Basilica di Santa Maria Matriarcale – Verona #viaggi #arte #tiziano [#turismo]

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La mattina del giorno successivo alla visita della Basilica di San Zeno, mi sono alzata alla volta di Tiziano. Questa tappa era prefissata, la avevo valutata proprio nell’interesse di una visione dell’operato di questo artista rinascimentale. Mi sono mossa seguendo uno schema molto semplice, che mi ha visto attraversare la città con lo zaino in spalla, prima di andare alla stazione per tornare in Abruzzo. La paura di non essere ammessa nello spazio a pagamento era tanta. Molto spesso ho trovato problemi nei depositi per borsoni e valige e sono stata costretta a rinunciare alle visite che avevo prefissato.

Avevo già capito che l’arte di queste aree mi convinceva pochissimo in termini di gusto, ma ho dovuto riposizionare la mia idea e tenere conto che il Duomo presenta un edificio sorprendente e una restituzione pittorica altrettanto imponente. La chiesa è situata nella parte più medievale della città; ho attraversato la via dello shopping e sono arrivata in un quartiere molto accogliente, quasi rassicurante, fatto di micro stradine che mi hanno condotto al complesso costituito dalla Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, dalla chiesa/museo di Santa Elena, San Giovanni in Fonte e il carinissimo chiostro dei canonici.

L’Assunzione della Vergine di Tiziano risale circa al 1530, pare sia l’unica sua opera conservata a Verona. Quando ho letto che era presente, ho associato male l’immagine: mi è affiorata alla mente quella che si trova a Venezia; così ho cercato di fare un approfondimento e notare le sostanziali differenze. La prima: le opere sono realizzate con la tecnica a olio, ma si distanziano per il supporto – questa che ho visto è su tela mentre l’altra conservata nella Basilica dei Frari è su tavola. La seconda: Maria è la protagonista in entrambi i casi, ma il programma iconografico di discosta in modo netto, in questa della Basilica Matriarcale la Vergine si è levata e guarda verso il basso senza l’intercessione visibile del Padre Eterno.

L’area presbiteriale è cortonata di luce: una cosa pazzesca alla vista!
Il resto della cattedrale ha un colonnato in marmo rosa.

La prossima settimana dedicherò attenzione alla chiesa/museo di Sant’Elena.

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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

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Still life – Uberto Pasolini [2013]

cinema, cultura, film, fotografia

Da un po’ di mesi non vedo film. Ho scelto di non dedicarmi troppo al cinema e buttarmi sul lavoro pensando esclusivamente a ciò che posso fare per il mio futuro. Il necessario, fatto di scelte pronte a farmi stare in pace e con la coscienza a posto. Il resto conta poco e la gente è di passaggio. Persone che si incontrano offrendosi nutrimento sempre in diminuzione; ostentazione e nichilismo in crescita. Continuo a camminare osservando le due parti; rimango indifferente all’amore e all’odio; cerco di prendere il necessario dell’uno e dell’altra e immaginare nuovi mondi possibili, perché si ha il dovere di pensare a soluzioni positive.

Still Life è un film triste. Molto triste. In tutta la mia vita penso di aver pianto litri di lacrime solo per Umberto D di Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini.

Mi sbagliavo: ho riaffermato a me stessa che non bisogna mai prendere sotto gamba le cose, ma fermarsi tre o quattro secondi a riflettere, prima. Decidere se fare un passo giusto o rimanere immobili, nelle condizioni di non vivere il presente. E’ questo il tema portante della pellicola ed è l’argomento che guida all’evoluzione tragica del personaggio protagonista.

La trama è incentrata su un uomo di quarant’anni o poco più che attraversa la vita – la propria esistenza – a ricostruire il vissuto di altri individui morti in solitudine. Una raccolta certosina di situazioni mai attraversate personalmente, composte in fotografie e memoria altrui, racchiuse in un album che ne conserva gli scatti fotografici come un piccolo diario segreto tenuto da un ragazzino.

Gli argomenti sono espliciti e non serve girarci troppo attorno:

  1. Il paradosso tra vita e morte come sottile equilibrio e ribaltamento fatto di animi,
  2. la memoria individuale,
  3. il tradimento e l’immobilità di se stessi,
  4. il cinismo.

Il film di Uberto Pasolini è uscito nel 2013 e ha vinto la sezione Orizzonti della 70° Mostra internazionale d’arte cinematografica Cinema di Venezia. Il progetto registico è tutto in crescendo; nelle sue fasi iniziali scruta lo spettatore e lo guarda in maniera introspettiva, lo pone in una condizione di impassibilità. La visione è per questo una sofferenza senza precedenti. Il tempo di fruizione si dilata e il ritmo è frenato dal soffocamento ripetitivo delle situazioni. E’ difficile calarsi nei panni del personaggio John May: fisso, statico, ciciclo, non sembra avere altre mete se non quelle di tutti i giorni, nel compiere le stesse azioni, alla stessa ora.

Il cambio avviene quando gli è comunicato il suo ultimo caso. L’armonia di un efficientismo di un essere che si svuota e che dall’utile si colloca nella condizione di inutile. Vano è il tentativo di prendere considerazioni per rimanere seduto a lavorare. E’ indispensabile superare l’ultimo caso per adattarsi alle attuali esigenze/ condizioni di un responsabile che ha mutato le sorti dell’attore protagonista. L’evoluzione positiva c’è, e si rafforza in un finale del tutto sorprendente ed emozionante, fatto di un attimo, capace di fare la differenza e stravolgere l’esperienza di chi guarda da casa.

In epoca in cui si è sottoposti alla massificazione incentrata su una comunicazione istantanea, dove i mezzi sono volubili e cambiano in un batter d’occhio, e i risultati sono altrettanto volatili, l’uso del mezzo fotografico come strumento di custodia/conservazione permette di capire quanto un piccolo dettaglio estraneo – inutile –  insensato -, nelle nostre mani, possa fare la differenza in tutto, avere un potere universale di sensibilità e rispetto, cura, pensando agli altri.

E’ un film che consiglio di vedere dal profondo dell’intimo.
Fotografia top.

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Still_life_U.Pasolini

Love is all you need – Susanne Bier

cinema, film

Mi sono lasciata fregare dalla numerose produzioni che hanno contribuito alla realizzazione del prodotto (germania, svezia, danimarca). Il film è il solito polpettone romantico equivalente alla banalità stilistica dei libri di Sergio Bambaren. E’ il primo caso in cui gli attori fanno da contorno alla location: ormai penso di conoscere la costiera amalfitana e Sorrento in tutte le sue forme senza esserci mai stata. Personaggi da prendere a sberle; trama banalissima: facilmente individuabile. L’unica cosa piacevole, noi, gli spettatori: quattro persone separate da una fila di posti che entravano in comunione per via di sberleffi e risate che partivano in sincronia, senza il più moderato controllo. Pagato pure 7 euro e cinquanta!

Bocciato! Bocciatissimo!!

Trailer: