Una separazione – Asghar Farhadi

Il post oggi è dedicato a un film di provenienza iraniana intitolato “Una separazione”.
Quest’ultimo, scritto, diretto e montato da Asghar Farhadi, ha vinto la Berlinale e conquistato un oscar nella “importante” kermesse americana, lo scorso anno, come miglior opera straniera.

Per i comuni mortali potrebbe essere un lavoro sfiancante. Per me, contraddittorio e intenso.

Il montaggio non presenta grosse attese, è puro e lineare; la storia, invece, ha un che d’interessante.
Si tratta di un’opera che incrocia più punti di vista di una stessa tradizione, trattando come soggetto principale l’integralismo religioso e il suo opposto.

La pellicola mostra come società lontane, rispetto alla nostra, si rapportano ai cambiamenti della vita contemporanea, seguendo le fila della loro tradizione territoriale e di cultura mediorientale.

La storia ha come centro focale il racconto di due famiglie diverse, che si trovano a interagire per un motivo preciso: l’anziano padre malato di uno dei quattro protagonisti, che diventa capro espiatorio di una situazione non leggera tra la nuora e figlio.

Questa scusa regge un contesto ben più complesso.

La narrazione inizia, infatti – come da trailer – attraverso la separazione di questa giovane coppia; nella quale la donna è capofila in una condizione culturalmente non di certo appagante. E’ lei che vuole allontanarsi dall’Iran ed emigrare negli Stati Uniti; è lei che cerca di convincere il marito a trovare un ambiente migliore per l’educazione della loro figlia; è lei che indossa sempre jeans e Ray-Ban; infine è lei che guida un grande suv e che si oppone a certe logiche tradizionali della sua terra.

Dall’altro capo del filo, invece, la donna che andrà ad assistere l’anziano signore; colei che incarna tutti i principi dell’islamismo più sfrenato; colei che chiama castamente gli organi religiosi per sapere se sta o no commettendo peccato; è lei che accetta il lavoro per salvare la condizione di un marito mentalmente instabile che ha perso il lavoro da troppo tempo; è lei che porta in scena sua figlia più piccola e l’altro che nasconde in grembo.

Non esiste un punto di vista unico. Il regista costruisce una piattaforma di incontri speculari, al fine di ottenere una summa delle personalità coinvolte nella costruzione del racconto.

A parer mio, l’attenzione è rivolta alle donne, benché la scena sia riservata spesso agli uomini.
Signore, bambine, ragazzine si manifestano attraverso i loro occhi che emergono da un velo che copre viso e corpo in maniera parziale o totale.

C’è da prendere una decisione che spetta a un’undicenne chiusa in un’aula con un giudice. Un obbligo che si percepisce dall’uomo in primo piano (il padre) e la donna posta aldilà di un vetro (la madre), in attesa di una bambina (la loro) non ancora donna, costretta a sopportare la situazione frustrante di una scelta che è troppo forte per lei, e che lascia un po’ in sospeso anche lo spettatore.

Trailer:

9 Comments

  1. Luca Mercadante

    Io l’ho visto proprio un paio di giorni fa. Malgrado abbia iniziato la visione contro voglia (ultimamente soffro i film sociali e questo mi pareva tale) alla fine ho dovuto ammettere che si tratta di un bel lavoro. Poco da aggiungere a quanto hai già detto: importante secondo me è il modo in cui viene mostrata l’atteggiamento della “Giustizia” nel mondo dei personaggi, come questa va sempre oltre le intenzioni. Sottotono invece è proprio la trama principale (la separazione con tutti i suoi risvolti a cui accennavi anche tu) forse perché assorbita dalla sottotrama.

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    1. Bricolage

      Non è di quelli sbalorditivi dove alla fine esci chissà quanto toccato emotivamente.
      Allo stesso tempo ha qualcosa che non ti fa allontanare dalla visione.
      Se hai l’on demand, magari cercalo lì 😉
      Aspetto tue opinioni allora!

      "Mi piace"

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