Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)

Agnus Dei di Anne Fontaine #film #cinema #donne [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, fotografia, giovedì, poesia, politica, quotidiani

Scrivo questa recensione ascoltando un vecchio brano dei C.S.I del 1993, A Tratti. Bisogna soffermarsi sul testo e concentrarsi per alcuni minuti. Di tutte le parole lanciate in chiave mantrica, decantate da Giovanni Lindo Ferrenti, c’è un punto in cui si fa riferimento a toghe e tonache. Questo passaggio mi ha permesso di trarre ispirazione per l’articolo dedicato ad Agnus Dei di Anne Fontaine.

Il film è molto duro. Distribuito la settimana scorsa, eravamo io assieme a una coppia di signori nella sala più reclusa del cinema, quella dotata di 15 posti, a visionare una storia raccontata in maniera sublime, vista la tragicità del tema. La sceneggiatura è ispirata a fatti veri, accaduti in Polonia nel 1945. Un gruppo di suore cattoliche fu completamente violato nell’intimità da un gruppo di soldati sovietici che invasero il loro convento abusando dei loro corpi. A rivelare la situazione una dottoressa giovane francese, chiamata d’urgenza, dopo la fuga di una sorella dal convento poiché custode di un segreto lacerante.

L’elemento interessante dell’intero progetto è l’uso della luce. Esiste una grande distinzione tra le riprese esterne e interne. Il bianco della neve rende accecante la vastità di vedute quando si è fuori, in fuga da qualcosa, tra le betulle, mentre nelle parti al chiuso è silenziosa, poggia la sua leggerezza sui visi delle protagoniste, rendendole eteree, quasi beate. La concatenazione di queste sequenze porta verso un mondo altro, rinascimentale, per incanto e drammaticità dei contenuti. Non so che riferimenti abbia sfruttato la regista per comporre le inquadrature, ma ho percepito autori italiani e fiamminghi, relazioni che colpiscono per incisività e durezza nei tratti.

 

Tornando a Lindo Ferretti, il collegamento che ho trovato è quello che avviene in una battuta precisa della pellicola, quando si dialoga sul ruolo distinto di avvocati e medici, come a dire, i primi chiacchierano, i secondi agiscono. Il punto di vista tra le due professioni rappresenta un dato centrale che si innesta con  il concetto di sacrificio. Agnus Dei, “Agnello di Dio” – “che togli i peccati del mondo” – come recita la famosa liturgia – è una figura, un’immagine salvifica per l’umanità, di colui che porta la croce e si immola per noi esseri umani. Una scelta dura, che mette in atto il significato pieno del concetto di giustizia per una rinascita.

Il film lavora sulla figura del Giusto, di un dare e un avere, un dono, alla pari. Mette in crisi la facoltà di parola appartenente al diritto, scritto, concentrato, interpretato, più su una azione esecutiva, che di accoglienza, di un diverso o uno sbagliato. Come se la virtù religiosa che regola tutti i nostri comportamenti fosse in realtà un’utopia non diversa da un’ideologia che guida un movimento o comportamento politico.

Affermo questo a seguito della visione, poiché il ruolo della madre badessa non è differente rispetto a quello dei Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 (IMG _ presa dal web)soldati comunisti: la spietatezza che li guida nella applicazione della regola è la stessa. Si tratta di un dogma, di una appartenenza su cui si è fondata la propria scelta di vita, non per devozione, almeno non nella sua fase iniziale, ma per adesione a un modello ideale di mistificazione divino e politico (Bibbia/Manifesto).
Lo dico, poiché altri due momenti rompono muri e aprono a varchi. La dottoressa si trova a vivere un tentativo di aggressione da parte dei russi in una notte qualunque, e mentre cerca di raggiungere la postazione ospedaliera della sua base, assapora sulla propria pelle la volgarità di mani estranee, che cercano di infrangere un limite, rompere a forza una distanza in un contatto con l’altro. L’empatia sgretola l’opposizione a una resistenza, a quel rifiuto delle suore alle visite ginecologiche che cercava di compiere per guarirle, e dopo questo accadimento, capisce sulla sua pelle il senso di umiliazione che le altre donne provano nell’invadenza di uno spazio su cui versava l‘aggravante del peccato, il voto di promessa a Dio. L’altro punto di ricongiungimento è quello di una confessione, in pratica, una suora russa (dalle vedute libertine) parla di come tra quei soldati invasori ci fosse in realtà il suo compagno. Mentre le altre venivano infrante, lei ne approfittava per ottenere sbadatamente un bambino dall’amato soldato sovietico. Quest’ultima compie una truffa, un doppio gioco per fini egoistici, che rivela molto nella diversità di fiducia che distingue i russi e i polacchi all’origine.

