You, Netflix, 2019

You #serietv #netflix [#recensione]

amore, attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, social media, società, streaming, televisione, vita

In questo blog si è parlato spesso di narcisismo, almeno nel periodo che ha attraversato la mia vita tra il 2015 e il 2017. Tanto è stato il tempo per riprendermi da una brutta ferita. Vedere questa serie mi ha permesso di capire ancora una volta che le vie delle forme manipolatorie sono infinite e assumono, in base al contesto, segmenti indefiniti per poterli ridurre a una chiacchiera da bar senza valore che prende forma, in questo caso, in un racconto a puntate.

You narra il punto di vista di uno stalker. Il suo intreccio è una relazione che lega amore, odio e amicizia, alla cui base esiste una idea di punizione.

You (serie tv), Netflix, 2019

Le vicende del protagonista sono quelle di un ragazzo che replica il suo comportamento: quello che ha subito da bambino quando veniva rinchiuso in un box di vetro per imparare alla perfezione la professione di libraio/rilegatore. Da qui parte il trauma, cioè la sua concenzione di amore, nella salvezza – a tutti i costi – di una preda che ha scelto di inserire in una lista dove rientrano quelle donne che per lui sono capaci di dare trasporto, ma soprattutto, hanno riservato a lui, il tempo di uno sguardo gentile.

Basta questo semplice meccanismo per cadere in una rete illusoria di perfezione. Perseguire in modo indisturbato la presunta vittima con la tecnica tradizionale dei pedinamenti, sapere, con gli strumenti messi a disposizione dalla rete, chi è l’altro, cosa fa, chi frequenta, quando, come e in che modo, per farsi trovare pronto e preparato per giocare di anticipo nella costruzione di mosse per intrappolare il soggetto prediletto. In certi momenti sembra di rivedere alcune scene in chiave soft di Girl Gone – il film di David Fincher – con qualche intermezzo alla Hannibal lecter, per questo il suo profumo è familiare e per niente innocente.

You (serie tv) Netflix, 2019

Il finale apre a una seconda stagione, ma già terminare la prima è un atto di coraggio. I cliché rendono l’intera visione banale e toccano punte di ilarità massima. Parlo di come, a un certo punto, subentra un secondo stalker che si inserisce nella dimensione della storia principale in una concatenazione di eventi che sembra suggerire allo spettatore la visione paranoica secondo la quale tutti siamo potenzialmente maniaci o perseguitati da qualcuno grazie all’uso dei social che governano i nostri ruoli nella società, nel mentre però, gli stalker se la prendono con gli stalker, i maniaci coi maniaci e le vittime in attesa del loro prefigurato destino.

Chi ha ucciso Laura Palmer?

Credo sia una delle questioni che ha attanagliato la mente di chi ha seguito le vicende di quella la donna trovata morta e avvolta in una cerata generata dalla sceneggiatura scritta da Mark Frost e David Lynch in quel capolavoro che fu I segreti di Twin Peaks. You, invece, parte dai libri e termina con un libro. Da scrittori che hanno segnato l’immaginario verso una scrittrice la cui identità è una voce posta in secondo piano in questo puzzle ancora da terminare e dove chi subisce il possesso rimane incastrato in una maledetta trappola di desiderio.

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Girl Boss #serietv [#recensione]

amore, attualità, costume, cultura, giovedì, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, società, streaming, vita

In questa estate un po’ strana, dopo una lunga pausa dalla scrittura, ho deciso di fare un abbonamento a Netflix. Sono entrata in un cataclisma continuo di serie tv che mi hanno riassorbito di brutto, e la prima di cui voglio parlare è Girl Boss.

La protagonista è una ragazza di 23 anni abbandonata dalla madre, un vissuto fallimentare e una vita da schifo. Il suo obiettivo è rilanciarsi nel mercato del lavoro con una attività senza regole, inventata dopo fortissime incazzature e trasformare la propria impossibilità in energia irruenta e rivoluzionaria.

Girl Boss, frame da serie, Netflix, 2017

Tutto è ambientato nel 2006, quando YouTube non era al top, i forum erano attivi e e-bay funzionava alla grande. La città è San Francisco, vissuta in un’epoca legata ai Machintosh, un attimo prima della deriva social, quando gli sms avevano un valore di attesa senza la spunta di visualizzazione e la ribellione passava da un senso di moda che aveva un significato di rottura, personalità fuori dagli schemi.

La serie ha un impianto che abbandona l’idea politica di femminismo, affronta l’impegno con poche parole, un senso di realizzazione con molti fatti. Il suo focus è nel superare una feroce crisi esistenziale per trasformare quello che si è e in ciò che si vuole, ma anche tornare alla vera natura.

I alcuni tratti mi ha ricordato Joy, il film del 2015, con Jennifer Lawrence, Robert De Niro e Bradley Cooper.

La storia di Sophia è una accaduta realmente e ispirata ai fatti descritti da un libro di semi autobiografico intitolato #GirlBoss a firma di Sophia Amoruso. Tra i produttori compare anche il nome di Charlize Theron.

A me è piaciuta. Semplice, efficacie, per niente pretenziosa o paranoica, molto costruttiva.

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Salvatore Aranzulla - ph. Elena Datrino

Il metodo Aranzulla+ Aranzulla day #evento #libro [#recensione]

attualità, comunicazione, cultura, eventi, giovedì, leggere, libri, marketing, pubblicità, social media, tecnologia

È iniziato tutto un pomeriggio di alcuni mesi fa, quando mi hanno lanciato una bomba per dirmi che erano disponibili i biglietti per partecipare all’evento esclusivo dedicato all’imprenditoria e all’innovazione con Salvatore Aranzulla. Otto ore di lavoro con chi ha creato un sistema di ricerca – una costante guida all’aiuto – sul web, la tecnologia e la telefonia, che al momento non ha eguali in Italia.

Per questo la notte del 20 aprile sono partita alla volta di Roma. Sapevo che avrei affrontato una giornata intensissima, ma non avrei mai immaginato che l’Aranzulla Day andasse a quella velocità e con un gruppo di persone interessate che cercavano un contatto pratico con lui senza stare a tesserne le lodi.

Le sessioni di lavoro sono state due (mattina e pomeriggio) e distribuite in tre livelli (base, intermedio e avanzato). L’unicità è stata permettere l’accessibilità del discorso a chiunque con gli strumenti forniti interamente dall’autore nella sua spiegazione semplice, dinamica – per tutto l’arco della giornata – volata a dei ritmi pazzeschi.

A fare la differenza è stata la coerenza tra l’immagine reale e quella virtuale. Un marasma di persone (576), pronte a prendere appunti, fotografare e lavorare, su tutto quello che veniva suggerito in questo secondo incontro, dopo la prima tappa di Milano del novembre scorso, in piena ironia e divertimento.

La cosa che mi ha colpito di più è stata l’empatia con la quale lui trasmetteva le informazioni necessarie per navigare in questo mondo. Il suo approccio è easy, leggero, divulgativo e mirato, come un risolutore che arriva davvero a chiunque. La sala era piena di professionisti di ogni età arrivati da tutto il Paese che si lasciavano illuminare da un ragazzo di 28 anni che ha iniziato la sua carriera alla metà degli anni ’90 come semplice amatore che si prodiga ad aiutare chi è in difficoltà nel marasma di un qualcosa di sconosciuto che ora è etichettato come digitale.

Decidere di avviare una attività imprenditoriale su Internet vuol dire rispettare standard qualitativi alti e sempre più elevati perché i circuiti di mercato sono più vasti, come vasta è la propria esposizione sulla rete.

Uno dei suggerimenti è stato monitorare dati e rendicontazioni, dimostrare e vedere gli andamenti e capire quando e come monetizzare con la propria attività. Il ciclo di guadagno inizia dopo circa tre anni, ma in questo lasso di tempo le dinamiche variano e la percentuale di rischio sul proprio trend rimane altissima anche se lavori nella serietà più estrema perché i competitor sono disposti a tutto. A fare la differenza nella performance è il tuo equilibrio, la tua capacità di visione, il budget disponibile e la distribuzione degli investimenti, e nel caso di un brand personale l’aggiunta è il dovere di essere solo ed esclusivamente il migliore e fare differenza nel proprio settore per saper anticipare le mosse per ristabilire le regole.

Ho visto in modo concreto come una grande strategia di marketing arriva a compimento ed è accaduta all’Auditorium Antonianum pochi giorni fa. Una regia pazzesca che ha funzionato nei minimi dettagli e che finora avevo vissuto solo nei grandi eventi artistici. Per questo ho deciso di acquistare Il metodo Aranzulla. Imparare a creare un business on line (Mondadori, 2018).

Ho pensato che avevo arricchito la mia giornata e contribuire alla divulgazione di questo libro avrebbe aiutato il suo approccio a diffondersi in chi vuole capire molte altre cose senza metodi complessi.

ll metodo Aranzula + Aranzulla day _tickets + libri -ph Amalia Temperini

Salvatore Aranzulla dimostra che adeguarsi ai linguaggi del proprio tempo vuol dire crearsi una professione che oggi rientra a pieno titolo nell’epoca della gig economy. Il testo fornisce molti degli elementi da lui suggeriti dal vivo e supporta una modalità di sviluppo per una forma mentis adeguata a entrare in ogni tipo di sistema per creare lavoro on-line e off-line nell’innovativo, per ciò che si è, partire da chi è come te, avvicinabile e in dialogo, per il futuro, assieme, ognuno con la propria idea. E poi chi di noi non ha avuto un cugino sbruffone e il sogno di diventare pasticciere?

Acquista su Amazon:
Il metodo Aranzulla. Imparare a creare un business on line
(Mondadori, 2018)
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Politica, #fakenews e #community [#attualità]

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Il Corriere della Sera riporta una notizia importante per il mondo della comunicazione. Si tratta di un articolo firmato da Martina Pennisi intitolato: Così Facebook segnalerà le fake news durante le elezioni. Si legge che la campagna elettorale italiana sarà monitorata da alcuni organi superiori che medieranno e controlleranno i toni e la qualità delle notizie dedicate agli utenti. Si aggiunge che questi supervisori si attiveranno al massimo nel contribuire a un dibattito di qualità con la cancellazione di identità e notizie false. Le indagini hanno il dovere di risalire alle fonti di distribuzione e ridurre la loro visibilità. Si tratta di una sperimentazione effettuata in altri Stati che ha sollevato dibattiti e inchieste tutt’ora in corso in molti paesi del mondo.

Sono dati che emergono anche dall’incontro in streaming avuto al Quirinale domenica 28 gennaio. Un appuntamento che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alcuni creators emersi della rete.

Si immagini un nonno che dialoga con dei nipoti. Una persona nata nel 1941 che parla a dei giovani quasi adulti arrivati quarant’anni dopo. Chi ha vissuto in una comunità reale e sperimenta assieme a dei ragazzi la community virtuale.

Lo schermo televisivo è entrato nelle nostre case nel 1954. Fino a pochi anni fa l’interazione coi telespettatori era scarsa. La TV è passata da generalista a multicanale. Questo ha favorito la possibilità di scegliere in contenuti più adatti alla propria persona. Con Internet nel 1997 si sono ampliate le possibilità, e con Youtube, dal 2005, si è innescato un sistema di approcci che ha posto al centro una stretta relazione tra persona comune e utente comune.

Sulla base di questa unione di immedesimazioni sono cambiate le regole del mercato nella vendita di prodotti e sullo sviluppo di figure professionali mirate. Il web 2.0 è stato uno strumento che ha ridotto il potere a chi prima costruiva in modo unico e esclusivo il valore di una marca. Per questo motivo si è passati dai testimonial nella pubblicità (Mike Bongiorno – Grappa Bocchino / Nino Manfredi – Lavazza /Pippo Baudo – Caffè Kimbo) a una moltitudine influencer sul web. (Chiara Ferragni – The Blond Salad/ The Jackal / Fatto in casa da Benedetta / Clio – Clio Make-up).

In quest’ottica il Presidente Mattarella ha accolto i giovani professionisti e ha ascoltato le loro richieste sulla necessità di un regolamento che sia valido per tutti. Importante per creare assieme una rassicurazione nella condivisione dei contenuti per il rispetto degli interlocutori.

In un modo differente, legato a due ambiti diversi (Facebook – Quirinale), si arriva ad argomenti comuni su cui riflettere. Si può dire che si sta manifestando un bisogno che è una richiesta di sicurezza?In effetti, se ci si sofferma a pensare a come si monitorano gli episodi di bullismo legati alla politica e nei confronti di chi ha trovato un mestiere in una via alternativa, si rimane amareggiati. Esiste davvero l’invidia per chi è riuscito a farcela o tutto questo odio è paura, senso di smarrimento e solitudine?

Da quando ho tolto Facebook ho notato che le relazioni importanti sono rimaste le stesse di sempre negli anni. Instagram è noioso perché ho necessità di leggere più che di ragionare per immagini. Amo Twitter perché più veloce. Per tutti questi motivi ho da anni un blog nato da Splinder ed emigrato su WordPress dal 2012.

Quale è il vostro rapporto coi social network e internet? È possibile, secondo voi, stabilire una linea educativa che permetta di unire due mondi paralleli legati alla nostra e unica vita senza fare del male a chi magari esprime solo una posizione su vari argomenti?

Mi piacerebbe soffermarmi a leggere un vostro commento, grazie. 💕

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Lunedì 6 febbraio, Presa diretta #popolarità #televisione #riflessione [#web]

cultura, giovedì, salute e psicologia, televisione, vita

Lunedì 6 febbraio ho avuto modo di vedere la puntata di Presa diretta su Rai 3 dedicata in due momenti al tema del web e delle tecnologie. L’uso e l’abuso commerciale, i pro e i contro di un mondo parallelo dove ci si trova a introiettare e proiettare le nostre cose, paure, felicità, esasperazioni che riflettono l’immagine di una società che non tollera più nulla, soprattutto la sofferenza. Una parte di persone si rifugia in meccanismi rischiosi di protezione, scegliendo di stare dalla parte del divertimento più sfrenato o nella paranoia più totale, secondo il tipo di solitudine che si vuole adottare. (Raiplay)

Nel post [#Silenzio] scritto alcuni giorni fa riflettevo, aprivo un primo sfogo su questo argomento: sul fastidio che ho quando sono sui social network. Un esempio è la soglia di tolleranza che supera il limite quando avverto che per esistere bisogna dimostrare di essere sempre al top, pronti, darsi un tono, magari attraverso l’uso smoderato della fotografia o di un video. Dimostrare al mondo che schiacciando le opinioni degli altri con sospetto o inganno si merita di avere più valore, come se non ci fosse posto per tutti nel fare una riflessione utile, da condividere, senza l’intromissione dell’impostura.

L’asfissia modellata in certe situazioni è estenuante, rende me insofferente perché il condizionamento involontario che si subisce fornisce elementi in più alla vita, strati non utili a un normale decorso, come se noi tutti non uscissimo per fare la spesa, non lavorassimo, non avessimo contatti con gli altri esseri umani, ci scordassimo di una normalità fatta di aria, acqua, terra, fuoco, perché siamo – secondo il nostro punto di vista – diversi, nel piantarsi su facebook (nella vita e sul web in genere) per solo fatto di apparire, comparire o postare. È come se ci stessimo creando – o fossimo creati – un mito, una situazione esatta: quella in cui permettiamo al nostro io – vero e autentico – di essere un’altra entità, e abbandonarci, annullarci, col nostro nome e cognome, all’inesistente. Questa non è una delle componenti della letteratura? di quegli autori che forgiano un personaggio che si presenterà come indimenticabile e segnerà, magari, l’identità di un libro o di un film per lungo tempo, nella storia, la nostra memoria? Perché dovrei immergermi nella vita del mio vicino e trovare un riscontro assurdo nella realtà mentre getta la spazzatura al mio stesso orario?

Presa diretta ha realizzato un focus concentrandosi sugli adolescenti autolesionisti, a esempi positivi di ricostruzione di una identità, ai centri attivi in Italia per tutelare la propria natura di essere umano, lontano dalla rete, con l’aiuto di persone che offrono ascolto per riprendere in mano quello che abbiamo scordato: che internet è uno strumento, e che la storia di ognuno di noi è unica perché ci contraddistingue dagli altri, perché nulla puo’ essere controllato o calcolato, se non il fatto di essere nati in un momento X e vivere.

Sono d’accordo quando si mette l’accento sui ragazzi che in un modo o nell’altro cercano una via di sfogo, una libera formazione, un’attenzione; un modo per comunicare la ribellione, un disagio a cui va data la possibilità di risoluzione. Esiste, e deve esistere, un’alternativa per non guardare cio’ che fa male, ma non è l’unica possibilità. Non lo è se questo esula da tutto, non vale se si sostituisce la paura di affrontarsi, non vale se è quella che serve a immergersi per conoscersi, se si costringe se stessi al rifiuto del non guardarsi nel profondo convinti di punire gli altri col silenzio o l’anonimato trasformato in presenza fisica.

Se io che sono un utente comune apro una qualsiasi pagina social mi accorgo del numero di adulti maggiore rispetto a gruppi di ragazzini, sono io che devo chiedermi i motivi per i quali esiste questa assenza. Loro cambiano strategia, devono trovare nuove vie di irruzione per essere scorretti per farsi beccare, perché vogliono essere visti e abbracciati con questo giochino. In molti casi rimango stupita dall’immaturità che un individuo di età avanzata ostenta senza rendersi conto, dei modi incontrollati che si hanno nel mostrarsi senza ricordare che il figlio è sulla sua lista amici, e magari frequentano gli stessi posti (bar, discoteche) o si sentono dei loro amici ai quali confidare tutto. A volte provo un profondo senso di umiliazione, e penso che questa estenuante presenza sia un impedimento di espressione, una sorta di superamento di una zona rossa, minata già da altri fattori ambientali, vissuti fuori dal contesto casalingo. Si ha una tendenza a giustificare qualsiasi cosa e si impongono regole senza averle applicate per primi sulla propria pelle, offrendo un esempio che in pratica si traduce in mancanza di coerenza. In un passaggio del programma c’è un padre alla fiera del videogame che racconta di come il figlio, un bambino di 4-5 anni, sia per circa quattro ore davanti a una consolle. Possibile che non ci siano alternative di gioco? un contatto diretto? un freno?
Se io voglio un gelato e mi madre mi gonfia offrendone 14 di tutti i tipi ogni volta che pronuncio quella parola, anzi, prima che addirittura io la vada a pensare, mi ha fatto vincere un capriccio e io l’ho schiacciata nel suo ruolo guida. Da bambino ho vinto, ma da padre o madre e da maestro siamo sicuri? Mi sembra che tutto questo sia il presupposto derivante dalla condizione di benessere che ci siamo costruiti osservando modelli di comportamento non legati alla nostra tradizione, per tirare in ballo un argomento a caso. L’illusione di essere medio borghesi quando siamo in un paese a caratterizzazione contadina. La mia indole è votata alle sane litigate fatte con l’amichetto dell’asilo incontrato al parco, a quel bambino che all’improvviso diventa mio fedele spalando la sabbia sulla spiaggia perché bisogna scoprire un tesoro nascosto, oppure prendere con lui un pokemon assieme in pubblica piazza. Mi sembra che in molti casi abbiamo scordato di come il contatto con la natura sia fonte primaria di relazione, dimenticato di quanto sia fondamentale la presa di posizione nel portare a termine un compito. Sembra tutto cristallizzato e immobile.

Agisco.

Youtuber: #pepperchocolate84

attualità, comunicazione, Narcisismo, rumors, Studiare, tecnologia, vita

Seguo questa youtuber – Pepperchocolate84 – da tanto tempo. Mi è sempre interessato il meccanismo che costruisce quando viaggia o quando le capita di parlare di mostre, poiché ha un atteggiamento molto pop nell’affrontarle in maniera leggera. Penso sia scaltra, e le cose che propone con quella modalità (trucchi, abiti, cibo) siano usate in maniera molto efficace e veloce. Non condivido molte cose di lei, delle scelte che fa, ma è la sua vita e il suo modo di lavorare, poiché lontani dal mio punto di vista. Ha saputo sfruttare le sue risorse per costruire il proprio mondo con un mezzo innovativo che le permette di fare cio’ che vuole, di vivere degnamente la propria esistenza rispettando il tempo che vive.
Nel discorso che compie in questo video che proporrò, mi trovo totalmente d’accordo, non in relazione a quanto lei faccia o svolga, ma piuttosto su quanto io applichi questo comportamento spesso nella mia vita. La scelta, il giusto valore alle cose e alle persone, la dignità, i soldi come mezzo, internet e i social come strumento.
Rispetto ad altre, le tantissime che sono online, ha compiuto un gesto positivo che le attirerà molti fastidi, sarà tacciata di ipocrisia e altre cose di una noia mortale.
Quello che dice è giusto: la distanza va mantenuta su tutto.
Possiamo ascoltarla o no, possiamo riflettere su quello che dice, possiamo criticarla costruttivamente, possiamo invidiarla. Se ha le spalle forti, le nostre chiacchiere le scivoleranno addosso come giusto sia, poiché porta avanti i suoi sogni.
Molti utenti non tengono conto dei fenomeni che attraversano il web, e non so se lei sia conosciuta in altri contesti (giornali, tv) – non seguo tutto quello che fa – ma ha un segmento di pubblico forte che le permette di incrementare i suoi guadagni che lei ripaga col suo impegno.
Pensiamo a Benedetta Parodi, lei, attraverso le sue ricette ha costruito un impero mediatico. Con l’aiuto di chi? Di tutti noi che le abbiamo spedito i gli ingredienti da miscelare in uno studio televisivo, nel quale si stipulano per la sua fattibilità accordi pubblicitari, inseriti spesso tra una pausa e l’altra, che le fanno aumentare la possibilità di investimento in relazione ai tempi del suo programma, perché noi telespettatori siamo lì che acquistiamo determinati prodotti, posizionati davanti ai nostri occhi, in ogni secondo utile al commercio.
Che differenza c’è tra le due? Nessuna.
Lavorano entrambe, ognuno col proprio scopo: farlo al meglio, guadagnare per stare bene, ottenere credibilità e visibilità per nuove opportunità.
Le loro non sono le uniche professioni al mondo. La notorietà non si ottiene solo attraverso la messa in esposizione del proprio corpo e del proprio messaggio.
Anche noi,
in piccolo, con le nostre forze, possiamo tirare fuori qualcosa di buono e concreto gettandoci in altri ambiti. Dovremmo imparare a mantenere il distacco non facendoci condizionare dai risultati degli altri, puntare piuttosto a farci un esame di coscienza ogni volta che proviamo un briciolo di invidia, uccidendoci in paranoie imitative, che derivano da modelli comportamentali indotti, di cui, secondo me, non abbiamo proprio bisogno.

La bomba informatica – P. Virilio

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, cultura, film, fotografia, lavoro, leggere, letteratura, libri, mostre, politica, tecnologia, televisione, Università, vita

Per diversi anni sono stata inseguita dal libro del filosofo e urbanista francese, Paul Virilio, La Bomba informatica.
Lo avevo acquistato dopo aver spulciato bibliografie incrociate di volumi piaciuti particolarmente, che ho trovato calzanti nell’osservazione dei mutamenti geopolitici. Studi portati avanti sulla questione della maturità delle folle e della opinione pubblica, attraverso la letteratura e l’arte contemporanea, oggi, mi hanno spinto a prenderlo e affrontarlo. L’argomento principale del testo è dato da tutto cio’ che stiamo percependo con il cambiamento del processo storico in corso, l’uso del digitale e del visivo.

Tra gli aspetti da monitorare, l’autore ricorda come dietro meccanismi di questo tipo si stiano innestando alterazioni radicali nel passaggio dal mondo reale a quello virtuale: la scomparsa del limite geografico e del mutamento dell’ordine temporale nelle fasi di vita e di lavoro, una distorsione del modo di osservare e interpretare le questioni col web – sempre più immediato, ridotto e in allarme – e tutto cio’ che implica le tecnologie senza tralasciare la genetica.

Il dato concreto è rappresentato da una attenzione che sembra poggiare su semplici questioni: siamo sicuri che internet sia una forma di libertà? o sta trasformando i nostri comportamenti in abitudinari come fossimo vittime di un meccanismo che passa attraverso un codice di programmazione puntato alla esposizione pubblicitaria? e quale rischio puo’ causare se tutto questo fosse applicato in una mancanza di equilibri tra parola e immagine in oggetto?

Personalmente, sulla base di questo volume, mi sembra tanto che siamo come piccole zanzare che sbattono la testa verso una lampadina che emette qualcosa di artificiale, cioè un elemento inventato, frutto dell’industrializzazione energetica, di un tempo passato, che si è evoluto plasmandoci come se le la luce del sole non fosse più necessaria, accecati da un fascio che chiude la nostra visuale in una dimensione ridotta di visione progettuale ed esistenziale.

Argomenti utili, soprattutto agli appassionati di scienza, filosofia e urbanistica.

In attesa di un’altra nomina: riassunto delle puntate precedenti.

cultura, politica, televisione