Quando c’era Berlinguer – W. Veltroni

cinema, film, televisione

Non dovrei essere qui a scrivere sul blog perché sto preparando le schede critiche per una mostra che partirà tra un mese. Sono giorni strani di elaborazione; vivo una immersione totale tra vecchi FlashArt, libri e documenti per scoprire un periodo dell’arte contemporanea non ancora troppo sondato, almeno in quei termini cui vorrei fosse trattato l’argomento.

Sono qui per raccontare di un documentario che attendevo da diverso tempo. Dedicato a Enrico Berlinguer – ex segretario del Partito Comunista Italiano, morto a Padova l’11 giugno 1984.

Dopo esattamente trent’anni, un po’ per strategia, un po’ per ammirazione, un po’ per rilancio della tematica di un “noi” nostalgico legato a una certa sinistra benpensante, Walter Veltroni – regista d’occasione –  ha cercato di costruire un progetto cinematografico per fare un punto su una situazione troppo attuale per essere sviscerata  senza uno sguardo oggettivo e una giusta distanza dagli storici.

Ero partita con tutti i pregiudizi del caso poiché pensavo che l’Io preponderante del fare politico veltroniano emergesse troppo. In modo fortunato la sua presenza nel lavoro è ridotta a camei fastidiosi che potevano essere omessi. Tralasciando questo dettaglio, nella sua totalità, la produzione di Quando c’era Berlinguer è apparsa equilibrata, centrata  sulla figura e sulla immagine di una storica sinistra che ha segnato un periodo preciso, che va dal 1972 al 1984.

Nella visione mi sono sentita chiamata in causa diverse volte per alcune riflessioni suscitate e che voglio qui elencare:

a)      Il valore del compromesso storico – cosa avrebbe potuto significare se ci fosse stato e come saremmo oggi se avessimo creduto in quel fare politico concreto, nell’unione di due volontà forti (PCD – DC) che oggi possiamo solo sognare o guardare con ammirazione e invidia.

b)      Il tradimento di una sinistra implosa anche con gli atteggiamenti delle Brigare Rosse e il successivo sequestro Moro. Il valore di un impegno costruito mattone su mattone, in cui molte persone hanno creduto veramente, e il declino arrivato dalla paura; dalla mancanza di fiducia verso una persona che si era opposta ai terroristi.

d)      I fantasmi di Cossiga e Andreotti in una carrellata angosciante e da brivido

e)      L’arrivo dei Socialisti e di Bettino Craxi e lo scenario P2.

f)       Le parole scolpite nell’ultimo suo discorso.

g)      La volontà, l’onesta e la tranquillità trasmessa ogni volta che si rivolgeva a qualcuno.

Il  taglio dato è stato incentrato su parole, gesti i di persone a lui vicine fino a un attimo prima della morte.

Per me è stato un modo di raccontare onesto, non troppo retorico – almeno non nei termini cui pensavo.

Se capita, vedetelo.

Trailer ufficiale:

L’ultimo discorso:

La vita di Adele – Abdellatif Kechiche #film [#recensione]

cinema, cultura, film

Ieri sera ho visto il film di Abdellatif Kechiche, La vita di Adele.

Mi limiterò a scrivere quanto di più concreto possa esserci, poiché ritengo che buona parte del lavoro sia una forzatura strozzata su uno studio dedicato all’esistenza umana, racchiusa in una farsa giovanilistica costruita a mozziconi bruciacchiati e spenti per paura di essere scoperti dalla mamma in una fase nevrastenica della propria vita.

Non so quanti di voi lo abbiamo visto. Di sicuro qualcuno perplesso ci sarà. Quello che rimane di questa storia confusa, assente, straniante e non identificativa è il nitrito impellente di quei quattro maschi arrapati e nascosti in una sala cinematografica non pienissima, accecati dal potere di due fighe che copulano senza passare attraverso i filtri virtuali di lobstertube o youporn, in più scene, per tutta la durata del film.

La trama è incentrata sul senso di vuoto provato da Adele, una ragazza di 18 – 19 anni che si appresta a conoscere la sua identità, un po’ troppo tardi rispetto alla media dei ragazzi dei nostri giorni. E’ una donna con una grande confusione in testa, che ha una famiglia annoiata, e che ha con un ragazzo che vorrebbe amarla nel senso più puro del termine, ma che lei silura nel giro di poche battute.

Forse sono un po’ troppo frettolosa nel giudizio, ma la produzione, seppur abbia vinto Cannes 2013, non dona a intensità e nessun tipo di trasporto.

Mi rendo conto sempre più di quanto il cinema francese contemporaneo stia generando alle mie posizioni personali noie su noie. I silenzi, il trancio netto delle scene, i collegamenti che bisogna fare per riempire tutti gli spazi temporali lasciati dai registi, mi lasciano troppo perplessa, non convincendomi affatto.

Di questo, poi, non c’è evoluzione e comprensione nella dimensione che voglia prendere la sceneggiatura. Mi rimane difficile stabilire se si tratta di una critica alle posizioni della società, alla élite culturali, al ruolo del sistema arte, oppure se c’è altro: una sfida alla semplicità o alla rassegnazione sul proprio vissuto.

Non basta imbandire una tavola ricca di riferimenti senza sceglierne uno netto, che sappia guidare il punto di vista. Sembra fare surf su una tavola di compensato. E questo lavoro, sebbene abbia fatto scalpore per la rilevanza saffica in vista per troppi minuti, non ha niente, non appone elementi positivi al superamento di certe criticità in merito alla lotta che portano avanti gli omosessuali nel riconoscimento e nella tutela della propria appartenenza di genere.

C’entra Sartre? In che modo?

È citato il suo testo L’esistenzialismo è un umanismo e mi sembra di capire che la lettura debba partire da qui, e che buona parte della giuria, nel momento in cui ha assegnato il premio, sia stata convinto da uno di questi rimandi.

Mi chiedo però se sia giusto lasciare il pubblico così in sospeso. Non mi ritengo una cretina qualunque, non una di quelle che passano la vita a chiedersi chi e cosa ci sia dietro il significato del film di Sorrentino, La grande bellezza, o a polemizzare sulla futura uscita del progetto di Lars Von Trier, Nymphomaniac, ma sono sicura che su questi ultimi due progetti il simbolismo scenico abbia una presa di posizione che ponga lo spettatore in una chiave precisa nella interpretazione del lavoro.

In La vita di Adele non c’è una messa in crisi costruttiva, non c’è evoluzione del personaggio, non c’è rassegnazione. Esiste solo un’immobilità in entrata e in uscita che si sviluppa in due piani di ripresa che danzano tra posizioni oniriche, non approfondite, e scorci di realtà con riprese fatte a mano confusamente su inquadrature precise (la bocca, il modo di mangiare, dormire e nuotare).

Il secondo personaggio, quello funzionale alla figura della protagonista, è Emma. L’artista fricchettona che si dedica amaramente alla purezza di questa ragazzetta, troppo lontana dalla semplicità di un mondo normale, arrabbiata sul fatto che alcuni collezionisti potrebbero considerarla o no nel giro.

Tutto l’infinito culturale che sarebbe potuto nascere da questa pellicola rimane fossilizzato in nicchie racchiuse in classi di controllo delle quali io mi sono rotta solo le scatole.

Lo consiglio, ma solo per incazzarvi e trovare, assieme a me, una ragione alle mille tonalità di blu presenti.

 

La vita di Adele – Abdellatif Kechiche
http://amzn.to/2GWsZiU

Her / Lei – Spike Jonez

cinema, film, tecnologia

Sono ancora un po’ contrariata, ma penso che per sbloccare l’intera situazione vada messa in codice una chiave che faccia girare la mia anima, almeno, per scrivere qualcosa di sensato sull’ultimo film visto lunedì sera al cinema.

Her/Lei, diretto da Spike Jonez, è un lavoro che nella nostra lingua non va visto. Non so chi abbia curato la scelta delle voci dei protagonisti, ma ha toppato togliendo la poesia all’intera produzione. Si falsifica la visione con un ascolto banale, ridotto ai minimi termini nel valore complesso del progetto.

Il vantaggio dato all’immagine e all’invito, nel nostro caso, è rafforzato da una grande strategia pubblicitaria e da numerosi premi vinti tra Golden Globe e Oscar, soprattutto sulla originalità della sceneggiatura.

La trama ruota dietro un mondo ipertecnologico proiettato verso l’onda d’urto delle intelligenze artificiali, e nella sua prima sequenza, proprio nello stacco iniziale, è dichiarato il valore che guiderà l’attenzione nella intera fluidità filmica, trasportata in un sistema onirico troppo offuscato e color seppia. Situazioni separate: reali e virtuali, composte di linguaggi stilistici che cozzano tra loro, che possono convincere, ma che strappano risate fuorvianti, unite poi all’errore madornale di un doppiaggio fastidioso e poco efficace.

