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Michelle Hunziker, Una vita apparentemente perfetta #mondadori #libro #recensione [#book]

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È strano, ma ho letto questo libro, preso di getto mentre vagavo per un centro commerciale dopo aver sentito casualmente due interviste dedicate a Michelle Hunziker.

L’alcolismo e la lontananza di un padre artista sono ben descritti, e arriva chiara la sofferenza che l’ha vista andare verso l’impossibile. Il quadro che ne esce fuori è una dedica al perdono. Una resa dei conti lucida sulla relazione avuta con Eros Ramazzotti e di come i due abbiano tutelato la figlia Aurora nonostante le difficoltà attraversate come coppia.

Una vita apparentemente perfetta racconta di come la showgirl sia finita in una setta preda di un corpo di gente legata ai Guerrieri della Luce. Si parla di una condizione di manipolazione psicologica e di isolamento dove la Hunziker si è ritrovata plagiata a causa di un gruppo di persone di cui si è fidata per un problema familiare che la faceva disperdere immensamente alla ricerca di sicurezza.

Michelle Hunziker, Una vita quasi perfetta, Mondadori, 2017

La setta – una delle tante presenti in Italia –  è costituita da una rete di impostori che si diramano in ogni forma per scopi egoistici più disparati, ad esempio: far cadere dentro chi ha scarsa fiducia in sé e nelle proprie caratteristiche, pronta a falciare chi non crede nella propria personalità, chi ha problemi irrisolti o intrappolare chi ha molti soldi.

E’ un testo che si legge bene, senza nessuna pretesa, vendibile in un mercatino una volta terminato. La fine è rapida, quasi troppo semplice rispetto al contenuto dell’intero volume. La parte dei viaggi o quella della ricostruzione dedicata alla storie religiose, sempre sul finale, sembra un riempitivo forzato, aggiunto per spingere una storia vera che è stata tragica per i tutti protagonisti riusciti a venirne fuori.

Grazie al contributo di Michelle Hunziker si possono sfogliare alcuni dei momenti cruciali e ritrovarsi in certe dinamiche comportamentali. Partire da qui e passare ad approfondimenti e ricerche di autori che trattano in modo mirato queste tematiche narcisistiche, anche in una chiave spirituale, non necessariamente psicoanalitica, oppure, in semplicità, chiedere aiuto a chi si vuole bene veramente.

L’abuso psicologico esiste e chi vuole prendere coscienza di cosa sia può iniziare da qui, intraprendere un cammino più profondo nella ricostruzione del proprio percorso di vita consapevole votato all’autenticità. 

Michelle Hunziker, Una vita quasi perfetta, Mondadori, 2017
http://amzn.to/2nJmtTL

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Her / Lei – Spike Jonez

cinema, film, tecnologia

Sono ancora un po’ contrariata, ma penso che per sbloccare l’intera situazione vada messa in codice una chiave che faccia girare la mia anima, almeno, per scrivere qualcosa di sensato sull’ultimo film visto lunedì sera al cinema.

Her/Lei, diretto da Spike Jonez, è un lavoro che nella nostra lingua non va visto. Non so chi abbia curato la scelta delle voci dei protagonisti, ma ha toppato togliendo la poesia all’intera produzione. Si falsifica la visione con un ascolto banale, ridotto ai minimi termini nel valore complesso del progetto.

Il vantaggio dato all’immagine e all’invito, nel nostro caso, è rafforzato da una grande strategia pubblicitaria e da numerosi premi vinti tra Golden Globe e Oscar, soprattutto sulla originalità della sceneggiatura.

La trama ruota dietro un mondo ipertecnologico proiettato verso l’onda d’urto delle intelligenze artificiali, e nella sua prima sequenza, proprio nello stacco iniziale, è dichiarato il valore che guiderà l’attenzione nella intera fluidità filmica, trasportata in un sistema onirico troppo offuscato e color seppia. Situazioni separate: reali e virtuali, composte di linguaggi stilistici che cozzano tra loro, che possono convincere, ma che strappano risate fuorvianti, unite poi all’errore madornale di un doppiaggio fastidioso e poco efficace.

Seppur premiato per la sua capacità creativa elaborata in scrittura, chi ha dimestichezza con il mondo del cinema non può sottovalutare certe influenze chiare. Di mio, ho subito pensato a Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino – o alla sua versione più commerciale, con Meg Ryan e Nicholas CageThe City of Angels. La differenza è nell’organizzazione della coscienza.

Nel caso di Her, Samantha, è un sistema operativo ultrasofisticato capace di offrire possibilità alla solitudine e al bisogno di relazioni umane. Il dato semplice della lettura sembra essere legato al discorso nelle neuroscienze emozionali – la branca del marketing che si ammazza a comprendere come fare per indurre all’acquisto di un bene l’individuo nella scelta di un determinato prodotto, cercando di deviare o saltare il libero arbitrio maturato attraverso lo schema del proprio vissuto.

Theodore – Joaquin Phoenix – è un uomo solo, che trova il suo sostitutivo nella tecnologia. Ha una vita a pezzi, non sembra particolarmente alcolizzato, è stato abbandonato dalla moglie. Sperimenta il suo disagio in condizioni possibili rifugiandosi in un immaginario inventato e nei videogiochi, arriva alla saggezza attraverso la presa di coscienza che arriva proprio nel termine ultimo della sequenza finale dell’abbandono.

Lo consiglio, con un poco di fastidio.

In italiano

In inglese

Gianluigi Colin. A futura memoria

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, mostre

Ieri non è stata una giornata dedicata solo al cinema, nel pomeriggio ho fatto una piacevole camminata con un’amica storica dell’arte e curatrice.

Gianluigi Colin è un artista nato a Pordenone nel 1956, e la sua mostra è tenuta presso LARCA – Laboratorio per le arti contemporanee di Teramo,  in Abruzzo.

Il lavoro è stato organizzato in quattro stanze che ruotano attorno a diversi soggetti legati al mondo della comunicazione (mitografie; presente storico /i disastri della guerra; vie di memoria; amami). L’elemento principale, che si pone al centro dello sguardo, è il rapporto che lui instaura con l’informazione, giocando con le nostre esistenti occasioni culturali, nelle quali siamo immersi ogni volta  che sfogliamo giornali,  riviste, o al bombardamento mediale e mediatico cui siamo sottoposti ogni giorno, senza accorgercene.

Gli ambienti sono distribuiti in maniera del tutto scorrevole; ciò che emerge  è la relazione sinergica che si crea tra lo spazio ospitante e le opere, le quali hanno una forte gradazione e connotazione stilistica di rimando alla Pop Art.

L’enorme differenza è data dal fatto che Warhol lavorava per sottrazione – in sostanza, usava la serialità come elemento di decostruzione delle immagini provenienti dal mondo pubblicitario, lasciando frantumare il senso attraverso la ripetizione.
Gianluigi Colin, invece, usa la postmodernità creando confronti e incroci che rinviano ovviamente a matrici di scuola americana, ma offrendo un punto di vista netto, anche se liquido, di accrescimento e costruzione del significato.

Un percorso intriso d’impegno sociale e critica civile, in una montagna d’immagini che richiamano Mario Schifano, Mimmo Rotella e certe increspature di Alberto Burri – non tralasciando poi, argomenti legati a dibattiti sull’uso tecnico delle riproduzioni di massa, che hanno coinvolto, e coinvolgono ancora oggi, l’ambiente accademico e della divulgazione scientifica legata a questi temi.

Gianluigi Colin. A futura memoria è titolo della mostra che ci introduce un catalitico viaggio.
Il fotoreportage incrocia pittori cruenti della storia dell’arte rinascimentale e barocca. In colori  fluorescenti che fungono da spartiacque, in una stampa di grandi dimensioni, che segue una drammaticità unica tra passato e presente.

Uno dei progetti realizzati che mi ha colpito di più, è stato appositamente creato per quel luogo; la prima opera che si incontra arrivando in quei corridoi: una grande parete ricca di fogli A4 su cui sono stampate fotografie e indicazioni informative essenziali, provenienti da tutte le agenzie stampa che arrivano, in una sola giornata, alla redazione giornalistica del Corriere della Sera – dove Colin è art director.

