Chiara Ferragni, Spora, il pubblico #donne #comunicazione #lavoro [#attualità]

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È passato circa un mese dalla visione del documentario di Elisa Amoruso su Chiara Ferragni. Le prime impressioni a caldo le ho postate sulla pagina instagram il giorno dopo l’uscita del film. Nel frattempo su scala nazionale è scaturita una feroce discussione che ha coinvolto altri comunicatori che stanno avendo successo per i loro modelli di business on-line.

Tutto è parte dall’articolo di Riccardo Luna su Repubblica del 19 settembre dove si afferma una grande verità: chi sottovaluta quello che accade nel mondo del web è molto indietro rispetto a ciò che sta avvenendo nelle nostre esistenze, questo non implica la svalutazione di ciò che c’era prima e neppure l’accettazione di quello che accade oggi, si tratta di un riflesso tra vecchio e nuovo mondo, di due codici linguistici che si incontrano e si fanno la guerra per una supremazia di sopravvivenza, come se non ci fosse più posto per nessuno da quando il reale e diventato virtuale.

Rimango dell’opinione che Chiara Ferragni e Spora (Veronica Benini) – l’altra donna citata nell’articolo – hanno creato realtà imprenditoriali femminili imponenti per il divenire, contrapposte e in dialogo. Sono d’accordo con chi dice che la capacità di queste due personalità web è nella stesura programmatica dei loro racconti e nell’uso delle tecnologie.

Seguo entrambe da diverso tempo, ho studiato comunicazione, mi piacciono i fenomeni in larga scala, le reazioni della critica, quelle del pubblico; ho lavorato a contatto coi visitatori di un museo per otto anni. Le persone sono una grande incognita, una cosa a parte, ingestibile; la gente è pronta a cambiare opinione e decretare il successo o l’insuccesso di una persona o di una cosa sulla base dell’andamento dei messaggio costruiti e comunicati in maniera più o meno forte. Questo dipende da chi li realizza, da esseri umani come noi, che scelgono una via che può risultare efficace nel migliore dei modi o un totale fallimento per la percezione altrui.
Nei due casi che riporto, il dato utile è nelle comunità che hanno contribuito al successo di donne di carattere. Persone che hanno scelto un luogo preciso dove connotarsi e contraddistinguersi; creare una rete che è un vero e proprio sistema. La prima, la più famosa su scala internazionale, si occupa di brand di lusso; la seconda, attraverso la sua personalità prorompente e rivoluzionaria ribalta l’approccio della Ferragni: aiuta chi vuole a curare una immagine, la propria idea imprenditoriale, insegna a come imporsi su mercati alternativi attraverso la motivazione. Si fanno pagare. Sono persone che lavorano in maniera indipendente, ognuno con il proprio metodo, supportate da chi crede in ciò che dicono, cioè scelgono di stare lì e sovvenzionare in qualche modo le attività di un messaggio che più gli appartiene.

L’unica differenza rispetto al passato è in chi è contrario a questo approccio, ciò si manifesta nei commenti e nelle reazioni. Chiose sotto gli occhi di tutti, scagliate in modo lapidario nella loro posta privata come se dietro ogni nostro schermo non ci fossero sensibilità a leggere, scrivere o progettare. Nel passato quanto era possibile farlo? Ci si affidava a un critico, si dava a lui il potere della nostra voce. Oggi siamo noi, nel bene e nel male, a stabilire dove e con chi stare nei limiti del rispetto dell’altro e pare difficile accettare il successo di chi ci riesce. Manifestare o rigettare la colpa della propria frustrazione è sport nazionale che ci rende complici e irresponsabili davanti a un comportamento che potrebbe cambiare con facilità per la gioia di molte delle persone on-line.

Quando penso al negativo, immagino un brand come la Coca-cola, un marchio storico e tradizionale che è sulle nostre tavole da fine Ottocento. Le loro strategie hanno modificato i nostri comportamenti a tavola tanto da sostituire l’acqua a questa bevanda frizzante. Dietro la loro idea esiste una ricerca, uno studio e persone che investono i loro tempo in una attività. Nessuno impone di bere questa bevanda, ma molti la acquistano. Che vorrà significare?

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Io, donna [#riflessione]

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Sono alcuni giorni che rifletto sulla mia condizione di donna; accade molto spesso che mi confronto con una mia cara amica su questo tema. Entrambe ci troviamo a leggere dei libri che trattano argomenti dedicati alla maternità o di figure femminili sottomesse alla visione del mondo maschile/patriarcale. Ci siamo ritrovate a dover ammettere che una delle questioni che ci devasta come genere è quello del condizionamento sociale.

