1983 #serietv [#recensione]

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Quando ho iniziato a leggere alcuni saggisti polacchi mi sono accorta che guardavo il mondo da un solo versante, al quale mancava un pezzo, la sua zona speculare, quella a cui avevo affidato inconsciamente la mia gioventù. Ho scoperto questa serie grazie a un commento di Giuseppe Genna, lo scrittore ne parlava in mondo abbastanza impressionato sulla sua pagina Facebook alcuni mesi fa, così ho deciso di proseguire e ho scoperto che si tratta di una prima produzione Netflix che nasce da sceneggiatori polacchi.

1983 parla di Storia, quella con la S maiuscola, in chiave distopica. In quell’anno la Polonia fu segnata da un grande attentato che sconvolse l’intero paese al tempo sottoposto al controllo del metodo Comunista. La narrazione è ambientata venti anni dopo, nel 2003, dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) e prende il via con un ragazzo – un figlio protetto della patria – attorno al quale si riveleranno numerose vicende con lo scorrere delle puntate.

Kajetan è il giovane protagonista, il prescelto laureato in giurisprudenza con uno dei massimi esponenti di quella materia. Il suo Maestro – diciamo così – colui che gli pone alla base discorsi sul valore etico della Legge e la rende vitale grazie alla conoscenza della Filosofia. Giustizia e Saggezza diventano assieme i perni su cui ruota l’interpretazione di un quesito: una fotografia che ritrae alcuni personaggi cruciali della vita sociale polacca da individuare, su cui si basa un enigma che potrebbe offrire una risposta a molti dubbi che da quel momento in poi ruotano attorno a un nuovo delitto: la morte del professore per opera di Pjotr, uno dei suoi migliori studenti.

Da qui la storia individuale si apre a una condizione collettiva con una serie di suicidi sempre più numerosi, fatta di martiri che si tolgono la vita per opera una superiorità visibile che lega Nazione e Religione a una via invisibile nella quale si muovono la Polizia e gruppi di Resistenza. La tecnologia è lo strumento che pilota, controlla e descrive ogni singolo movimento; gli archivi – reali e virtuali – sono oggetti – presenti e futuri – nei quali sono custoditi i destini di una intera popolazione.

In questa intercapedine di luce e buio sembra sussistere un corpo indefinito nell’amore che accade tramite una riscoperta che lega più personaggi coetanei a un trauma, una memoria lontana basata sull’idea di tradimento e sull’ambizione di padri e madri, di polacchi sempre pronti a essere qualcosa di più per cui è necessario sacrificarsi. Gli autori in maniera netta suggeriscono che questa popolazione è spinta verso una mania di grandezza che è la loro più grande croce da portare addosso senza mai arrivare a una verità autentica, perseguita da una struttura sottesa retta da fili di manipolazione che arrivano dagli Stati Uniti fino a Oriente.

Sarà davvero così?
Sono curiosa di attendere la seconda stagione.

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La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo Del Toro #film [#recensione]

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The Shape of Water è un film girato da Guillermo Del Toro uscito nelle sale cinematografiche il 14 febbraio. Si tratta di una storia che racconta di una ragazza che ha perso l’uso della voce. Una signorina che nella sua diversità trova qualcosa che la rende viva in un essere metà uomo metà pesce rinchiuso nel laboratorio dove lei lavora come donna delle pulizie.

La travagliata storia d’amore fantasy fa affiorare alla mente schemi narrativi conosciuti tanto da rendere l’intero progetto banale. Gli sceneggiatori sembrano essersi ispirati a Amelié Pouline e a scene tratte da Forrest Gump di Robert Zemeckis, La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski e Matrix di Larry e Andy Wachowski. Molte inquadrature mettono al centro illustrazione, fotografia, pittura e televisione. Il cinema stesso è l’oggetto di osservazione. Una costruzione melanconica che dal progresso vuole tornare all’incanto di una poesia artigianale. Le tonalità dominanti sono verdi e alcune inquadrature sono costruite in una logica compositiva hopperiana. Molte sequenze sono girate in location chiuse. Bunker come case dove si nascondono paure estreme.

L’inserimento di una creatura mitica è un parallelo da avvicinare ai nostri giorni, ma le finalità sono ambigue e non definite. Si pensi alle nostre interazioni coi robot e con le intelligenze artificiali. Lo straniero, gli stranieri, i corpi estranei da conoscere e analizzare, ma allo stesso tempo il tentativo di raggiungere la consapevolezza per accogliere con leggerezza chi è diverso, che in questo progetto di dimostra senza forza.

Tra le figure importanti che emergono, assieme ai protagonisti, esiste uno scienziato di nome Dimitri. Un personaggio radicale che fa eco all’omonimo soggetto proveniente dalle letteratura dei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che la Russia è vista come una vecchia saggia Europa, capace di porre le basi per una cultura solida fondata su regole e metodi accademici, ma che alla fine cede al tradimento nell’atto di morte, nella supremazia di chi crede a pensiero statunitense, unico, positivo, motivazionale e programmato.

Una miscellanea di argomenti ripetuti e sfiancanti: maschilismo, razzismo, spionaggio, America, Russia, Guerra Fredda, telecamere nei luoghi di lavoro, omosessualità come tabù, laboratori di sperimentazione, la violenza sulle donne e il disorientamento. Condizioni riscontrabili in un quotidiano passato o nel tecnologico avanzato, montati per un tempo che vola via a suon di algoritmi.

Il finale arriva a un componimento tragico di matrice shakespeariana, ma torna al mito della storia antica invertendo le intenzioni. Orfeo e Euridice, ad esempio, dove lui scende nell’ade per strapparla dal regno dei morti. La forma dell’acqua sovverte questo ordine, recupera la potenza femminile, la preserva da una esistenza terrena e la immerge in amore liquido dove non occorrono parole. Si è in un luogo uterino, un buio, che è cinema e paura, prima protezione, proiezione, che chiude l’intera visione con una sana perplessità: perché questo film ha vinto il Festival del Cinema di Venezia e ha avuto 13 nomination agli Oscar?

 

La forma dell'acqua - The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Film:

The Shape of Water di Guillermo Del Toro

Il favoloso mondo di Amèlie di Jean-Pierre Jeunet
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Forrest Gump di Robert Zemeckis
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La doppia vita di Veronica di Krzysztof Kieślowski
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Matrix di Larry e Andy Wachowski
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Libri:

Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
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Sue Lyon and James Mason in Lolita directed by Stanley Kubrick, 1962 (web)

Lolita? Jerry Saltz e Nabakov #associazioni #libri #streetart #fotografia #arte[#riflessione]

arte, arte contemporanea, cultura, giovedì, recensioni arte

Questa settimana non volevo scrivere nulla. Qualcosa è scattato quando ho visto la foto di Jerry Saltz – il famoso critico d’arte americano – sulla sua pagina facebook.

Jerry Saltz, Ninth Ave. Chelsea NYC.

Un aborto. Non un parto. Ho immediatamente associato Lolita, libro dell’autore russo Vladimir Nabakov (Mondadori, 1959). Questa connessione è partita pensando a come lo scrittore abbia sviluppato una trama in inglese e in un secondo momento sia stata tradotta da lui stesso nella sua lingua madre. Non ho guardato alla pornografia dell’atto di presunta denuncia streetart sulla contemporaneità dei fatti politici, quanto alle ragioni che ci sono dietro un volume che ha generato negli anni della sua uscita scandalo e fama a un creatore già di suo affermato. Ho ripercorso lo stile allusivo e affabulatorio in una eleganza mai espressamente diretta, fastidiosa tanto vera. Ho ripensato a come quel testo raccontava questa sorta di anomalia endemica dell’inseguimento che c’è tra paesi della vecchia Europa rispetto a quella gioventù americana, fresca, frivola, apparentemente leggera che oggi non c’è più (o forse è solo esasperata, ramificata e amplificata in tutto il mondo).

Nella posa realizzata da un artista a me sconosciuto ho visto ritratti due adulti in un gesto che potrebbe essere considerato offensivo, se non fosse che lo stereotipo dell’omosessualità calcato racchiude l’idea di un film commerciale degli anni novanta (I Gemelli, con Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito). Non una briciola che prenda ispirazione da Humbert Humbert impoverito dalla voracità di un desiderio sconosciuto verso una ragazzina.

Chissà come oggi, lui, Nabakov, appassionato sviluppatore di cruciverba, tratterebbe questo grande enigma sul presente? Penso che la letteratura sia ancora uno strumento vivo, capace di fermare chi legge un attimo prima, rispetto all’immagine (cinematografica/fotografica/pittorica), che proietta immediatamente a un dopo, grazie a quell’istante.

Paul Strand, Blind, 1916 (web)

su Lolita, qui e qui.
su Paul Strand, qui e qui

Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)

Agnus Dei di Anne Fontaine #film #cinema #donne [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, fotografia, giovedì, poesia, politica, quotidiani

Scrivo questa recensione ascoltando un vecchio brano dei C.S.I del 1993, A Tratti. Bisogna soffermarsi sul testo e concentrarsi per alcuni minuti. Di tutte le parole lanciate in chiave mantrica, decantate da Giovanni Lindo Ferrenti, c’è un punto in cui si fa riferimento a toghe e tonache. Questo passaggio mi ha permesso di trarre ispirazione per l’articolo dedicato ad Agnus Dei di Anne Fontaine.

Il film è molto duro. Distribuito la settimana scorsa, eravamo io assieme a una coppia di signori nella sala più reclusa del cinema, quella dotata di 15 posti, a visionare una storia raccontata in maniera sublime, vista la tragicità del tema. La sceneggiatura è ispirata a fatti veri, accaduti in Polonia nel 1945. Un gruppo di suore cattoliche fu completamente violato nell’intimità da un gruppo di soldati sovietici che invasero il loro convento abusando dei loro corpi. A rivelare la situazione una dottoressa giovane francese, chiamata d’urgenza, dopo la fuga di una sorella dal convento poiché custode di un segreto lacerante.

L’elemento interessante dell’intero progetto è l’uso della luce. Esiste una grande distinzione tra le riprese esterne e interne. Il bianco della neve rende accecante la vastità di vedute quando si è fuori, in fuga da qualcosa, tra le betulle, mentre nelle parti al chiuso è silenziosa, poggia la sua leggerezza sui visi delle protagoniste, rendendole eteree, quasi beate. La concatenazione di queste sequenze porta verso un mondo altro, rinascimentale, per incanto e drammaticità dei contenuti. Non so che riferimenti abbia sfruttato la regista per comporre le inquadrature, ma ho percepito autori italiani e fiamminghi, relazioni che colpiscono per incisività e durezza nei tratti.

 

Tornando a Lindo Ferretti, il collegamento che ho trovato è quello che avviene in una battuta precisa della pellicola, quando si dialoga sul ruolo distinto di avvocati e medici, come a dire, i primi chiacchierano, i secondi agiscono. Il punto di vista tra le due professioni rappresenta un dato centrale che si innesta con  il concetto di sacrificio. Agnus Dei, “Agnello di Dio” – “che togli i peccati del mondo” – come recita la famosa liturgia – è una figura, un’immagine salvifica per l’umanità, di colui che porta la croce e si immola per noi esseri umani. Una scelta dura, che mette in atto il significato pieno del concetto di giustizia per una rinascita.

Il film lavora sulla figura del Giusto, di un dare e un avere, un dono, alla pari. Mette in crisi la facoltà di parola appartenente al diritto, scritto, concentrato, interpretato, più su una azione esecutiva, che di accoglienza, di un diverso o uno sbagliato. Come se la virtù religiosa che regola tutti i nostri comportamenti fosse in realtà un’utopia non diversa da un’ideologia che guida un movimento o comportamento politico.

Affermo questo a seguito della visione, poiché il ruolo della madre badessa non è differente rispetto a quello dei Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)soldati comunisti: la spietatezza che li guida nella applicazione della regola è la stessa. Si tratta di un dogma, di una appartenenza su cui si è fondata la propria scelta di vita, non per devozione, almeno non nella sua fase iniziale, ma per adesione a un modello ideale di mistificazione divino e politico (Bibbia/Manifesto).
Lo dico, poiché altri due momenti rompono muri e aprono a varchi. La dottoressa si trova a vivere un tentativo di aggressione da parte dei russi in una notte qualunque, e mentre cerca di raggiungere la postazione ospedaliera della sua base, assapora sulla propria pelle la volgarità di mani estranee, che cercano di infrangere un limite, rompere a forza una distanza in un contatto con l’altro. L’empatia sgretola l’opposizione a una resistenza, a quel rifiuto delle suore alle visite ginecologiche che cercava di compiere per guarirle, e dopo questo accadimento, capisce sulla sua pelle il senso di umiliazione che le altre donne provano nell’invadenza di uno spazio su cui versava l‘aggravante del peccato, il voto di promessa a Dio. L’altro punto di ricongiungimento è quello di una confessione, in pratica, una suora russa (dalle vedute libertine) parla di come tra quei soldati invasori ci fosse in realtà il suo compagno. Mentre le altre venivano infrante, lei ne approfittava per ottenere sbadatamente un bambino dall’amato soldato sovietico. Quest’ultima compie una truffa, un doppio gioco per fini egoistici, che rivela molto nella diversità di fiducia che distingue i russi e i polacchi all’origine.

In tutta la produzione si è circondati da bambini messi a margine, frutto di abbandoni, sottrazioni in qualche modo lontane da una propria libera volontà. Emerge un forte disagio, e la domanda che ricorre più spesso è quella legata alla loro fine. Il frutto di un tradimento e di una deturpazione di un’anima che valore ha? puo’ meritare la vita? e quanto è attuale questo discorso?

Anne Fontaine sembra alludere a qualcosa, alla netta distinzione di chi è capace di raccogliere i suoi figli, quelli degli altri, abbandonati, nati in condizioni drastiche, far capire che la vita ha un valore che non ha colpe. Espone la storia (con e senza maiuscola) al rispetto e alla venerazione di una o più madri partendo dal concetto di concepimento e portandolo in alto, a elevazione, spogliandolo dal titolo reverenziale di compianto, inserendo l’ebraismo, aprendo alla verità e al perdono. Lo fa senza abbandonare la morte, lo fa rispettando gli eventi che stanno attraversando la Polonia in questo momento, dove le donne, vestite a nero, si ribellano ai mutamenti sociali delle volontà governative.

 


Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 

 

Fukushima – A Nuclerar Story #film #inchiesta

attualità, cinema, comunicazione, cultura, film, politica, quotidiani, televisione, vita

Come si è capito la crisi col cinema nella stagione 2016 è aperta, non ho voglia di fare ragionamenti che rimangono sospesi nella mia testa e non avere risposte concrete, diciamo che in questo momento apprezzo più la visione tv casuale quando mi siedo e faccio zapping dalla poltrona. Proprio due giorni fa mi è capitato di vedere un documentario di Matteo Gagliardi intitolato Fukushima – A Nuclerar Story, un lavoro dedicato al terremoto del 2011 avvenuto in Giappone. Una inchiesta a tutti gli effetti, durata tre anni, che vede analizzare il meccanismo che si è innescato nella mente dei protagonisti giapponesi dopo l’accadimento dello tsunami. Quello che mi ha colpito di più è stato il coraggio e la volontà del protagonista giornalista Pio D’Emilia che ha scelto di rimanere lì, in quella nazione, e affrontare la situazione proprio perché chiamato dalla sua stessa professione.
Sebbene l’intera produzione ha un impianto romanzato – lo story telling è marcato dal montaggio e l’uso dei fumetti rafforza la dinamica di narrazione – quello che ne viene fuori è il principio giornalistico di indagine, l’approfondimento, non dissimile da certi lungometraggi dedicati alle guerre (Walzer con Bashir, 2008, di Ari Folman) Per questo, il connubio è perfetto per far capire cosa si è innescato dopo tutti quegli accadimenti, come il Giappone si sia trasformato in un paese del dubbio, di paura e sospetto, per via di molte delle verità nascoste dei funzionari pubblici e privati; non sono quindi tralasciati i contesti di analisi politica e l’osservazione del momento nell’atteggiamento assunto dalla comunicazione mediatica. In sostanza, non è una azione rivolta al passato, ma all’osservazione dei danni sui movimenti rivolti al futuro. Il dato rilevante arriva dai rischi che quelle radiazioni possano generare dopo diversi anni dall’accaduto. Il dubbio, la catastrofe, che possa rimanere e inquinare alte aree in maniera più invasiva.

Lo consiglio, buona visione!

Trailer:

fukushima - locandina

L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera

attualità, cani, cultura, libri, vita

Ieri ho avuto un grosso blocco di scrittura, volevo introdurre L’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, ma in modo paradossale sono rimasta impossessata dal suo stesso titolo.

Edito negli anni ottanta, il volume è costituito da sette capitoli che lo rendono uno dei capisaldi della letteratura mondiale. Non so quanti di voi abbiano avuto modo di riflettere sui suoi contenuti, ma personalmente, oltre alle trame dei protagonisti, credo che il suo essere compiuto si trovi nella forte riflessione storica, che si autoalimenta attraverso la narrazione dei suoi stessi personaggi.

Questa recensione, seppur voglia essere un invito all’acquisto, in realtà è un ragionamento che parte da alcuni meccanismi di pensiero elaborati durante tutta la consultazione. C’è da dire che mi è occorso molto tempo per giungere al termine, poiché l’accettazione di un viatico legato al proprio vissuto è sempre un labirinto da compiere, soprattutto se si vuole entrare in totale sintonia con l’immaginario dello scrittore.

Sono arrivata a Kundera dopo essere passata dall’Immaturità di Francesco Cataluccio e Puer Aeternus di James Hillaman, penso che proseguirò la scia affrontando le tracce di Paul Vilirio – ma vi accorgerete di tutto questo nel momento in cui ne parlerò qui nel blog.

Il primo elemento cui voglio fare riferimento è il potere della coincidenza: la leggerezza. L’elemento di scatto che permette a tutti noi di tuffarci nell’oblio della felicità dettata da un’azione, una situazione o un atto, che ci sorprende e porta a sentirsi quasi onnipotenti davanti allo stacco della speranza. Il secondo, invece, è la pesantezza (l’insostenibile), dettata dal senso di oppressione causato anche dall’occlusione fisica che ci provoca disagi e blocchi mentali di ogni tipo.

La visione dello scrittore è d’impostazione archetipica basata sulle singole storie di Tomas, Sabina, Tereza e Franz. Ognuno di loro impossessato dal passato, da modelli parenterali e formativi che hanno inciso le loro singole esistenze, diretti verso vie complesse e alternate in un’intera vita.

Non è tanto lo spessore qualitativo di tutto questo a colpire, ma piuttosto come l’autore identifica il malessere nella merda e nel kitsch, e di come tutti siamo tendenti idealizzare il cattivo gusto nella nostra testa per paura dell’abbandono, dell’infedeltà, del concetto di eterno ritorno e dai condizionamenti degli sguardi esterni di un’intera società.

Il senso più angosciante è racchiuso nella chiara esplicazione della Storia della Primavera di Praga, e della condizione cecoslovacca nel 1968, mostrando tutta la ferocia comunista, in una militanza totalitarista che cancella e minaccia le singole identità attraverso le strategie di ricatto più estreme.

Proprio in questi ultimi dettagli ho ritrovato i racconti di persone a me care che hanno sostato per alcuni anni della loro vita in un paese sovietico durante gli anni ’90, e di come, essendo italiani, subivano concretamente controlli di ogni tipo che partivano dalle loro case, per opera spie russe. O anche, il punto di vista di alcuni amici tornati dall’Ungheria che mi raccontavano di aver visitato La casa del terrore a Budapest, dove hanno camminato in un corridoio fatto di blocchi ricavati dal grasso di persone morte nei gulag, ma anche visto e sentito, nello stesso luogo, le trucidazioni commesse dai nazisti sul popolo ebraico boemo.

Come potete ben capire ho trovato L’insostenibile leggerezza dell’essere un libro il cui valore assume una forte potenza nell’intimo di ciò che siamo. Inutile negare che mi sono soffermata nella parte finale il cui si parla del cane di Tomas e Tereza, Karenin.

Quando aveva visto che era a casa e aveva riconosciuto le persone a lui più vicine, non aveva resistito al desiderio di condividere con loro la sua terribile gioia, la gioia del ritorno e della rinascita“.

Ed è proprio così.

Ho apprezzato inoltre i cambi di registro di un narratore incisivo.

Buona lettura.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985.

Educazione Siberiana – Gabriele Salvatores

cinema, cultura, film

Gabriele Salvatores torna al cinema con un prodotto tratto dall’omonimo libro di Nicolai Lilin, Educazione Siberiana.  Un lavoro importante da ogni punto di vista, che ha una pluralità di elementi da analizzare.

Alla base della narrazione c’è il conflitto tra un bene e un male. Tutto ruota attorno a questi due assi, in una giusta scansione di tempo e parole, usati e ricercati nella creazione di una sceneggiatura molto efficace. Anche in questo caso (come per Tornatore) mi sento di dire che Salvatores si è allontanato molto dal suo cinema di pancia, per avvicinarsi a una dimensione più da grande, lontana dalla tradizione italiana, nonostante tragga le basi da un romanzo di formazione.

Ci troviamo a cavallo di un tempo storico molto lungo. Il periodo è quello comunista, e il luogo è l’area siberiana.

I protagonisti sono un gruppo di ragazzini che crescono e maturano con la mentalità da clan, in cui ogni area territoriale è distribuita in gruppi appartenenza. mi sento di aggiungere che il lavoro mi ha riportato alla scrittura di Gomorra di Roberto Saviano, come se quest’ultimo anticipasse, in una versione documentaria scritta, ciò che in realtà Lilin e Salvatores mostrano nel loro progetto uscito nelle sale pochi giorni fa.

Chi ha dimestichezza con le controculture giovanili troverà molti degli aspetti visti in Arancia Meccanica, Quadrophenia, Absolute Biginners (tanto da esserci, di quest’ultimo, anche il medesimo brano che si può ascoltare nella scena della giostra).

La cosa più accattivante è la predisposizione verso il mondo dell’arte: il regista si spinge verso una costruzione spaziale che coinvolge fasi differenti, ed è facile identificare rimandi al Rinascimento, ai tagli di luce di Jan Vermeer, ma anche all’ottocento, con un Monet che spunta all’improvviso, dal quale è difficile sfuggire se ha un po’ di dimestichezza con quest’ambiente.  Garagarin, poi – la faccia del male -, ha un viso che ci porta  direttamente al quadro “Ecce Homo” di Antonello da Messina, e in una inquadratura arriva addirittura a toccare tutta l’iconografia creata attorno alla figura dei vari san Sebastiano.

Come si può capire la scelta fotografica è ottima, avrei bisogno di una seconda visione per valutare se certi frame siano stati elaborati in conformità ad alcuni fotografi dell’est, impegnati magari nella ricostruzione di un periodo chiuso ufficialmente meno di trent’anni fa.

La rottura del regime comunista è riportata attraverso l’inserimento di più dettagli: senza troppe spiegazioni ci sono mostrate la caduta del muro di Berlino del 1989, la conseguente resa del regime comunista in Russia nei primi anni novanta, e l’ingresso al nuovo mondo occidentale, vissuto come una scoperta rivoluzionaria, in quelli che sono i suoi simboli per eccellenza (jeans e consumismo).

Il progetto ruota attorno all’etica del giusto, nonostante all’interno si ha un insieme armato di persone che uccidono, feriscono, rifiutano soldi, corruzione e controllo politico: c’è un accanimento chiaro verso le forze di polizia colluse con la mafia locale.

John Malkovich è Lenin, è chiamato nonno, e sembra un saggio oculato che educa a qualsiasi azione Kolyma, il protagonista assoluto, che porterà alla resa dei conti una situazione diventata troppo pensate, che ha rovinato da la vita di Xenjia – una voluta da Dio -, secondo lo stile del linguaggio usato dal quel raggruppamento, che non osa definire pazzo un essere umano.

Quello che voglio far capire – cioè quello percepito all’uscita dalla sala discutendone – è che tutto il film ruota attorno all’idea di un paese che nasce attraverso un’idea politica precisa, sorta, appunto, con Lenin e poi passata tragicamente nelle mani di Stalin, dal 1924 al fino al 1953.
Sebbene tutto questo non sia dichiarato, poiché la dimensione individuale prevale su quella pubblica, i chiari riferimenti a questi due mondi sono nettissimi.

La cosa che ha permesso di  rafforzare la mia posizione è un film di cui non conosco né regista né titolo, ma visto per caso su Sky, il cui tema era la morte del compagno Lenin, con sottotitoli e canti che sono similmente inseriti con quella modalità anche in Educazione Siberiana.

Tornando a Malkovich vorrei aggiungere che la costruzione del suo personaggio è simile a quella del Marlon Brando in Apocalypse Now, sia in taglio di  luce e inquadrature, sia in comportamenti.

L’intenzione di chi ha proposto questo film è stata di lavorare su un disegno ad ampio raggio. Io credo ci siano riusciti molto bene, per questo consiglio a tutti voi di vederlo.

Ps. La chiave di lettura, a parer mio, parte da una fotografia scattata nella parte iniziale, indice di memoria e testimonianza di fatti veramente accaduti e romanzati da Lilin.

Vi lascio questo collegamento per capire meglio: