Quando hai 17 anni di André Téchiné #film #cinema [#recensione]

amore, attualità, cinema, cultura, film, filosofia, giovedì

Quando hai 17 anni di André Téchiné, Francia, 2016 ( img presa dal web)

Da un po’ di tempo non avevo un contatto diretto con un film considerato alternativo, non commerciale, per il grande pubblico. Presa dell’euforia di vedere l’ultimo di Ken Loach (Io, Daniel Blake) ho avuto la fortuna di incontrare nella maniera più casuale l’ultimo di André Téchiné, Quando hai 17 anni.

Francese, lontano dagli stereotipi di un cinema complesso ed elaborato, si presenta nella sua prima parte lineare, con tema non dichiarato, comuffato dalla complessa lotta di due adolescenti in cerca della loro identità.

La produzione ha diversi incastri che lasciano trasparire argomenti di profonda attualità (immigrazione, adozione, sessualità, guerre). Padri che lottano in aree lontane, rientrano come frammenti in angoli di vita perduta, al cospetto di una nazione (la Francia) implicata in conflitti mondiali. Rituali in cui l’assenza di queste figure centrali è sostituita da madri impegnate, risorse necessarie umili, figure che fanno di una responsabilità una chiave civile di sopravvivenza. Le donne accolgono la diversità nella maniera più semplice, con una paura lacerante rapportata a uno spirito di reazione, voglia di riscatto costante, senza abbandonare la fragilità.

Damien e Tom hanno due mamme diversissime, una medico e una contadina. Si incontrano per caso, e da lì parte un meccanismo che permette di avvicinare i due ragazzi ai loro contesti di vita. Il cinema francese negli ultimi anni racconta molto la provincia, si allontana dalle megalopoli per mostrare aspetti realistici in location inaspettate, poetiche, che rafforzano l’immaginario di uno spettatore attraverso un senso di appartenenza, pulito, che seppur lontano dalla propria radice, dimostra la completa apertura.

La filosofia è argomento di un dibattito acclarato quando la scoperta e l’avvicinamento all’altro diventano costrizioni impellenti, insistenti.

Desiderio o bisogno, cosa muove esattamente le nostre scelte? esiste un incastro perfetto tra le due parti? Se il conflitto è guidato a un attaccamento profondo, volto a una stabilità, la fiducia, cos’è?

L’amore scaturisce la violenza di un confronto a limite della sopravvivenza, per poter essere liberi di lasciarsi andare, permettere all’altro di ritrovarsi, insieme.

 

Quando hai 17 anni di André Téchiné, Francia, 2016

Misericordia

amore, Narcisismo, vita

Io ho conosciuto Pietro, in un’altra lingua. 
Proprio lui mi ha permesso di capire tutto questo, oggi, perché ho avuto fiducia in lui, da atea.
I miei occhi lo hanno attraversato a questa maniera:

È lo sguardo non giudicante, ma che cerca nell’altro le risorse positive che può mettere in gioco. Non credo che la misericordia sia necessariamente da chiedere, come un mio confratello mi ha detto, penso però che la misericordia riesca a generare tutta la sua potenza solo quando è accolta dall’altro.

Le relazioni si ricostruiscono solo ridando fiducia all’altro, ma la fiducia è sempre un rischio, non ha mai un esito scontato.
La fiducia è gratuita, non è un prestito, è una perdita fin dal primo momento
.”

Non mi pento della mia perdita, anzi, lo ringrazio della scoperta di questo significato, perché posso vivere ogni giorno in maniera più potente da quando l’ho scoperto, definito.

” La misericordia spinge a scoprire il bene non ancora visto”

Per capire di più, qui.

Piero della Francesca - Polittico della Madonna della Misericordia 1445-1462 Olio su tavola Proveniente dalla chiesa della Misericordia di Sansepolcro

Mood

vita

Quel sabato di fine giugno in cui razionalizzi all’improvviso.

Il paese delle spose infelici – Pippo Mezzapesa

attualità, cinema, cultura, film

Passabile, soprattutto per la colonna sonora.


Trailer:

Amour – Michael Haneke

attualità, cinema, cultura, film, vita

Camera fissa in quasi tutte le inquadrature, luoghi chiusi e claustrofobici. Ecco lo scenario principale del vincitore della Palma d’Oro lo scorso anno a Cannes.

Amour è arrivato nelle mie sale esattamente un anno dopo la sua premiazione. Un film costruito da Michael Haneke in modo disarmante, quasi stridente col suo stesso titolo.

La trama ha non ha particolari filtri: è una storia d’amore che confluisce in un atto estremo, derivante dalla situazione che si è venuta a creare dopo un improvviso ictus a un’anziana pianista francese, borghese, che assieme al marito, vive in una modestissima casa, di cui non sappiamo l’esatta posizione a Parigi.

La lentezza che caratterizza tutto il lavoro porta lo spettatore a immedesimarsi con i personaggi in tutti i ritmi, linguisti e fisici, in una riflessione che azzanna le nostre menti in maniera corrosiva per la non accettazione o reazione a una situazione di questo tipo.

Il progetto inizia velatamente dalla fine: ha quindi un’andatura circolare, come un romanzo di cui si gusta, sfogliando pagina per pagina, la storia, cercando quel punto d’arrivo che segnerà la svolta.
Qui, il cambiamento è anticipato brutalmente, e si palesa solo nell’ultima scena, interrotta all’improvviso, tanto da rimanere in un’inquietudine silenziosa prima di uscire via dal cinema.

La cosa che mi ha colpito di più è stata la scena del Théâtre des Champs Elysées: un pubblico che attendeva l’inizio di un concerto, che rifletteva noi stessi come in uno specchio, nella loro medesima posizione, a fissarli con gli stessi pensieri.

Teaser:

Amalia è in città

Studiare, vita

Ho un leggero mal di testa; stamattina ho studiato, ora sono in pausa, scrivendo qui, e decidendo sulla possibilità di prendere un oki.
Mi trovo a preparare un esame di storia della cultura;  le pagine che sto memorizzando sono legate all’evoluzione del teatro rinascimentale e mi hanno fatto riaffiorare un episodio che non mi è sceso tanto durante una delle ultime sessioni fatte.

Nel corso della mia carriera ho sostenuto due corsi di teatro molto simili tra loro, addirittura con lo stesso professore e alcuni testi fissi, i suoi.
Non è tanto questo che irrigidisce i miei pensieri quanto più la sua sferzante voglia di mettere un 28 a tutti i costi, senza stare a pensare che io possa migliorare, o darmi la possibilità di farlo. Sono una persona caparbia, non amo facilmente perdere, se studio lo faccio per accettare un voto abbastanza alto, e se prendo un 30 senza lode, mi girano altamente le palle.

Questo professore, all’appello del primo esame, ha avuto il coraggio di presentarsi in aula con un PC che prevedeva un software, in cui l’allievo inseriva nome e cognome, prima di essere esaminato; una volta criptati i propri dati, essi venivano restituiti in fotografie di ambienti, spazi e scenografie, ovviamente da riconoscere, identificarne i periodi storici e sceglierli, al fine di ottenerne l’argomento per la tua interrogazione.

A me vennero fuori due immagini chiare: l’attore stanislavskiano e il teatro shakesperiano di epoca elisabettiana.

Da buona suicida autolesionista, decisi di avviare il discorso sul primo.

Avete presente le persone più fastidiose della storia del mondo? Quelle che quando stai cercando di esprimere un giudizio sano su quadro di riferimento, v’interrope ogni quindici secondi per aggiungere disquisizioni o termini, che secondo lui, sono migliori o più consoni, facendovi perdere la logica di quello che state esprimendo?
Ecco il mio professore: ha di certo di una pignoleria pura.

Ogni volta che penso a lui, ho in mente un mix tra Furio – personaggio di Verdone del film Bianco, rosso e verdone, e a Castellitto, nell’interpretazione del padre di Caterina del film di Virzì, Caterina va in città.

Ho smesso di studiare per sfogarmi e dire che quel 28 datomi, guarda caso, è rimasto anche al secondo appello. Conoscendomi, e conoscendo tutti noi studenti, in quanto pochissimi a seguire le sue lezioni, ho sempre avuto un pensiero fisso: ma non è che lui si sia segnato il voto del primo esame per poi confermarlo nuovamente, a distanza di anni, nel secondo? Altrimenti che senso ha avere un block notes in cui segnare domande fatte e persone interrogate?

Quel voto mi è rimasto sul gozzo, sia nel primo, che nel secondo esame, e intralcia i miei pensieri a distanza di anni, pure quando sto studiando altro.

Ragioniamo sul mio stato di degrado mentale?