Trauma per immagine #autunno2020

Ieri ho scritto un post in cui parlavo del ruolo delle immagini sui social network nella loro condivisione che siamo costretti a subire. Ci ho riflettuto molto in un momento successivo. Mi sono chiesta che rischio avessero tutti quei post nella mia mente e in quelli di chi li vede.

Forse è una cosa di cui non mi dovrei preoccupare e fare finta di niente, rimanere in uno stato di omertà continua così da stanziare come Antonio Razzi nella politica del “fatti i cazzi tuoi”, ma io non sono così, non sono omertosa e approfittatrice. Ho sempre creduto nel valore del giusto, non ho bisogno di qualcuno per essere me stessa e né voglio che qualcuno si intrufoli furtivamente in me per stabilire chi io sia.

Esiste un punto di fermo che va riconosciuto nella maturità di chi si vuole essere e in chi si sceglie di avere attorno. Le immagini in questi anni sono diventate il vero dramma contemporaneo. Nelle arti figurative sono quasi scomparse, fagocitate da una logica minimale. Nella pubblicità, invece, triplicate e divenute più potenti, amplificate dalla ripetizione e dai video. Una persona che ho amato tanto tempo fa lo diceva spesso, riportava spesso questo elemento messo in evidenza da un famoso filosofo francese negli anni ’70 del secolo scorso: la ripetizione è il meccanismo che ci sta uccidendo.

Sebbene questo è un aspetto associato a una logica di mercato, quello che vedo adesso è la mercificazione di se stessi, della propria intimità messa in piazza fino a essere un adolescente di ritorno, dove il proprio vissuto diventa l’oggetto di vendita come un normale prodotto di categoria merceologica. Non parlo di chi, come Chiara Ferragni ci ha costruito un impero, di chi in piazza ci sta per davvero e ha saputo costruire e gestisce la sua macchina tanto da saperla controllare e usare al momento giusto nonostante quello che ci viene mostrato, parlo di chi è come noi, del nostro vicino di casa che prova a essere il divo in un meccanismo di emulazione caduto nel mito, nella grande rincorsa di essere dei grandi influencer.

Mi chiedo allora se quel bisogno di approvazione continuo dipenda da due cose: a) il valore che ci facciamo attribuire dagli altri, b) il bisogno estenuante di conferme.

A me spaventa davvero tanto quando conosco qualcuno che finisce in questa rete, cade in un processo che mira al successo senza una base di sostentamento che corrisponde alla realtà. Questo non significa che usare un social non possa essere una macchina di lavoro, ma esiste un problema di coerenza con se stessi. Quando dico questo, penso che si è vittima di se stessi, del proprio specchio: io vedo quello che voglio vedere, rifletto dentro la mia stories e scordo di essere ciò che sono fino a essere lontano dalla mia persona reale.

Come al solito mi sto facendo un problema per gli altri, cercare di capire chi si atteggia e applica questi giochi che ci mettono in competizione gli uni con gli altri e stimolano dei meccanismi di invidia e rabbia spaventosi.

Forse la vera domanda che dovrei rivolgere a me stessa è una sola: come mai Amalia non riesci ad accettare quello che vedi?

Il problema allora è mio e sarò io a scovare la risposta quando avrò raggiunto la giusta maturità per ammetterlo. Con la misura del tempo, anche questo alterato, troverò una risposta valida, intanto resisto.

 

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