Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein #film [#recensione]

amore, attualità, cinema, costume, cultura, Donne, film, giovedì, gossip, religione, salute e psicologia, società, spiritualità, vita

Michal è una abbandonata dal suo futuro compagno davanti a una tavola imbandita. Incontra tanti uomini senza viverne uno, ma si sofferma sul più egocentrico che la vuole in moglie per l’unicità del suo pensiero capriccioso. A crederle un’amica, sua testimone. A infastidirla il proprietario del ristorante prenotato per un progetto sui generis che prevede 200 invitati.

Un appuntamento per la sposa è un film lontano dai modelli americani. È un mix tra commedia e dramma, parla della disperazione di chi vuole evadere dalla propria solitudine alla ricerca di un marito. A raccontarlo l’attrice Noa Koler, che indossa le vesti di un personaggio scritto dalla regista Rama Burshtein, la quale la ha scelta per rappresentare un ruolo troppo debole per una posizione di denuncia. Si tratta di una parte dedicata a una persona che decide di ascoltare un desiderio che la faccia sentire uguale a tutte le altre, normale, libera e accolta da qualcuno, nel sacro vincolo del matrimonio nella contemporaneità medioevale di un pensiero ebreo-ortodosso votato a Dio.

È un film per passare una serata, dopo aver visto Full The Void/La sposa promessa di alcuni anni fa, la regista sembra aver perso il potere della liturgia, che passa in secondo piano rispetto agli accadimenti di questa storia appena vista e che non lascia niente di più e niente di meno a una esperienza di riflessione.

Chi lo ha visto?

Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein

Un appuntamento per la sposa di Ruma Burshtein(2016)
http://amzn.to/2nDsceQ

Chi sono?
https://amaliatemperini.com/about/

Se vuoi supportare il blog con un caffé:

Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Iscriviti al blog nella casellina in basso a destra della homepage:

www.amaliatemperini.com
www.atbricolageblog.com

Seguimi su Twitter e Instagram!

                                                                      http://www.twitter.com/atbricolagebloghttps://www.instagram.com/atbricolageblog/

Per richieste commerciali/proposte di lavoro:
atbricolageblog@gmail.com

Nel rispetto del provvedimento emanato dal garante per la privacy in data 8 maggio 2014 e viste le importanti novità previste dal Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016, noto anche come “GDPR”, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all’uso dei cookie.
Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Regolamento dell’Unione Europea n. 679/2016 (qui) oppure leggere la Privacy Police di Automattic http://automattic.com/privacy/

DISSOLVENZE. Valentina Colella, Perla Sardella, Bianca Senigalliesi – 10 giugno, USB Gallery – Jesi (AN) #savethedate [mostre]

arte, arte contemporanea, comunicazione, CS, cultura, eventi, film, mostre, videoarte

DISSOLVENZE

di VALENTINA COLELLA, PERLA SARDELLA, BIANCA SENIGALLIESI

Opening:

VENERDì 10 GIUGNO 2016
ore 18,00 

Logo_USB_Gallery
Jesi (AN)*


a cura di Annalisa Filonzi

DISSOLVENZE
è una mostra che affronta temi esistenziali come la ricerca di se stessi, e il tentativo di rapporto con gli altri, resi contemporanei dalla riflessione sulla frammentazione dell’uomo tra vita reale ed esistenza in rete. L’io e l’altro diventano oggetto di ricerca di un contatto con un essere che si fa sempre più irraggiungibile, virtuale ed inconsistente. È un’indagine che mette in evidenza la grande incomunicabilità, assenza e solitudine tra le persone, proprio nell’epoca in cui la quotidianità è dominata dalla comunicazione di massa.

Le tre artiste – Valentina Colella (Sulmona, 1984), Perla Sardella (Jesi, 1991), Bianca Senigalliesi (Senigallia, 1990) – si esprimono infatti attraverso i più attuali mezzi di comunicazione, trasformando video, social network, internet in un linguaggio artistico estremamente in linea con la contemporaneità dei contenuti. Il confronto con se stessi e con gli altri diventa nelle loro opere confusione tra figura reale e vita virtuale, un tema affrontato dalle tre artiste in modo diverso, ma da tutte attraverso la multidisciplinarietà dei mezzi espressivi, con una matura capacità, nonostante la giovane età, di mescolare in modo sperimentale linguaggi diversi: video, cinema, danza, performance, social network per esprimere la loro visione.

Usb Gallery
con questa mostra – che dopo l’inaugurazione del 10 giugno rimarrà aperta su appuntamento fino al 23 luglio – pur mantenendo il suo sguardo su temi attuali dell’arte e della società presentati attraverso linguaggi innovativi, presenta delle novità rispetto alle passate edizioni: DISSOLVENZE è la prima mostra collettiva della galleria; inoltre in questa edizione l’attenzione è rivolta all’arte che proviene dal territorio, Marche ed Abruzzo, ma con una riflessione sull’utilizzo degli strumenti tecnologici come linguaggi espressivi dell’arte in grado di inserirsi nel dibattito artistico più attuale.

29 stations of the cross_catalogo_dettaglio_2L’opera di Valentina Colella 29 Station of the cross è la visualizzazione di una performance realizzata in rete che nasce da una perdita, un lutto molto grave di cui la notizia è arrivata attraverso facebook, nella quale l’artista, in ventinove tappe successive, fa scomparire la propria immagine dal web per riprendere contatto con se stessa e con la natura reale, tracciando con il proprio corpo le coordinate del volo degli uccelli, un elemento della realtà ma anche un segno frapposto casualmente dalle immagini di google tra sé e la ricerca dell’ultimo luogo abitato da chi lei ha perso. Le tappe del volo, trasformato in sofferta via crucis di interiorizzazione del dolore, si fermano a 29, numero ricorrente per l’artista, ad un passo dal 30, composto dalle due cifre perfette 3 e 0, a sottolineare che nell’opera, comenella sua vita, ci sarà sempre una parte mancante. Lo schermo del computer che riporta l’immagine dell’artista che man mano si dissolve è stata stampata su carta fotografica e va a disegnare una linea d’orizzonte che nella composizione non sa rinunciare alla verticalità del foglio, per avere la possibilità di guardare sempre in alto. L’opera è stata esposta nella mostra Gestures-Body Art Stories a cura di Valerio Dehò al Kaohsiung Museum of Fine Arts di Taiwan.

sardella_2Comfort zone di Perla Sardella è un film documentario (13’29’’, HD, colore, stereo, con Sona Hovhannisyan e Hafid F., musiche di Carlo Maria Amadio) che racconta una situazione surreale, virtuale e reale nello stesso momento: un viaggio in una città sconosciuta, Dubai, basato sugli scatti autentici del giovane Hafid, che, dopo aver rubato un telefono cellulare, ha dimenticato di disattivare l’autosincronizzazione delle foto, permettendo alla legittima proprietaria di vedere sul proprio computer le immagini che Hafid raccoglieva. Le foto sono state pubblicate dalla derubata in un blog www.lifeofastrangerwhostolemyphone.tumblr.com alla ricerca di un contatto reale con il nuovo proprietario. La storia, raccolta in rete, su un social network, è diventata un’occasione per l’artista per riflettere sulla separazione tra lo spazio reale e quello digitale e la loro connessione con l’essere umano e sulla perdita di consistenza dei rapporti con l’altro. Comfort Zone è stato presentato nella sezione Italiana.corti della 33esima edizione del Torino Film Festival.

Woman in cam (video low-fi, 2015, durata 6’18’’) di Bianca Senigalliesi è un’improvvisazione di danza realizzata davanti alla webcam del computer, strumento a cui l’artista è legata attraverso delle cuffie, elemento ambivalente di isolamento o di contatto con il mondo esterno che si trova in rete. La danza, muta, alterna movimenti di autocompiacimento del proprio corpo a gesti che mostrano una femminilità alla ricerca della propria affermazione con un altro al di là dello schermo. Il video fa emergere tutta la complessità dell’essere donna, un essere composto di Senigalliesi_womanincam3moti interiori dell’animo e gesti esteriori, che si confronta con il monitor: muro protettivo ma anche medium di comunicazione con un altro di cui non si conosce la consistenza. L’opera rimanda a tutta la fragilità insita nella quotidianità dell’essere umano, in contatto con un mondo spesso solo immaginato e immaginario. L’opera è stata selezionata ed esposta tra le finaliste del Premio Nori de’ Nobili dal Museo Nori de’ Nobili di Trecastelli.

 

DISSOLVENZE

Valentina Colella
Perla Sardella,
Bianca Senigalliesi

a cura di Annalisa Filonzi

Opening: Venerdì 10 giugno 2016 ore 18.00
Fino al 23 luglio su appuntamento

@Usb Gallery – via Mura Occidentali, 27 , Jesi (AN)
(ingresso cortile al n. 25°, portone grande verde)

info 3487237095

 

USB Gallery - Facebook fan page

 

 

 *comunicato stampa

 

Arte e Pubblico – E. H. Gombrich

arte, artisti, comunicazione, cultura, eventi, fotografia, leggere, letteratura, libri, mostre, quotidiani, rumors, Studiare, tecnologia, Università

Eccomi qui, in Abruzzo nevica (o almeno fino a poche ore fa era così). Stamattina era tutto bianco e faceva un freddo tremendo, sono uscita fuori a fare due passi col cane e ho trovato lastre di ghiaccio ovunque. Oggi non guiderò l’auto neppure se hanno intenzione di pagarmi.
Ho approfittato del tempo per rileggere gli appunti presi sul piccolo volume di Ernst H. Gombric, Arte e Pubblico, terminato alcuni giorni fa. Una lettura essenziale, asciutta, molto critica, con una forte premura per il lettore non abituato a certe tematiche.

Al cuore del progetto è posto l’artista, affiancato da esperti e utenti comuni. L’autore stabilisce un limite, permette di capire come nel corso dei processi storici si siano verificate trasformazioni senza le quali molte idee non sarebbero progredite, e pone, al centro della discussione, l’attenzione verso il progresso, cioé l’esatto momento in cui è l’evoluzione di pensiero ha permesso alla tecnica scientifica di inserirsi ed essere una priorità secondo cui ogni cosa, nella sua fase di produzione, dovrebbe corrispondere al periodo che la rappresenta, e andare di pari passo a esso. Lo studioso afferma, in sostanza, che molti degli aspetti sorti nella ricerca del soddisfacimento dei bisogni estetici dei gruppi umani (artisti, esperti, pubblico) non sarebbero dovuti alla necessità di un dialogo di confronto, piuttosto a un innalzamento di muri costituito da cerchie.

L’idea che mi sono fatta, e che sembra suggerire, è questa: se noi riponessimo l’attenzione appagando solo le cose che conosciamo e ci rassicurano come singoli o come entità di persone, il gusto non si raffina, piuttosto si racchiude in una situazione fino alla sua castrazione. In pratica Gombrich vuole suggerirci che esistono molte forme di pensiero distinte che si ostacolano a vicenda per mancanza di apertura, e proprio questa assenza, potrebbe aver dato adito all’insorgenza del kitsch, inteso non come categoria estetica, ma a un dominio dell’uno sull’altro in fatto di gusto.
Un ragionamento che puo’ essere ricondotto in semplicità al seguente dialogo:

A: “Io ho questo”
B: ” Tu hai quello? Bene, allora io ho questo, e ho anche quello,  ma li potenzio all’ennesima potenza  così il mio è migliore di tutti e ti schiaccio perché sono il più forte a determinare la tendenza verso cui andare”.

Se si ragiona blandamente come le due righe stringate da me riportate poco fa, subentra l’azione psicologica dell’irrisolto, cioé un capriccio sfruttato per calpestare l’altro falsificando la natura delle cose ghettizzandole, stabilendo un marchio di riconoscimento e di appartenenza, chiudendo il significato stesso di arte ad una cerchia senza respiro.

In un certo senso l’attenzione di Ernst H. Gombrich mi pare non lontana da quella riposta nelle parole di Luca Beatrice in un articolo di alcuni giorni fa che trovate cliccando qui, da cui traggo le seguenti parole:

“Ai curatori italiani non interessa fare gioco di squadra. Convinti sostenitori della globalizzazione, di un’arte senza identità locale, sono abili manovratori di situazioni e carrieristi di professione. Tutto ciò che fanno è pro domo loro, cercano di non sbagliare una mossa o quantomeno di non compierne di azzardate e perciò preferiscono al limite ripescare vecchi e inossidabili maestri. Mentre occupano importanti posizioni nei musei internazionali, l’arte dei loro coetanei langue in una mediocrità assoluta. Non gliene importa nulla di valorizzare il patrimonio della loro generazione perché ciò non fa cassa e non restituisce abbastanza prestigio.Così i giovani artisti italiani, abbandonati a se stessi, il più delle volte agiscono da indipendenti, superano la figura del critico fedele e complice e si organizzano mostre ed eventi per i fatti loro. Ma questo è segno di grande debolezza, perché alla fine i critici somigliano a grigi burocrati, quando invece l’arte si è sempre fatta negli studi, nelle accademie, in luoghi disagiati e non troppo fighetti. Insomma se qualcuno dei nostri brillanti curatori di successo volesse spiegarci quale ricetta esiste per l’astenia e il malessere dell’arte italiana, gliene saremmo davvero grati.”

Che dire?
Buona lettura!

Desidero/disprezzo

attualità, comunicazione, cultura, lavoro, leggere, letteratura, libri, Studiare, Università

Appunti di letture mattutine di apparente non studio:

Il soggetto desidera, ma non sa cosa. Nella sua fluttuazione d’animo, incrocerà un essere fornito di qualcosa che gli manca e che sembra dare a quest’ultimo una pienezza che egli non ha. Questa pienezza evidente, così vicina e così lontana, è ciò che propriamente lo affascina. Il desiderio non saziato del soggetto sembra porre sempre la stessa domanda al modello: «Cos’ hai tu più di me?» (per sembrare così felice, per avere una donna così graziosa, per essere preferito dalla direzione, ecc.).

Fissare la propria ammirazione su un modello, è già riconoscergli o concedergli un prestigio che non si possiede, ciò che equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano. Non è ovviamente una posizione delle più comode ma l’uomo che prova ammirazione e che attraverso essa invidia l’Altro, è innanzi tutto qualcuno che si disprezza profondamente.

René Girard e la Teoria del desiderio mimetico
Continua

L’arte utile comunque bella di Adina Pugliese

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, cultura, film, leggere, libri, mostre, Studiare, Università, vita

L’occhio consapevole di Cecilia Casorati introduce al volume di Adina Pugliese con una presa di coscienza non comune. È insolito ammettere con onestà che l’arte non ha mai proposto soluzioni, che è un “linguaggio consapevolmente inutile” o “strumento inefficace”. Da questo incipit si intuisce che sarà una lettura interessante poiché la distanza tra critico e artista (prefazione e introduzione) mostrano quanto indissolubile sia questo legame di forze intellettuali. In ogni pagina ci sono riflessioni aperte, sane, che ci concentrano nel concetto di condivisione, oggetto stesso e materia primigenia del lavoro-relazione di Adina. E così ci si imbatte nelle sue parole; una narrazione consapevole delle difficoltà che incontrano gli operatori dell’arte nell’arte, nella composizione degli scambi necessari affinché ci si elevi a nuove responsabilità. Uno dei punti cruciali – lo scoglio più nitido – è in chi, attraverso questo parte (quella del lettore) si ritrova e coglie una presa di conoscenza non mescolata alla rabbia. Ci siamo, ci riconosciamo, contro chi custodisce le stelle in un cassetto, non pensando che sopra le nostre teste ci sia lo scintillio dell’universo a prendersi cura di noi.

La struttura compositiva del libro è suddivisa in tre prati:

  1. L’arte è utile
  2. Come si rende utile
  3. Il suo racconto (intenzioni)

La forma pensata nella composizione del volume è accessibile e ha una forte componente educativa. Ogni riferimento è spiegato in termini semplici, ricorrendo a un’impostazione saggistica. Nulla è lasciato al caso, tutto sembra (o è) rivolto a un pubblico comune, in cui però può ritrovarsi il fervore di una intelligenza viva, scevra da impostazioni da “Commedia Umana” di organi superiori pronti a svelarci i segreti della vita o dell’arte.
L’atmosfera letteraria si inspira a pieni polmoni con una osservazione che non ha pretese di cambiare il mondo, ma si sofferma su degli aspetti cruciali in cui la sfera terrestre si è – per forza di cose – fermata, soffermata, mutando il suo giro, il suo segno. Il disvelamento dell’anticare parte da due concetti troppo in voga in questi ultimi periodi:

  1. Il bello
  2. La tecnologia

Tutto ciò esiste, ma nel seno della ragione c’è sempre l’uomo che con il valore incrementa la struttura della umiltà. Nel cuore di questa lettura rimane il potere del libero arbitrio basato sulla capacità di discernimento, distinzione delle nostre esperienze vissute, in negativo e in positivo.

L’attenzione dell’autrice nel comporre e spiegare il fare suo artistico è nella onestà di ammettere che a un certo punto esiste un limite tra produzione (io, artista, immetto il mio fare, la mia vita, nell’opera) e percezione (io, pubblico – vivo). Da questo si può capire che i termini di Adina Pugliese sono connessi in un gioco iniziatico di passaggi da → a.

Dal regno delle idee (Marcel Duchamp) alla natura (Joseph Beuys) all’architettura (Vito Acconci) si può capire l’acume intellettuale di questa ricerca che ha mutato le sue vesti dal gesto artistico (pittura, fotografia) a significato scritto (testo e parole).

L’impostazione narrativa è lineare e concentrata in due elementi: la semplicità e l’immediatezza.

Tenendo conto del mio approccio personale alla visione del testo, non posso non considerare alcuni elementi: questi due aspetti (semplicità e immediatezza) si trovano più nella tecnica della comparazione pubblicitaria che nell’arte. Allora cosa manca all’arte per poter diventare così immediata? Perché c’è così tanto divario tra forme così vicine di comunicazione? Gli artisti cosa insegnano? Gli artisti sono ancora capaci di assumersi delle responsabilità? Gli artisti sono capaci di costruire significati che si concentrano nel cuore dell’opera?  Gli artisti sono ancora capaci di rispettare loro stessi nel cuore della loro autenticità? Ma soprattutto, sono ancora capaci di trasmettere il solo senso (bello o brutto) agli altri, suscitando emozione attraverso la loro opera?

Il marketing attraverso la forma esperienziale ci sta riuscendo. E l’arte?

C’è da rilevare che spesso si confondono i significati, e questo succede quando l’arte e il commercio sono messi alla pari. Bisogna ribadire con fermezza che l’arte ha una funzione, un ruolo di riflessione sociale; il commercio, invece, di consumo. Entrambi possono coesistere, ma bisogna trovare o ricercare un punto di contatto linguistico tra queste due linee di pensiero.

Che effetto potrebbe avere su di noi l’arte se la assorbissimo come un normale spot pubblicitario?

Il terzo dato utile è la costruzione dell’esperienza e del vissuto. In un’idea di arte relazionale è racchiuso il seme della responsabilità civile. Non basta un semplice impegno, abbiamo bisogno di uno step in più, un fare concreto di attivazione, attenzione, che si vada a completare con la partecipazione e il coinvolgimento del pubblico, delle persone come noi, comuni.  Per questo le regole dalle quali si ha la necessità di partire sono costituire dal contesto che si sceglie di prendere in analisi e dal rapporto con la committenza, cioè con chi offre la possibilità di lavorare a un determinato progetto. Questo comporta domande, confronti, incontri, coerenza e linguaggi da elaborare ed esprimere affinché il tempo col suo andare ne stabilisca il valore. Un valore utile alla comunità.

La vita ci avviene, è vero, ma spesso sono le passioni a determinare i nostri percorsi e, per seguirli, occorrono coraggio e qualche compromesso; senza mai compromettere il proprio credo e la propria dignità” (p. 41)

Adina Pugliese è introspettiva e offre strumenti raccontando se stessa attraverso la materia artistica fatta di narrazione autocritica. Il saper testimoniare la propria messa in discussione, la rappacificazione verso il proprio sé, per poter capire che solo così si va oltre le cose, anche con l’uso degli strumenti dell’arte, dimostra un accrescere e un promulgare il pensiero di vita composto da piccole e fondamentali cose.

Dalla pittura – base del suo percorso artistico –  si sposa alla fotografia. Tiene a mente il territorio con dentro il suo disagio, lo elabora partendo della etichettatura di provincialità o provincialismo. Il suo cammino per questo è ispirato da alcuni studiosi, fotografi, semiologi, scrittori vissuti nella storia della comunicazione artistica (Alfred Stiegliz, Roland Barthes, Gombrich, Newhall e Susan Sontag)

Il pensiero appuntato all’inizio della seconda parte del libro è il rispetto reverenziale per il lettore. Da qui si parte già dal presupposto che l’arte pubblica e quella relazionale servono a insinuarsi più che a provare o attaccare. Lo spunto offerto da Adina Pugliese è chiaro e non differente da una strategia di marketing territoriale. Si parte dal tracciare un excursus storico, dalle fondamenta dei processi artistici e si risale a monte ponendo al centro la comunità. La società. Il ruolo collettivo in questa condizione è il fulcro di innesti civili che partono anche dai confronti con la cittadinanza autoctona. Avere quindi schemi precisi di azione, distinguendo le missioni di artisti, di architetti e, includo io nel discorso, di designers, ma senza conoscere il contesto, le radici e i ruoli definiti, genera solo caos e spesa.

Abbiamo bisogno di ordini capaci di generare eresie”. (p. 65)

Questa presentazione richiede JavaScript.

Secondo la teoria di Nicolas Borriaud, la nostra incapacità di far sviluppare tali pratiche deriva dal fatto che non si è predisposti a un determinato scopo – non siamo preposti – perché ci si adatta un metodo lontano dai processi nostri storici, quelli europei. Negli Stati Uniti si è sviluppata con la Land Art una condizione, un marchio certificato, di azione riscontrabile in quella loro tradizione di confronto e partecipazione. In Italia solo alcuni casi hanno fatto propria questa mentalità, aprendosi. Si trovano perlopiù a nord e sono: la Fondazione Olivetti, la Città dell’Arte di Michelangelo Pistoletto e la Fondazione Fitzcarraldo.

Il discorso di Adina Pugliese mette in chiaro il ruolo dell’artista in una azione di tipo relazionale dicendo che persone che scelgono questo tipo di approccio devono adeguarsi a leggi, norme e regolamenti, stabilite dalla società. L’artista ha quindi l’obbligo di conoscere e attenersi alle regole con cui ha a che fare. Solo così potrà essere in grado di muoversi e lavorare al meglio senza incorrere in problemi durante il proprio intervento artistico.

A questo punto, procedendo nel ragionamento, nella trama e nel climax del libro, alla semplicità e alla immediatezza già descritti, si aggiunge la contemporaneità.

Parafrasando Marshall Mcluhan, si può affermare che, se quello che viene prodotto dagli artisti non corrisponde alla contemporaneità e ai codici di una determinata società, il messaggio non arriva e il suo valore è nullo. Alberto Abruzzese aggiunge che, oltre a queste motivazioni, occorre un modo di trasmissione che sappia creare legame e attenzione non basato sulle interpretazioni, ma focalizzato sulla coscienza. Sul risveglio della coscienza. Adottando una comunicazione lineare e conforme, portando il pubblico al ragionamento, si convalida pulizia del pregiudizio, poiché quest’ultimo, per mille fattori, tende a lasciare le cose e le situazioni nell’ombra.
Giuseppe Stampone, artista teramano, ad esempio, è attivo con il suo network Solstizio Project, nato nel 2008. Il suo scopo è la costituzione di una rete/network sempre più concreta affinché siano fatte circolare alte e altre idee.

Quando si cucina per la preparazione di un piatto, ogni ingrediente è indispensabile a realizzare quella pietanza con quel preciso carattere. L’equilibrio delle spezie, degli odori nella giusta misura è fondamentale: nel palato non devono esserci odori prevalenti ma la giusta piacevolezza di una gustosità globale. L’identificazione di ogni elemento separato dagli altri deve essere riconoscibile(p. 78)

a)      Semplicità

b)      Immediatezza

c)       Contemporaneità

nel fare e nell’osservare

L’arte sociale cresce di pari passo con la comunità, perché del coinvolgimento con questa essa stessa è frutto identificativo. La sua struttura, infatti, è sorretta dai principi di condivisione e sostenibilità.

Per operare al meglio l’autrice suggerisce tre spazi:

  1. Pubblico
  2. Privato
  3. I Media (per l’autorappresentazione)

Il contesto acquista significato in azioni che maturano con confronti e contenuti anche attraverso i conflitti. Quest’ultimo elemento è il segreto che dà vita a nuovi germogli.

È il fattore umano a stabilirne la comprensione e questo si forma nella collettività, perciò non può essere un’assunta responsabilità del singolo alla sua isolata persona. L’atteggiamento adottato dall’individuo nei confronti dell’opera varia in base dall’educazione ricevuta e alla storia sociale e concorre esso stesso a determina il successo dell’opera”. (p. 87)

Adina Pugliese procede sull’aspetto educativo e sul ruolo che una giusta attenzione può offrire. Attenzione che parte dalla propria famiglia, ma che le istituzioni hanno il dovere di applicare nell’instaurazione di un rapporto di comprensione e fiducia racchiuso nell’operato di un artista, da rivolgere a un pubblico, composto in comunità.

Il noi (comunità) si racchiude nell’opera (condivisa e accettata) con metodi (semplici e diretti) come l’insegnamento di un alfabeto prima dell’atto di lettura o scrittura.  Con un impianto formativo solido, basato su funzionalità e estetica, si arriva all’esistente, a ciò che percepiamo come nostro.

Non è materia impossibile da raggiungere. Basta soffermarsi e riflettere, poiché è tutto confermato da chi ha avuto il coraggio di compiere atti di rottura:

  1. Ready made di Marcel Duchamp
  2. La natura in Joseph Beuys
  3. Le architetture di Vito Acconci

A questa triade di intenti fatta di cane e ossa, aggiungo una riflessione personale che vuole testimoniare come siano stati possibili anche in ambito pubblico; lo dimostrano i grandi progetti di riqualificazione pubblica realizzati a Rotterdam, in Olanda – per il quartiere dei musei – o nella stessa Rovereto – per la creazione del Mart – Museo d’arte contemporanea di Trento e Rovereto.

Adina Pugliese, in poche parole, dimostra che, stabilendo un metodo (un modello) mirato e strutturato, l’arte è possibile e risolutiva per un dialogo di tipo pubblico e sociale, di impegno civile, ma anche come ricerca di un equilibrio tra produzioni artistiche i cui interessi sono meramente privati. In entrambi i casi, infatti, le basi di una ricerca affidabile partono dalla comunità, purché essa sia messa nella condizione di scegliere il modello migliore per crescere e accrescere la propria identità.

La memoria è l’epoca di chi la abita, giusta o sbagliata che sia, essa è l’intervallo che permette l’esperienza del vissuto nel proprio presente, perché guarda al passato e osserva i principi mossi per i figli del futuro.

La consapevolezza del piacere richiede la concentrazione verso se stessi. Così come l’attenzione richiede la conoscenza del silenzio. Quello identificabile all’interno delle parole e nei suoni, o tra essi. Il silenzio impregnato nell’atmosfera vissuta, se scoperto e recuperato, ci permette dopo di apprezzare il ritmo dell’ascolto e di portarlo, come fosse musica all’interno di noi” (L’arte è utile comunque bella). (p. 98)

Il pensiero dell’autrice può essere semplificato in questo piccolo schema:

Io disegno-dipingo-scatto fotografie, compio azioni, creo la condizione per me e per gli altri in un gesto di rappresentazione al cui interno deve esserci sempre una componente dedicata all’anima. Lavoro sulla memoria (pubblica o privata), permetto di avere una testimonianza.

Il ragionamento è lineare e si sposa correttamente con uno dei termini che ricorre più spesso nella lettura: Avvenire.
E infatti: “La vita ci avviene”, “Disegni, pensi, scrivi e tutto avviene”. (p. 41 – p. 112)

Tutto cioè che deve venire, il futuro.  Dall’istinto al controllo si produce un gesto che si completa in un cerchio nel quale io stesso, artista /uomo, mi ritrovo. Mi ricostruisco e assemblo. Guardo pezzi di me e mi ritrovo.

Per arrivare in armonia bisogna passare per il caos, senza disperdere l’energia.” (p.112)

Iniziare da noi stessi e averne consapevolezza. Avere audacia e coraggio, basarsi sulla potenza della coscienza.

La componente fondamentale per trasformare il pensiero in creazione è la coscienza e non la tecnica, che diviene anche la qualità identificabile nell’opera” (p. 119)

Attraverso questo assemblaggio, si capisce che la parte dell’inconscio non può essere abbandonata, semmai identificata nell’azione compiuta nell’arte.

Per concludere, si può dire che Adina Pugliese in questo suo significativo libro vuole dimostrare come le opere d’arte, siano testo, installazione, pittura, scultura, fotografia e video, sono frutto di pulsioni nascoste, di necessità inavvertite. Percezioni trasmesse che hanno bisogno di essere recepite da un pubblico per una evoluzione intima comune di intenti. Dentro questa idea c’è una produzione il cui sentimento è nella chiave di responsabilità; portare a compimento un gesto di comunicazione e condivisione per l’altro, senza chiedere nulla in cambio. Un ritrovarsi. Un passare compassione alla misericordia.

Chi è in grado di farlo, chi sceglie di farlo, ha capito che strada intraprendere per fare pace con i suoi conflitti e aprirsi, senza pretesa o rivendicazione, solo in funzione di un accrescimento comune, per l’altro, nell’altro.

Recensione a cura di:
Amalia Temperini

Adina Pugliese, L’arte è utile comunque bella, Meta Edizioni, Treglio (Ch), 2015

 www.adinapugliese.it
http://germogliare.wordpress.com/
www.metaedizioni.it