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Zerocalcare #libri #fumetti #baopublishing #pointofview [#recensione]

arte, artisti, attualità, cultura, film, fumetti, giovedì, leggere, libri, televisione

Mi rendo conto che nell’ultimo periodo sto diventando una affiliata della Bao Publishing perché nel giro di poche settimane ho letto tre volumi dei loro autori. Mi piace molto la selezione che hanno, e spesso visito il sito per vedere se ci sono offerte mirate, unite a gadget e tirature limitate da collezione.

È così che ho deciso di intraprendere il viaggio con Zerocalcare alcuni mesi fa, tanti volumi pubblicati e non un quadro preciso della sua identità. In realtà avevo già fatto degli acquisti su Amazon da spedire in Francia, regalare per Natale Kobane Calling (2015), in lingua, ad amici che vivono lì. Nel frattempo ho maturato la necessità di una sua conoscenza approfondita che non si limitasse al blog. Allora ho vagato per librerie di mezzo Abruzzo senza decidere mai cosa prendere. Il fatidico giorno è arrivato quando uno dei miei librai di fiducia e un caro professore dell’università mi hanno illuminato la via. Ho ordinato Un polpo alla gola (2012) e Dimentica il mio nome (2014).

Fagocitati in meno due giorni, la cosa più intensa è la rassicurazione che lasciano. Un condensato di coscienza che si rivela fatidico, utile per ristabilire un mio vissuto non affatto diverso rispetto a quello raccontato dell’autore, quindi non unico o esclusivo, ma collettivo e corale, generazionale. In comune la stessa matrice politica, l’immaginario semi-plagiato targato anni ’80, vicini di età, disagi ansiogeni a manetta (per non dire pippe sulle cose più banali custodite per anni in silenzio fustigando il cervello senza motivo).

Chi ha suggerito i fumetti mi ha permesso di intravedere momenti centrali che segnano un passaggio da un’età adolescenziale a una maturità saggia, nella forma più leggera possibile. Di queste letture continuative, corrispondenti a una consultazione di un libro normale, ciò che convince è lo squilibrio apparente che esiste tra l’uso delle parole e quello delle immagini. Si è invasi da flussi di coscienza che predominano sullo scenario del disegno. Un doppio livello di lettura sorretto dalla paura, dalle emozioni dei protagonisti, continuative e insistenti. Spesso la risoluzione ai problemi è la trama sottaciuta, allusa, dove il processo ritrova la sua dimensione reale in uno sfogo creativo con un oggetto appartenente a una memoria lontana.

Prodotti culturali chiari ed efficaci, evidenti già in una fase successiva, quando al termine dei volumi ci si accorge che tutti gli elementi erano dichiarati in copertina, diretti e accessibili, immediati nel ricordare tema e trama (di cui non parlerò).

 

Zerocalcare

Un polpo alla gola, 2012
http://amzn.to/2nILIpk
Dimentica il mio nome, 2014
http://amzn.to/2EdYOp5

www.baopublishing.it

 

 

 

 

 

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Carol – Todd Hynes

amore, cinema, comunicazione, film, fotografia, libri

Che dire? Ho visitato la sala cinema della città. Accogliente, raccolta nella sua nuova veste, è lì che ho visto Carol di Todd Hynes. Mi è sembrato capire che da tre piccole sale, sono arrivati a sette sezionando l’intero spazio sulla base dei consumi del pubblico così da avere una offerta migliore, più ampia. Non ricordo i prezzi precedenti, ma 7 euro, durante la settimana, mi pare sia un po’ alto – anche se capisco che gestire l’intero ambiente sia costosissimo, oggi. Ho capito che se dovessi tornare lì, andrò il martedì, quando troverò la possibilità di riduzione. In più, a metà mese, riprenderanno gli appuntamenti Alternativa, e questo mi rincuora molto.

Carol è un lavoro molto lento. Il film ha un montaggio classico, non stereotipato da stacchi veloci di camera e/o inquadrature, e ha una colonna sonora che vale l’intera produzione. La storia trae ispirazione da una pubblicazione di Patricia Highsmith il cui libro dà titolo all’omonimo progetto qui descritto. Si tratta di una narrazione la cui centralità è riposta svelamento, nella ammissione dichiarata della propria omosessualità, nell’accettazione del proprio essere. E’ una visione sofisticata, lontana dal nostro modo di interfacciarsi all’odierno. Ho trovato molto interessante la sequenza del viaggio, punto in cui il progetto si anima nella libertà, nella verità, delle protagoniste, Therese e Carol.

