La favorita di Yorgos Lanthimos

La favorita di Yorgos Lanthimos #film [#recensione]

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La favorita è un film di ambientazione storica che sfrutta un triangolo amoroso e pone al centro un’idea di potere concentrato sulla bramosia, il controllo, il desiderio e la vendetta.
Siamo alla corte inglese nel Settecento mentre fuori imperversa la guerra con la Francia. La regina Anna siede al trono supportata dalla sua amica Lady Sarah quando arriva a sconvolgere le acque una tipa strana – Lady Abidail – che darà vita a una situazione di conflitto per occupare il posto di dama prediletta e affiancare la regnante malata.
Questo ultimo film di Yorgos Lanthimos mostra la scarsa personalità di una donna impossibilitata a uscire dalle proprie stanze e richiusa nelle sue ossessioni (regina). Una figura che si appoggia alla sua cortigiana-amante per l’esecuzione dell’esercizio delle sue funzioni (Lady Sarah); subordinata alle loro attività giunge una prodiga ragazza che si rivela essere una narcisista dalla personalità poliedrica che si pianta nel castello a strozzare tutti i rapporti di fiducia fin lì costruiti per calpestare i sentimenti altrui senza nessun senso di umanità (Lady Abidail).
La favorita è per questo la storia di una parassita che si insinua nel regno per soddisfare le sue esigenze; sfrutta il potere sessuale per appagare gli istinti di persone da usare senza perdere mai come obiettivo di ottenere l’abbondanza di una nomina a sostituta cortigiana.
Chi ha avuto modo di vedere The Lobster dello stesso autore avrà trovato dei punti di connessione. L’osservazione dei due progetti è speculare ed è un modo di raccontare gli aspetti della società in due modi differenti. Nel primo caso il regista ha preso in considerazione il futuro, nel secondo, il passato. Questa rete permette di esaminare come la caratterizzazione dei due progetti abbia messo al centro un’autorità superiore che detta legge, ma nel caso de La favorita depotenziata a causa della scarsa forza del singolo, che assume le vesti di una donna fragile e malata quale è la regina.
In The lobster la forza arriva da una comunità di poteri che dirige la riproducibilità degli esseri umani, li accoppia a forza, mentre nel caso preso in esame nelle pagine del blog, la monarchia diventa espressione di sterilità, incapacità e vuoto, come a voler dimostrare che un comando ha valore solo se è dettato da un comportamento e quindi suggerire che la tematica del ruolo di genere è solo una scusa che ci raccontiamo per giustificare azioni che – in ogni caso – sono spietate.
Alla resa di conti, dopo diverso tempo dalla visione, posso affermare che non mi ha convinta per niente.
Chi lo ha visto?
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You, Netflix, 2019

You #serietv #netflix [#recensione]

amore, attualità, comunicazione, costume, cultura, Donne, Narcisismo, salute e psicologia, Serie tv, social media, società, streaming, televisione, vita

In questo blog si è parlato spesso di narcisismo, almeno nel periodo che ha attraversato la mia vita tra il 2015 e il 2017. Tanto è stato il tempo per riprendermi da una brutta ferita. Vedere questa serie mi ha permesso di capire ancora una volta che le vie delle forme manipolatorie sono infinite e assumono, in base al contesto, segmenti indefiniti per poterli ridurre a una chiacchiera da bar senza valore che prende forma, in questo caso, in un racconto a puntate.

You narra il punto di vista di uno stalker. Il suo intreccio è una relazione che lega amore, odio e amicizia, alla cui base esiste una idea di punizione.

You (serie tv), Netflix, 2019

Le vicende del protagonista sono quelle di un ragazzo che replica il suo comportamento: quello che ha subito da bambino quando veniva rinchiuso in un box di vetro per imparare alla perfezione la professione di libraio/rilegatore. Da qui parte il trauma, cioè la sua concenzione di amore, nella salvezza – a tutti i costi – di una preda che ha scelto di inserire in una lista dove rientrano quelle donne che per lui sono capaci di dare trasporto, ma soprattutto, hanno riservato a lui, il tempo di uno sguardo gentile.