Esiste un problema di fondo, che è dilagante, secondo il quale se non sei madre o senti la necessità di essere moglie, sei considerata per molti una persona problematica o incapace di avere delle relazioni: perché è impossibile non volere dei figli o è impossibile non sposarsi quando l’età avanza e il tempo scorre inesorabile come una trappola. Questo tipo di commenti – che ritengo sprezzanti – sono spesso lanciati dalle donne, e per mio conto, affermo che imbestialisce le relazioni portandole al collasso e a una forte sottovalutazione della presenza di violenza psicologica che può esserci stata dietro ogni singola nostra singola storia.

Mi auguro di riuscire, nelle prossime settimane, a parlare su queste pagine di alcune letture che sto portando avanti. Si tratta di vari generi letterari che mi hanno risucchiata e sui quali sto aprendo gli occhi in maniera molto acuta. Tra quelli più interessanti e difficili esiste un volume dedicato agli scandali in Vaticano. Si tratta di una inchiesta di un sociologo francese che per quattro anni ha intervistato sacerdoti, prelati e alte cariche della Chiesa cattolica di tutto il mondo. Il suo punto di vista è una indagine che si basa sulla omofobia e sulla corruzione interne a quel sistema. Ogni volta che lo apro, ho sempre questa domanda fissa nella testa ed è legata alla spiritualità e alla immagine cui siamo sottoposti da una vita: cosa hanno in comune con me, donna, Gesù Cristo e la sua figura? come cambia la nostra percezione se sappiamo che quella che hanno scelto di farci guardare ad ogni angolo su ogni muro, delle nostre case, uffici e istituzioni è una rappresentazione di un uomo durissima e violenta?

Il suo è messaggio potentissimo e unico, ma in che modo è utile alla mia persona? in cosa mi rappresenta oggi? L’unica motivazione che riesco a darmi è la possibilità di non arrivare a quel tipo brutalità e di trascinare la mia croce personale fino al punto di fermarmi un attimo prima, scegliere di non soffrire come ha vissuto lui, in una esistenza che ha rivoluzionato il mondo della religiosità, ai suoi tempi, tanto da segnare ancora i nostri giorni.

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Marina Abramović Rhythm 0 1974, Marina Abramovic. The Cleaner, Palazzo Strozzi, Novembre 2018 ph. Amalia Temperini

Marina Abramović. The Cleaner #marinaflorence #palazzostrozzi #mostre [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, eventi, giovedì, Narcisismo, recensioni arte, società, turismo, viaggi

Come dicevo due articoli fa, nel mio ultimo viaggio a Firenze ho effettuato alcune tappe, tra queste anche il super-classico passaggio a Palazzo Strozzi dove si sta svolgendo Marina Abramović. The Cleaner, la prima retrospettiva italiana dedicata a una delle figure più controverse dell’arte contemporanea mondiale.

La mostra ha un corpus di circa 100 opere organizzate in fotografie, installazioni, pittura, video e archivi che focalizzano il suo centro nel concetto di re-performance. Il coinvolgimento di giovani artisti sostiene e replica esperienze che ruotano attorno all’idea di desiderio, morte e ideologia. La visita, nella sua totalità, permette di attraversare la storia e la narrazione di una figura dotata di una personalità che ha rivoluzionato il concetto di performance con l’esposizione del proprio corpo a torture estreme, per comprendere le potenzialità e i limiti dell’umano, dagli anni ’70 in poi.

Poche sono le cose che colpiscono veramente, rare le emozioni, tutte concentrate in quelle esperienze dove il mito è richiamato da codici appartenuti a una impostazione politica. Tra le sale più potenti quella dedicata a Count on Us (2004). In questo ambiente i video raccontano la storia di un coro di bambini orchestrato come una prefigurazione basata su un fatto politico reale e manifestato in modo ironico dall’artista. Marina Abramović struttura questa azione come gesto di rifiuto per le azioni ONU avvenute durante la guerra in Kosovo e sfrutta – a suo modo – le buone speranze di un compositore jugoslavo che scrisse un inno a una scuola dedicata alle Nazioni Unite in virtù di promesse – mai mantenute – proprio da quell’organismo sovranazionale.

Questo lavoro è l’unico racchiude una esperienza ancora viva. Inizia e finisce come un ciclo di vita, con la sostanziale differenza che fuori dal coro esistono due ragazzini che in maniera radicalizzata esternano un senso appartenenza a qualcosa che emana una grande passione e un senso di orgoglio sfrenato visibili dalla comunicazione non verbale e dallo sforzo del canto. Un lavoro attualissimo che evidenzia in un unico risultato l’inizio e la fine di un ciclo impiantato sull’idea reale o falsificata di libertà.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle. Con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Regione Toscana, Associazione Partners Palazzo Strozzi. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Sponsor Unipol Gruppo.

Marina Abramović. The Cleaner
Firenze, Palazzo Strozzi 21 settembre 2018-20 gennaio 2019
#marinaflorence; #abramovicitaly #marinabramovic

https://www.palazzostrozzi.org/

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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

amore, attualità, cinema, costume, cultura, Donne, film, giovedì, gossip, religione, salute e psicologia, società, spiritualità, vita

Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Ruma Burshtein(2016)
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Il nome del figlio – F. Archibugi

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Nell’autunno e nella prima fase dell’inverno 2015 non ho mai sentito l’esigenza di andare al cinema. Da tanto tempo non vedevo in tv un film seduta comodamente in poltrona. In questo momento, penso sia l’ultima forma di comunicazione utile cui mi rivolgo per sanare il tempo, i vuoti, le attese di qualcosa che non cambierà mai.  Non sono mai stata una di quelle persone che si è riempita la pancia di pellicole per dimostrare agli altri la conoscenza, il fatto di essere accettati per la bravura di sapere tutto, al momento giusto, con esatta puntualità, per non cadere in fallo. Se cado, piango. amen, potrò scegliere se approfondire, continuare a fregarmene o addirittura rimanere lì a rompermi i denti e a frignare nella non onniscienza.

Da un po’ le persone che ragionano così – dire, dire, dire, ostentare, ostentare, ostentare – mi annoiano come la morte. Non c’è sostanza, esiste solo la ricerca di attenzione nel dimostrare che sono fighi e alla moda, e tutto mi appare molto banale, scarno da qualsiasi pensiero sano.

Su Sky Cinema, durante il periodo natalizio, sta girando la commedia di Francesca Archibugi intitolata  Il nome del figlio.
Ho seguito la presentazione critica di Gianni Canova che ne spiegava i rimandi. Ho accolto volentieri la partecipazione alla stesura della sceneggiatura di Francesco Piccolo, autore che mi è simpatico da sempre. Tralasciando l’ispirazione tratta da un film francese di cui non ricordo nulla, non so perché, ma ho visto in questa regia la stessa dimensione drammatica di Carnage di Roman Polanski.

Forse sarà stata la superficie intima, gli scontri verbali, le mille questioni sviluppate in pochissimi ambienti, ma il narrato, in certi momenti, mi ha irritato tantissimo. Non sopporto più la diatriba fascisti/comunisti, sono stanca delle lotte intestine di chi è molto simile nel metodo e nell’approccio. Sono stanca di vedere la solita Italia messa in piazza su temi e tempi che sembrano insormontabili, sono stanca del non andare oltre, spingersi oltre, verso la maturità. Ho apprezzato tantissimo l’inserimento della figura di Micaela Ramazzotti come figlia della borgata romana, l’unica, che osserva umilmente come certa gente, praticamente simile, diversa negli ideali, si scanna nella solitudine dell’assenza di contenuti rivolti alla crescita. Ogni protagonista segnato dal proprio vissuto, anche leggero e ricco di allegria, ma ognuno pronto a prevaricare l’altro, nascondere, far finta di essere qualcuno di importante, culturalmente o economicamente, in età adulta.
Le donne sono sempre in una condizione di sottomissione rispetto agli uomini protagonisti. La mossa intelligente del film è proprio nella ricerca della posizione delle figure femminili. Il suo finale, ne è la dimostrazione plateale: una (ri)nascita che sconvolgerà le carte, nonostante un passato così noioso, ripetitivo, manipolatorio, burlone, d’impegno, ottenuto grazie alle possibilità di un padre dal cognome, dal ruolo sociale, religioso, di grande evidenza.

Soundtrack Lucio Dalla – scena madre: Top

 Mi guardo una puntata di In Treatment.

Regina Josè Galindo – ¿Quién puede borrar las huellas?

arte, arte contemporanea, artisti, attualità, cultura, mostre, politica, quotidiani

A volte ritorno, un pò a pezzetti, ma con la voglia di scrivere ancora su queste pagine, di qualcosa a me vicino, che possa interessare anche voi.

Vi introdurrò a performer sudamericana che ho avuto il piacere di presentare in visita guidata lo scorso anno, in una mostra intitolata Radici. memoria identità e cambiamento nell’arte di oggi , curata da Eugenio Viola e presentata alla Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso, in provincia di Teramo.

Regina Josè Galindo è un’artista nata in Guatemala nel 1974. L’opera è una stampa lambda su forex dal titolo ¿Quién puede borrar las huellas? /Chi potrà cancellare queste tracce?

La foto superiore è parte di un progetto video che testimonia la performance compiuta il 23 luglio 2003, in cui l’artista gira a Città del Guatemala, vestita interamente di nero. E’ una denuncia, la sua, con un percorso chiaro e delineato, che prevede la partenza dalla Corte Costituzionale e l’arrivo dinanzi al Palazzo Nazionale: due luoghi simbolo del potere locale scesi a compromessi con le superpotenze economiche mondiali a metà degli anni ’50.
Ha lo sguardo puntato su un bacile che regge tra le mani, colmo di sangue che dovrebbe rappresentare l’umano.
A volte lo poggia a terra, intingendoci i piedi, lasciando così, sulla terra nuda, tracce di corpi invisibili nel momento in cui riprende il suo cammino.

Sono sessanta minuti in cui lei imprime i segni del passaggio, lo fa per lavorare sulla memoria, e per chiedere giustizia in favore delle vittime che la guerra civile ha generato in più di trent’anni. La sua è un’azione pubblica, una protesta silenziosa a favore della sua stessa gente.
L’obiettivo finale è l’opporsi alla ricandidatura dell’ex generale/dittatore José Efraín Ríos Montt, esponente del Fronte Repubblicano Guatemalteco, proprio nel 2003.

Montt e storia del Guatemala

Politico, militare, dittatore José Efraín Ríos Montt, esponente della democrazia cristiana, tra gli anni i settanta e novanta, ha compiuto numerosi colpi di stato per arrivare al governo del paese.

Il Guatemala è parte dell’America Centrale, confina con il Messico e Honduras. E’ una repubblica presidenziale che, nel corso degli ultimi anni, ha raggiunto una vita politica stabile. L’attuale capo di governo è Otto Perez Molina, eletto nel 2012.

Conosciuta al mondo per la loro storia legata alla popolazione Maya, il Guatemala è un paese invaso dalle conquiste spagnole di metà cinquecento (Corte) e composto di tre diverse etnie (gli indios, i ladinos e iberici). Dagli iberici fino ai regimi liberal- conservatori, raggiunge l’indipendenza tra il 1821 e il 1871.

E’ importante sapere che per capire l’opera della Galindo dobbiamo collocarci alla fase successiva della seconda guerra mondiale, ossia quella fredda.

A metà anni ’50, furono rovesciati dei governi con l’aiuto della CIA. Dal 1960, inizia una guerra civile durata trenta anni, che generò più di 200 mila morti tra i civili. Secondo la Commissione per la verità sponsorizzata dall’ONU, le stragi avvennero per colpa di organi paramilitari responsabili del 90% di violazioni dei diritti umani. Tra le vittime soprattutto studenti, professori, oppositori alla tendenza politica regnante – oltre che forme di genocidio su tribù locali divise in gruppi etnici.
Tale scenario è considerato uno dei più tremendi casi di pulizia razziale verificatasi nell’America latina moderna.

Tra gli anni ’50 e i ‘90, gli organismi americani aiutarono le organizzazioni militari locali finanziando gli addestramenti e l’acquisto di armi. In seguito (anni ’80), si formarono gruppi marxisti che alimentarono la guerriglia. Solo nel 1996 si raggiunge la pace, e nel 2003 beneficia delle prime elezioni democratiche. Economicamente rimane legata agli Stati Uniti che ne assorbono le risorse, tanto da giustificarne la massiccia presenza industriale sul territorio ancora oggi.

Il Guatemala rimane uno dei paesi latinoamericani con grosse problematiche sociali e culturali, soprattutto per le donne, le quali rimangono escluse largamente da qualsiasi attività si compia per innalzare la qualità dello stato. Il potere economico non controllato dalle multinazionali è invece nelle mani delle elité locali.

Mini bio 

Regina José Galindo nata a Città del Guatemala (Guatemala) nel 1974, è un’artista specializzata in performance e body art.

Inizia il suo lavoro nel 1999 proprio nel suo paese, dove guadagna subito fama internazionale. Partecipa alle biennali di Lima (2003), Tirana e Praga (2005), e vince quella di Venezia nel 2005 con un video dal nome Himenoplastia. In Italia espone alla Galleria Ida Pisani (Milano – Lucca), dove ha avuto la sua prima personale tra il 2005 – 2006. Ha realizzato performance in Guatemala, Madrid, Palma de Maillorca e Milano.
E’ anche poetessa.

Il suo lavoro è politicizzato e rivolto alla sua terra d’origine. Nel Guatemala il 97% dei crimini commessi rimane impuniti, lei usa la sua capacità artistica per ampliarla al discorso mondiale, cercando di portare luce su scenari offuscati dal maschilismo e dal controllo del potere economico.  La sua è stata definita arte della ripetizione, compie dei riti rimettendo in scena la violenza con il proprio corpo, che diventa sistematicamente oggetto, soggetto e mezzo di espressione, in quelli che lei stessa definisce veri e propri atti di psicomagia creativa.

Sostiene sforzi fisici e mentali che la portano a strenue condizioni, generando la ripercussione di una sofferenza vissuta in chi la guarda. E’ una forma artistica difficile da accettare, sicuramente immediata e che comunica al visitatore un messaggio deciso, nel quale, lo stesso, è chiamato a scavarne le memorie.

Per lei è importante sapere che nella società contemporanea ci sono vittime e carnefici. Sono loro che subiscono e generano persone libere o condannate al proprio destino.

La donna è suo impegno principale.

In America Latina essa ha una rilevanza equivalente allo zero, sono rapite, picchiate, torturate e vittima di abusi e stupri di natura domestica, giornalmente e sotto gli occhi di tutti. In quella stessa società che si accorge, vede, si piega al potere, la Galindo agisce non accettando e muovendosi in prima persona per portare alla luce tutto questo.


Per informazioni più dettagliate, lascio il link della galleria:
http://www.prometeogallery.com/regina-jose-galindo/

Buona lettura!

Amerene NonFabbriCate.

ricette, vita

Mi piaceva troppo la mia foto per non parlavi di questo dessert delicato, usato per molte decorazioni di dolci, risparmiando molti denari, non acquistando prodotti di marca noti e famosi.

Le amerene NonFabbriCate.

Ingredienti:

3 – 4 kg di amarene (possibilmente regalate dai vostri vicini)
2 kg di zucchero

Strumenti:
Vasetti in vetro +  tappi

Procedimento:

Prendente i vasetti e iniziate a versare le amarene. Solitamente io li riempio a metà, poi mi regolo di conseguenza con lo zucchero. Con il quantitavo che vi ho segnalato dovrebbero venire fuori circa 10 – 12 contenitori a media e piccola grandezza.
Una volta fatto questo, lasciare al sole per circa 40 giorni, girando di tanto in tanto.

Finito il tempo, cambiate i tappi mettendone i nuovi, e riponete tutto nella vostra dispensa.

Buon dessert!

La bicicletta verde – Haifaa Al Mansour

cinema, cultura, film

La bicicletta verde è una commedia vista lunedì scorso in occasione di una serata dedicata ad Amnesty International.

Si tratta di un prodotto girato dalla prima regista donna d’Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour, che compie una narrazione visiva dedicata a una bambina – quasi adolescente – che cresce in un’area territoriale dove alle donne non è permesso fare nulla.

Ci troviamo di fronte a un lavoro con pochi elementi da considerare; molto lontano dalla nostra tradizione culturale, che lo rende interessante, ma allo stesso tempo non facile da accettare. Si esce dalla sala cinematografica inondati da un carico di lontananza che rende l’intera pellicola, per così dire, pesante, nonostante la sferzante l’ironia.

Ho scelto di scrivere dopo una settimana, poiché ritengo che è esso merita di essere metabolizzato con tutta la responsabilità del caso.

L’elemento che mi ha colpito di più è il canto riservato alla preghiera. Mi ha riportato a un film che ho descritto diversi mesi fa (Fill the void/La sposa promessa), che trattava la stessa visione integralista religiosa in modo rispettoso, di venerazione, nonostante tutti gli aspetti di censura, cancellazione delle identità e usurpazione della dignità umana, che spesso sono associate a quella visione fallocentrica del mondo, soprattutto in ambiente mediorientale.