Therese (Rooney Mara –  mi ha ricordato Audrey Hepburn) è una giovane confusa. Molto bella, sembra una ragazza contemporanea a tutti gli effetti, e rappresenta l’esternazione di una crisi valida nel presente, che si ritrova nella scelta degli abiti che sembrano rimarcare molte differenze, tra cui, quelle di status con Carol (Cate Blanchette). Quest’ultima è un donna dall’apparenza sicura, sofisticata, elegante, appartenente a un’America bene degli anni cinquanta, in lotta con un marito possessivo che la ostacola in tutti i modi. Questa distanza temporale (tra le due) sembra essere suggerita dagli stacchi di luce fotografica disposti tra una inquadratura e l’altra, quando esse sono sedute in maniera frontale in alcuni passaggi del lavoro. Inoltre, mi è piaciuta la sequenza in cui lo spettatore spia gli attori che si trovano dentro la sala di proiezione nel film. L’idea che un pubblico (noi) stesse osservando le azioni di chi era dietro le nostre spalle realmente (il proiezionista), alla stessa maniera di quelle persone (gli attori) – nella ciclicità del gesto – mi ha fatto sentire parte di un tutto in una cucitura e nella sutura dell’esistenza.

Non credo lo ricorderò a lungo.
Buona visione!

 

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Anche io

amore, attualità, comunicazione, cultura, leggere, letteratura, libri, musica, politica, quotidiani, vita

 “«Credo nella gente – risponde in inglese – nelle leggi della natura umana». Ed è straordinario sentirglielo dire.”

La malvagità di cui parlava Einstein, esiste. Non per questo abbandono la speranza.
Leggere questo articolo mi ha fatto affiorare alla mente due testi di Cesare Pavese.
Nella mia tesi di laurea discussa nel 2009, estrapolai due parti comuni, da entrambi i libri.
Citazioni che inserii all’inizio e alla fine della ricerca, come augurio e come necessità.
E’ stato un anno tragico per la mia terra.

La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo a case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora al danno materiale e ai morti, dispiace pensare ai tanti anni vissuti, tante memorie, spartiti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falo’ d’erbe secche e che la gente ricominci“.
La luna e i falo’ (Einaudi, 1950)

La vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno…
La casa in collina (Einaudi, 1948)

Dal testo dedicato ai fatti di Sarajevo dei primi anni Novanta, poco fa linkato, trovo altri elementi importanti, molto affini, a quanto espresso sopra da questo nostro immenso scrittore italiano:

«Una mattina ci siamo svegliati, nella nostra casa in collina, e abbiamo visto del fumo provenire dalla zona dove era la Biblioteca. Eravamo pronti, avevamo già iniziato a mettere in salvo i libri nel caveau o a portarli altrove. Comunque rimanemmo sbigottiti. La biblioteca bruciava». Era il 25 agosto del 1992. Vi ricordate l’immagine del violoncellista, Vedran Smailovic, che suona composto e distrutto tra le rovine?
Oggi la biblioteca è finalmente riaperta: è vuota, non ci sono libri, ma è diventata un museo alla memoria, con una piccola esposizione al pian terreno, ed è bellissima. Residbegovic ci lavorava già da quindici anni: ha dedicato tutta la sua vita ai libri, e quell’incendio non l’ha scoraggiata

«I libri possono anche bruciare, ma nella nostra memoria restano, come restano le biblioteche. L’Umanità sapeva della Biblioteca di Alessandria, la “ricordava” anche senza averla mai conosciuta. Così è per la Biblioteca di Sarajevo: certo, mi mancano quei libri, mi mancano i colleghi che sono caduti, ma la memoria non è stata distrutta dalle bombe».

 

Mi sento in pace, in piena fiducia.
Oggi è nuvoloso, ieri è stata una giornata strana, speriamo nevichi davvero.

Di tutto un po’ [4 film visti di recente]

cinema, film

Mi sono accorta che sto accumulando film e ogni giorno mi riprometto di dire qualcosa ma non trovo l’ispirazione giusta. Stamattina provo a superare questa impasse poiché da un punto bisogna iniziare affinché le questioni arretrate siano sistemate.

Il primo di cui voglio parlare è Venere in pelliccia di Roman Polanski del 2013. Chi conosce i suoi film si renderà conto di quanto l’intreccio psicologico sia la chiave di una ramificazione potente che tiene incollati gli spettatori alla visione senza troppa difficoltà (Carnage, The Ghost Writer – per citare gli ultimi) . Si tratta di una produzione che trae fondamento da un testo letterario che ha dato vita a cio’ che è stato etichettato come “Masochismo” , ma non voglio parlare di questo, quanto far luce – in breve – sulla straordinaria capacità del regista  di aver saputo costruire dialoghi e intrecci narrativi talmente incastonati da permettere a chi guarda di essere assorbito totalmente dalle dinamiche teatrali. Il gioco di rimandi che si crea tra i protagonisti è sistema incatenato di codici che gioca tra realtà e finzione, in un raggiro che è ulteriore, poiché amplificato dal flusso filmico. Tutto è annunciato fin dall’inizioin un ragionamento che si poggia sulla gestione dell’ego maschile nei rapporti, nella vita e – in questo caso – nella gestazione di una stesura autoriale. I protagonisti sulla scena sono due – un maschio e una femmina – e tutto ha una struttura dialogica che trova le sue radici nella tragedia greca.

L’ho registrato, vorrei rivederlo almeno un paio di volte. Il trailer permette di capire al meglio cio’ che volevo trasmettere.

 

Altro in lista, visto al cinema lunedì scorso, è tutto italiano ed è la commedia diretta e scritta da Gianni Di Gregorio, Buoni a nulla. Semplice e ironico, fin troppo reale. Mi ha divertito parecchio. La storia ruota attorno al ruolo dei dipendenti pubblici e sull’idea del farsi rispettare.

Da cestinare o buttare nel cesso, invece, due prodotti che non meritano due righe di commento. Smiley –horror di bassa lega e Amiche Nemiche –  una storia banale di due ragazzine che lottano per invidia in uno pseudo thriller che fa morire dalle risate.

Masterpiece su Comunite – punto di vista iniziale

cultura, libri, Studiare, televisione, Università

Sulla pagina Comunite.it  Il Portale della facoltà di Scienze Della Comunicazione dell’Università degli Studi di Teramo, trovate il mio primo articolo intitolato:

Masterpiece = Capolavoro. La letteratura regge la competizione televisiva?

Clicca qui per saperne di più!

Promo:

Sito ufficiale del programma:

http://www.masterpiece.rai.

Riflessione ad alta voce

attualità, cultura, Studiare, vita

Penso che un buon libro di Storia possa definirsi tale quando arrivi a credere che tutto il percorso di studio fatto faccia maturare in te numerosi dubbi sulle situazioni odierne. La paura t’instilla una curiosità e una riflessione che induce a scoprire come i cambiamenti sociali, applicati nel corso dei secoli, siano avvenuti a tutela delle proprie identità (si prega di leggere quest’ultimo significato spurio dal concetto di “nazionalismo”).

L’Europa ha maturato un suo cammino su processi culturali decisivi da una consecutio antica fino a oggi. L’America, invece, è supremazia travestita da bluff: ne sono sempre più convinta.

Insight e nevrosi. Nel blu dipinto di blu.

arte, arte contemporanea, attualità, libri, Studiare, vita

Altro elemento che non riesco a controllare nella mia vita è l’impeto. Di notte ho degli attacchi improvvisi che mi portano a smuovere i pensieri in maniera del tutto viscerale. Così, le questioni, sfuggono o trovano rimedio secondo i casi. In poche parole l’insight mi fotte in qualsiasi modo esso vuole, poiché poi, presa da questi raptus, la cosa – bella o brutta che sia – devo farla.

Allora scrivo di tutto petto alle persone che amo, a quelle che odio, a quelle in sospeso. Progetto e invento cose, trovo soluzioni a quesiti cui mi sono arrovellata il cervello per interi giorni.

Questo blog ultimamente è diventato più una palestra di sfogo sulle mie difficoltà, che uno spazio educativo devoto a una missione culturale. Iniziato con mille suggerimenti su libri, film, tv e cucina, piano piano sta arrivando a Ramengo per mostrare il lato buio di me stessa. Fortuna che tempo fa ho specificato nelle info che era sorto per motivi di “frustrazione giornaliera”, altrimenti oggi avrei potuto considerare la questione abbastanza preoccupante.

Non ho mai spiegato la causa che ha generato tutto questo, la radice progenitrice dalla quale sono nate le pagine che puntualmente scrivo, assieme alla scelta del nome.

Il primo post, quando ho inaugurato lo spazio, ha avuto lo scopo di spiegare il significato del termine “Bricolage“.

Lo ripropongo, se qualcuno non dovesse ricordarlo:

s.m. fr. (pl. bricolages); in it. s.m. inv. (o pl. orig.)

• Lavoro dilettantesco di tipo artigianale eseguito per hobby.

Seguendo tale significazione allora si può capire che la mia strada non è del tutto sbagliata, ma quanto più coerente con ciò che mi ero prefissata.

C’è da aggiungere l’ispirazione è nata da un volume di Angela VetteseSi fa con tutto. Il linguaggio dell’arte contemporanea – nel quale il bricolage è la chiave di volta per spiegare una sorta di metodo applicato ai movimenti artistici sorti tra ottocento e novecento. Per essere pignola, lei, a sua volta, si lascia ispirare da Lèvi Strauss, il quale affermava che il “bricoleur” è colui che si trova a usare egli strumenti secondo i materiali a disposizione – ma siccome non voglio infognarmi in filosofie varie, mi fermo; poiché, se iniziassimo a scavare del fondo delle cose, rischieremmo di perderci e trasformare le parole dette fin qui in una elaborazione analitica archetipica dal quale mi potrebbe salvare solo un ottimo psicoterapeuta devoto all’ipnosi.

Involontariamente applico questa filosofia, scevra da intellettualismi e aperta a una comprensione che spero possa arrivare a tutti.  In sostanza sono una bricoleur che cerca di vivere con un’eco responsabile la vita, e attraversando l’arte, cerca di scappare dagli inganni.

 

ArteFiera – Bologna, 26 gennaio 2013

arte, arte contemporanea, artisti, cultura, mostre, rumors

Mi faccio coraggio, dovevo iniziare a studiare, ma la voglia di scrivere è stata impellente.

Sabato scorso sono stata ad ArteFiera a Bologna per il regolare incontro dedicato al mercato dell’arte contemporanea, in cui i maggiori collezionisti si incontrano per dare adito alle loro più nascoste ferocità.

Spero di essere breve e concisa, poiché quello che mi preme dire è legato solo a pochi aspetti di quella giornata, iniziata prestissimo, finita tardissimo, e con residui di me lasciati in varie parti d’Italia, tra un viaggio di andata e quello di ritorno.

Se si va a guardare il significato del termine fiera, oltre a raduno di venditori ambulanti e compratori, troviamo anche al suo interno un lemma che indica un animale feroce collegato al suo sinonimo belva.  Questi, dovrebbero essere segnali per capire la mia posizione in merito all’incontro.

La cosa più imbarazzante – emersa a chiare lettere – è la poca considerazione di avviare una  visione che vada  verso una nuova sperimentazione, magari vicina alla new media art – soprattutto se si parla di artisti italiani. Tanta pittura in crisi esistenziale; molti nomi che governano il mercato delle medie e grandi gallerie; le piccole o giovani, invece, fagocitate e imboscate in un programma relegato e fine a se stesso, senza nessun margine di spiraglio o con la voglia di presentare qualcosa di diverso, che non sia la solita pop art o quelle accozzaglie di commistioni varie vicine all’informale.

A parer mio la nuova frontiera italiana deve essere  fotografica, lontana da schemi accademici di vecchio stampo, collegata a una visione antropologica, d’indagine, che si unisca a preparazione intellettuale valida, con dietro, quanto meno, la volontà di un pensiero di realizzazione basato su un progetto calibrato in un obiettivo stabile da raggiungere.

Basta con questi artistuncoli che vogliono entrare nel mercato per fare soldi. Basta con questo sputarsi e prostituirsi intellettualmente per un’idea d’artista che solo in pochi eletti – tralasciando i loro uffici stampa – possono raggiungere.

Mi meraviglio ancora una volta di chi decide di acquistare pezzi d’impatto, dai quali ci si può liberare subito, passato il momento dell’entusiasmo. Da “cane mangia cane” dovremmo un attimo aprirci e porci verso un “cane non mangia cane” (canis canem non est).

Inutile dire che viviamo in un blocco creativo. Il nostro mercato è fossilizzato sul grande movimento dell’Arte Povera teorizzato da Germano Celant nel 1967. Giulio Paolini, Zorio, Merz, Alighiero Boetti (anche se poi è andato verso il concettuale), Michelangelo Pistoletto, sono quelli più quotati, che assieme a Melotti, Fontana, De Chirico, Guttuso, Manzoni, si fanno avanti nelle sezioni eleganti e riversate a clienti esclusivi, dove ci si può sentire a casa, meno confusi, con qualcosa di concreto e meno effimero in mano. Un piccolo Paladino era in un angolo, solo soletto, per comunicarci che anche la Transavanguardia, di sfuggita, era presente.

Il distacco è netto nell’organizzazione degli spazi. E’ visibile nei colori scelti e nell’organizzazione e distribuzione delle aree; ciò – come ovvio – si riflette nella distribuzione di un pubblico che si contraddistingue per stili d’osservazione e d’acquisto completamente diversi tra loro.

Ottime occasioni per ottenere cataloghi a prezzi stracciatissimi, ottime occasioni per stipulare contratti d’abbonamento; rigetto totale per alcun riviste di settore che mettevano a prezzo pieno le loro pubblicazioni ultime.

Credo sia tempo di andare oltre. Iniziamo ad attendere la Biennale di Venezia prossima, curata da Massimiliano Gioni.

Ps. dateci la “relazionale”!!

Una separazione – Asghar Farhadi

cinema

Il post oggi è dedicato a un film di provenienza iraniana intitolato “Una separazione”.
Quest’ultimo, scritto, diretto e montato da Asghar Farhadi, ha vinto la Berlinale e conquistato un oscar nella “importante” kermesse americana, lo scorso anno, come miglior opera straniera.

Per i comuni mortali potrebbe essere un lavoro sfiancante. Per me, contraddittorio e intenso.

Il montaggio non presenta grosse attese, è puro e lineare; la storia, invece, ha un che d’interessante.
Si tratta di un’opera che incrocia più punti di vista di una stessa tradizione, trattando come soggetto principale l’integralismo religioso e il suo opposto.

La pellicola mostra come società lontane, rispetto alla nostra, si rapportano ai cambiamenti della vita contemporanea, seguendo le fila della loro tradizione territoriale e di cultura mediorientale.

La storia ha come centro focale il racconto di due famiglie diverse, che si trovano a interagire per un motivo preciso: l’anziano padre malato di uno dei quattro protagonisti, che diventa capro espiatorio di una situazione non leggera tra la nuora e figlio.

Questa scusa regge un contesto ben più complesso.

La narrazione inizia, infatti – come da trailer – attraverso la separazione di questa giovane coppia; nella quale la donna è capofila in una condizione culturalmente non di certo appagante. E’ lei che vuole allontanarsi dall’Iran ed emigrare negli Stati Uniti; è lei che cerca di convincere il marito a trovare un ambiente migliore per l’educazione della loro figlia; è lei che indossa sempre jeans e Ray-Ban; infine è lei che guida un grande suv e che si oppone a certe logiche tradizionali della sua terra.

Dall’altro capo del filo, invece, la donna che andrà ad assistere l’anziano signore; colei che incarna tutti i principi dell’islamismo più sfrenato; colei che chiama castamente gli organi religiosi per sapere se sta o no commettendo peccato; è lei che accetta il lavoro per salvare la condizione di un marito mentalmente instabile che ha perso il lavoro da troppo tempo; è lei che porta in scena sua figlia più piccola e l’altro che nasconde in grembo.

Non esiste un punto di vista unico. Il regista costruisce una piattaforma di incontri speculari, al fine di ottenere una summa delle personalità coinvolte nella costruzione del racconto.

A parer mio, l’attenzione è rivolta alle donne, benché la scena sia riservata spesso agli uomini.
Signore, bambine, ragazzine si manifestano attraverso i loro occhi che emergono da un velo che copre viso e corpo in maniera parziale o totale.

C’è da prendere una decisione che spetta a un’undicenne chiusa in un’aula con un giudice. Un obbligo che si percepisce dall’uomo in primo piano (il padre) e la donna posta aldilà di un vetro (la madre), in attesa di una bambina (la loro) non ancora donna, costretta a sopportare la situazione frustrante di una scelta che è troppo forte per lei, e che lascia un po’ in sospeso anche lo spettatore.

Trailer:

Reality di Matteo Garrone

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Pubblico prevalentemente femminile al cinema per vedere Reality, il nuovo film di Matteo Garrone, uscito venerdì scorso nelle sale.

Strano. L’aggettivo qualificativo positivo che mi sento di usare per definire la sensazione che ho provato nell’osservare la pellicola.