Basta questo semplice meccanismo per cadere in una rete illusoria di perfezione. Perseguire in modo indisturbato la presunta vittima con la tecnica tradizionale dei pedinamenti, sapere, con gli strumenti messi a disposizione dalla rete, chi è l’altro, cosa fa, chi frequenta, quando, come e in che modo, per farsi trovare pronto e preparato per giocare di anticipo nella costruzione di mosse per intrappolare il soggetto prediletto. In certi momenti sembra di rivedere alcune scene in chiave soft di Girl Gone – il film di David Fincher – con qualche intermezzo alla Hannibal lecter, per questo il suo profumo è familiare e per niente innocente.

You (serie tv) Netflix, 2019

Il finale apre a una seconda stagione, ma già terminare la prima è un atto di coraggio. I cliché rendono l’intera visione banale e toccano punte di ilarità massima. Parlo di come, a un certo punto, subentra un secondo stalker che si inserisce nella dimensione della storia principale in una concatenazione di eventi che sembra suggerire allo spettatore la visione paranoica secondo la quale tutti siamo potenzialmente maniaci o perseguitati da qualcuno grazie all’uso dei social che governano i nostri ruoli nella società, nel mentre però, gli stalker se la prendono con gli stalker, i maniaci coi maniaci e le vittime in attesa del loro prefigurato destino.

Chi ha ucciso Laura Palmer?

Credo sia una delle questioni che ha attanagliato la mente di chi ha seguito le vicende di quella la donna trovata morta e avvolta in una cerata generata dalla sceneggiatura scritta da Mark Frost e David Lynch in quel capolavoro che fu I segreti di Twin Peaks. You, invece, parte dai libri e termina con un libro. Da scrittori che hanno segnato l’immaginario verso una scrittrice la cui identità è una voce posta in secondo piano in questo puzzle ancora da terminare e dove chi subisce il possesso rimane incastrato in una maledetta trappola di desiderio.

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Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, Ponte alle grazie, 2004

Il racconto dell’ancella – Margaret Atwood #libro [#recensione]

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Ho iniziato a leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie, 2004) alcuni mesi fa, portato avanti con molta calma, senza pretese, in queste settimane. Si tratta di una narrazione nella quale la centralità del corpo femminile è totale, dove il ruolo di un sistema monoteocratico mostra quanto repressiva può essere la punizione se si commettono errori nel provare a forzare le regole.

Siamo negli Stati Uniti in un futuro devastato dalle radiazioni, dove regna sovrana la repressione in una società che ha un tasso di natalità pari allo zero e dove la guerra pone al centro le ancelle come uniche cose utili a procreare per restituire la giusta dimensione a una razza che sta perdendo i suoi reali valori di appartenenza.

Handmaids tale, serie tv, Hulu, 2017

In questo tipo di comunità esiste un’idea di un unico Dio che sottopone a giudizio chi si oppone alle suppliche richieste, a quelle ritualità che sono uno schema voluto da uomini che comandano nel regime totalitaristico della Repubblica di Galaad.

Difred è la protagonista, la sua vera identità è stata annullata, racconta in modo frammentato la storia della propria madre nella battaglia dei diritti civili in favore delle donne in piena epoca femminista, allo stesso tempo il confronto con se stessa, di come lei, conscia di questi rimandi, abbia fallito e cancellato quegli argomenti con l’adesione forzata a un programma voluto da organi capaci di mettere al loro centro il controllo in una rete che unisce potere e sessualità.

Handmaids Tale, serie tv, Hulu

Il libro mostra lo sfruttamento dei corpi, una mercificazione nella quale si osservano le potenzialità di una carne che si fa oggetto. Per tutta la lettura si è guidati da un senso di oscillazione che appartiene ai pensieri di quel mondo apparentemente lontano vissuto dal personaggio principale in una vita precedente. In queste pagine si attraversa una condizione di immobilità e di puro stordimento che si rivelano in figure femminili classificate tra meritevoli, non meritevoli e scarti.

Ci sono molti aspetti interessanti: uno è l’impostazione di metodo basato sulla ricerca storica. Ci si chiede quale siano gli scopi, le interpretazioni volute dagli studiosi nella ricostruzione di quegli eventi; allo stesso tempo si rivaluta la potenzialità del libero arbitrio. Vivere, farsi ricostruire da persone che appartengono a un accademia datata 25 giugno 2195, con la giusta ironia, una dose massiccia di spietatezza, che turbano una lettrice fino a farle chiedere se questa rappresentazione di futuro sia davvero così lontana dalla realtà che si sta attraversando.

Qualcuno ha visto la serie tv?

Margaret Atwood, Il racconto dell'ancella, Ponte alle Grazie, 2004

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte alle Grazie, 2004
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Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

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Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Ruma Burshtein(2016)
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45 anni film Andrew Haigh (2015) - scena - Img presa da http://www.ifcfilms.com/films/45-years

45 anni di Andrew Haigh #film [#recensione]

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Ero al Ghetto ebraico di Roma la prima volta che mi hanno parlato di 45 anni anni di Andrew Haigh, a cena, dopo una giornata intensissima di lavoro. Non ne avevo mai sentito parlare di questo film, ma la persona che era con me lo raccontava come fosse presa nell’intimo, come se avesse capito che quella narrazione le avesse smosso la parte più profonda del proprio essere.

Tra un carciofo alla giudìa, un piatto puntarelle, un quarto di vino, nella totale rilassatezza, possono venir fuori tante confessioni, così questo atteggiamento empatico mi ha trasmesso la voglia di vederlo e recensirlo, nonostante non fosse una produzione di recentissima uscita.

45 anni narra la storia di una coppia benestante che ha vissuto parte della sua vita nella tranquillità di una agiatezza economica e culturale da fare invidia. Una lettera improvvisa riaccende il desiderio soppresso di Geoff (Tom Courtenay) quando Kate (Charlotte Ramplig) sta organizzando la festa per il loro anniversario di matrimonio. A sconvolgere la situazione una figura fondamentale, ritrovata nei ghiacciai delle alpi svizzere che riemerge dal 1962.

L’intera visione è pilotata da un costante stato ansiogeno e il cobattimento che si avverte oscilla tra la voglia di sapere, la comprensione, l’accettazione della difficoltà e la gelosia. A dominare sono le pulsioni, la rimessa in discussione dopo tutti quegli anni di amore vissuto alla stregua di ogni altro apparente sentimentalismo costruito fino a quell’esatto momento.

A giocare un ruolo decisivo è il rapporto con la fotografia, la memoria che conferma quanto l’immagine sia oggetto di un trauma che non può essere gestito e pilotato, ma piuttosto visto e affrontato anche quando di fronte si ha un marito che ama da sempre un’altra.

Allora che valore ha la fiducia oggi? Quanti ci attraversano la vita e hanno la loro stessa situazione? Conosco molte coppie che vivono in una armonia apparente, incapaci di affrontare per paura quello che ci ha segnato l’esistenza; un bisogno che sembra di natura economica, sfruttato per tamponare una effettiva mancanza più che un pensiero di crescita assieme, nell’altro, in una dimensione a due.

Esiste davvero il vero amore o è solo una grande illusione letteraria?

Voi cosa ne pensate?

45 anni di Adrew Haigh, Drammatico, Gran Bretagna, 2015

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immagine presa dal sito fieradilonigo.it/

Leatà di Letizia Pezzali #libri #einaudi [#recensione]

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Questo libro è adatto a chi ama i romanzi di Teresa Ciabatti ed Elisabetta Bucciarelli. Ci penso da quando ho terminato la lettura nei primi giorni di Aprile. Ho aspettato a parlarne perché volevo capire cosa rimanesse addosso e valutare con giusta distanza le sensazioni che Lealtà di Letizia Pezzali (Einaudi, 2018) mi avesse trasmesso.

É una storia d’amore per palati difficili, chi non ama i sentimentalismi e vuole sondare l’energia del proprio vissuto nel pieno della nostra contemporaneità, centrato su chi è in quel meccanismo di cristallizzazione descritto dell’autrice quando parla di desiderio.

Giulia è una ragazza nata nel 1984 che ha conosciuto Michele ai tempi dell’università; lui è un uomo maturo con il quale ha avuto una relazione molto intima; entrambi sono fedeli a un ricordo da custodire. Si è a Londra nei periodi della Brexit, adesso, quando i social network fungono da cassa di risonanza per le proprie ossessioni, le mancanze, lo sviluppo di più paranoie che alimentano le insicurezze. Il tempo è regolamentato da uno schema dettato dai ritmi della finanza e da chi si trova castrato nello smarrimento del proprio essere.

Il libro è un flusso di coscienza continuo dove si è immersi nelle riflessioni di una protagonista che fagocita se stessa nella critica al proprio corpo, nella pornografia, nelle riflessioni sul fallimento, sulla maternità, lo stalking, sul vivere una vita da replicante sadica. Esistono dei capitoli in cui viene sottratta la poesia a un titolo di Shakespere per indicizzare il contenuto al movimento dei mercati. Si connette tutto a una adolescenza inespressa, rimasta incastonata nelle vicissitudini di chi ha scelto di rinunciare alla verità per trovare degli escamotage e sabotare la propria esistenza.

Tutto è sorretto da un mistero che porta il lettore a divorare pagina per pagina la ragione per cui Michele ha dato le dimissioni dal suo posto di lavoro in un intreccio che coinvolge il capo di Giulia: Seamus. Un uomo geniale, manipolatore perverso, custode di saggezza e segreti taciuti, sorretti da una catena continua di perbenismo.

Il citazionismo è un argomento contraddittorio che torna ciclico e sotto varie forme; dimostra come la scissione tra imitazione e riflessione siano pilastri che guidano gli esseri umani nella scelta, a saper discernere per costruirsi una coscienza seguendo le fila della propria indole. In soccorso arriva la letteratura attraversata dalla voce narrante (La paga del sabato di Beppe Fenoglio, Anna Karenina di Lev Tolstoj) che combatte contro quelle frasi estrapolate come massime venute fuori dai diari delle medie di ragazzini intrappolati nella rete degli anni ’80.

Arriva la comprensione, il tipo di straniamento e la sottomissione che si vive nella realtà di chi non è qui in Italia e che è ben descritta dalla scrittrice. Si tratta di una alterazione che fa da contesto rispetto all’origine, al paese di provenienza, che è restituito come chi davvero conosce quel tipo di sentire. Allora quando Giulia mente al suo superiore e rientra a Milano per cercare di affrontare il suo passatodopo la morte della madre, la musica aiuta a spingere e a radicalizzare l’intero contenuto per aprire a un tentativo di processo che porta a un costante travaglio.

Il libro prende in considerazione molti elementi nel mondo dell’arte, ma estrapola il suo movimento da un brano scritto da Erik Satie nel 1893. Vessazione è una sequenza musicale che non trova mai fine. È un tentativo di esplorazione di sogni, rimpianti, melanconia, malinconia, di maltrattamenti continui e oppressivi su se stessi. È un fenomeno esclusivo di un amore terminato bruscamente che cerca di sondare l’impossibile e l’inespresso del possesso insito nel desiderio come una banca che usurpa le risorse dei suoi clienti con forti pressioni fiscali.

La copertina è un papavero le cui sfumature cromatiche sono state alterate nel suo sistema di tonalità. Un fiore del ricordo che potrebbe asserire a molti significati, tra cui quello di chi è caduto e ha mutilato il proprio essere in guerra, per una nazione e la sua economia.

Forse quando si sceglie di amare una persona lontana ci si sente così? Si è costretti a viverne la distanza e la condizione che si trattiene è la stessa di chi sceglie di sottrarre colore per vedere uno scheletro scarnito di un fiore come fosse brillante al pari dell’originale? Tu che idea hai?

È libro è candidato al Premio Strega 2018.

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Quando hai 17 anni di André Téchiné #film #cinema [#recensione]

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Quando hai 17 anni di André Téchiné, Francia, 2016 ( img presa dal web)

Da un po’ di tempo non avevo un contatto diretto con un film considerato alternativo, non commerciale, per il grande pubblico. Presa dell’euforia di vedere l’ultimo di Ken Loach (Io, Daniel Blake) ho avuto la fortuna di incontrare nella maniera più casuale l’ultimo di André Téchiné, Quando hai 17 anni.

Francese, lontano dagli stereotipi di un cinema complesso ed elaborato, si presenta nella sua prima parte lineare, con tema non dichiarato, comuffato dalla complessa lotta di due adolescenti in cerca della loro identità.

La produzione ha diversi incastri che lasciano trasparire argomenti di profonda attualità (immigrazione, adozione, sessualità, guerre). Padri che lottano in aree lontane, rientrano come frammenti in angoli di vita perduta, al cospetto di una nazione (la Francia) implicata in conflitti mondiali. Rituali in cui l’assenza di queste figure centrali è sostituita da madri impegnate, risorse necessarie umili, figure che fanno di una responsabilità una chiave civile di sopravvivenza. Le donne accolgono la diversità nella maniera più semplice, con una paura lacerante rapportata a uno spirito di reazione, voglia di riscatto costante, senza abbandonare la fragilità.

Damien e Tom hanno due mamme diversissime, una medico e una contadina. Si incontrano per caso, e da lì parte un meccanismo che permette di avvicinare i due ragazzi ai loro contesti di vita. Il cinema francese negli ultimi anni racconta molto la provincia, si allontana dalle megalopoli per mostrare aspetti realistici in location inaspettate, poetiche, che rafforzano l’immaginario di uno spettatore attraverso un senso di appartenenza, pulito, che seppur lontano dalla propria radice, dimostra la completa apertura.

La filosofia è argomento di un dibattito acclarato quando la scoperta e l’avvicinamento all’altro diventano costrizioni impellenti, insistenti.

Desiderio o bisogno, cosa muove esattamente le nostre scelte? esiste un incastro perfetto tra le due parti? Se il conflitto è guidato a un attaccamento profondo, volto a una stabilità, la fiducia, cos’è?

L’amore scaturisce la violenza di un confronto a limite della sopravvivenza, per poter essere liberi di lasciarsi andare, permettere all’altro di ritrovarsi, insieme.

 

Quando hai 17 anni di André Téchiné, Francia, 2016

I bari, Caravaggio.

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“Troppe carte, troppe mani, e un coltello alla cintola”.
“Voglio scoprire il padrone della mano guantata.”
“E’ un uomo che vive di espedienti, ha i guanti rotti ed è l’ideatore della truffa”.
“E’ lui il cattivo genio, quello che sta derubando l’innocente”.

“La vittoria del disonesto su chi crede all’onestà”.
Un giovane perderà tutti i suoi soldi, l’altro, prima o poi, la libertà“.

 

Sorgente: Caravaggio ‘I bari’ – Rai Arte

 

Rent a car in my name.
Chi  semina vendetta, citando fortuna, ha già dimostrato qual è la via della sua volontà.

E’ il 29 novembre 2015.
Indosso una felpa grigia che mi hanno regalato tanto tempo fa.
Il sole fuori brilla.
Il passaggio è su un’altra città, quella crollata, è abbandonata a se stessa con la menzogna di chi ha promesso finti accordi,
ma oggi avrà luce, si accontenterà.
Al pari di sguardo è difficile raccogliere il segnale.

La giustizia esiste su tutte le cose.

 

Desidero/disprezzo

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Appunti di letture mattutine di apparente non studio:

Il soggetto desidera, ma non sa cosa. Nella sua fluttuazione d’animo, incrocerà un essere fornito di qualcosa che gli manca e che sembra dare a quest’ultimo una pienezza che egli non ha. Questa pienezza evidente, così vicina e così lontana, è ciò che propriamente lo affascina. Il desiderio non saziato del soggetto sembra porre sempre la stessa domanda al modello: «Cos’ hai tu più di me?» (per sembrare così felice, per avere una donna così graziosa, per essere preferito dalla direzione, ecc.).

Fissare la propria ammirazione su un modello, è già riconoscergli o concedergli un prestigio che non si possiede, ciò che equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano. Non è ovviamente una posizione delle più comode ma l’uomo che prova ammirazione e che attraverso essa invidia l’Altro, è innanzi tutto qualcuno che si disprezza profondamente.

René Girard e la Teoria del desiderio mimetico
Continua