La bicicletta verde è un lungometraggio presentato al Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti lo scorso settembre, e ha come protagoniste una madre e una figlia, in una visione quasi liberale del mondo, da un punto di vista interno – nel senso casalingo del termine -, mentre l’esterno, è fatto di regole precise: mancati sguardi, accettazione di situazioni che farebbero rabbrividire e reagire una sana femmina occidentalizzata nel modo peggiore possibile, se costretta a vivere condizioni di vita simili.

Come da titolo, l’oggetto di accettazione e riscatto è proprio questo mezzo di locuzione, che diventa un’arma di sfida con un ragazzino della sua stessa età; simbolo di una scuola rigidissima – vicina (veramente) alla nostra epoca medioevale; sostanza verso un futuro migliore, lontano da quello della propria genitrice, succube di un marito incapace di accettare una donna che non le abbia dato un figlio maschio.

Rivolgo questo consiglio alle anime più sensibili a questi temi. Se cercate un film che vi distragga, non è certo al caso vostro, ma se capita di avere dei momenti in cui è necessario riflettere, anche sullo stato della propria persona, può essere un buon punto d’inizio, di un’analisi, di ricognizione e riconsiderazione della propria posizione, soprattutto di donna, ai nostri giorni.

Teaser:

Una separazione – Asghar Farhadi

cinema

Il post oggi è dedicato a un film di provenienza iraniana intitolato “Una separazione”.
Quest’ultimo, scritto, diretto e montato da Asghar Farhadi, ha vinto la Berlinale e conquistato un oscar nella “importante” kermesse americana, lo scorso anno, come miglior opera straniera.

Per i comuni mortali potrebbe essere un lavoro sfiancante. Per me, contraddittorio e intenso.

Il montaggio non presenta grosse attese, è puro e lineare; la storia, invece, ha un che d’interessante.
Si tratta di un’opera che incrocia più punti di vista di una stessa tradizione, trattando come soggetto principale l’integralismo religioso e il suo opposto.

La pellicola mostra come società lontane, rispetto alla nostra, si rapportano ai cambiamenti della vita contemporanea, seguendo le fila della loro tradizione territoriale e di cultura mediorientale.

La storia ha come centro focale il racconto di due famiglie diverse, che si trovano a interagire per un motivo preciso: l’anziano padre malato di uno dei quattro protagonisti, che diventa capro espiatorio di una situazione non leggera tra la nuora e figlio.

Questa scusa regge un contesto ben più complesso.

La narrazione inizia, infatti – come da trailer – attraverso la separazione di questa giovane coppia; nella quale la donna è capofila in una condizione culturalmente non di certo appagante. E’ lei che vuole allontanarsi dall’Iran ed emigrare negli Stati Uniti; è lei che cerca di convincere il marito a trovare un ambiente migliore per l’educazione della loro figlia; è lei che indossa sempre jeans e Ray-Ban; infine è lei che guida un grande suv e che si oppone a certe logiche tradizionali della sua terra.

Dall’altro capo del filo, invece, la donna che andrà ad assistere l’anziano signore; colei che incarna tutti i principi dell’islamismo più sfrenato; colei che chiama castamente gli organi religiosi per sapere se sta o no commettendo peccato; è lei che accetta il lavoro per salvare la condizione di un marito mentalmente instabile che ha perso il lavoro da troppo tempo; è lei che porta in scena sua figlia più piccola e l’altro che nasconde in grembo.

Non esiste un punto di vista unico. Il regista costruisce una piattaforma di incontri speculari, al fine di ottenere una summa delle personalità coinvolte nella costruzione del racconto.

A parer mio, l’attenzione è rivolta alle donne, benché la scena sia riservata spesso agli uomini.
Signore, bambine, ragazzine si manifestano attraverso i loro occhi che emergono da un velo che copre viso e corpo in maniera parziale o totale.

C’è da prendere una decisione che spetta a un’undicenne chiusa in un’aula con un giudice. Un obbligo che si percepisce dall’uomo in primo piano (il padre) e la donna posta aldilà di un vetro (la madre), in attesa di una bambina (la loro) non ancora donna, costretta a sopportare la situazione frustrante di una scelta che è troppo forte per lei, e che lascia un po’ in sospeso anche lo spettatore.

Trailer: