

Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche piú care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi.

Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017)
interventi dell’autrice e di Angela Rastelli [editor Eianudi]

Sabato 25 marzo ore 11.30

Empatia Bar & Libri
via G. Milli, 4
64100 – Teramo

Per saperne di più sul libro: Einaudi

Donatella Di Pietrantonio è nata e ha trascorso l’infanzia ad Arsita, un paesino della provincia di Teramo, e vive a Penne. Scrive dall’età di nove anni racconti, fiabe, poesie e un romanzo, questo. Nella vita fa la dentista per bambini. Il suo primo romanzo è Mia madre è un fiume (elliot, 2011). Con Bella mia (elliot, 2014) ha partecipato al Premio Strega. Nel 2017 pubblica con Einaudi L’Arminuta.Angela Rastelli è editor della narrativa italiana presso Einaudi.

*Comunicato stampa

Albert Camus, Lo straniero #Bompiani #letture #libri [#recensione]

amore, attualità, cultura, film, leggere, letteratura, libri, musica, Narcisismo

Lo straniero di Albert Camus (Bompiani, 1947/2016) arriva nella mia vita in una scelta fatta per caso in libreria. Non avevo preso mai nulla di questo autore, anche se le persone a me vicine non facevano altro che consigliarlo. Senza pensarci troppo l’ho acquistato. Sono passati alcuni giorni, ma è stato un gesto istintivo avviare la sua lettura.

Lo straniero
è un libro che ha poco a che fare con l’esistenzialismo di Jean Paul Sartre, lontano dalla trappola del processo kafkiano. E’ un testo inerme, passivo, dotato di una stesura raffinatissima, non cristallizzata. Non è possibile allontanarsi dal volume tanta la forza semplice dello stile nell’attrarre il lettore.

Lo straniero di Albert Camus, Bompiani, 1947/2016.Il protagonista è vittima degli eventi: un non resistente; accoglie le situazioni che gli capitano dalla morte della madre come nulla fosse.
E’ proprio con un innesco dichiarato nella sua prima riga che inizia il risveglio: l’osservazione di una vita piatta, ripetitiva, abbandonata alla noia, all’abitudine, che porta a persone, cose e fatti, senza valore. Alla scoperta di situazioni che lui non aveva mai vagliato, cui si era reso complice, senza un motivo dichiarato, passivo al giudizio, in un senso di colpa e sospetto, interrotto dalla presenza di Marie, una donna che lo ha fatto sentire vivo per la prima volta, meritevole di felicità.
L’evento che crea lo sconvolgimento è l’uccisione di un arabo su una spiaggia in un momento in cui la sua vita sembra assemblare a una normalità – o almeno, a quella cosa che potrebbe essere definita tale, secondo i canoni comuni di condivisione sociale.

L’autore mostra un antefatto e un fatto suddividendo il testo in due parti, guida a un risultato sconvolgente; lascia inerme il lettore proprio sulle battute finali per durezza, rabbia, disperazione e angoscia  in un dialogo esplosivo con un sacerdote, durante una confessione che viene rifiutata nel momento in cui sta per avvenire una esecuzione finale.

E’ paradossale la calma che Albert Camus riesce a costruire, far parlare di un omicidio senza avere un briciolo di pentimento nell’efferatezza del gesto, creare una distanza rispetto ai fatti. Non si rende conto, il personaggio, del distacco che crea negli altri, come se egli avesse eretto un antro-condanna per proteggersi. E’ disturbato dalla luce perenne del sole, ne osserva tutte le sfumature, le riconosce, le sente come peso e afflizione continua. Un combattimento costante, tra un buio radicato e un sole che lo insegue incalzante.
La prigione è l’ospizio in cui è ospitata la madre, dove il figlio la porta a stabilirsi e morire nella totale indifferenza; la stessa prigione che lui sceglie come sua condanna, generata dall’assenza di un padre sadico che lo ha reso immaturo e immotivato nella scelta, condotto alla morte per opera di una devozione/deviazione nella ricerca di una sublimazione che avviene nella tortura.

In alcune descrizioni sembra di essere collocati in alcune scene di The Tree of life di Terrence Malick, quando Sean Penn vaga in questo paradiso artificiale di perdoni e pentimenti raggiungendo la sua pace nella volontà della grazia (Eternity). Quelli che hanno vissuto l’adolescenza negli anni Novanta, invece, in un brano dei 99 Posse, situato nell’album Cierco tiempo, Spara. (clicca).
Oggi, si è innescata in me la necessità di capire le parole di Julia Kristeva tratte da Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità. 

Sempre sulla tematica dei padri violenti, mancanti, ho visto in settimana il film di Kim Rossi Stuart, Tommaso. Il regista sdogana in malo modo tutti i personaggi di Nanni Moretti dal suo narcisismo, per mostrare quello che centinaia di autori nella letteratura mostrano da sempre: il problema di una radice e il suo relativo tradimento.

 

 

Rudolf Arnehim – Pensiero Visuale

arte, comunicazione, leggere, libri, Studiare, Università

Giravo per web alla ricerca di libri scontati e a pochi euro ho preso un testo brevissimo nel quale è insito parte del pensiero di Rudolf Arheim –  primo docente di psicologia dell’arte presso la Harvard University, conosciuto soprattutto per i suoi lavori dedicati al cinema. Costellato da numerosi esempi, Pensiero visuale, getta le proprie basi nel contenuto delle immagini, le quali, secondo il suo parere, sono costituite da un’idea di fondo che dice che per poter riconoscerle dobbiamo averle interiorizzate. Rintracciare i caratteri familiari, saper identificarli per poi trasformarli.

Non tutti sono capaci di applicare questa condizione, poiché in molti non si premurano di curare le proprie potenzialità, evolvere per concentrarsi su qualcosa da costruire. E’ più facile fare riferimento a un modello da imitare che impegnarsi a cambiare. Buona parte di questo processo è dato da un pensiero medioevale che ha condizionato l’immagine attraverso l’uso della parola scritta, il testo.

Elaborare, riconoscere, mutare come principio statico più che plasmare un oggetto per poi appiattirne l’identità, e distruggerlo nella ripetizione. Il lavoro sulla ricerca della percezione è quindi stato sottovalutato nel momento in cui ci è concentrati sui metodi di ricerca scientifici, quando l’arte è divenuta un oggetto a supporto decorativo e di piacere.

Prescindendo dalla attenzione dell’autore, molti sono gli studiosi che si trovano a rivalutare il potere delle immagini come nuovo campo del sapere, e credo sia uno dei dati importanti per una crescita superiore e di avanzamento dell’intera storia dell’arte.
Buona lettura

 

Anche io

amore, attualità, comunicazione, cultura, leggere, letteratura, libri, musica, politica, quotidiani, vita

 “«Credo nella gente – risponde in inglese – nelle leggi della natura umana». Ed è straordinario sentirglielo dire.”

La malvagità di cui parlava Einstein, esiste. Non per questo abbandono la speranza.
Leggere questo articolo mi ha fatto affiorare alla mente due testi di Cesare Pavese.
Nella mia tesi di laurea discussa nel 2009, estrapolai due parti comuni, da entrambi i libri.
Citazioni che inserii all’inizio e alla fine della ricerca, come augurio e come necessità.
E’ stato un anno tragico per la mia terra.

La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo a case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora al danno materiale e ai morti, dispiace pensare ai tanti anni vissuti, tante memorie, spartiti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falo’ d’erbe secche e che la gente ricominci“.
La luna e i falo’ (Einaudi, 1950)

La vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno…
La casa in collina (Einaudi, 1948)

Dal testo dedicato ai fatti di Sarajevo dei primi anni Novanta, poco fa linkato, trovo altri elementi importanti, molto affini, a quanto espresso sopra da questo nostro immenso scrittore italiano:

«Una mattina ci siamo svegliati, nella nostra casa in collina, e abbiamo visto del fumo provenire dalla zona dove era la Biblioteca. Eravamo pronti, avevamo già iniziato a mettere in salvo i libri nel caveau o a portarli altrove. Comunque rimanemmo sbigottiti. La biblioteca bruciava». Era il 25 agosto del 1992. Vi ricordate l’immagine del violoncellista, Vedran Smailovic, che suona composto e distrutto tra le rovine?
Oggi la biblioteca è finalmente riaperta: è vuota, non ci sono libri, ma è diventata un museo alla memoria, con una piccola esposizione al pian terreno, ed è bellissima. Residbegovic ci lavorava già da quindici anni: ha dedicato tutta la sua vita ai libri, e quell’incendio non l’ha scoraggiata

«I libri possono anche bruciare, ma nella nostra memoria restano, come restano le biblioteche. L’Umanità sapeva della Biblioteca di Alessandria, la “ricordava” anche senza averla mai conosciuta. Così è per la Biblioteca di Sarajevo: certo, mi mancano quei libri, mi mancano i colleghi che sono caduti, ma la memoria non è stata distrutta dalle bombe».

 

Mi sento in pace, in piena fiducia.
Oggi è nuvoloso, ieri è stata una giornata strana, speriamo nevichi davvero.

La Bibbia, a caso, da due giorni

attualità, comunicazione, cultura, leggere, libri, Narcisismo, vita

image

Giustizia.

Panorama, Tommaso Pincio [libro]

leggere, libri, vita

Tommaso Pincio attraverso le sue parole mi ha permesso di riscoprire come poter vivere un libro nella sua totalità. Per anni ho dedicato tempo a volumi di saggistica, non riuscivo più a percepire una dimensione giusta, valida, di abbandono, perduta da certi testi narrativi. Qui, invece, completa.
Ho trovato quello di cui avevo bisogno. Continuo a pensare che le situazioni non accadono mai per caso, e Pincio me lo confermato nel pieno del suo stile, della sua storia, costruita ed elaborata con una oculatezza e una attenzione davvero intesa, in parte rivelata nei ringraziamenti.
E’ un testo che regalerò a persone importanti, vive nella mia vita.

Tommaso Pincio, Panorama, NN Editore, Milano, 2015.

panorama

 

Tra i confini. Città, luoghi e integrazioni – M. Augé [saggio]

attualità, comunicazione, leggere, libri, Università

Da diverso tempo non scrivo di libri, un po’ perché sono rallentata, un po’ perché è difficile non dilungarsi nella saggistica. Ne approfitto oggi poiché ispirata dal tempo non bello per aprire uno spiraglio sul testo di Marc Augé: Tra i confini. Città, luoghi e integrazioni.

La scelta del piccolo volume è dettata dal caso. Avevo bisogno di leggere qualcosa sulla menzogna letteraria, ma l’occhio ha indicato questo testo da qualche tempo acquistato mai affrontato. Il saggio è una raccolta di due interventi pubblicati dall’editore Bruno Mondadori nel 2007. Le due posizioni assunte dall’autore sono molto simili. La prima è intitolata Un mondo mobile e illeggibile, mentre  la seconda, La conquista dello spazio.

Non mi soffermo sull’ultima parte poiché non mi ha colpito particolarmente; essa sembra un rendiconto di azioni dello studioso sull’attività dell’etnologo, così – sebbene abbia un titolo accattivante, mi decido a una riflessione sulla prima delle due suddivisioni.

In Un mondo mobile e illeggibile egli parte da tre presupposti:

  1. l’idea di urbanizzazione;
  2. accecamento generato dalle immagini;
  3. la questione mobilità sociale.

E’ molto schietto nelle sue posizioni e dichiara che su certi temi il pensiero è stato influenzato dagli studi del filosofo francese Paul Virilio (Bomba informatica, Cortina, 2000). Nella prima questione la sua logica si stabilisce sulla globalizzazione e afferma più o meno questo: se da un lato il mondo si connette in una utopia di scambi e libertà generali dedicate all’individuo, dall’altro, esso, si trova a relegare una porzione di popolazione fuori da queste congiunture incrociate, sottomettendole.

In questa condizione storica credo che un simile intervento è necessario poiché il ragionamento induce a pensare a quello che succede in Francia, di tutta la sovraesposizione mediatica che si sta avendo da giorni, su questioni che non si riescono a comprendere poiché depauperati da analisi critiche concrete.

Esiste una realtà connessa e un’altra disconnessa, entrambe filtrate nell’immensa sfera dell’urbanizzazione. Le nostre città sono vivibili, funzionali, piene di reti di comunicazione interconnesse e interscambiabili, hanno una popolazione nella quale spesso confluiscono cittadini provenienti da altri paesi; esiste cioè chi è costretto a emigrare per trovarsi una situazione migliore e aver maggiore sostentamento per la propria esistenza e chi ha vantaggi su ogni singola cosa. In un contesto cittadino tutto si mescola e diventa un gioco eterno tra ricerca della perfezione, distruzione e controllo della violenza.

La nostra epoca è mossa dall’azione delle immagini, facebook ne è l’emblema massimo nelle condivisioni. Siamo così esposti a vivere un immaginario alternato in cui si creano dei dislivelli illogici di comparazione. Augé parla di accecamento, una non visione che passa anche dalla commistione dei linguaggi che evolvono alla ricerca di un neologismo effimero, quanto rischioso poiché non più comprensibile. Essere costretti a subire tali azioni comporta un aumento della paura della non conoscenza e una suscettibilità verso alternative forme di aggressività. Nelle grandi immigrazioni degli anni settanta sono arrivati ad aversi nuovi cittadini, questo ha comportato occupazione, lavoro, approdo di intere famiglie e novità nelle forme di  intolleranza. Nel cuore degli anni ottanta quando la crisi ha di nuovo morso, delirio e caos.

Come accadde (accade) in Italia, anche in Francia, a subirne i contraccolpi sono state persone meno abbienti, ma anche gli stranieri, poiché accomunati dallo stesso disagio. Un altro elemento da tener conto e non sottovalutare sono le cellule di terrorismo internazionale che potrebbero scatenarsi. L’autore si sofferma sul rischio elevato delle popolazioni giovani in ascesa, come quelle mediorientali (l’Iran ha, ad esempio, una percentuale di diciottenni equivalente al 60% della popolazione) in contrapposizione alle nostre vecchie società.

I mass media in tutto questo hanno ruolo cruciale poiché incrementano il disagio concentrandosi su situazioni non di certo favorevoli – era già successo l’attentato alle Torri Gemelle e oggi nella condizione parigina – che al posto di alimentare tolleranza manifestano disagio e fallimento. In questo caso egli suggerisce di guardare e avere come modello quello della Francia. Se venisse testimoniata la condizione delle banlieue, diversa, concentrata nella valorizzazione delle azioni che si fanno, dove esistono esempi positivi di volontà che agiscono alla luce della legalità al fine di migliorare la propria condizione civile di essere umano, tutto potrebbe già apparire migliore di cio’ che ci è proposto.
La televisione – e i mezzi di comunicazione in generale – creano così un movimento ondulatorio concentrato nella sclerosi, nella chiusura e nella costruzione reale e ideali di ghetti. Secondo l’autore una delle possibili condizioni affinché si manifesti un miglioramento è quello della mobilità sociale.

Dettaglio interessante del ragionamento è anche la composizione dei nuclei abitativi di Le Corbusier, a Marsiglia. Pensati per una città ideale, e frutto di una visione politica utopica, ciò avrebbe potuto rappresentare un germe nocivo nell’immaginario collettivo di funzionamento concreto alle cose, un pensiero di questo tipo non avrebbe portato vantaggi, se non – mi sembra di capire – a un’altra ghettizzazione e isolamento degli individui.

Penso alle strutture del Corviale, a Roma, e mi immedesimo nella realtà italiana.

Soluzione è promuovere l’istruzione. L’arma è la cultura che deve smuovere le coscienze con la formazione degli individui. I paesi che detengono il potere dovrebbero investire essi stessi in progetti scolastici da esportare altrove. Essere modello per accrescere la dimensione umana dell’armonia: è questo che è suggerito dalle sue parole.

Se si pensa che siamo stati noi europei ad aver creato il concetto di colonizzazione, aver esportato anche le nostre migliori eccellenze, ma allo stesso tempo aver ottenuto in cambio una cancellazione dell’idea base di questo fondamento, dovremmo ripensarci in modo serio e dettagliato, per far affiorare piani costruttivi di crescita. La città è il caos nel quale si racchiude il fenomeno di castrazione, che si vive giornalmente, e per evitare l’implosione, occorre assumersi responsabilità in cui l’Europa si dichiari capofila nella ricostruzione.

Il ragionamento sembra felice, ma il pensiero che mi condiziona è  uno:
è davvero immaginabile compiere una scelta nel vecchio continente quando tra gli Stati c’è una forte dispersione di risorse e di livelli di civilizzazione?Se esiste una ammissione di questo tipo allora è possibile avere nuove possibilità.

marc_augé

Resoconti artistici, letterari e culinari.

arte, arte contemporanea, artisti, cucina, cultura, eventi, leggere, libri, vita

Sono giorni che cerco di trovare un argomento interessante di cui parlare sul blog, se non altro per sbloccarmi da un’apatia da trapasso che rallenta ogni facoltà mentale. Dovrei raggiungere alcuni aspetti che ritengo importanti superando alcune fasi che mi hanno riguardato. Sono sempre più convinta dell’autenticità di ogni atto che compio, e credo sia molto scomodo per gli altri ascoltarmi, ma rimango sempre ferma sulle mie posizioni portando avanti le scelte di vita che ho intrapreso a costo di sembrare sfigata, irriverente e fastidiosa, soprattutto a chi non vuole più interessarsi.

Questo post è un mix di elementi che ho trattato nelle ultime settimane. Una forma di contaminazione culturale che confluirà nella segnalazione di alcune cose utili e futili per la nostra esistenza, offrendole in dono con un pacco di interconnessi sfoghi liberatori.

Inizio con una recensione su una mostra curata da una giovane curatrice teramana e intitolata Deborderline. Clicca qui per leggere.
Si tratta di un articolo che ha visto prima della sua pubblicazione mille e mille seguiti professionali, che voglio dire: neppure Chruščëv ha avuto tanti problemi nel dover effettuare un discorso ai tempi della sua resa.

Vi segnalo anche i ragazzi di Minimal Cinema.
Loro hanno lavorato su un documentario dedicato alla figura dell’artista americano Anton Perich. Si tratta di alcuni trailer che si trovano Qui.
Il progetto completo visto il 13 maggio, evidenzia una realtà parallela completamente diversa e sconosciuta sul periodo d’oro dell’arte negli Stati Uniti all’epoca di Andy Warhol.
Siamo tutti vittime accondiscendenti di un meccanismo che fagocita e corrode. Siamo figli di una logica di delirio lanciata e amplificata dal re della pop art in maniera sempre più esponenziale. La capacità degli autori è stata di trovare la giusta distanza nella descrizione di un personaggio che ha saputo gestire la sua ossessione, carpendone dinamiche, e frequentando quegli ambienti con un grande distacco di osservazione, restituendo una lettura amplificata della sua identità nel proprio codice linguistico.
E’ una produzione che guarda e indaga le cose in una chiave consapevole e nostalgica.
Vi consiglio di approfondire.

Ho terminato il volume Le Pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane di Tomaso Montanari (Minimumfax, 2013). Chi conosce lo studioso è cosciente del fatto che i suoi piccoli volumi racchiudono denunce su denunce su condizioni legate allo stato della cultura in Italia e sulla posizione a margine che viene assegnata agli storici dell’arte. Lo scritto non tralascia i casi noti di cronaca culturale evidenziati dagli organi di stampa, ma ne narra con attenzione le dinamiche non conosciute dal grande pubblico. Loda chi, meritatamente, ha denunciato e tutelato il patrimonio da atti di sciacallaggio e deturpazione per meri fini personali. E’ un volume piccolo e intenso, che si sofferma sulla potenza del marketing emozionale come strumento di distruzione di massa, ma che narra come L’Aquila terremotata sia un simbolo di una incresciosa situazione che sembra non voler mutare dalle volontà politiche.

Ho assistito alla inaugurazione della personale di Mario Vespasiani curata da Lucia Zappacosta presso l’Alviani ArtSpace di Pescara, domenica scorsa (clicca).

Non ho visto nessun film che mi potesse colpire tanto da scriverci qualcosa di meritevole.

 Ho ripreso a cucinare.
L’ultima creazione sono stati gli Gnocchetti di pesce allo zafferano.
Una ricetta inventata al volo e con pochissimi ingredienti: gnocchi di patate, zafferano, tre asparagi, tre zucchine, un mix di pesci di vario tipo (totani, calamari, panocchie, gamberi, mazzancolle, vongole ecc.), prezzemolo, aglio e cipolla, pepe e sale quanto basta.

Se volete una descrizione più dettagliata commentatemi – anche se la modalità di preparazione è a intuitiva già dalla lettura dei singoli ingredienti.

Ci stiamo a leggere!

 

Confessioni/Lui è tornato [libri]

cultura, leggere, libri

Dopo tanto tempo torno a suggerire libri più o meno piaciuti. Sarò breve poiché negli ultimi giorni non sono loquacissima nel parlare di cose inerenti alla cultura, e farò di tutto, in poche righe, per farvi capire cosa hanno rappresentato questi due testi nel corso della loro lettura.

Il primo è edito da Giunti Demetra, pagato quattro euro e cinquanta, acquistato al volo in una libreria prima di entrare al cinema. Confessioni di Sant’Agostino è una ricerca interiore strutturata in una sorta di diario in cui tutti noi possiamo ritrovarci nei nostri dilemmi di esistenza. Una buona fonte di ispirazione religiosa e spirituale che non rientra in uno schematico voto di devozione stretta e relegata alla chiesa, quanto più un cammino di fede maturato attraverso le proprie esperienze di vita, le scelte adottate e le influenze culturali assorbite.

Lui è tornato di Timur Vermes, invece, è l’altro testo cui vi voglio segnalare. Preso per curiosità dopo mille recensioni viste qui e la con commenti più o meno positivi, ma soprattutto per necessità di passare a una scrittura che facesse ridere, mi sono ritrovata a sforzarmi e ad annoiarmi poiché l’autore allunga troppo la solfa su un Hitler tornato nel presente a vivere la nostra contemporaneità in una Germania multiculturale su cui fa presa di nuovo la sua impostazione dittatoriale. La stesura è molto lineare, scorre bene, ma diventa lunghissima e straziante per la ricchezza dei contenuti e della loro inutilità. C’è un tentativo di polemizzare sull’attuale condizione politica tedesca, e questo è chiaro dalle numerosissime note che corredano il volume edito da Bompiani, ma tutto toglie alla dimensione che avrebbe potuto crearsi se il numero delle pagine fossero state minori rispetto alle 443 pubblicate. Credo che l’ironia sia sferzante quando è concentrata in una sintesi veloce e poco romanzata, qui, nel caso riportato, si va volutamente oltre il grottesco, sfiorando il kitsch.

Buona lettura e buona pasqua!