L’opera, dal titolo, 12.12.12. Quel che resta del giorno, pone l’attenzione su due figure centrali: la prima è la ricorrenza di Piazza Fontana (12.12.1969); l’altra, invece, una riproduzione dell’opera di CaravaggioL’incredulità di San Tommaso.

A termine, un video in bianco e nero costruito seguendo le fila di uno scandagliamento oculare: due e più fogli di giornale che riflettono il movimento degli occhi alla lettura, in maniera schematica o causale, in notizie che subiscono radicali modifiche, seguendo la grammatica di un linguaggio filmico, facendoci capire come funzionano il meccanismi di manipolazione, applicati alla stampa.

La maggior parte dei lavori presentati ha tonalità sgargianti, mentre quest’ultimo è monocromatico.

Il sito dell’artista non è piacevolissimo; la resa  è dal vivo è di gran lunga migliore: http://www.colin.it/colin.html

Gianluigi Colin. A futura memoria
a cura di  Umberto Palestini

L’ARCA – Laboratorio per le arti contemporanee 
Largo San Matteo, Teramo
21 dicembre 2012 – 10 febbraio 2013

Orari /dal martedì alla domenica 16.00-19.00
Ingresso gratuito

http://www.larcalab.it/a/

Una separazione – Asghar Farhadi

cinema

Il post oggi è dedicato a un film di provenienza iraniana intitolato “Una separazione”.
Quest’ultimo, scritto, diretto e montato da Asghar Farhadi, ha vinto la Berlinale e conquistato un oscar nella “importante” kermesse americana, lo scorso anno, come miglior opera straniera.

Per i comuni mortali potrebbe essere un lavoro sfiancante. Per me, contraddittorio e intenso.

Il montaggio non presenta grosse attese, è puro e lineare; la storia, invece, ha un che d’interessante.
Si tratta di un’opera che incrocia più punti di vista di una stessa tradizione, trattando come soggetto principale l’integralismo religioso e il suo opposto.

La pellicola mostra come società lontane, rispetto alla nostra, si rapportano ai cambiamenti della vita contemporanea, seguendo le fila della loro tradizione territoriale e di cultura mediorientale.

La storia ha come centro focale il racconto di due famiglie diverse, che si trovano a interagire per un motivo preciso: l’anziano padre malato di uno dei quattro protagonisti, che diventa capro espiatorio di una situazione non leggera tra la nuora e figlio.

Questa scusa regge un contesto ben più complesso.

La narrazione inizia, infatti – come da trailer – attraverso la separazione di questa giovane coppia; nella quale la donna è capofila in una condizione culturalmente non di certo appagante. E’ lei che vuole allontanarsi dall’Iran ed emigrare negli Stati Uniti; è lei che cerca di convincere il marito a trovare un ambiente migliore per l’educazione della loro figlia; è lei che indossa sempre jeans e Ray-Ban; infine è lei che guida un grande suv e che si oppone a certe logiche tradizionali della sua terra.

Dall’altro capo del filo, invece, la donna che andrà ad assistere l’anziano signore; colei che incarna tutti i principi dell’islamismo più sfrenato; colei che chiama castamente gli organi religiosi per sapere se sta o no commettendo peccato; è lei che accetta il lavoro per salvare la condizione di un marito mentalmente instabile che ha perso il lavoro da troppo tempo; è lei che porta in scena sua figlia più piccola e l’altro che nasconde in grembo.

Non esiste un punto di vista unico. Il regista costruisce una piattaforma di incontri speculari, al fine di ottenere una summa delle personalità coinvolte nella costruzione del racconto.

A parer mio, l’attenzione è rivolta alle donne, benché la scena sia riservata spesso agli uomini.
Signore, bambine, ragazzine si manifestano attraverso i loro occhi che emergono da un velo che copre viso e corpo in maniera parziale o totale.

C’è da prendere una decisione che spetta a un’undicenne chiusa in un’aula con un giudice. Un obbligo che si percepisce dall’uomo in primo piano (il padre) e la donna posta aldilà di un vetro (la madre), in attesa di una bambina (la loro) non ancora donna, costretta a sopportare la situazione frustrante di una scelta che è troppo forte per lei, e che lascia un po’ in sospeso anche lo spettatore.

Trailer: