Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Ruma Burshtein(2016)
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Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio #Garzanti #libri [#recensione]

attualità, costume, cultura, Donne, giovedì, leggere, letteratura, libri, poesia, politica, quotidiani, salute e psicologia, società, spiritualità

Il dono del silenzio è un libro importante di Thich Nhat Hanh. L’attivista autore, fautore di pace, racconta molti aneddoti e si sbilancia su una riflessione lontana da noi, da questa contemporaneità dove è difficile accettare la calma del proprio essere connesso alle cose.

Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti, 2015Un esempio importante è dedicato a un monaco buddista per denunciare la condizione del Vietnam nel 1963. Un discorso, quest’ultimo, che ha catturato la mia attenzione. Ha aperto una riflessione su una scelta affine a quella di cui si discute oggi nei temi affrontati e messi in crisi dai Radicali Italiani in politica e società. In entrambi la chiave del rispetto condiviso verso la vita è più forte e ha una vocazione che rifiuta lo scopo egoistico. L’apertura all’altro passa attraverso al propria negazione: andare dalla vita alla morte per mandare un segnale rivoluzionario di cambiamento necessario e basato sul libero arbitrio. Per questo pensare che il monaco Thích Quảng Ðức sia arso vivo a Saigon, in quegli anni, per denunciare e mettere in luce la situazione sulla condizione del suo paese per me è una azione vicina a chi oggi si reca in Svizzera o chi scegli la sedazione palliativa per poter adempiere a una chiamata intima e personale su quella che è la propria vita senza intercessioni di sorta, neppure l’idea di un Dio punitivo e giudicante che si ha nella morale comune (DJ Fabo/Marina Ripa Di Meana).

Lo strumento fondamentale per la rimozione del rimuginio è la tecnica di consapevolezza basata sul respiro, nell’affrontare la lettura sì ri-trova una stasi che attraversa corpo e mente.

Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti, 2015
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Oasis: Supersonic + Selma + The lobster #film #puntidivista [#recensione]

attualità, cinema, cultura, film, politica, quotidiani, tecnologia, televisione

Sono stata al cinema la scorsa settimana anche se mi sembra una vita fa, ero lì per vedere il documentario Oasis: Supersonic di Mat Whitecross.
Ho scelto una location un po’ cara per un film che è valso la pena di vedere ma che ha sottratto un rene agli astanti per via dei suoi alti costi (The Space cinema – 13, 70 euro). L’intera produzione assume dei toni familiari, nel senso che è tutto improntato sulla storia dei ragazzi di Manchester sotto un punto di vista molto umano. E’ raccontata la loro nascita come band tenendo conto della frammentaria situazione che li costringeva a essere esagerati, suddivisi tra droga, alcol e disagio. Per un fan, niente di nuovo, sennonché il punto di vista offerto sia molto interessante. L’ultima band di un periodo che anticipa internet, e che chiude un cerchio preciso nella storia, entrando nell’olimpo della musica mondiale. Tutto il lavoro racconta dei primi tre anni di successo – da Definitely Maybe a (What’s the Story) Morning glory? – verso quello che è stato il concerto di Knebworth nel 1996, quando sono riusciti a radunare una folla oceanica di persone che ha consacrato la fine di un periodo spettacolare, nel senso partecipativo del termine, aprendo a una fase successiva: quella dei megaschermi e internet, con un cambio radicale di percezione nei tempi di fruizione e consumo della musica, oggi.

 

 

Per quanto riguarda il fronte casalingo, invece, presa da un attacco mortale di noia, mi sono accorta di avere nell’archivio Sky lavori mai visti registrati da tempo. Uno è Selma – La strada per la libertà di Ava DuVernay. Film sentito, dove gli attori e il montaggio sono costruiti in modo coinvolgente, tanto che è difficile sradicarsi dalla poltrona una volta iniziata la visione. L’intera narrazione racconta della protesta di Selma, una cittadina degli Stati Uniti d’America dove è stata realizzata la grande marcia in favore del movimento dei neri capitanata e voluta, tra gli altri, da Martin Luther King, esponente di riferimento e pacifista, per dare diritto di voto agli uomini di colore nel pieno degli anni Sessanta. La colonna sonora è una delle migliori ascoltate negli ultimi anni. Sulla base della vittoria di Donald Trump alcuni dialoghi sono attuali.

 

 

The Lobster girato dal regista greco Yorgos Lanthimos è il secondo che ho scelto fantascientifico. E’ una storia d’amore al limite dell’assurdo, dove si è costretti a vivere in una condizione di repressione e sottomissione di istinti controllati da volontà altrui. Grottesco, e secondo alcuni ironico, narra di società estreme in cui è difficile collocarsi per essere se stessi nel pieno dell’autenticità, e per esserlo bisogna privarsi di qualcosa.

 

Concatenazioni, ricostruzioni del vissuto.

arte, arte contemporanea, artisti, mostre

Quando studi i saggi e l’autore riporta le opere d’arte insospettabili sulle quali tu, nelle diverse parti d’Europa, ti sei soffermata lungamente poiché percepivi attrazione, di quell’esatto vissuto, in un momento diverso rispetto alla sua produzione, non capendone i motivi o non ammettendoli a te stessa.
Quando tutti erano alla ricerca impazzata di modelli famosi standardizzati di successo, i grandi nomi, i grandi quadri, la grande pubblicità, e ti sentivi incompresa nel non provare le loro stesse emozioni, poiché attratta da altro, meno noto,  ma più intenso e non azzerato.
A distanza di tempo, leggere, ritrovare questi esatti dettagli nei grandi pensatori, mi fa sentire molto fortunata, meno libera fisicamente, più vicina a un pensiero non contaminato, indipendente. Mi permette oggi di muovermi tra le mie idee, in codici che possono apparire al mondo anarchici e sovversivi poiché lontani dalle loro visioni. E non ho più paura. Non mi fa più paura.
Me ne frego.

Esistono i giusti. Esiste la giustizia. Esiste la volontà, seppur sofferta poiché non compresa da chi si rifiuta di ascoltare il tuo sguardo. Esiste, tutto esiste, ed è a portata di mano coi segni di compensazione e completamento che arrivano ogni giorno, in forma di piccole cose non ricercate assiduamente.


Vincent van Gogh, Un paio di scarpe, olio su tela, 1886

Andy Warhol, Shoes (FS II.257), Screenprint with Diamond Dust on Arches Aquarelle (Cold Pressed), Paper, 1980

Le opere parlano sempre rispetto agli artisti.

Sto bene. Mi sento bene. Ho un tavolo pieno di libri che esamino attingendo scrupolosamente in confronti che appunto su quaderni grandi, dai quadrati piccoli.

La mia vita è la ricerca.
Mi piace. Mi piace fiutare i cambiamenti. Farlo attraverso la distanza critica, diretta, inseguendo la mia personale etica.
Immergermi totalmente nelle dinamiche, assorbire quando posso, non saziandomi mai di cio’ che sto leggendo ma di quanto possa essere utile per il nostro divenire costruire attraverso i contenuti.

C’è il sole anche oggi, indosso una felpa verde fluo presa a Dublino con cappuccio e un collo di lana blu elettrico che mi hanno regalato per il mio compleanno. Quando studio sento irrimediabilmente freddo e ho necessità di coprire la testa e il viso.

Puer Aeternus – James Hillman

cultura, leggere, libri, Studiare

hillmanOggi parlo di un volume letto nell’intrepida foga di voler capire cosa venisse fuori dai suoi contenuti. Ho avuto modo di scoprire Puer Aeternus di James Hillman (Adelphi, 2007) dopo aver preparato un esame di lettere, nel cui programma era previsto uno studio dedicato all’immaturità della società contemporanea.

Non sono una specialista di queste discipline cercherò di dare una lettura personale al contenuto illuminante dello scritto. Per questo, se commetterò alcuni errori interpretativi lo farò solo sulla base del mio modo di vedere e approcciare la vita.

Puer Aeternus è un saggio composto di due sezioni: la prima dedicata al concetto di tradimento, mentre la seconda a quello di eterno ragazzo. L’occhio attento di Hillman ci porta in due analisi diverse tra loro ma collegate da alcuni elementi. Entrambi gli scritti sono il prodotto di due conferenze dedicate alla psicologia, tenute tra il 1964 e il 1967.

La prima parte del testo inizia con una riflessione sul concetto di “caduta” che si può racchiudere in questa citazione:

” se saltiamo dove ci sono sempre braccia ad accoglierci, non c’è un vero salto“.

Il termine posto da Hillaman è quello di un padre che attraverso la sua capacità educativa decide di sottoporre il figlio a una prova di resistenza. Imparare che la persona a te più cara possa ferirti, equivale a dire che si ha già una buona capacità nell’esporti a situazioni poco piacevoli che caratterizzeranno la tua vita. Per l’autore, tradimento e fiducia viaggiano sempre in parallelo e si sviluppano con dei riti d’iniziazione. La criticità sovviene nel momento in cui s’innescano dei meccanismi mentali che non portano all’accettazione di questa logica. Per questo motivo, il rifiuto e la non comprensione del gesto paterno instaurano nel ragazzo una serie concatenata di eventi che lacerano il suo essere, che a sua volta sfocia nell’idea di tradimento. Dalla rottura muore il puer, l’anima leggera del nostro io più fanciullo e si entra nella fase dell’età adulta.

Essere grande vuol dire compiere delle scelte. Un ragazzino ingannato può intraprendere la via del perdono – intesa come resurrezione e accettazione della nuova vita -, o intraprendere un cammino complesso, composto di diversi step: vendetta, negazione, cinismo, tradimento di sé e scelta paranoide. Questi passaggi sono rivolti al nostro io più intimo: se ognuno di noi si immedesimasse in questo viatico, si troverebbe a percorrere un viaggio introspettivo capace di condurci da soli alla soluzione finale. Capire chi siamo vuol dire aprirci all’altro assumere un senso di responsabilità nei confronti della propria natura e vita. Essere traditi, invece, implica sapersi perdonare, indulgere e saper comunicare, trasformando  l’amarezza nella forma più sana di saggezza.

Sebbene tutto questo ragionamento possa essere all’apparenza semplice, dobbiamo sempre tener conto delle mille dinamiche che si sviluppano. Le forme di tradimento possono manifestarsi sottoforma di disonestà, adulterio, potere o in altre mille ambientazioni, conoscere e chiarire a sé, i motivi per i quali ci si trova invischiati in tali processi è una fase di enorme potenzialità, soprattutto per mantenere integra la fedeltà nei confronti del proprio io più profondo.

La stessa cosa vale per il traditore: ridurre la sua figura al padre, sarebbe un escamotage stupido che porrebbe fine anche al senso di questo mio scritto, poiché tutto potrebbe ridursi a una semplice chiacchierata da bar. L’ingannatore, l’opportunista, il doppiogiochista, il fariseo, chiamiamolo come vogliamo, non vive bene in questa condizione, poiché anche lui avrà il suo processo di elaborazione visto che è parte integrante di un meccanismo che ha generato egli stesso. Il risultato è di arrivare all’Anima,  nel saper conosce i propri limiti e i propri vantaggi.

Nella seconda sezione Hillman pone l’attenzione sul legame Puer e Senex (Il fanciullo /Il saggio) e su come il primo sia una figura nostalgica, narcisistica, fortemente legata alla sua immaturità, colui che non vuole abbandonare mai questo status di leggerezza fondato sul desiderio di scoperta. Lui ripudia il Senex, il tempo, il lavoro e l’ordine, continuando a trasgredire su tutto quello che potrebbe far mutare di segno il suo comportamento e le sue convinzioni (l’eterno Peter Pan quarantenne).

Questa parte del volume è la più complessa, occorre risvegliare gli aspetti più elaborati della nostra preparazione poiché gli esempi riportati si basano per buona parte sulla letteratura mitologica, su riferimenti di matrice archetipica junghiana e gli studi portati avanti da Louise Von Franz.

Non è una lettura facile, la consiglio a piccole dosi, soprattutto a chi è interessato veramente al tema.

James Hillman, Puer Aeternus, Adelphi, 2007
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Le Fils de l’Autre/Il figlio dell’Altra – Lorraine Lévy

attualità, cinema, cultura, film

Pensavo che le serate d’alternativa fossero finite per questa stagione, invece mi sono dovuta ricredere. Andare a una proiezione a soli 3 euro, per la Festa del cinema (clicca), ha un fascino che permette di percepire ancora quel freddo che si ha all’uscita della sala, verso mezzanotte, sentendo l’aria d’autunno ancora addosso.

Le fils de d’Autre (Il figlio dell’Altra) è un prodotto francese girato da Lorraine Lévy dell’anno 2012, distribuito nelle sale nei primi mesi del 2013. Il tema portante che fa da apripista è la questione arabo – palestinese; attraverso la scusante dello scambio maldestro di un figlio, gli sceneggiatori hanno costruito una piattaforma di elementi che portano a riflettere lo spettatore che guarda le due “fazioni” riappropriarsi delle loro parti in modo ironico e intelligente. L’appartenenza conta, ma l’identità può anche viaggiare con gli errori commessi dalla storia, e che le diversità vanno rispettate, accettate e condivise, nonostante le asprezze di pregiudizi e diktat subiti per opera di organismi istituzionali più alti.

I protagonisti sono due ragazzi nati nel 1991, e le loro famiglie sono diverse – ognuna riflette la divisione che quel pezzo di muro nella striscia di Gaza ha imposto. La scoperta dello scambio erroneo dei loro figli mostrerà con leggerezza gli aspetti che contraddistinguono le due realtà, completamente diverse tra loro, per religiosità, etica e modi di percepire l’odierno, in uno spiraglio di futuro possibile.

Il lavoro mi ha rimandato a un altro, sempre francese, il cui titolo è Il giardino di Limoni. Regia di Eran Riklis, visto sempre in occasione di queste serate, su quelle stesse poltrone, anni fa.

Come allora, oggi, le donne hanno il ruolo principale rispetto a tutto il resto. Il punto di vista che è offerto è concentrato sull’accoglienza di diversità e di coerenza, nonostante la scoperta di un tragico aspetto della vita controverso, accaduto loro.

I maschi, i padri, i primi attori, sono quelli più irruenti, che oppongono per ben più tempo resistenza nella visione di realtà che muterà da lì a poco.

Allora qui penso che questo gioco di tensioni morali tra l’una e l’altra parte, tra un padre e una madre, tra un figlio e i propri genitori, può essere inteso come quello descritto in maniera mirabile da Terrence Malick in The Tree of Life.

La cinematografia francese è sempre una spanna sopra quella italiana.

Consiglio tutti i lavori citati, diversi tra loro, ma comuni in molti aspetti.

Trailer:

Oppio dei popoli

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Lotta di classe di Ascanio Celestini

Oggi voglio parlare di un libro appena finito. Non mi ero mai cimentata in un’opera scritta di Ascanio Celestini, lo conoscevo per i programmi di Serena Dandini, per i lavori teatrali e per il cinema, e devo confessarvi che è stata una vera scoperta.

“Lotta di classe” ha un titolo particolare, che fa subito pensare alla rivoluzione. L’illusione di una qualcosa che possa partire dal basso e che vada a modificare le esistenze di tutti, in un’unione centripeta e politica di matrice marxista. E’ un volume strutturato in quattro capitoli brevi, ognuno pensato per quattro protagonisti specifici (Salvatore, Marinella, Nicola, Patrizia).
Personalmente ho immaginato l’intreccio come fossimo stati coinvolti all’interno di una seduta di terapia psicologica, dove mi trovavo a spiare e completare con la mia fantasia, ogni soggetto che racconta il proprio punto di vista sull’idea che si è fatto dell’altro. Celestini usa le pagine per descrivere uno spazio abitato, la frequentazione degli stessi ambienti, s’intromette nei loro vissuti, fa parlare le figure di spicco attraverso i loro flussi di coscienza, abbinando anche dialoghi in terza persona. Insomma, costruisce dei castelli in aria, vagando di situazioni, e in altrettante fin troppo reali per la nostra contemporaneità.

Frase: “Abbiamo continuato a morirci addosso per una decina di giorni”

Giudico questo libro positivo, non sedizioso o fazioso.
Consigliato a chi ama la scrittura diretta e che strappa risate amare e a mezza bocca.


Non mi era mai successo di leggere un libro e ritrovarmi a vivere in un giro di pagina un’immagine completamente filmica.