In tutta la produzione si è circondati da bambini messi a margine, frutto di abbandoni, sottrazioni in qualche modo lontane da una propria libera volontà. Emerge un forte disagio, e la domanda che ricorre più spesso è quella legata alla loro fine. Il frutto di un tradimento e di una deturpazione di un’anima che valore ha? puo’ meritare la vita? e quanto è attuale questo discorso?

Anne Fontaine sembra alludere a qualcosa, alla netta distinzione di chi è capace di raccogliere i suoi figli, quelli degli altri, abbandonati, nati in condizioni drastiche, far capire che la vita ha un valore che non ha colpe. Espone la storia (con e senza maiuscola) al rispetto e alla venerazione di una o più madri partendo dal concetto di concepimento e portandolo in alto, a elevazione, spogliandolo dal titolo reverenziale di compianto, inserendo l’ebraismo, aprendo alla verità e al perdono. Lo fa senza abbandonare la morte, lo fa rispettando gli eventi che stanno attraversando la Polonia in questo momento, dove le donne, vestite a nero, si ribellano ai mutamenti sociali delle volontà governative.

 


Anne Fontaine, Agnus Dei, Francia, 2016 

 

Immagine presa dal web: http://www.nonsolocinema.com/

La pazza gioia di Paolo Virzì + Youth di Paolo Sorrentino #recensioni [FILM]

arte, attualità, cinema, cultura, film, politica, televisione

Torno per un attimo alla vecchia formula, sono stata troppo in silenzio negli ultimi tempi. Il materiale pubblicato è legato ad altro, un percorso differente e complementare della mia carriera professionale.

Quest’anno ho dedicato poco tempo ai film, ho evitato di andare al cinema. Una scelta ponderata, di risparmio, che da Carol di Todd Haynes è arrivata fino a La pazza gioia di Paolo Virzì, lasciando un buco in mezzo che non sento profondissimo. Ho scelto di pagare, per vedere, lavori con donne protagoniste, raccontante in modo diverso, in contesti  differenti, su temi eloquenti e attuali.

Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/La pazza gioia è stato incrementato da un articolo condiviso e firmato dalla scrittrice Teresa Ciabatti su facebook, un’analisi diretta, molto franca, che mi ha suscitato curiosità e spinto ad andare. Qui per il contenuto.

Il progetto di Virzì non mi ha fatto esultare, piuttosto riflettere e soffermarmi. Ho trovato la fotografia molto lontana dai miei gusti. Quando stavo visionando, mi sono resa conto di quanto con oculatezza estrema gli autori abbiano raccontato lo stato schizofrenico di un paese – il nostro – allo sbando, inserendo due figure femminili stridenti, capaci di evidenziare come siamo tutti in balia di qualcosa di più profondo, in un centro di recupero dove è difficile controllare le dinamiche intere, con strumenti e mezzi inadatti, nonostante un personale carico di umanità e di buona qualità.

Organizzato in momenti decisi e di stacco, il lavoro ha protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. In loro ho visto una destra malata, paranoica, con deliri di onnipotenza, e una sinistra che insegue l’isterismo di chi trascina, nonostante la chiara coscienza che si sta sbagliando, verso il baratro. Al cuore di entrambe è situata una disperazione che isola ed esula da ogni altro giudizio: il finale non rappresenta una chiusa di partito, scelta o adesione, piuttosto una pausa; una sana protezione dedicata a un bisogno estremo di recupero di fermezza, racchiuso in un bambino, figlio primigenio da salvare e/o proteggere per sopravvivere.

Non so se il valore sia stato quello di dire che le donne hanno una forza estrema, non so neppure se l’impianto sia femminista, ma ho trovato del giusto, del sano, un margine di respiro leggero, non diverso da come farei io, se dovessero capitare entrambe le situazioni – quegli stati psicotici –  alla mia persona. Un’anima mercurialis che parla e raccoglie, indica, fa di tutto, nel recuperarsi attraverso una volontà, straziata dalla propria solitudine, tramite un bipolarismo che vede e sente, riconosce una via giusta.

Un anno fa, ormai, qualcuno mi chiese cosa pensassi di Youth di Paolo Sorrentino. Neppure in questo caso andai in sala, non risposi a quel messaggio, ma ci ho sempre pensato, nel tempo. Ho atteso che venisse trasmesso da Sky cinema quando ormai il clamore si fosse abbassato e/o controllato. Di lui, dico di Sorrentino – chi mi conosce lo sa – apprezzo molto l’inserimento che compie nello sberleffo all’arte contemporanea. Manifesto/immagine presa dal web: http://www.mymovies.it/E’ onesto e non si maschera dietro l’ipocrisia, spietato e ironico, grottesco, da buon napoletano, sceglie due protagonisti alla fine del loro tempo per raccontare lo stato di sclerotizzazione di maschi, che inseguono egoisticamente le loro strade sfruttando ogni mezzo per reprimere i loro vuoti. Due Maestri, un musicista e un regista, che si illudono, vivono per il proprio lavoro, narcisisticamente l’uno, e di solitudine l’altro, per proteggersi dalla melanconia, dalla sottrazione di qualcosa che li ha castrati: la fine di un mito.

Di tutto, ho apprezzato un’unica situazione, quando arriva lo svelamento – la pulizia di coscienza – nel discorso di simulazione interpretato da Michael Caine (il musicista). E’ un momento preciso che si svolge a Venezia, in una clinica/ospizio, una scena in cui fa credere di essere pentito e si scarica dalle frustrazioni di irresponsabile verso una moglie inerte alla finestra senza luce. Una luce, che rimane proiettata sulle spalle di un uomo che al fianco ha un mazzo di fiori i cui colori sfumano e rappresentano il tricolore della bandiera italiana mentre fluiscono parole per un finale alla stragrande.

Virzì e Sorrentino:
Paolo/Paolo.

Registi:
Diversi/stridenti.

Protagonisti:
due femmine/due maschi.
Giovani donne/vecchi maestri.

I luoghi:
Strutture di accoglienza e riabilitazione.

Il pieno/il vuoto, nel mezzo, l’Italia.

Perfetti sconosciuti – Paolo Genovese #film

cinema, film

Qualcuno giorni fa mi ha chiesto cosa pensavo del film di Paolo Genovese, Perfetti Sconosciuti, distribuito nel 2016 e ancora oggi al cinema. Ho così preferito sostituire mega produzioni straniere per dare importanza a qualcosa di italiano, per il quale, di solito, prediligo l’attesa della diffusione televisiva.

Inizialmente Perfetti Sconosciuti mi ha ricordato Carnage di Roman Polanky e In nome del Figlio di Francesca Archibugi (anche nella sua versione originale francese). Colpa dei grandi amici, delle abbuffate, dei tavoli, dei libri piazzati ovunque, degli argomenti legati alla politica. Per la prima volta, in questo contesto, non mi è sembrato di trovare questa diatriba. La centralità finalmente si è spostata su altro, qualcosa di più contemporaneo.

Tutto da nasce da un gioco, ma realmente si muove con esso?

Seppur nata come commedia, con momenti esilaranti, il film ha una centralità ricca di cinismo, brutture e meschinità tanto da sfiorare il drammatico con incisività. Su questo dato mi ha ricordato la sensazione che provai quando vidi L’ultimo capodanno di Marco Risi  negli anni ’90.

Ho apprezzato la scrittura e il modo in cui si è rilevato nella sua fine, i meccanismi di intreccio che hanno permesso allo spettatore di rimanere attento e vigile sui personaggi fino alla fine. Più che la tematica dell’omosessualità, e della sua retorica, cui penso in Italia sia maestro Ferzan Opzetek, il cuore del problema sia stato impiantato nell’uso delle nuove tecnologie (cellulari, app, social).

In certi passaggi l’impronta del moralismo poteva essere alleggerita. Alcuni dialoghi potevano omessi, soprattutto alla fine, poiché il disagio degli attori e le intuizioni di montaggio bastavano a ricucire le dinamiche, a far capire quanta solitudine sia ammanta l’esistenza.

Non ho trovato la solita dedizione a una formazione, alla crescita di personaggi, ai riti di iniziazione o di passaggio all’età adulta, quanto una centralità focalizzata sull’odierno, su un blocco emotivo diretto, tangibile percepibile dentro e fuori dal cinema: un voler dire ma non fare, rinunciare, per immaturità e incapacità. Non so se per vigliaccheria o tutela, ma questa condizione stabile di tradimento è sfiancante, e sono d’accordo con chi mi ha fatto riflettere su questo punto, forse è una costante talmente tanto abusata nella realtà, che siamo stanchi di trovarla in sequenze dialogiche così nette al cinema.
Il cast perlopiù romano ha stancato.
Trovo sempre al top Giuseppe Battiston, mi piace molto Alba Rohrwacher, ho apprezzato Anna Foglietta – relegata spesso a ruoli che la mettono in un piano inferiore rispetto a quello che potrebbe offrire se sviluppasse di più la sua componente drammatica. Senza spoilerare, aggiungo: se il ruolo di Kasia Smutniak fosse emerso, allora sarebbe stata davvero una stronza psicologa spietata e manipolatrice.

Ognuno di noi ha davvero tre vite? 
Ci penso ancora un po’, così da avvalorare il segreto nel sottotitolo.

Teaser:

 

Locandina:

perfettisconosciuti

 

Carol – Todd Hynes

amore, cinema, comunicazione, film, fotografia, libri

Che dire? Ho visitato la sala cinema della città. Accogliente, raccolta nella sua nuova veste, è lì che ho visto Carol di Todd Hynes. Mi è sembrato capire che da tre piccole sale, sono arrivati a sette sezionando l’intero spazio sulla base dei consumi del pubblico così da avere una offerta migliore, più ampia. Non ricordo i prezzi precedenti, ma 7 euro, durante la settimana, mi pare sia un po’ alto – anche se capisco che gestire l’intero ambiente sia costosissimo, oggi. Ho capito che se dovessi tornare lì, andrò il martedì, quando troverò la possibilità di riduzione. In più, a metà mese, riprenderanno gli appuntamenti Alternativa, e questo mi rincuora molto.

Carol è un lavoro molto lento. Il film ha un montaggio classico, non stereotipato da stacchi veloci di camera e/o inquadrature, e ha una colonna sonora che vale l’intera produzione. La storia trae ispirazione da una pubblicazione di Patricia Highsmith il cui libro dà titolo all’omonimo progetto qui descritto. Si tratta di una narrazione la cui centralità è riposta svelamento, nella ammissione dichiarata della propria omosessualità, nell’accettazione del proprio essere. E’ una visione sofisticata, lontana dal nostro modo di interfacciarsi all’odierno. Ho trovato molto interessante la sequenza del viaggio, punto in cui il progetto si anima nella libertà, nella verità, delle protagoniste, Therese e Carol.

Therese (Rooney Mara –  mi ha ricordato Audrey Hepburn) è una giovane confusa. Molto bella, sembra una ragazza contemporanea a tutti gli effetti, e rappresenta l’esternazione di una crisi valida nel presente, che si ritrova nella scelta degli abiti che sembrano rimarcare molte differenze, tra cui, quelle di status con Carol (Cate Blanchette). Quest’ultima è un donna dall’apparenza sicura, sofisticata, elegante, appartenente a un’America bene degli anni cinquanta, in lotta con un marito possessivo che la ostacola in tutti i modi. Questa distanza temporale (tra le due) sembra essere suggerita dagli stacchi di luce fotografica disposti tra una inquadratura e l’altra, quando esse sono sedute in maniera frontale in alcuni passaggi del lavoro. Inoltre, mi è piaciuta la sequenza in cui lo spettatore spia gli attori che si trovano dentro la sala di proiezione nel film. L’idea che un pubblico (noi) stesse osservando le azioni di chi era dietro le nostre spalle realmente (il proiezionista), alla stessa maniera di quelle persone (gli attori) – nella ciclicità del gesto – mi ha fatto sentire parte di un tutto in una cucitura e nella sutura dell’esistenza.

Non credo lo ricorderò a lungo.
Buona visione!

 

carol-locandina-Copia

Mommy – Xavier #Dolan

cinema, film

Dopo un anno finalmente vedo questo film. E’ stato trasmesso da Sky Cinema Cult martedì sera attorno alle 21.
E’ raro che mia madre assista a queste occasioni, soprattutto quando le tematiche sono di impegno – non le piacciono le cose drammatiche poiché crede non occorra altro masochismo visivo per ricordarci che siamo esseri viventi che incappano nell’errore continuo. Devo dire, non ha tutti i torti, ma è di un’altra generazione.

Quello che rimane di Mommy nella mia memoria è la scena centrale di respiro del ragazzo che estende la visione, la propria libertà, quando recupera una sorta di pace interiore condividendola con la madre e un’amica vicina di casa, su uno skate e due bici, lungo la via di una strada che si estende sotto i loro occhi come spiraglio positivo, momentaneo e illusorio.

La storia narra di un ragazzo che ha problemi comportamentali, che soffre di deficit dell’attenzione. Si trova in una clinica psichiatrica dalla quale viene cacciato dopo l’ennesimo incidente che ha causato, sia nei confronti dell’istituto stesso cui è ospitato, sia di un altro compagno, cui reca danni fisici feroci che implicheranno risvolti in tutta la progressione della sceneggiatura.
La cosa che stupisce del lavoro di Xavier Dolan è la disperazione della madre, costretta a ostentare l’eccesso per offuscare tutto. Il nascondimento del vissuto, di umiliazioni subite, cercate, di una esistenza avvertita come punizione, succube di ogni azione del figlio. L’unica persona che riesce a placare il ragazzo non è lei, ma una donna che sembra non aver mai avuto una vita così divincolata. Una insegnante balbuziente che lo aggredirà con la sua stessa energia, con il potere della aggressione che si attiva quando si supera il limite della confidenza, quella linea sottile legata alla nostra ricerca di protezione di individui destinati alla solitudine e alla paura nel non mostrarci per cio’ che siamo.

L’eccesso, l’esasperazione, l’incoerenza, trasformano la visione in forme altalenanti di attesa lunghissima. Si tratta di un prodotto che dura molti minuti nella sua fruizione, che cattura l’attenzione non rendendo lo spettatore partecipe, quanto piuttosto distanziandolo criticamente e conducendolo all’osservazione del meccanismo psicologico di tutti i protagonisti. Gli innesti proposti, in effetti, sembrano suggerire che nulla è frutto del caso, ma il risultato di scelte e drammi che si continuano a reiterare nonostante l’evidenza sconcertante degli eventi.

Io premio l’uso e la gestazione della rabbia, espressa e repressa, nel legame perverso della madre con il figlio, alla cui base c’è solo un’applicazione continua del proprio tradimento.

mommy.jpg
Personalmente Mommy non rimarrà nella mia mente per lungo tempo.

 

Il giardino delle parole – Makoto Shinkai [Film – Animazione]

cinema, film

Giorni fa su suggerimento di un amico ho decido si dedicarmi alla visione di un film di animazione giapponese. Da qualche tempo non guardavo un cartone, così mi sono apprestata poiché ritengo la sua opinione molto importante.

Uscito in Italia nel 2013, Il giardino delle parole, è un lungometraggio che racconta la storia di un ragazzino e di una donna in crisi.  La narrazione è semplice e lineare, a tratti un po’ lenta, ma accoglie bene la dimensione di uno spettatore curioso, poiché la costruzione della sceneggiatura permette di immedesimarsi bene al contesto filmico.

Ad ognuno di noi è capitato di avere una vicenda simile. Più che riflessione adolescenziale, la produzione sembra aver mirato a dei conflitti irrisolti nella elaborazione dei disagi che avvengono per natura, non proprio voluta, ma come situazioni che accadono dalle quali poi è difficile divincolarsi.

E’ bene quindi prendere questo lavoro come un racconto per adulti in cui esistono due forme di attenzione: una legata alla formazione individuale –la crescita del personaggio maschile nella sua iniziazione all’età adulta dopo una forte delusione; l’altra, al contrario, è una ammissione delle proprie fragilità: sanare e risanarsi attraverso un’esperienza già vissuta, ma non cadendo più nello sbaglio e nella ripetizione dell’errore, quanto mostrarsi forti nella reazione, cioè arrivare a un miglioramento del proprio disagio, per poi tornare a vivere a pieni polmoni.

Consigliato +

Trailer:

Locandina:ilgiardinodelleparole

 

Il capitale umano – Paolo Virzì

cinema, cultura, film, libri

Nessuno si aspetterebbe un film così, lontano dal solito schema politico – provinciale descritto nei suoi precedenti progetti. Paolo Virzì nella regia del suo ultimo lavoro non sembra più lui. Se ci si aspetta un’opera brillante, di riscatto, dove i protagonisti sono perlopiù personaggi di ceto sociale medio – basso, cambiate sala cinematografica e dedicatevi a una qualunque frottola d’invenzione romantica americana.

Il capitale umano stravolge la leggerezza, non solo perché da titolo si evince un forte rimando alla Comédie humaine di Honoré de Balzac, ma perché il lavoro è un complotto  alla cui base è posto – similmente a una società ottocentesca – un gruppo di potere che controlla giochi di strategie economiche e finanziarie, fregandosene di tutto, irridendo gli individui che vivono su una superficie di un intero Paese.

Allo stesso tempo, pensare che il libro da cui è tratto tutto questo sia ambientato in Massachusetts, negli Stati Uniti, e ritrovarlo in una versione diversa, visiva, adattata in Brianza – con un punto di vista indiscutibilmente italiano – è una peculiarità cui io non sono abituata.

La regia di Paolo Virzì, assieme alla co-scrittura di Francesco Bruni e Francesco Piccolo, offre una testimonianza formidabile di come la qualità espressiva possa premiare sempre, poiché la forza del prodotto è racchiusa nella capacità di saper stravolgere completamente i canoni su cui si sono basati, finora, buona parte dei suoi processi creativi, da Ovosodo a La prima cosa bella, passando per Tutta la vita davanti.

La sceneggiatura è frammentata in capitoli, e i punti di vista sono elaborati in un missaggio che spinge in modo costante a oscillare tra l’equilibrio di una dimensione mentale ansiogena propria e un’interpretazione psicologica complessa dei personaggi.
La trama,
invece, vede incastonate le classi sociali rappresentate in una piramide organizzata in: ordine di controllo – chi è posto all’apice e ha il governo monetario; gli inclini a tutto – la media e alta borghesia con mire decisionali e ambizioni altissime; il quarto stato – la povera gente vittima di soprusi e incidenti, lasciata morire e valutata sulla base dei suoi affetti, senza tener conto di situazioni e provenienze, di chi è e che problematiche hanno.

Virzì pone sguardi, riflette sulla propria natura e ci pone davanti alla scelta: osservare e adattarsi all’occhio del parassita disposto a barattare il valore della sua stessa figlia? O stare dalla parte di chi si ferma al puro delle cose, senza chiedere in cambio nulla, soffermandosi sulla potenza dello sguardo e nell’intimità dell’essere?

Non mi va di spiegare il thriller in dettaglio, poiché ritengo sia solo un espediente efficace che fa da contorno a un quadro volutamente nitido, sulla nostra realtà, su cui noi siamo solo inermi e per il quale ci battiamo ogni giorno con tutta la forza che abbiamo.

La cultura è femmina, crolla a pezzi, come un teatro, è metafora di una puttana, che assume vesti e stile nella classe e nella grazia di Valeria Bruni Tedeschi. Lei tradisce se stessa, in Via Alcide De Gasperi, con un professore universitario di sinistra interpretato da Luigi Lo Cascio, che grida in maniera incessante al dilettantismo, e che ricorda un po’ la eco delle parole importanti descritte da Nanni Moretti in Palombella Rossa.
Fabrizio Bentivoglio è, invece, l’evoluzione malsana di un Sergio Castellitto di Caterina va in città.

Lo consiglio per la potenza della scena finale, per la capacità di aver selezionato attori in grado, a colpo d’occhio – con una sola comparsa – di raffigurare, come solo un gesto artigiano, il tratto di una tela su cui molti personaggi hanno manipolato le nostre esistenze fino a oggi.

Buona visione!

Tratto da:
Stephen Amidon, Il capitale umano, Mondadori, 2008

Trailer:

Amour – Michael Haneke

attualità, cinema, cultura, film, vita

Camera fissa in quasi tutte le inquadrature, luoghi chiusi e claustrofobici. Ecco lo scenario principale del vincitore della Palma d’Oro lo scorso anno a Cannes.

Amour è arrivato nelle mie sale esattamente un anno dopo la sua premiazione. Un film costruito da Michael Haneke in modo disarmante, quasi stridente col suo stesso titolo.

La trama ha non ha particolari filtri: è una storia d’amore che confluisce in un atto estremo, derivante dalla situazione che si è venuta a creare dopo un improvviso ictus a un’anziana pianista francese, borghese, che assieme al marito, vive in una modestissima casa, di cui non sappiamo l’esatta posizione a Parigi.

La lentezza che caratterizza tutto il lavoro porta lo spettatore a immedesimarsi con i personaggi in tutti i ritmi, linguisti e fisici, in una riflessione che azzanna le nostre menti in maniera corrosiva per la non accettazione o reazione a una situazione di questo tipo.

Il progetto inizia velatamente dalla fine: ha quindi un’andatura circolare, come un romanzo di cui si gusta, sfogliando pagina per pagina, la storia, cercando quel punto d’arrivo che segnerà la svolta.
Qui, il cambiamento è anticipato brutalmente, e si palesa solo nell’ultima scena, interrotta all’improvviso, tanto da rimanere in un’inquietudine silenziosa prima di uscire via dal cinema.

La cosa che mi ha colpito di più è stata la scena del Théâtre des Champs Elysées: un pubblico che attendeva l’inizio di un concerto, che rifletteva noi stessi come in uno specchio, nella loro medesima posizione, a fissarli con gli stessi pensieri.

Teaser:

La Grande Bellezza – Paolo Sorrentino

arte contemporanea, attualità, cinema, cultura, film

Uscito martedì, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, ha raccolto nella mia sala un numero non alto di persone, ma piuttosto un pubblico propositivo e costruttivo, inchiodato alla poltrona anche durante i titoli di coda e l’accensione delle luci, alla fine della proiezione.

La Grande Bellezza ha una trama semplice: un uomo ormai sessantacinquenne che nella sua vita ha raggiunto i propri obiettivi professionali. Si è accontentato, non è sposato, non ha famiglia, ha una vita stravolta da orari e feste, e ha, infine, una cameriera filippina che sembra conoscerlo meglio di qualunque altro. GepGep Gambardella – è uno strepitoso Toni Servillo, che raggiunge il suo apice massimo nella teatralità del monologo. Il solito punto fermo, dove gli spettatori del regista possono ritrovarsi ed essere coinvolti in un climax, che accompagna tutta la narrazione, saltando tra registri d’ironia, divertimento, asprezza, sagacia e alta letteratura.

E’ di base una storia d’amore. Il grande amore. L’ossessione di un qualcosa che tormenta tutta una vita, e che ognuno di noi porta addosso fino alla fine della propria esistenza. Quello che blocca le aspirazioni e costringe a compiere scelte di condivisione di spazi su cose non sentite addosso, ma che hai fatto tue, pur di negare quello che provavi per una determinata persona. Tutto questo, fino a quando non si raggiunge il tempo di maturazione e di accettazione del problema. Quando cioè la persona amata muore, e ci si ritrova a scoprire aspetti del proprio essere, accantonati  e mai rimossi.
Capire come risalire la foce del fiume, calpestare gli aspetti salienti della realtà, ricercare una spiritualità fatta di poche cose, aiuta a recuperare un modus vivendi radicale, da segnare il punto di svolta anche per la propria esistenza.

La Grande Bellezza è un lavoro che con i progetti precedenti del regista ha poco a che fare, soprattutto se si pensa agli ultimi – Il Divo o This must be the place. Confrontandomi con chi era con me, è venuto fuori che il modo di raccontare, il tipo di montaggio, l’eccessività, è simile a quella usata da Matteo Garrone nel suo film Reality, dello scorso autunno. Il senso di disperazione dilagante che raccolgono i due film -maker, differenti tra loro, ma così distanti per appartenenza, è unico e vicino a chi crede ancora che qualcosa di recuperabile ci sia ancora, in mezzo a un elaborato caos di farneticazioni e inutilità.

Roma è testimone del cambiamento. Una città che con le sue architetture permette di riconoscere chi siamo, e che siamo esseri di passaggio davanti alla maestosità degli spazi, in una segretezza che ognuno di noi ha, e che con difficoltà riesce a superare.

Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Giorgio Pasotti, Serena Grandi, provengono da altri mondi; lontani   dalla cinematografia cui sono sottoposti, o in alcuni casi, dimenticati.

Non so se si può fare riferimento a Federico Fellini, personalmente non ho trovato la dimensione onirica, ma una concretezza spietata, rafforzata da una colonna sonora d’intenso trasporto, soprattutto nelle corali tedesche.

Il film è attualmente è in lizza al Festival di Cannes.

Stra – consigliato.

Trailer:

Connecting the Dots/Unire i punti – Georgia Tribuiani

mostre

Quando decido di andare a una mostra, solitamente ho un rito preciso: caffè con le amiche che rallenta la tensione, e rilassamento pre – visita adatto alla successiva scoperta di un qualcosa di nuovo.

Georgia Tribuiani è una visual designer poliedrica, che con le sue opere costruisce mondi nuovi, uniti da leggerezza di più punti, che elevano chi è di fronte, a una spensieratezza di pensiero, attraverso una coloratissima ironia.

L’allestimento di “Connecting the Dots/Unire i punti” è un sentiero che si sviluppa in 4 sale, pensate in maniera matematica, con un preciso risultato finale, che in questo caso, è di grande impatto razionale ed emozionale.

Se non altro perché la logica di costruzione dei lavori è complessa: svelata attraverso il percorso d’esposizione, in cui è difficile non capire quanta minuzia c’è nella scelta di elementi necessari al suo linguaggio, che avvolge più sostanze, provenienti dal mondo teatrale, cinematografico, artistico, televisivo, in una forma di cultura così completa, da fare assorbire il tratto distintivo, che aleggia nella sua opera, a tutti.

Quello che voglio comunicare in semplicità, è che si saltella tra i suoi pensieri in un montaggio video inizialmente scomposto – come se stessimo in una sorta di limbo analogico – a esaminare tutti i frame delle sue idee; per poi arrivare una condizione di assemblaggio, talmente veloce, da capire i motivi per i quali questa mostra te la porterai addosso per alcuni periodi.

Curata da Umberto Palestini, è ospitata negli spazi dellArca – Laboratorio delle arti contemporanee di Teramo, fino al 21 ottobre 2012, ai seguenti orari: 16 –19.
Lunedì, chiuso.

La consiglio, lasciandovi qualche suggerimento:

http://www.g3o.net/
http://www.motiongraphics.it/2008/01/georgia-tribuiani-senior-designer/
http://www.larcalab.it/a/?p=265
http://theworldofagraphicdesigner.wordpress.com/2012/09/02/unire-i-punti/
http://www.behance.net/gallery/Unire-i-Punti/4916769?fb_action_ids=4653447221093&fb_action_types=og.likes&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=246965925417366

E’ disponibile un catalogo della mostra.