Seppur premiato per la sua capacità creativa elaborata in scrittura, chi ha dimestichezza con il mondo del cinema non può sottovalutare certe influenze chiare. Di mio, ho subito pensato a Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino – o alla sua versione più commerciale, con Meg Ryan e Nicholas CageThe City of Angels. La differenza è nell’organizzazione della coscienza.

Nel caso di Her, Samantha, è un sistema operativo ultrasofisticato capace di offrire possibilità alla solitudine e al bisogno di relazioni umane. Il dato semplice della lettura sembra essere legato al discorso nelle neuroscienze emozionali – la branca del marketing che si ammazza a comprendere come fare per indurre all’acquisto di un bene l’individuo nella scelta di un determinato prodotto, cercando di deviare o saltare il libero arbitrio maturato attraverso lo schema del proprio vissuto.

Theodore – Joaquin Phoenix – è un uomo solo, che trova il suo sostitutivo nella tecnologia. Ha una vita a pezzi, non sembra particolarmente alcolizzato, è stato abbandonato dalla moglie. Sperimenta il suo disagio in condizioni possibili rifugiandosi in un immaginario inventato e nei videogiochi, arriva alla saggezza attraverso la presa di coscienza che arriva proprio nel termine ultimo della sequenza finale dell’abbandono.

Lo consiglio, con un poco di fastidio.

In italiano

In inglese

Terraferma di Emanuele Crialese

cinema, cultura, film


Scrivo del film dopo averlo scoperto sulla piattaforma Sky on demand, la quale lo rende disponibile fino alla data del 12 settembre 2012.
La pellicola è un progetto che unisce fiction e non fiction in un tematica precisa: i clandestini, i migranti, gli immigrati, che sbarcano ogni giorno in Italia, a largo delle isole più anonime.
Persone costrette a compiere viaggi estenuanti, per fuggire da territori martoriati, ricchi di conflitti interni e governi dittatoriali e criminali.
Non si tratta di un lavoro di piagnistei e ridondanze, quello di Crialese è un creare scambio di emozioni in cui lo spettatore ripercorre, in maniera necessaria, la propria esistenza.

Protagonista assoluto della scena è Filippo, un ragazzo in età di formazione. Biondo, riccio, con gli occhi chiari e un viso segnato dal tempo. Un personaggio che ricorda Ninetto Davoli ai tempi delle intense regie di Pierpaolo Pasolini. La terra, è quella siciliana, in cui ogni giorno accadono situazioni di questo tipo, omesse dalla stampa nazionale e generalista.

E’ un’opera cinematografica in bilico, la cui centralità è posta nella scelta. La scelta, la costrizione all’essere fedele ancora al codice del mare (a ciò che si è), o a imposizioni normative e comportamentali dettate da autorità centrali. Turisti, clandestini, persone comuni i cui atteggiamenti sono il risultato effimero di qualcosa che è sopra di noi e che modifica le esistenze (il denaro, la pubblicità, l’immagine /Cash, marketing e branding image).

Mentre appuntavo i dettagli e i pensieri che mi colpivano di più, ho trovato: i tagli di luce di Caravaggio; una contrapposizione di logiche economiche che potrebbero ritrovarsi accostando Andy Warhol e Giulia Piscitelli; una lingua talmente intensa da riportarmi banalmente a Visconti e alla sua “Terra trema”, e in generale al neorealismo, letterario e filmico.

Il progetto del regista si slega dal non filmico è diventa documentario in un battesimo d’immagine, che mostra, agli occhi di Filippo, ma soprattutto ai nostri, la realtà dei fatti: il ritrovamento dei corpi sulla spiaggia di persone che lui stesso ha cercato di non aiutare; i pensieri egoistici di un ragazzino immaturo;  il cambio di pelle cui è sottoposto.

Lo sguardo è pilotato da un regista che si sveste, e si riappropria degli abiti da film maker, iniziando a usare una nuova grammatica, cambiando in stile, luci, posizioni di ripresa e coscienza, in breve frame dalla durata di pochi minuti.

La fine non la dico.

Ho pianto.

Bel cast.

Trailer:

Frasi:
“Lei sente l’odore delle tue mani. Lei è nata con le tue mani”.

“Ma io dico: è possibile che un pescatore muore di fame, quando è suo il mare?”.

“Noi non ci siamo sul mappamondo. Quest’isola è troppo piccola”.