Fabulatorio, onirico, teatrale, mi ha portato in una dimensione straniante, grazie a una colonna sonora da urlo, talmente indicativa, da far rimanere incatenati alla poltrona, fin dai primi minuti, i pochi spettatori presenti.

Federico Fellini, Vittorio De Sica, Eduardo De Filippo affioravano nei miei pensieri osservando una Napoli strepitosa, barocca ed escheriana; restituita da un gioco di luci in notturna che elevava al top il suo splendore, e con una cura massima della fotografia che spogliava gli ambienti da quell’alone di sudiciume camorristico, restituendole una grandezza spirituale e architettonica che le è sempre appartenuta.

Le immagini della contemporaneità si coniugano con le opere di Martin Parr, gli scritti di Marc Augé e Bauman.

Non è un documentario, ma un film di fiction concentrato sulla massificazione. E’ un’analisi sprezzante di un paese che ha perso l’identità e il colore, rimanendo incantato dall’inutilità.

Ho avuto l’impressione che molte delle riprese fossero fatte con camera a mano, vista la traballante precarietà delle immagini.
Il dubbio (o la curiosità)  più grande che ho, è di una inquadratura fatta durante i provini per le selezioni del Grande Fratello a Roma. Garrone fa una carrellata sui partecipati spostando lentamente la camera verso l’ingresso e la scritta Cinecittà. Dove voleva guidarci, e in quale realtà?

Frase (inutile e ossessiva):
“Never give up”

Trailer:

Terraferma di Emanuele Crialese

cinema, cultura, film


Scrivo del film dopo averlo scoperto sulla piattaforma Sky on demand, la quale lo rende disponibile fino alla data del 12 settembre 2012.
La pellicola è un progetto che unisce fiction e non fiction in un tematica precisa: i clandestini, i migranti, gli immigrati, che sbarcano ogni giorno in Italia, a largo delle isole più anonime.
Persone costrette a compiere viaggi estenuanti, per fuggire da territori martoriati, ricchi di conflitti interni e governi dittatoriali e criminali.
Non si tratta di un lavoro di piagnistei e ridondanze, quello di Crialese è un creare scambio di emozioni in cui lo spettatore ripercorre, in maniera necessaria, la propria esistenza.

Protagonista assoluto della scena è Filippo, un ragazzo in età di formazione. Biondo, riccio, con gli occhi chiari e un viso segnato dal tempo. Un personaggio che ricorda Ninetto Davoli ai tempi delle intense regie di Pierpaolo Pasolini. La terra, è quella siciliana, in cui ogni giorno accadono situazioni di questo tipo, omesse dalla stampa nazionale e generalista.

E’ un’opera cinematografica in bilico, la cui centralità è posta nella scelta. La scelta, la costrizione all’essere fedele ancora al codice del mare (a ciò che si è), o a imposizioni normative e comportamentali dettate da autorità centrali. Turisti, clandestini, persone comuni i cui atteggiamenti sono il risultato effimero di qualcosa che è sopra di noi e che modifica le esistenze (il denaro, la pubblicità, l’immagine /Cash, marketing e branding image).

Mentre appuntavo i dettagli e i pensieri che mi colpivano di più, ho trovato: i tagli di luce di Caravaggio; una contrapposizione di logiche economiche che potrebbero ritrovarsi accostando Andy Warhol e Giulia Piscitelli; una lingua talmente intensa da riportarmi banalmente a Visconti e alla sua “Terra trema”, e in generale al neorealismo, letterario e filmico.

Il progetto del regista si slega dal non filmico è diventa documentario in un battesimo d’immagine, che mostra, agli occhi di Filippo, ma soprattutto ai nostri, la realtà dei fatti: il ritrovamento dei corpi sulla spiaggia di persone che lui stesso ha cercato di non aiutare; i pensieri egoistici di un ragazzino immaturo;  il cambio di pelle cui è sottoposto.

Lo sguardo è pilotato da un regista che si sveste, e si riappropria degli abiti da film maker, iniziando a usare una nuova grammatica, cambiando in stile, luci, posizioni di ripresa e coscienza, in breve frame dalla durata di pochi minuti.

La fine non la dico.

Ho pianto.

Bel cast.

Trailer:

Frasi:
“Lei sente l’odore delle tue mani. Lei è nata con le tue mani”.

“Ma io dico: è possibile che un pescatore muore di fame, quando è suo il mare?”.

“Noi non ci siamo sul mappamondo. Quest’isola è troppo piccola”.