Chiara Ferragni, Spora, il pubblico #donne #comunicazione #lavoro [#attualità]

attualità, cinema, comunicazione, costume, cultura, Donne, film, gossip, lavoro, marketing, Narcisismo, recensioni arte, religione, salute e psicologia, social media, società, spiritualità, streaming, Studiare, tecnologia

È passato circa un mese dalla visione del documentario di Elisa Amoruso su Chiara Ferragni. Le prime impressioni a caldo le ho postate sulla pagina instagram il giorno dopo l’uscita del film. Nel frattempo su scala nazionale è scaturita una feroce discussione che ha coinvolto altri comunicatori che stanno avendo successo per i loro modelli di business on-line.

Tutto è parte dall’articolo di Riccardo Luna su Repubblica del 19 settembre dove si afferma una grande verità: chi sottovaluta quello che accade nel mondo del web è molto indietro rispetto a ciò che sta avvenendo nelle nostre esistenze, questo non implica la svalutazione di ciò che c’era prima e neppure l’accettazione di quello che accade oggi, si tratta di un riflesso tra vecchio e nuovo mondo, di due codici linguistici che si incontrano e si fanno la guerra per una supremazia di sopravvivenza, come se non ci fosse più posto per nessuno da quando il reale e diventato virtuale.

Rimango dell’opinione che Chiara Ferragni e Spora (Veronica Benini) – l’altra donna citata nell’articolo – hanno creato realtà imprenditoriali femminili imponenti per il divenire, contrapposte e in dialogo. Sono d’accordo con chi dice che la capacità di queste due personalità web è nella stesura programmatica dei loro racconti e nell’uso delle tecnologie.

Seguo entrambe da diverso tempo, ho studiato comunicazione, mi piacciono i fenomeni in larga scala, le reazioni della critica, quelle del pubblico; ho lavorato a contatto coi visitatori di un museo per otto anni. Le persone sono una grande incognita, una cosa a parte, ingestibile; la gente è pronta a cambiare opinione e decretare il successo o l’insuccesso di una persona o di una cosa sulla base dell’andamento dei messaggio costruiti e comunicati in maniera più o meno forte. Questo dipende da chi li realizza, da esseri umani come noi, che scelgono una via che può risultare efficace nel migliore dei modi o un totale fallimento per la percezione altrui.
Nei due casi che riporto, il dato utile è nelle comunità che hanno contribuito al successo di donne di carattere. Persone che hanno scelto un luogo preciso dove connotarsi e contraddistinguersi; creare una rete che è un vero e proprio sistema. La prima, la più famosa su scala internazionale, si occupa di brand di lusso; la seconda, attraverso la sua personalità prorompente e rivoluzionaria ribalta l’approccio della Ferragni: aiuta chi vuole a curare una immagine, la propria idea imprenditoriale, insegna a come imporsi su mercati alternativi attraverso la motivazione. Si fanno pagare. Sono persone che lavorano in maniera indipendente, ognuno con il proprio metodo, supportate da chi crede in ciò che dicono, cioè scelgono di stare lì e sovvenzionare in qualche modo le attività di un messaggio che più gli appartiene.

L’unica differenza rispetto al passato è in chi è contrario a questo approccio, ciò si manifesta nei commenti e nelle reazioni. Chiose sotto gli occhi di tutti, scagliate in modo lapidario nella loro posta privata come se dietro ogni nostro schermo non ci fossero sensibilità a leggere, scrivere o progettare. Nel passato quanto era possibile farlo? Ci si affidava a un critico, si dava a lui il potere della nostra voce. Oggi siamo noi, nel bene e nel male, a stabilire dove e con chi stare nei limiti del rispetto dell’altro e pare difficile accettare il successo di chi ci riesce. Manifestare o rigettare la colpa della propria frustrazione è sport nazionale che ci rende complici e irresponsabili davanti a un comportamento che potrebbe cambiare con facilità per la gioia di molte delle persone on-line.

Quando penso al negativo, immagino un brand come la Coca-cola, un marchio storico e tradizionale che è sulle nostre tavole da fine Ottocento. Le loro strategie hanno modificato i nostri comportamenti a tavola tanto da sostituire l’acqua a questa bevanda frizzante. Dietro la loro idea esiste una ricerca, uno studio e persone che investono i loro tempo in una attività. Nessuno impone di bere questa bevanda, ma molti la acquistano. Che vorrà significare?

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com | www.atbricolageblog.com

Seguimi su:
Twitter

http://www.twitter.com/atbricolageblog
| Instagramhttps://www.instagram.com/atbricolageblog/

Per richieste:
atbricolageblog@gmail.com

Nel rispetto del provvedimento emanato dal garante per la privacy in data 8 maggio 2014 e viste le importanti novità previste dal Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016, noto anche come “GDPR”, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all’uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016 (qui) oppure leggere la Privacy Police di Automattic http://automattic.com/privacy/

Salvatore Aranzulla - ph. Elena Datrino

Il metodo Aranzulla+ Aranzulla day #evento #libro [#recensione]

attualità, comunicazione, cultura, eventi, giovedì, leggere, libri, marketing, pubblicità, social media, tecnologia

È iniziato tutto un pomeriggio di alcuni mesi fa, quando mi hanno lanciato una bomba per dirmi che erano disponibili i biglietti per partecipare all’evento esclusivo dedicato all’imprenditoria e all’innovazione con Salvatore Aranzulla. Otto ore di lavoro con chi ha creato un sistema di ricerca – una costante guida all’aiuto – sul web, la tecnologia e la telefonia, che al momento non ha eguali in Italia.

Per questo la notte del 20 aprile sono partita alla volta di Roma. Sapevo che avrei affrontato una giornata intensissima, ma non avrei mai immaginato che l’Aranzulla Day andasse a quella velocità e con un gruppo di persone interessate che cercavano un contatto pratico con lui senza stare a tesserne le lodi.

Le sessioni di lavoro sono state due (mattina e pomeriggio) e distribuite in tre livelli (base, intermedio e avanzato). L’unicità è stata permettere l’accessibilità del discorso a chiunque con gli strumenti forniti interamente dall’autore nella sua spiegazione semplice, dinamica – per tutto l’arco della giornata – volata a dei ritmi pazzeschi.

A fare la differenza è stata la coerenza tra l’immagine reale e quella virtuale. Un marasma di persone (576), pronte a prendere appunti, fotografare e lavorare, su tutto quello che veniva suggerito in questo secondo incontro, dopo la prima tappa di Milano del novembre scorso, in piena ironia e divertimento.

La cosa che mi ha colpito di più è stata l’empatia con la quale lui trasmetteva le informazioni necessarie per navigare in questo mondo. Il suo approccio è easy, leggero, divulgativo e mirato, come un risolutore che arriva davvero a chiunque. La sala era piena di professionisti di ogni età arrivati da tutto il Paese che si lasciavano illuminare da un ragazzo di 28 anni che ha iniziato la sua carriera alla metà degli anni ’90 come semplice amatore che si prodiga ad aiutare chi è in difficoltà nel marasma di un qualcosa di sconosciuto che ora è etichettato come digitale.

Decidere di avviare una attività imprenditoriale su Internet vuol dire rispettare standard qualitativi alti e sempre più elevati perché i circuiti di mercato sono più vasti, come vasta è la propria esposizione sulla rete.

Uno dei suggerimenti è stato monitorare dati e rendicontazioni, dimostrare e vedere gli andamenti e capire quando e come monetizzare con la propria attività. Il ciclo di guadagno inizia dopo circa tre anni, ma in questo lasso di tempo le dinamiche variano e la percentuale di rischio sul proprio trend rimane altissima anche se lavori nella serietà più estrema perché i competitor sono disposti a tutto. A fare la differenza nella performance è il tuo equilibrio, la tua capacità di visione, il budget disponibile e la distribuzione degli investimenti, e nel caso di un brand personale l’aggiunta è il dovere di essere solo ed esclusivamente il migliore e fare differenza nel proprio settore per saper anticipare le mosse per ristabilire le regole.

Ho visto in modo concreto come una grande strategia di marketing arriva a compimento ed è accaduta all’Auditorium Antonianum pochi giorni fa. Una regia pazzesca che ha funzionato nei minimi dettagli e che finora avevo vissuto solo nei grandi eventi artistici. Per questo ho deciso di acquistare Il metodo Aranzulla. Imparare a creare un business on line (Mondadori, 2018).

Ho pensato che avevo arricchito la mia giornata e contribuire alla divulgazione di questo libro avrebbe aiutato il suo approccio a diffondersi in chi vuole capire molte altre cose senza metodi complessi.

ll metodo Aranzula + Aranzulla day _tickets + libri -ph Amalia Temperini

Salvatore Aranzulla dimostra che adeguarsi ai linguaggi del proprio tempo vuol dire crearsi una professione che oggi rientra a pieno titolo nell’epoca della gig economy. Il testo fornisce molti degli elementi da lui suggeriti dal vivo e supporta una modalità di sviluppo per una forma mentis adeguata a entrare in ogni tipo di sistema per creare lavoro on-line e off-line nell’innovativo, per ciò che si è, partire da chi è come te, avvicinabile e in dialogo, per il futuro, assieme, ognuno con la propria idea. E poi chi di noi non ha avuto un cugino sbruffone e il sogno di diventare pasticciere?

Acquista su Amazon:
Il metodo Aranzulla. Imparare a creare un business on line
(Mondadori, 2018)
https://amzn.to/2FjLTyn

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com
www.atbricolageblog.com

Seguimi su Twitter!

@atbricolageblog

Per richieste commerciali/proposte di lavoro:
atbricolageblog@gmail.com

Elena Ferrante – Adele

attualità, comunicazione, cultura, lavoro, letteratura, libri, musica, quotidiani, televisione

Di tanto in tanto mi fermo davanti al pc a leggere qualcosa, cercavo la classifica delle regioni italiane più redditizie e ho trovato una chiarissima intervista a Elena Ferrante, la nota scrittrice italiana famosa negli Stati Uniti, la cui identità è celata dietro questo pseudonimo.
Non ho mai sfogliato i suoi libri, quando un caso diventa clamore mi sento come fossi un brutto oggetto indotto al consumo di qualcosa che mi renderà più triste, e allora evito.
Nel documento pubblicato sul quotidiano Il sole 24 Ore, illuminanti sono le risposte che offre in merito ai suoi lavori.
Ci penso da ieri, stanotte, stamattina ne ho urgenza di collocarla in questo mio spazio perché voglio contribuire alla diffusione di questo messaggio.
Riporto alcuni stralci:

Ci può spiegare perché ha deciso di tenere segreta la sua identità – di mantenere questa “assenza”, come ha detto, rispetto al mondo editoriale e alla promozione dei suoi libri?
Ritengo che sia un errore, oggi, non tutelare la scrittura garantendole uno spazio autonomo, lontano dalle logiche dei media come del mercato. La mia piccola battaglia culturale, che dura da quasi venticinque anni, si rivolge soprattutto ai lettori. Penso che l’autore vada cercato non nella persona fisica di chi scrive, non nella sua vita privata, ma nei libri che ne portano la firma. Fuori dei testi e delle loro strategie espressive c’è solo chiacchiera. Restituiamo vera centralità al libro e poi, se è il caso, discuteremo degli usi possibili della chiacchiera a scopo promozionale.

Pensa che la fama può arrecare sempre danni all’opera di uno scrittore, o all’opera di qualsiasi persona creativa?
Non lo so. Credo semplicemente che oggi sia un errore lasciare che la propria persona diventi più nota della propria opera.”

Si tratta di una posizione molto netta che condivido nella sua totalità. Buona parte del successo è dato proprio dall’alone di mistero di cui è dotato e che va a suo favore. E’ necessario tornare al contenuto stabilendo una giusta linea di demarcazione sul valore del testo e su chi scrive.

Cosa sta succedendo al mercato editoriale?

Da Fabio Fazio, Adele, la cantante inglese di fama internazionale, ha dichiarato che la scelta di pubblicazione del suo ultimo album ha voluto percorrere una traiettoria differente: tornare ad acquistare un disco non distribuendolo in anteprima su internet, coi classici stralci messi come appetizer, ma avere in custodia l’intero prodotto sfornato destinato alla vendita per un pubblico che tocca con mano qualcosa, una memoria.
Hello si è fatto da garante, ha ottenuto un successo stratosferico grazie anche alle parodie social, e ha trainato e trascinato le vendite a dei livelli alti di guadagno nel mercato mondiale della musica.

 C’è qualcosa di antico in queste azioni che mi fa molto riflettere.

L’intervista intera all’autrice, Qui

Adele e Fabio Fabio su Rai tre da youtube:

Youtuber: #pepperchocolate84

attualità, comunicazione, Narcisismo, rumors, Studiare, tecnologia, vita

Seguo questa youtuber – Pepperchocolate84 – da tanto tempo. Mi è sempre interessato il meccanismo che costruisce quando viaggia o quando le capita di parlare di mostre, poiché ha un atteggiamento molto pop nell’affrontarle in maniera leggera. Penso sia scaltra, e le cose che propone con quella modalità (trucchi, abiti, cibo) siano usate in maniera molto efficace e veloce. Non condivido molte cose di lei, delle scelte che fa, ma è la sua vita e il suo modo di lavorare, poiché lontani dal mio punto di vista. Ha saputo sfruttare le sue risorse per costruire il proprio mondo con un mezzo innovativo che le permette di fare cio’ che vuole, di vivere degnamente la propria esistenza rispettando il tempo che vive.
Nel discorso che compie in questo video che proporrò, mi trovo totalmente d’accordo, non in relazione a quanto lei faccia o svolga, ma piuttosto su quanto io applichi questo comportamento spesso nella mia vita. La scelta, il giusto valore alle cose e alle persone, la dignità, i soldi come mezzo, internet e i social come strumento.
Rispetto ad altre, le tantissime che sono online, ha compiuto un gesto positivo che le attirerà molti fastidi, sarà tacciata di ipocrisia e altre cose di una noia mortale.
Quello che dice è giusto: la distanza va mantenuta su tutto.
Possiamo ascoltarla o no, possiamo riflettere su quello che dice, possiamo criticarla costruttivamente, possiamo invidiarla. Se ha le spalle forti, le nostre chiacchiere le scivoleranno addosso come giusto sia, poiché porta avanti i suoi sogni.
Molti utenti non tengono conto dei fenomeni che attraversano il web, e non so se lei sia conosciuta in altri contesti (giornali, tv) – non seguo tutto quello che fa – ma ha un segmento di pubblico forte che le permette di incrementare i suoi guadagni che lei ripaga col suo impegno.
Pensiamo a Benedetta Parodi, lei, attraverso le sue ricette ha costruito un impero mediatico. Con l’aiuto di chi? Di tutti noi che le abbiamo spedito i gli ingredienti da miscelare in uno studio televisivo, nel quale si stipulano per la sua fattibilità accordi pubblicitari, inseriti spesso tra una pausa e l’altra, che le fanno aumentare la possibilità di investimento in relazione ai tempi del suo programma, perché noi telespettatori siamo lì che acquistiamo determinati prodotti, posizionati davanti ai nostri occhi, in ogni secondo utile al commercio.
Che differenza c’è tra le due? Nessuna.
Lavorano entrambe, ognuno col proprio scopo: farlo al meglio, guadagnare per stare bene, ottenere credibilità e visibilità per nuove opportunità.
Le loro non sono le uniche professioni al mondo. La notorietà non si ottiene solo attraverso la messa in esposizione del proprio corpo e del proprio messaggio.
Anche noi,
in piccolo, con le nostre forze, possiamo tirare fuori qualcosa di buono e concreto gettandoci in altri ambiti. Dovremmo imparare a mantenere il distacco non facendoci condizionare dai risultati degli altri, puntare piuttosto a farci un esame di coscienza ogni volta che proviamo un briciolo di invidia, uccidendoci in paranoie imitative, che derivano da modelli comportamentali indotti, di cui, secondo me, non abbiamo proprio bisogno.

Comunicazione e’ marketing ?

artisti, attualità, comunicazione, cultura, eventi, Studiare, tecnologia, Università

A giorni prendo gli occhiali nuovi. Sono stata dall’ottico, e più che stare a decidere di montature e lenti, sembravo al mercato del pesce a trattare di prezzi, sconti, possibilità innovative e marketing in generale. Il ragazzo era giovane, abbastanza sveglio, preparato, e’ rimasto molto colpito dalle mie richieste dirette, decise, assertive. Ho riso molto, lui aveva gli occhi limpidi e trasmetteva molta solarità. Ha provato a fregarmi, ma abbiamo trovato la soluzione migliore – tanto i commercianti l’arte a perdere non la fanno mai, perché prenderci in giro a vicenda se si può arrivare a un compromesso?

Mi è successo questo negli ultimi tempi: non avere più voglia di inutilità, le preziosità, gli accostamenti stilistici di matrici sofisticate.
C’è da dire che sono arrivata all’essenza delle cose, l’utilità del gesto dato e ricevuto, con o senza acquisto. Il resto mi annoia.
Ho avuto sempre grandi pregiudizi per le grandi catene di acquisto. Sono da sempre una che ha fatto del libero arbitrio un’arma di difesa bella e buona. Quando mi trovo ad Ikea, per fare un esempio, entro sempre in conflitto coi box delle buste gialle, quelle messe a disposizione in ogni angolo, li odio, e mi chiedo dove siano piazzate le telecamerine che osservano i nostri comportamenti tanto che tra un po’ passo più tempo a guardare per aria che i prodotti che non mi piacciono.
Col web è venuta meno la resistenza, ahimè, scoprendo, in alcune lezioni di marketing del prodotto culturale, quanto la virtualità sia per noi sette volte più dannosa poichè ci rende esposti alla contaminazione/manipolazione rispetto a una comune pubblicità televisiva. Mi sono arresa.
Sommando le ore che ognuno di noi passa sul web, ancorati anche dai telefonini, le aziende che non si adattato alle nuove forme di comunicazione andranno a fallire nel breve periodo, poiché siamo completamente rombecilliti dalla ripetizione sponsorizzata di campagne social.
Ho seguito vari seminari a tema, on e offline, buona parte non fa altro che dire che la nostra predisposizione futura è nel visuale. In effetti basta fare un giro sui vari network per capire quanto il potenziamento dello storytelling sia raddoppiato anche per l’uso di un inutile video dedicato a un gattino.
Tra le pagine che amo di più su Facebook – che ho scoperto di recente – c’è “Tasty” – una piattaforma junk food rapida, indolore ed estremamente creativa.
Mi chiedo spesso dove il nostro tasso di infelicità possa arrivare seguendo queste vie, non deve essere facile uscire da questa gabbia virtuale, oggi. Mancare dal web vuol dire essere tagliati fuori dagli eventi. Del resto questo è il sistema dei sistemi.
Penso sia più drammatico essere tagliati fuori dalle risate che sovraesposti ed eccitati dal tasto mi piace, ricevuto e dato, ai poveri d’animo, quelli che risollevano il proprio ego aggiungendo gente su gente (possibilimente amici di amici noti), taggandosi da soli nelle proprie foto o da chi passa a osservare chi fa cosa giusto per dire “oh, metto un mi piace che almeno ho visibilità nella cerchia di chi ha più successo, così mi vedono, associano, mi contattano perché fa figo e mi sento più sollevato”.
Ho riso davvero quando mi hanno raccontato questo processo di scambio.
Leggevo proprio oggi di artisti che ripulivano il loro account per i furbi che si muovevano a questa maniera, si appropriavano dei loro contatti.

A volte mi sento un’extraterrestre in mezzo a tutto questo. Una commedia paradossale che sfocia inspiegabilmente in un crimine del quale non si riescono a spiegare in modo lucido le dinamiche. Potrei impazzirci tanto bella la diversità, la divergenza di pensiero.
A volte rido anche per quegli artisti che decidono di rimanere fuori da questi processi. Mi chiedo se siano davvero consapevoli del danno che causano a loro stessi, in primis perche’ non sperimentano l’uso dei linguaggi contemporanei in funzione della loro immagine.
Quanti hanno un ufficio stampa?
Spesse volte sento dire che tutto questo sottrae tempo al loro fare poetico o filosofico, e rido (ancora). Sono sempre on line, accidiosi come me, che lavoro concretamente con questo schifo di apparati.
I più giovani dovrebbero imparare velocemente, poiché risorsa. Negli Stati Uniti, Hans Ulrich Obrist ne ha fatto un vero progetto di analisi contemporanea su chi è nativo digitale selezionando le generazioni nate dopo il 1989. In effetti, se ci si pensa, il loro modus è nei codici digitali/virtuali.
In Italia siamo sempre sulla preistoria, però coi telefonini siamo bravi (soprattutto ad acquistarli).
Sono anche convinta del fatto che il disegno non sara’ mai abbandonato, poiché segno concreto, nato da un gesto istintivo non mediato (almeno da uno schermo fluttuante).
Penso allo spot (geniale) lanciato da Apple per il loro IPad in cui la sottigliezza del tablet era paragonata a quella di una matita. È subdolo, se ci si riflette, a come si costruisce il consenso, il bisogno che costa il triplo, quadruplo, quintuplo, di una risma di fogli A4 e matite Faber Castell messe assieme.

Si puo’ arrestare il processo di innovazione?
Mai.

Del resto qui si è oscillati in una lettura tra marketing e comunicazione che vi ha portato a vedere tutto per vostra curiosità, su un blog privato, ad accessibilità pubblica illimitata.
Rifletto su questa parte.

Sono le 01.37 . Oggi (27 ottobre) e’ il compleanno di una cara amica che vive in Germania.
Il cane russa beato. Io ho dato voce a un testo frutto di una pulsione seminotturna.
Non rileggo, scrivo da cellulare.
Potrei andare a dormire, ma azzarderei una lettura.