I Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

#IMigrati – Il documentario #società #comunitaXXIVluglio #tg2dossier [#recensione]

attualità, film, giovedì, quotidiani, salute e psicologia, televisione

Attendevo questo documentario da diverso tempo, non sapevo come fosse stato costruito, ma i lavori diretti da Francesco Paolucci, giornalista, videomaker, sono di una persona che sta cercando vie utili per una ricostruzione. Da anni si impegna, scava nella materia filmica, slanci per riedificare una condizione frammentata sulla sua città, L’Aquila, che conosce in modo approfondito, che si fa portavoce di una rottura storica, fenditura italiana da risanare.

Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci Assieme a un team di persone straordinarie ha realizzato I Migrati (TG2Dossier, Rai 2, sabato 25 febbraio ore, 23.50). Una storia che focalizza l’attenzione su volti, presta orecchio, ruba dialoghi impensabili di confronto dove ci si corregge a assieme in discussioni piene di fiducia e motivazione.

Benito, Barbara, Gianluca e Giovanni partono, sondano la curiosità, attraversano la scoperta in un percorso che abbraccia il Centro Italia, mostrano da disabili una pratica educativa in un approccio che rafforza la visione sulle periferie. Luoghi inascoltati, esempi virtuosi di possibilità dove la durezza verso uno straniero è ancora da comprendere, smussare, fare propria nell’attraversamento della difficoltà. Insistono, incrociano migranti e operatori, motivano, si arrabbiano: affrontano la conoscenza mettendosi in gioco al pari in una diversità. Si muovono da protagonisti coi loro nomi, cognomi. Iniziano a lavorare con gli strumenti propri del giornalismo (macchina fotografica, videocamere, penna e blocchetto), sviluppano la professione da reporter in un diario fatto di immagini, raccontano squarci di un Paese che non rinuncia, coopera, integra e completa, accoglie chi è in fuga da una terra di appartenenza e continua a guardare lontano.

I Migrati è un lavoro che tenta di ridefinire significati, riconsiderare i termini applicati alle diversità, etichette di ogni natura, dare una responsabilità a chi ha visto, e vede, una contrapposizione nelle fragilità di chi, impossibilitato, tenta di scavalcare un muro, una struttura mentale resa difficile da chi ha abilità nel riconoscere e fare, vivere le normali condizioni di benessere.

Benito è un nome che ha una eco strana nella memoria italiana, ma questo Benito della Comunità XXIV Luglio – handicappati e non di L’Aquila insegna che sapendo chi si è, dove si è, cosa si vuole, attraverso la natura, il ricordo del contatto, in pace, nel silenzio di un viaggio, si puo’ riprendere un discorso a distanza di quarant’anni. Basta immergersi, almeno provare a bagnarsi i piedi per essere noi, gli stessi che per lungo tempo abbiamo mantenuto fede a una origine, a un ricordo di amici fatto di esperienze mai abbandonate, ponti di salvataggio. II Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

Il documentario è un terreno fertile, prepara alle volontà, si mette al servizio dell’incontro alla ricerca di una identità, risveglia le coscienze. Nella visione si è testimoni di una indagine sociale dove si concedono opportunità, possibilità. È un reale che abbraccia l’autentico senza indugio.
La narrazione è dotata di un forte spirito di osservazione, molti silenzi, attimi in cui si assiste a una apertura: la tenacia dell’accoglienza sull’abbandono della paura. La questione, l’intera nostra storia, una risposta di cui tutti avevamo bisogno.

 

 

I Migrati - il documentario (manifesto) - diretto da Francesco Paolucci

 

Per chi volesse vederlo:
Raiplay – TG2 Dossier TG2 Dossier – I Migrati Disabili e stranieri, due fragilità che si incontrano e il racconto diventa un piccolo miracolo narrativo. Questi gli ingredienti di I Migrati, lo speciale di Tg2 Dossier, diretto da Francesco Paolucci

 

the young pope (presa dal web)

The young pope di Paolo Sorrentino #tv #serietv #impressioni [#televisione]

attualità, cultura, film, politica, televisione

È da molto tempo che non affronto argomenti legati alla televisione. Ho deciso di dare una breve idea di quello che ho percepito da The young pope, la serie diretta da Paolo Sorrentino in onda su Sky Atlantic ogni venerdì dalle 21:15.

La cosa che mi ha colpito nelle prime due puntate è – senza ombra di dubbio – il riferimento a tre dei suoi film: Il Divo, Youth e La grande bellezza, dichiarati, in primo piano, in scenari ed estetica, nei movimenti degli attori. Il personaggio principale interpretato da Jude Law è invece la versione opposta, peggiore e aspra, di Cheyenne, cui ha dato volto Sean Penn in This must be the Place. Silvio Orlando (Cardinale Voiello) sembra l’alter ego del regista: lo è nei commenti, nel tipo di risposte che dà, nelle passioni che riserva al Napoli.

Mi sono trovata di fronte a una introduzione di più stesure cinematografiche unite a un progetto che secondo i miei gusti ha il suo solito genio nella ironia, nel grottesco.

La storia narra la nomina di un giovane come guida della chiesa cattolica romana. Figura difficile, modello di espressione perfetta, mediatica e ambiziosa, che ha tagliato le gambe a colui che lo reso una figura così anaffettiva, cinica e manipolatrice nella salita al potere, il Cardinal Michael Spencer (James Cromwell). Una macchina da guerra, il nuovo papa, che stabilisce la sua linea all’interno di contesto, abolendo la visibilità della sua immagine ai fedeli, rendendosi dio, come faceva Hilter, nella creazione dei suoi incontri pubblici pianificati in notturna, poiché conscio delle potenzialità di un valore accrescitivo e sottrattivo nella comunicazione, nella costruzione del consenso. Gestisce tutto, lui, secondo il colpo subito: il tradimento.

I conflitti sono costruiti come reti dichiarate e potrebbero essere da subito comprese alcune dinamiche.

Lenny Belardo (il papa) è cresciuto in una comunità cattolica americana assieme a un altro ragazzo, anche lui prete/missionario, che guarda al divino in maniera speculare, quest’ultimo punta al caso concreto, sfruttando il silenzio e seguendo un esercizio di impegno. Entrambi orfani, da bambini, sono stati guidati secondo l’esempio di suor Mary (Diane Keaton), madre, modello di accoglienza e riferimento, guida approdata in vaticano su volontà espressa da sua santità Pio XIII, fresco di nomina.

Invidia.

Nel dialogo serratissimo che avviene tra Silvio Orlando e Jude Law si rivelano le assurdità di un presunto meccanismo. La messa in crisi di rituali ed etichette, l’impostura e la calunnia, da sviluppare nella gestazione di una situazione di comando, dove soldi e potere sono le mete più ambiziose.

Superbia e Lussuria.

Un mix di vizi capitali e virtù teologali, insomma, che non voglio toccare in profondità.

Penso sempre al finale della Grande bellezza: quella suora che sale le scale in ginocchio nel pieno della sua umiltà, penso sempre a come Jep Gambardella abbia messo nella sua esistenza una distanza, col suo lavoro, pensando e ripensando alla donna della sua vita. Donna, persecuzione, immagine divina, come venere, venere di stracci, donna cui tenere una mano per riprovare antiche emozioni (Youth), miss e modella, giovane, sfida, grande madre deforme da ammirare: Venere di Willendorf.

Devozione e massoneria. Logge.

Sorrentino rimane buono d’animo,  seppur sappia giocare bene di presunzione. Potrei farmi viva a fine serie, per capire, magari, se c’è stata o meno l’evoluzione positiva, se ci si muove per andare verso questo. Al momento continuo a studiare l’intreccio.

Trailer:

lo-candina

L’Aquila, dopo sette anni.

architettura, arte, attualità, comunicazione, cultura, vita

Non conosco personalmente l’autore, Stefano Ianni, ma nel lavoro c’è un ampio respiro, qualcosa di forte che cresce.

Sguardo in alto, sguardo sugli operai della ricostruzione.

Fukushima – A Nuclerar Story #film #inchiesta

attualità, cinema, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani, televisione, vita

Come si è capito la crisi col cinema nella stagione 2016 è aperta, non ho voglia di fare ragionamenti che rimangono sospesi nella mia testa e non avere risposte concrete, diciamo che in questo momento apprezzo più la visione tv casuale quando mi siedo e faccio zapping dalla poltrona. Proprio due giorni fa mi è capitato di vedere un documentario di Matteo Gagliardi intitolato Fukushima – A Nuclerar Story, un lavoro dedicato al terremoto del 2011 avvenuto in Giappone. Una inchiesta a tutti gli effetti, durata tre anni, che vede analizzare il meccanismo che si è innescato nella mente dei protagonisti giapponesi dopo l’accadimento dello tsunami. Quello che mi ha colpito di più è stato il coraggio e la volontà del protagonista giornalista Pio D’Emilia che ha scelto di rimanere lì, in quella nazione, e affrontare la situazione proprio perché chiamato dalla sua stessa professione.
Sebbene l’intera produzione ha un impianto romanzato – lo story telling è marcato dal montaggio e l’uso dei fumetti rafforza la dinamica di narrazione – quello che ne viene fuori è il principio giornalistico di indagine, l’approfondimento, non dissimile da certi lungometraggi dedicati alle guerre (Walzer con Bashir, 2008, di Ari Folman) Per questo, il connubio è perfetto per far capire cosa si è innescato dopo tutti quegli accadimenti, come il Giappone si sia trasformato in un paese del dubbio, di paura e sospetto, per via di molte delle verità nascoste dei funzionari pubblici e privati; non sono quindi tralasciati i contesti di analisi politica e l’osservazione del momento nell’atteggiamento assunto dalla comunicazione mediatica. In sostanza, non è una azione rivolta al passato, ma all’osservazione dei danni sui movimenti rivolti al futuro. Il dato rilevante arriva dai rischi che quelle radiazioni possano generare dopo diversi anni dall’accaduto. Il dubbio, la catastrofe, che possa rimanere e inquinare alte aree in maniera più invasiva.

Lo consiglio, buona visione!

Trailer:

fukushima - locandina

La doppia vita di Veronica [film] + altro

arte, cinema, cultura, film, vita

Sono passati giorni rispetto all’ultima volta che ho scritto su questo blog. Una ventina, sommariamente. Mi sono data tempo, poiché molte cose nell’ultimo mese sono cambiate, in pochissime ore, ma questo non vuol dire che le proprie idee debbano essere abbandonate o accantonate.

Ci sono dei momenti in cui è necessario prendere aria, correre in tutta libertà verso quella porta in cui si ha la necessità di ritrovare le condizioni sane, che ti contraddistinguono da una vita, dopo che qualcuno ha deciso di sporcarle, senza giustificazioni motivate, sparando a zero nella condizione di potersi difendere.

Nell’ultimo anno – il 2014 – ho consolidato l’attenzione verso l’uso delle parole e nei termini che cerco di praticare. Sebbene io scriva in maniera molto lineare, senza ricorrere a chissà quali stratagemmi, cerco di affinare il linguaggio con l’attenzione giusta. Ci sono stati incontri decisivi che hanno rafforzato questa mia posizione, e ho ripromesso a me stessa che il 2015 sarà il periodo della resistenza, quello in cui le parole versate senza una origine valida muoiono nell’atto, e nell’attimo stesso, in cui esse vengono scritte o pronunciate.

Ci vuole coraggio per cambiare, ma se si vuole andare verso l’autenticità, bisogna riconoscerla prima in sé. Bisogna scavare nella profondità delle situazioni, ammettere che qualcosa è sbagliato e farsi impavido per la propria tutela, perché la vita è unica e sacrosanta e va vissuta al meglio, non rimanendo a scavare nella infinitezza del proprio baratro.

Le cose strane che succedono quando mancano tali condizioni sono le più subdole; la mancanza dell’altro spesso induce a creare giochetti strategici di provocazione. Se tutti fossimo onesti con noi stessi e imparassimo a capire e chiamare le situazioni con il loro nome reale, molte di queste sarebbero migliori – o avrebbero  addirittura una tendenza alla  evoluzione. Non occorre quindi stare lì a racimolare le briciole per mangiare, ma capire che con l’acqua si può vivere più del pane, almeno per diversi giorni in più, cioè fino a quando non incontri e riconosci chi è disposto davvero a darti la propria fetta sana, e che arriva a portarla e scambiarla con il tuo stesso passo. E’ un gesto di condivisione e di consapevolezza, di una scelta stabile, in un cammino di responsabilità comuni che passano prima dalla propria intimità, poi, da tutto il resto.

Il blog nel corso di questi due anni ha vissuto tanti periodi.  Per questo non mi prefiggo obiettivi precisi, se non quelli che li ha contraddistinti dalla sua nascita. Seguire una linea di principio che si confà in modo fedele ai pensieri autentici dell’autrice, in una linea feroce di coerenza e coraggio, poiché ormai si è stanchi di ascoltare le tiritere di persone che per arrivare a Roma, da Latina, attraversano la linea ferroviaria dell’Illinois, attraversando chissà quali e quanti Stati, senza avere capacità di discernimento.

Qui si va dritti e spediti al punto, con la consapevolezza che ogni azione compiuta è quella giusta per il proprio essere. Chi non ha l’ardire di muoversi, calpestando le proprie e le altrui fragilità, può rimanere dov’è, almeno fino a quando nella propria testa non si insinua il dubbio dell’esame di coscienza, quello che fa rimuginare e negare per ore e ore sui fatti e passi falsi fatti, quei passi, che poi permettono di avere una voglia di ricominciare, per sentirsi rinnovati e depauperati dalle proprie stupide e inappropriate paure, maturate nell’orgoglio e nella provocazione della propria testardaggine.

Questi pensieri me li ha concessi, consolidati e restituiti un film polacco. Ho scelto di vederlo proprio il pomeriggio del 31 dicembre; fuori nevicava e ho sentito fosse il momento per dedicarmi a quella proiezione.

La doppia vita di Veronica è lavoro del 1991 diretto da Krzysztof Kieslowski. Una costruzione linguistica il cui registro è imperniato nella dualità di due personaggi femminili, identici, con lo stesso nome, ma che vivono in due paesi (e città) differenti: Lodz (in Polonia) e un paesino sperduto della Francia, Clermont Ferrant. Entrambe, in attimo fugace e inequivocabile, si incontrano a Cracovia.

Mentre l’una scatta una foto e non si accorge di nulla, l’altra, distrutta dalla malinconia e della ricerca di chissà quale desiderio, percepisce la presenza della sua sosia. In frangente solo si trova la dimensione di chi guarda attraverso il filtro di una fotografia senza avvertire l’umano, e quello di chi, viceversa, vive di questo flusso vitale frastornato, guidato da chissà quale illusione, prendendone anima in un esatto momento: l’incontro fortuito di un’altra sé di cui non conosce nulla.

Il tragico si raggiungerà al ventisettesimo minuto.

Secondo Gianni Canova, che ha introdotto il lavoro nell’anteprima di #RaroArte su Sky Arte HD, la composizione registica rappresenta un rallentamento vissuto in un periodo cruciale dettato dai fatti di Berlino dell’89, oppure,  al contrario “un film cerniera” che congiunge certe rotture.

Mi piace pensare che per l’attore maschile, presente in alcune scene, fosse stato scelto Nanni Moretti – che poi ha prontamente rifiutato.
Anche in questo caso, come in altra produzione di un altro regista polacco (Onirica – Fields of Dogs -Lech Majewski), un rimando alla Divina Commedia di Dante Alighieri.

La fotografia è totalmente metafisica. In certi punti sembra di essere nei  quadri di De Chirico e di Hopper.
La colonna sonora è da brividi.

Buona visione.

Locandina:

Una delle sequenza più potenti:

Via Castellana Bandiera – Emma Dante

cultura, film

Ho latitato alcuni giorni poiché non avevo grande ispirazione; ho provato a lanciare sulla pagina fan di facebook qualche argomento di discussione, ma ero la prima delusa dal qualunquismo della tematica.

Ricomincio da questo lavoro di Emma Dante presentato e premiato all’ultimo Festival del cinema di Venezia, arrivato dopo due mesi dell’uscita nella mia sala.

Via Castellana Bandiera si presenta come un progetto di forte spessore culturale, non solo perché racconta la diversità tra popoli, la potenza nell’accettare il dolore di una perdita e di una sessualità non condivisa per paura di un conflitto genitoriale, no: la pellicola è una testimonianza neorealista di resistenza e sfida di una o più donne verso una situazione dove l’uomo è posto al centro di un microcosmo con il suo bisogno di controllo, inettitudine, molto vicina agli scritti di Vitaliano Brancati – quelli che raccontano una Sicilia a noi lontana, ma che posta in questi termini, ancora viva e fin troppo presente.

Molte scene narrano spaccati di alcuni dei protagonisti, altre, invece, l’opposto, in un equilibrio tra ironia e serietà dove è difficile trattenere una risata, o al contrario, rimanere indifferenti.

La trama si sviluppa nella via che dà titolo al film: un angolo di mondo in cui vite e segreti non accettati  si trovano di fronte a un bivio. Samira è l’anziana signora proveniente dalla Piana degli Albanesi; Rosa, invece, è una donna scappata dalla sua terra d’origine per problemi familiari.

Tra gli elementi centrali racchiusi con una sottile efficacia c’è il tema della morte, che ricorre spesse volte in forme differenti con proverbiale rispetto, e tagli di camera che incidono su alcune sequenze in una versione molto vicina alla testimonianza documentaria più che di finzione cinematografica.

Mi sono chiesta se questa produzione avesse qualcosa di autobiografico giacché la stessa regista Emma Dante è Rosa, l’interprete e seconda protagonista, ma ho scelto di non approfondire poiché sono talmente le tante chiavi interpretative che sarebbe quasi inutile affrontare il discorso.

Piuttosto aggiungo che non ho la luce a casa, sono senza batteria al portatile, sto scrivendo questa recensione sulla mia agendina personale, vicino alla finestra, dove ininterrottamente piove da ore, con il camino acceso dietro di me.

Via Castellana Bandiera è così: come il calore che arriva alle tue spalle mentre cerchi di elaborare pensieri sensati. Una volta visto, lo porti addosso come una tua pagina di diario che racconterai pubblicamente, nella forma che più preferisci, attraverso l’emozione giusta.

Consigliato.

Le Fils de l’Autre/Il figlio dell’Altra – Lorraine Lévy

attualità, cinema, cultura, film

Pensavo che le serate d’alternativa fossero finite per questa stagione, invece mi sono dovuta ricredere. Andare a una proiezione a soli 3 euro, per la Festa del cinema (clicca), ha un fascino che permette di percepire ancora quel freddo che si ha all’uscita della sala, verso mezzanotte, sentendo l’aria d’autunno ancora addosso.

Le fils de d’Autre (Il figlio dell’Altra) è un prodotto francese girato da Lorraine Lévy dell’anno 2012, distribuito nelle sale nei primi mesi del 2013. Il tema portante che fa da apripista è la questione arabo – palestinese; attraverso la scusante dello scambio maldestro di un figlio, gli sceneggiatori hanno costruito una piattaforma di elementi che portano a riflettere lo spettatore che guarda le due “fazioni” riappropriarsi delle loro parti in modo ironico e intelligente. L’appartenenza conta, ma l’identità può anche viaggiare con gli errori commessi dalla storia, e che le diversità vanno rispettate, accettate e condivise, nonostante le asprezze di pregiudizi e diktat subiti per opera di organismi istituzionali più alti.

I protagonisti sono due ragazzi nati nel 1991, e le loro famiglie sono diverse – ognuna riflette la divisione che quel pezzo di muro nella striscia di Gaza ha imposto. La scoperta dello scambio erroneo dei loro figli mostrerà con leggerezza gli aspetti che contraddistinguono le due realtà, completamente diverse tra loro, per religiosità, etica e modi di percepire l’odierno, in uno spiraglio di futuro possibile.

Il lavoro mi ha rimandato a un altro, sempre francese, il cui titolo è Il giardino di Limoni. Regia di Eran Riklis, visto sempre in occasione di queste serate, su quelle stesse poltrone, anni fa.

Come allora, oggi, le donne hanno il ruolo principale rispetto a tutto il resto. Il punto di vista che è offerto è concentrato sull’accoglienza di diversità e di coerenza, nonostante la scoperta di un tragico aspetto della vita controverso, accaduto loro.

I maschi, i padri, i primi attori, sono quelli più irruenti, che oppongono per ben più tempo resistenza nella visione di realtà che muterà da lì a poco.

Allora qui penso che questo gioco di tensioni morali tra l’una e l’altra parte, tra un padre e una madre, tra un figlio e i propri genitori, può essere inteso come quello descritto in maniera mirabile da Terrence Malick in The Tree of Life.

La cinematografia francese è sempre una spanna sopra quella italiana.

Consiglio tutti i lavori citati, diversi tra loro, ma comuni in molti aspetti.

Trailer:

Lo scafandro e la farfalla – J. Schnabel

arte, arte contemporanea, attualità, cinema, cultura, eventi, film, mostre, quotidiani

Non avevo ancora visto il capolavoro di Julian Schnabel  “Lo scafandro e la farfalla“, così ieri sera dopo tanto tempo ho deciso di guardarlo cercando di coglierne le migliori sfumature.

La trama è centrata su un protagonista benestante, art director francese della rivista Elle, che all’età di 42 anni subisce una forma d’ictus abbastanza rara. La sua è una convalescenza che lo porterà a una nuova scoperta di sé. Il suo sogno è quello di riscrivere il Conte di Montecristo in una versione totalmente dedicata alla vendetta femminile, ma non ci riesce a causa di questo incidente che lo porterà invece a dettare il volume da cui è tratto e ispirato il film.

Non è romantico: è molto schietto, a volte sprezzate, ferocemente ironico e dosato della giusta dignità. Le figure principali che accolgono la degenza di Jean-Dominique Bauby, in ospedale, sono prevalentemente femminili; donne che lo aiutano e supportano, lo educano al nuovo linguaggio  studiato per chi ha problemi di logopedia; lo accolgono e lo motivano, nonostante la sua dose di egoismo raccapricciante e un po’ lacerante.

In realtà il lavoro ruota su alcune tematiche principali. Il corpo – scafandro-, sebbene sia ormai immobile, ha una forma di salvezza che è data dalla creatività – la farfalla -, e dalla fantasia che trae ispirazione dal ricordo. La memoria come fonte di nutrizione attiva, rinvigorita dagli stimoli motivazionali che provengono maldestramente dall’esterno.

Ci si trova di fronte a un protagonista che non esprime le sue parole a voce: siamo in costante contatto con un flusso di coscienza che ci porta ad accarezzare la sua malattia per tutto il tempo di visione, giustificando le scelte in maniera concreta, e facendoci porre un interrogativo basilare sulla nostra esistenza. Sto parlando del fatto che ognuno di noi, in qualsiasi momento, può essere vittima di una situazione non piacevole. Questo non vuol dire essere fatalisti, ma guardare la realtà con gli occhi bene aperti e lucidi. Trasformando il realismo cinematografico in un vero e proprio quesito interiore, Schanbel, sfrutta l’essenza dei rapporti umani riallacciando le esistenze di un padre e un figlio, raccontando pensieri e sentimenti mai manifestati, in questo caso, raccolti, in maniera necessaria, a piccole dosi, in frammenti di scene composti in maniera mirabile.

Il montaggio è la parte più nobile, alcune scene sono essenziali, nette come sono certe opere minimaliste sanno essere. Un esempio è la lunga carrellata fatta al balcone, quando si cita in ricordo Cinecittà: una luce talmente lineare da portarmi a ritrovare alcuni dipinti di Edward Hopper o in alcuni tagli la Roma abbandonata descritta ed esplorata più volte da Pierpaolo Pasolini.

Il film ha vinto il 60° Festival di Cannes nel 2007.

Oggi una mostra del pittore, regista americano, Julian Schnabel è ospitata al CIAC di Foligno e in programma fino al 23 giugno (clicca).
http://www.centroitalianoartecontemporanea.com/

Teaser:

La bicicletta verde – Haifaa Al Mansour

cinema, cultura, film

La bicicletta verde è una commedia vista lunedì scorso in occasione di una serata dedicata ad Amnesty International.

Si tratta di un prodotto girato dalla prima regista donna d’Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour, che compie una narrazione visiva dedicata a una bambina – quasi adolescente – che cresce in un’area territoriale dove alle donne non è permesso fare nulla.

Ci troviamo di fronte a un lavoro con pochi elementi da considerare; molto lontano dalla nostra tradizione culturale, che lo rende interessante, ma allo stesso tempo non facile da accettare. Si esce dalla sala cinematografica inondati da un carico di lontananza che rende l’intera pellicola, per così dire, pesante, nonostante la sferzante l’ironia.

Ho scelto di scrivere dopo una settimana, poiché ritengo che è esso merita di essere metabolizzato con tutta la responsabilità del caso.

L’elemento che mi ha colpito di più è il canto riservato alla preghiera. Mi ha riportato a un film che ho descritto diversi mesi fa (Fill the void/La sposa promessa), che trattava la stessa visione integralista religiosa in modo rispettoso, di venerazione, nonostante tutti gli aspetti di censura, cancellazione delle identità e usurpazione della dignità umana, che spesso sono associate a quella visione fallocentrica del mondo, soprattutto in ambiente mediorientale.

La bicicletta verde è un lungometraggio presentato al Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti lo scorso settembre, e ha come protagoniste una madre e una figlia, in una visione quasi liberale del mondo, da un punto di vista interno – nel senso casalingo del termine -, mentre l’esterno, è fatto di regole precise: mancati sguardi, accettazione di situazioni che farebbero rabbrividire e reagire una sana femmina occidentalizzata nel modo peggiore possibile, se costretta a vivere condizioni di vita simili.

Come da titolo, l’oggetto di accettazione e riscatto è proprio questo mezzo di locuzione, che diventa un’arma di sfida con un ragazzino della sua stessa età; simbolo di una scuola rigidissima – vicina (veramente) alla nostra epoca medioevale; sostanza verso un futuro migliore, lontano da quello della propria genitrice, succube di un marito incapace di accettare una donna che non le abbia dato un figlio maschio.

Rivolgo questo consiglio alle anime più sensibili a questi temi. Se cercate un film che vi distragga, non è certo al caso vostro, ma se capita di avere dei momenti in cui è necessario riflettere, anche sullo stato della propria persona, può essere un buon punto d’inizio, di un’analisi, di ricognizione e riconsiderazione della propria posizione, soprattutto di donna, ai nostri giorni.

Teaser:

Love is all you need – Susanne Bier

cinema, film

Mi sono lasciata fregare dalla numerose produzioni che hanno contribuito alla realizzazione del prodotto (germania, svezia, danimarca). Il film è il solito polpettone romantico equivalente alla banalità stilistica dei libri di Sergio Bambaren. E’ il primo caso in cui gli attori fanno da contorno alla location: ormai penso di conoscere la costiera amalfitana e Sorrento in tutte le sue forme senza esserci mai stata. Personaggi da prendere a sberle; trama banalissima: facilmente individuabile. L’unica cosa piacevole, noi, gli spettatori: quattro persone separate da una fila di posti che entravano in comunione per via di sberleffi e risate che partivano in sincronia, senza il più moderato controllo. Pagato pure 7 euro e cinquanta!

Bocciato! Bocciatissimo!!

Trailer:

 

Molto forte incredibilmente vicino – Stephen Daldry

cinema

Ero partita con tutti i pregiudizi del caso dopo aver scoperto che a fare da cornice a quest’ultimo film ci fosse il fantasma dell’undici settembre.

Molto forte incredibilmente vicino non è un lavoro semplice, ma a più letture. La sua superficie narra da una parte una storia pubblica a tutti noi; mentre dall’altra, un racconto intimo di un ragazzino che si trova a vivere il dramma della perdita del padre, proprio a seguito di questa catastrofe storica.

Il flusso primario d’immagini che si presenta ai nostri occhi, assieme al suo giro di piano, permette di entrare in una dimensione ben strutturata: è un volo circolare che introduce già dall’inizio la sua fine, attraverso una sceneggiatura costruita e rafforzata da piccoli dettagli emozionanti, tra passato e presente.

Tom Hanks e Sandra Bullock sono protagonisti e genitori di Oscar: un bambino irrequieto, pieno di manie, che si trova a vivere da solo – in apparenza – questo dramma.

Il padre gli aveva insegnato ad abbandonarsi ai mille aspetti della ricerca scientifica e culturale, affinché non si accorgesse che lui fosse diverso dagli altri, ma avesse in realtà tutte le capacità sviluppate, affinché potesse emergere in una condizione contemporanea difficile, soprattutto a chi soffre di attacchi di panico e fobie sociali.

Le sue ossessioni compulsive si riflettono su una piccola chiave contenuta in una bustina gialla, e su cui appare la parola “Black” che gli suona come strana; la trova in vaso blu posto nel guardaroba paterno, dove si nasconde per ritrovare quella dimensione che gli manca tanto.

Il climax si rafforza quando Oscar crea un progetto di ricostruzione territoriale che gli permette di raggiungere degli obiettivi che lo porteranno a una soluzione precisa, e che lascerà lo spettatore a bocca aperta.

E’ una storia montata su più storie; dove la dimensione individuale si cinge a quella collettiva, mostrando, a piccole dosi, come siano importanti le persone che incrociamo sul nostro cammino prescindendo dal fatto che esse possano sapere o meno del nostro vissuto.

Oscar è piccolo principe moderno, che non entra nel mondo dei grandi facendo dei paragoni particolari o portando a una riflessione filosofica alta il lettore; la sua è una ricerca empatica, tanto da raccogliere e fotografare ogni singola persona incrociata, abbracciata, ascoltata, che lo condurrà a superare tutte le sue piccole paure.

Il film è tratto dall’omonimo libro di Jonathan Safran Foer, che tra qualche tempo leggerò.

Consigliato.