Il complotto dell'arte - ph. Amalia Temperini

Il complotto dell’arte di Jean Baudrillard #libro #saggistica [#recensione]

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Dopo Andy Warhol qual è il destino delle arti contemporanee?

È l’unica domanda a cui cerco risposta dopo la lettura del testo di Jean Baudrillard, “Il complotto dell’arte” (SE – Abscondita, 2015).

Un volume che anticipa di circa trent’anni quello che stiamo vivendo adesso con i social network, le immagini e la sovrapproduzione di esse.

L’ironia ha ucciso la critica?
Cosa vuol dire leggere la realtà con gli occhi da europei e con una modalità di rappresentazione americana basata sul regime del simulacro?

Siamo passati dal potere di illusione a quello di disilussione, ma quanto di questo è cambiato con il concetto di idea, di sostituzione del sacro e con l’inserimento della realtà in quelle arti che raccontano il nostro tempo? Quanto il pubblico si sente in soggezione davanti a un meccanismo che è a tutti gli effetti è un dominio culturale?Perché l’arte dovrebbe essere considerata esclusiva? È solo presunzione? È abuso di potere?

L’autore solleva negli anni Novanta del XX secolo qualcosa che genera negli operatori di settore una reazione critica tanto da essere considerato per loro un feroce un traditore.

Io trovo il suo punto di vista geniale e coerente con la mia visione di mondo; questo mi fa sentire meno spaesata e più rassicurata rispetto al futuro.

La lettura è veloce, ma adatta a chi è abituato ad affrontare temi legati ai cambi di processi storici e culturali.

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Ketty La Rocca, You, 1971-72, Collezione Museion /Archivio di Nuova Scrittura. Foto Luca Meneghel

La forza della fotografia. Opere dalla Collezione Museion, fino al 17/09/2017 – Bolzano #mostre #musei [#CurrentExhibition]

arte, arte contemporanea, artisti, comunicazione, CS, cultura, mostre, turismo, viaggi

La forza della fotografia.
Opere dalla Collezione Museion

Fino al 17/09/2017

Museion, logo ufficiale - http://www.museion.it/ -


Oggi tutto esiste per finire in una fotografia.

(Susan Sontag)

Museion propone un viaggio attraverso oltre cento opere di trenta artisti dagli anni ’60 ai giorni nostri.

I lavori, selezionati tra gli oltre 500 dalle raccolte Museion- sono entrati a far parte della collezione in occasione di mostre o appartengono a due importanti prestiti a lungo termine, l’Archivio di Nuova Scrittura di Paolo della Grazia e la Collezione Enea Righi.

La messa in scena di sé stessi e del proprio corpo, l’identità, la condivisione della vita intima e privata sono alcuni dei temi proposti dalla nuova mostra. Le tematiche – di grande attualità nell’epoca dei selfie e della comunicazione digitale – sono trattate alla luce di opere di artisti di fama internazionale e di diverse generazioni, da Wolfgang Tillmans a Vanessa Beecroft, da Gilbert & George a VALIE EXPORT, da Michael Fliri a Nico Vascellari. Una speciale sezione nella collezione studio, a cura di Andreas Hapkemeyer, è dedicata alla fotografia politica nel senso più ampio del termine.

Dalla “Forza della fotografia” emerge quanto la fotografia rappresenti la fluidità tra generi e media, tipica dell’arte di oggi. In questo senso, completano l’esposizione diversi video e sculture, in dialogo con le opere fotografiche.

La forza della fotografia, Museion 2016 Foto Luca MeneghelLe fotografie non attestano soltanto ciò che c’è, ma ciò che un individuo ci vede, non sono soltanto un documento, ma una valutazione del mondo“. La visione fotografica e quindi il nuovo modo di vedere le cose attraverso la fotografia esposto da Susan Sontag pervade il lavoro di Roni Horn (1955, USA), che apre il percorso della mostra. In Cabinet of (2002) il visitatore è “accerchiato” da 36 ritratti di clown esposti lungo le quattro pareti della sala. Il volto da pagliaccio emerge sfuocato da uno sfondo algido e mostra espressioni simili e diverse, ludiche e inquietanti allo stesso tempo. Lo spettatore è invitato interrogarsi sull’identità riguardo a un soggetto che non ne ha una definita, perché è una maschera, e quindi a ripensare l’atto del guardare, come se si dovesse imparare a farlo nuovamente, prescindendo da conoscenze già acquisite.

Rivolgendo lo sguardo a un’immagine tendiamo automaticamente a incorniciarla, classificarla, “metterla in ordine”. Ciò che non consideriamo normale è difficile da accettare ed è definito deviante. Su questi aspetti riflettono i lavori di Zoe Leonard (1961, USA), in mostra con Preserved head of a bearded woman (1991). Anche qui il soggetto rappresentato è senza identità: cinque stampe alla gelatina d’argento mostrano una testa femminile barbuta sotto vetro, esposta al Musée d’Anatomie Delmas-Orfila-Rouvière di Parigi come esempio scientifico di “forme biologiche devianti”.

Corpi o parte di corpi che provocano repulsione e spavento, ma anche che seducono, sono quelli spesso rappresentati nelle opere di Jana Sterbak (Praga, 1955). Questo accade, per esempio, in Cone on Hand (1979-1996) fotografia di un braccio nudo che termina in una protesi formata da un metro a nastro, allusione alle norme e sistemi di misurazione a cui è sottoposto il corpo nella vita pubblica. Di Sterbak è in mostra anche un oggetto, Trichotilomania (1993-96), che si riferisce a un disturbo del comportamento caratterizzato da un irrefrenabile impulso di tirare e strappare i capelli.

03 Sonia Kacem, Monstering II, 2015, installation view, Museion. Foto Luca MeneghelLa rottura con le convenzioni sociali e i tabù sono al centro di molti lavori in mostra, come quelli di Zanele Muholi (Durban, Sudafrica, 1972), attivista lesbica che con il suo obiettivo trattiene aspetti delle comunità omosessuali e transgender in situazioni di vita domestica e privata giudicati generalmente inguardabili. In altri casi la rottura delle convezioni avviene attraverso il gioco delle identità maschile e femminile e quindi il travestimento. È il caso di … here ? from “The King of Solana Beach”, 1974-1975 di Eleonor Antin (New York, 1935), che ritrae l’artista travestita da uomo mentre cammina in un villaggio di San Diego – in mostra anche il video relativo. Sempre il travestimento è al centro del lavoro di Michael Fliri (Tubre, 1978) che alla Antin si è ispirato per il suo From the Forbidden Zone, performance in cui si traveste da un essere ibrido simile ad una scimmia.

Nelle opere di Antin e Fliri emerge l’utilizzo della fotografia come mezzo ibrido per fissare aspetti delle proprie azioni. È un percorso che ha avuto inizio negli anni sessanta e vede il corpo dell’artista al centro di molti – in mostra diversi esempi di azioni e performance storiche. È il caso di Günter Brus (1938, Austria), uno dei principali esponenti dell’azionismo viennese, in mostra con Selbstbemalung II, 1964, autopitture, in cui l’artista impiega il proprio corpo come supporto pittorico davanti al pubblico. Gli interventi di Brus possono essere accostati alla fotografia in bianco e nero di Arnulf Rainer (1929, Austria), che interviene sui suoi autoritratti fotografici con “sovrapitture”, cancellazioni e segni che accentuano, danno dinamicità a un movimento irrigidito.

Il corpo in relazione allo spazio e quindi l’indagine di un sé frammentato sono al centro delle Körperkonfigurationen di VALIE EXPORT(1940, Austria), in cui l’artista si adatta fisicamente a un elemento architettonico – un marciapiede, l’angolo di un edificio o una scalinata – e mira così a rendere visibile l’adeguamento del corpo ad agenti esterni. La postura rivela anche uno stato d’animo interiore, un sentimento o una ferita emotiva. Il tema della ferita e in particolare dell’abuso sui minori è al centro dell’opera di Niki de Saint Phalle (1930, Francia) tratta dal film Daddy (1972) in cui l’artista punta il fucile verso lo spettatore.
Dagli anni ottanta in poi gli artisti impiegano la fotografia come narrazione e per la costruzione di realtà, rimettendo in scena fotografie già esistenti,. È il caso di Douglas Gordon (Glasgow, 1966) che in Hollywood Blind Stars Series manipola fotografie di stelle del cinema trovate su internet, e le priva di occhi e bocca con tagli o bruciature. La visione di chi guarda e quindi lo sguardo adorante nei confronti delle icone di Hollywood è così destabilizzato.

“C’è una grande differenza tra scattare una foto e fare una fotografia” (Robert Heinecken). L’interesse – molto attuale- per la fotografia come immagine seriale, povera e senza qualità è al centro del lavoro “Lago Morto”, 2011, di Nico Vascellari (1976, Italia). Qui l’artista ha invitato il pubblico a documentare con una macchina usa e getta tutti i concerti della sua band “Lago Morto” nel 2009. Le immagini, sono state tutte pubblicate, senza esclusione alcuna, nell’opera in mostra, che diventa una sorta di scultura punk sociale.

I lavori fotografici di Wolfgang Tillmanns (1968, Germania) – presente in mostra con Bakerloo Line, 2000 e Adam’s Crotch, 1991 – trasmettono un’idea di immediatezza e quindi di un mondo a cui si accede per immagini, di un insieme mai concluso e sempre aperto. L’appoccio dell’artista tedesco è emblematico per la collezione Museion come „un „insieme frammentato, ma anche fluido, presentato in continui ri-allestimenti e ri-posizionamenti al fine di permettere sempre nuove riflessioni e ri-contestualizzazioni. Al contempo la collezione, indipendentemente dall’avvento dei social media, ma indubbiamente anche grazie al loro ausilio, deve essere un luogo accessibile, condiviso con un pubblico che deve poter essere messo in condizioni di “connettervisi” così Letizia Ragaglia, direttrice di Museion e curatrice della mostra.

Sezione “Fotografia e politica” nella Collezione studio
a cura di Andreas Hapkemeyer

Una speciale sezione ospitata negli spazi della Collezione studio è dedicata alla fotografia politica in senso ampio. Partendo da principi riconducibili al cubismo, al dadaismo, al surrealismo e ai manifesti sovietici, materiali provenienti dai mass media e ripresi con le modalità del ritaglio o del collage sono tradotti nel proprio tempo e sviluppati adeguandoli alle nuove condizioni storico-sociali. Il potenziale critico, espresso dalla combinazione di fotografia e testo, costituisce un tratto specifico dell’arte politica: non ci si limita a mostrare qualcosa attraverso un’immagine, ma si indicano responsabilità concrete, si esprimono esortazioni senza mezzi termini. I lavori esposti sono organizzati secondo i seguenti nuclei tematici: Informazione e agitazione (John Heartfield, Klaus Staeck) ; Rivoluzione sessuale (Otto Muehl, Daniele Buetti) ; Rivoluzione poetica (Michele Perfetti, Sarenco, Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Paul de Vree) ; Lager e memoria (Heimrad Bäcker, Rossella Biscotti, Santu Mofokeng) ; Mondo naturale e mondo tecnicizzato (Gianpietro Fazion, Hans Glauber, Hamish Fulton, Walter Niedermayr) ;Mondo globalizzato (Olivier Menanteau, Matti Braun, Liu Ding, Brigitte Niedermair).

 

Ketty La Rocca, You, 1971-72, Collezione Museion /Archivio di Nuova Scrittura. Foto Luca Meneghel

Artisti in mostra.

Eleanor Antin, Vanessa Beecroft, Günther Brus,  Letizia Cariello, Marcel Duchamp, VALIE EXPORT, Michael Fliri, Isa Genzken, Gilbert & George, Nan Goldin, Douglos Gordon, Roni Horn, Joan Jonas, Elke Krystufek, Ketty La Rocca, Zoe Leonard, Ana Lupas, Santu Mofokeng, Zanele Muholi, Brigitte Niedermair, Luca Patella, Arnulf Rainer, Lili Reynaud Dewar, Niki de Saint Phalle, Jana Sterbak, Wolfgang Tillmans, Nico Vascellari, Francesco Vezzoli

Collezione studio

Heimrad Bäcker, Rossella Biscotti, Matti Braun, Daniele Buetti, Paul De Vree, Liu Ding, Gianpietro Sonō Fazion, Hamish Fulton, Hans Glauber, John Heartfield, Olivier Menanteau, Eugenio Miccini, Santu Mofokeng, Otto Muehl, Brigitte Niedermair, Walther Niedermayr, Michele Perfetti, Lamberto Pignotti, Sarenco, Klaus Staeck.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo trilingue (ita/deu/eng) edito da Museion con testi di Andreas Hapkemeyer, Letizia Ragaglia e Simone Menegoi.


Info
La forza della fotografia. Opere dalla Collezione Museion
a cura di Letizia Ragaglia

La sezione della Collezione studio è a cura di Andreas Hapkemeyer

Apertura mostra 25/11/2016 alle ore 16.00 nell’ambito della lunga notte dei musei
Fino al 17/09/2017

Orari di apertura: da martedì a domenica ore 10.00 – 18.00.
Giovedì 10.00 – 22.00, con ingresso gratuito dalle 18.00 e visita guidata gratuita alle 19.
Ogni sabato e domenica ore 14-18 “dialoghi sull’arte” in mostra.
Lunedì chiuso.
Ingresso: 7 Euro, ridotto 3,50 Euro.

Museion
Piazza Piero Siena 1
39100 – Bolzano

Contatto ufficio stampa Museion
caterina.longo@museion.it
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http://www.museion.it

Membro di AMACI, Associazione Musei d’Arte contemporanea italiani

 

*Comunicato stampa

 

The floating piers Christo e Jeanne - Claude Fino al tre luglio @Lago d'Iseo presa da: https://mincioedintorni.com/

The Floating Piers – Christo e Jeanne-Claude #pointofview [riflessione, opinione ]

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, cultura, eventi, fotografia, letteratura, recensioni arte, turismo, viaggi, vita

Ci sto riflettendo ancora; non sono sicura di essere del tutto convinta di quello che sta accadendo con l’opera di Christo e Jeanne-Claude, The Floating Piers, realizzata sul Lago d’Iseo, in Lombardia, inaugurata il 18 giugno scorso, ma penso, in maniera del tutto franca, diverse cose:

a) è un progetto reale,
b) gratuito (almeno per la parte che stanno spingendo sui media)
c) accessibile,
d) immediato.
e) compiuto.

Riflette totalmente il suo tempo, e in quanto tale, surriscalda le menti di ognuno. Quello che noto in maniera lampante è che la gente, in buona parte, non si indigna, ma aderisce. La differenza sostanziale, rispetto al Novecento è questa: prima ci si innervosiva per un oggetto comune preso in prestito dalla grande industria, simbolo di un periodo (ruota di bicicletta, orinatoio/fontana –  Marcel Duchamp/paradosso), oggi, si va, nel richiamo della natura e dell’amore con la scusa (manipolatoria) della partecipazione e della condivisione, per esserne totalmente protagonisti, attraverso il ricordo di una foto che finirà sui social, in un archivio, e che metterà l’opera/l’idea, al centro della banalità (Andy Warhol), a supporto della nostra immagine personale. Un evento collettivo focalizzato sulla nostra centralità individuale.

Una fine, un tratto, una linea di congiunzione: la morte dell’immagine concessa tramite un’opera, e in una azione artistica, che riporta in discussione la tradizione, racchiusa in un canone concreto e tangibile, identificabile, in un azzeramento radicale, valido per una o più epoche, ma che sta abbandonando le sue fondamenta rinascimentali, in favore di una nuova dimensione che passa da reale a virtuale. Un cambiamento di percezione, il grado xerox della cultura (Jean Baudrillard); un quadro in pieno squilibrio/fallimento; una richiesta definitiva di rinascita/riappropriazione del ruolo della critica.

Nei bozzetti preparatori di The floating piers (galleria ufficiale) si trova un rimando netto alle tonalità, agli spazi raccontati in pittura, a fine ottocento, da Edvard Much (Disperazione/Angoscia/L’Urlo), trasformati in un progetto reale pensato in divenire video – fotografico – virtuale, su un camminamento passerella che rappresenta un passaggio per volontà di Christo. Dal racconto di un pittore, allo story telling autonarrato.  Dall’ego al we-go (Jerome Bruner).

A tutto questo aggiungo che sono d’accordo su diverse opinioni. La prima è quella di Valentina Bernabei rilasciata su Repubblica – riflessione che mette in parallelo l’azione dell’artista bulgaro con quella avvenuta a Zurigo nella performance di Maurizio Cattelan, poi, le dichiarazioni del professor Pierluigi Sacco, il quale ha captato il senso che ne potrebbe scaturire dal risultato mediatico: quel ripercuotersi sulle nostri condizioni economiche e territoriali, da parte di amministrazioni e operatori, che,  non guardando all’unicità del progetto sviluppato sul Lago d’Iseo, mirano a un versante preciso: l’imitazione (il senso di inferiorità/riproducibilità/richiamo/evento/soldi).

La svalutazione delle idee in competizione in favore di una gara.

Is this so contemporary?
Or

Per saperne di più:

The floating piers
Christo e Jeanne – Claude
Fino al tre luglio
@Lago d’Iseo

http://www.thefloatingpiers.com/

L’arte utile comunque bella di Adina Pugliese

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, comunicazione, cultura, film, leggere, libri, mostre, Studiare, Università, vita

L’occhio consapevole di Cecilia Casorati introduce al volume di Adina Pugliese con una presa di coscienza non comune. È insolito ammettere con onestà che l’arte non ha mai proposto soluzioni, che è un “linguaggio consapevolmente inutile” o “strumento inefficace”. Da questo incipit si intuisce che sarà una lettura interessante poiché la distanza tra critico e artista (prefazione e introduzione) mostrano quanto indissolubile sia questo legame di forze intellettuali. In ogni pagina ci sono riflessioni aperte, sane, che ci concentrano nel concetto di condivisione, oggetto stesso e materia primigenia del lavoro-relazione di Adina. E così ci si imbatte nelle sue parole; una narrazione consapevole delle difficoltà che incontrano gli operatori dell’arte nell’arte, nella composizione degli scambi necessari affinché ci si elevi a nuove responsabilità. Uno dei punti cruciali – lo scoglio più nitido – è in chi, attraverso questo parte (quella del lettore) si ritrova e coglie una presa di conoscenza non mescolata alla rabbia. Ci siamo, ci riconosciamo, contro chi custodisce le stelle in un cassetto, non pensando che sopra le nostre teste ci sia lo scintillio dell’universo a prendersi cura di noi.

La struttura compositiva del libro è suddivisa in tre prati:

  1. L’arte è utile
  2. Come si rende utile
  3. Il suo racconto (intenzioni)

La forma pensata nella composizione del volume è accessibile e ha una forte componente educativa. Ogni riferimento è spiegato in termini semplici, ricorrendo a un’impostazione saggistica. Nulla è lasciato al caso, tutto sembra (o è) rivolto a un pubblico comune, in cui però può ritrovarsi il fervore di una intelligenza viva, scevra da impostazioni da “Commedia Umana” di organi superiori pronti a svelarci i segreti della vita o dell’arte.
L’atmosfera letteraria si inspira a pieni polmoni con una osservazione che non ha pretese di cambiare il mondo, ma si sofferma su degli aspetti cruciali in cui la sfera terrestre si è – per forza di cose – fermata, soffermata, mutando il suo giro, il suo segno. Il disvelamento dell’anticare parte da due concetti troppo in voga in questi ultimi periodi:

  1. Il bello
  2. La tecnologia

Tutto ciò esiste, ma nel seno della ragione c’è sempre l’uomo che con il valore incrementa la struttura della umiltà. Nel cuore di questa lettura rimane il potere del libero arbitrio basato sulla capacità di discernimento, distinzione delle nostre esperienze vissute, in negativo e in positivo.

L’attenzione dell’autrice nel comporre e spiegare il fare suo artistico è nella onestà di ammettere che a un certo punto esiste un limite tra produzione (io, artista, immetto il mio fare, la mia vita, nell’opera) e percezione (io, pubblico – vivo). Da questo si può capire che i termini di Adina Pugliese sono connessi in un gioco iniziatico di passaggi da → a.

Dal regno delle idee (Marcel Duchamp) alla natura (Joseph Beuys) all’architettura (Vito Acconci) si può capire l’acume intellettuale di questa ricerca che ha mutato le sue vesti dal gesto artistico (pittura, fotografia) a significato scritto (testo e parole).

L’impostazione narrativa è lineare e concentrata in due elementi: la semplicità e l’immediatezza.

Tenendo conto del mio approccio personale alla visione del testo, non posso non considerare alcuni elementi: questi due aspetti (semplicità e immediatezza) si trovano più nella tecnica della comparazione pubblicitaria che nell’arte. Allora cosa manca all’arte per poter diventare così immediata? Perché c’è così tanto divario tra forme così vicine di comunicazione? Gli artisti cosa insegnano? Gli artisti sono ancora capaci di assumersi delle responsabilità? Gli artisti sono capaci di costruire significati che si concentrano nel cuore dell’opera?  Gli artisti sono ancora capaci di rispettare loro stessi nel cuore della loro autenticità? Ma soprattutto, sono ancora capaci di trasmettere il solo senso (bello o brutto) agli altri, suscitando emozione attraverso la loro opera?

Il marketing attraverso la forma esperienziale ci sta riuscendo. E l’arte?

C’è da rilevare che spesso si confondono i significati, e questo succede quando l’arte e il commercio sono messi alla pari. Bisogna ribadire con fermezza che l’arte ha una funzione, un ruolo di riflessione sociale; il commercio, invece, di consumo. Entrambi possono coesistere, ma bisogna trovare o ricercare un punto di contatto linguistico tra queste due linee di pensiero.

Che effetto potrebbe avere su di noi l’arte se la assorbissimo come un normale spot pubblicitario?

Il terzo dato utile è la costruzione dell’esperienza e del vissuto. In un’idea di arte relazionale è racchiuso il seme della responsabilità civile. Non basta un semplice impegno, abbiamo bisogno di uno step in più, un fare concreto di attivazione, attenzione, che si vada a completare con la partecipazione e il coinvolgimento del pubblico, delle persone come noi, comuni.  Per questo le regole dalle quali si ha la necessità di partire sono costituire dal contesto che si sceglie di prendere in analisi e dal rapporto con la committenza, cioè con chi offre la possibilità di lavorare a un determinato progetto. Questo comporta domande, confronti, incontri, coerenza e linguaggi da elaborare ed esprimere affinché il tempo col suo andare ne stabilisca il valore. Un valore utile alla comunità.

La vita ci avviene, è vero, ma spesso sono le passioni a determinare i nostri percorsi e, per seguirli, occorrono coraggio e qualche compromesso; senza mai compromettere il proprio credo e la propria dignità” (p. 41)

Adina Pugliese è introspettiva e offre strumenti raccontando se stessa attraverso la materia artistica fatta di narrazione autocritica. Il saper testimoniare la propria messa in discussione, la rappacificazione verso il proprio sé, per poter capire che solo così si va oltre le cose, anche con l’uso degli strumenti dell’arte, dimostra un accrescere e un promulgare il pensiero di vita composto da piccole e fondamentali cose.

Dalla pittura – base del suo percorso artistico –  si sposa alla fotografia. Tiene a mente il territorio con dentro il suo disagio, lo elabora partendo della etichettatura di provincialità o provincialismo. Il suo cammino per questo è ispirato da alcuni studiosi, fotografi, semiologi, scrittori vissuti nella storia della comunicazione artistica (Alfred Stiegliz, Roland Barthes, Gombrich, Newhall e Susan Sontag)

Il pensiero appuntato all’inizio della seconda parte del libro è il rispetto reverenziale per il lettore. Da qui si parte già dal presupposto che l’arte pubblica e quella relazionale servono a insinuarsi più che a provare o attaccare. Lo spunto offerto da Adina Pugliese è chiaro e non differente da una strategia di marketing territoriale. Si parte dal tracciare un excursus storico, dalle fondamenta dei processi artistici e si risale a monte ponendo al centro la comunità. La società. Il ruolo collettivo in questa condizione è il fulcro di innesti civili che partono anche dai confronti con la cittadinanza autoctona. Avere quindi schemi precisi di azione, distinguendo le missioni di artisti, di architetti e, includo io nel discorso, di designers, ma senza conoscere il contesto, le radici e i ruoli definiti, genera solo caos e spesa.

Abbiamo bisogno di ordini capaci di generare eresie”. (p. 65)

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Secondo la teoria di Nicolas Borriaud, la nostra incapacità di far sviluppare tali pratiche deriva dal fatto che non si è predisposti a un determinato scopo – non siamo preposti – perché ci si adatta un metodo lontano dai processi nostri storici, quelli europei. Negli Stati Uniti si è sviluppata con la Land Art una condizione, un marchio certificato, di azione riscontrabile in quella loro tradizione di confronto e partecipazione. In Italia solo alcuni casi hanno fatto propria questa mentalità, aprendosi. Si trovano perlopiù a nord e sono: la Fondazione Olivetti, la Città dell’Arte di Michelangelo Pistoletto e la Fondazione Fitzcarraldo.

Il discorso di Adina Pugliese mette in chiaro il ruolo dell’artista in una azione di tipo relazionale dicendo che persone che scelgono questo tipo di approccio devono adeguarsi a leggi, norme e regolamenti, stabilite dalla società. L’artista ha quindi l’obbligo di conoscere e attenersi alle regole con cui ha a che fare. Solo così potrà essere in grado di muoversi e lavorare al meglio senza incorrere in problemi durante il proprio intervento artistico.

A questo punto, procedendo nel ragionamento, nella trama e nel climax del libro, alla semplicità e alla immediatezza già descritti, si aggiunge la contemporaneità.

Parafrasando Marshall Mcluhan, si può affermare che, se quello che viene prodotto dagli artisti non corrisponde alla contemporaneità e ai codici di una determinata società, il messaggio non arriva e il suo valore è nullo. Alberto Abruzzese aggiunge che, oltre a queste motivazioni, occorre un modo di trasmissione che sappia creare legame e attenzione non basato sulle interpretazioni, ma focalizzato sulla coscienza. Sul risveglio della coscienza. Adottando una comunicazione lineare e conforme, portando il pubblico al ragionamento, si convalida pulizia del pregiudizio, poiché quest’ultimo, per mille fattori, tende a lasciare le cose e le situazioni nell’ombra.
Giuseppe Stampone, artista teramano, ad esempio, è attivo con il suo network Solstizio Project, nato nel 2008. Il suo scopo è la costituzione di una rete/network sempre più concreta affinché siano fatte circolare alte e altre idee.

Quando si cucina per la preparazione di un piatto, ogni ingrediente è indispensabile a realizzare quella pietanza con quel preciso carattere. L’equilibrio delle spezie, degli odori nella giusta misura è fondamentale: nel palato non devono esserci odori prevalenti ma la giusta piacevolezza di una gustosità globale. L’identificazione di ogni elemento separato dagli altri deve essere riconoscibile(p. 78)

a)      Semplicità

b)      Immediatezza

c)       Contemporaneità

nel fare e nell’osservare

L’arte sociale cresce di pari passo con la comunità, perché del coinvolgimento con questa essa stessa è frutto identificativo. La sua struttura, infatti, è sorretta dai principi di condivisione e sostenibilità.

Per operare al meglio l’autrice suggerisce tre spazi:

  1. Pubblico
  2. Privato
  3. I Media (per l’autorappresentazione)

Il contesto acquista significato in azioni che maturano con confronti e contenuti anche attraverso i conflitti. Quest’ultimo elemento è il segreto che dà vita a nuovi germogli.

È il fattore umano a stabilirne la comprensione e questo si forma nella collettività, perciò non può essere un’assunta responsabilità del singolo alla sua isolata persona. L’atteggiamento adottato dall’individuo nei confronti dell’opera varia in base dall’educazione ricevuta e alla storia sociale e concorre esso stesso a determina il successo dell’opera”. (p. 87)

Adina Pugliese procede sull’aspetto educativo e sul ruolo che una giusta attenzione può offrire. Attenzione che parte dalla propria famiglia, ma che le istituzioni hanno il dovere di applicare nell’instaurazione di un rapporto di comprensione e fiducia racchiuso nell’operato di un artista, da rivolgere a un pubblico, composto in comunità.

Il noi (comunità) si racchiude nell’opera (condivisa e accettata) con metodi (semplici e diretti) come l’insegnamento di un alfabeto prima dell’atto di lettura o scrittura.  Con un impianto formativo solido, basato su funzionalità e estetica, si arriva all’esistente, a ciò che percepiamo come nostro.

Non è materia impossibile da raggiungere. Basta soffermarsi e riflettere, poiché è tutto confermato da chi ha avuto il coraggio di compiere atti di rottura:

  1. Ready made di Marcel Duchamp
  2. La natura in Joseph Beuys
  3. Le architetture di Vito Acconci

A questa triade di intenti fatta di cane e ossa, aggiungo una riflessione personale che vuole testimoniare come siano stati possibili anche in ambito pubblico; lo dimostrano i grandi progetti di riqualificazione pubblica realizzati a Rotterdam, in Olanda – per il quartiere dei musei – o nella stessa Rovereto – per la creazione del Mart – Museo d’arte contemporanea di Trento e Rovereto.

Adina Pugliese, in poche parole, dimostra che, stabilendo un metodo (un modello) mirato e strutturato, l’arte è possibile e risolutiva per un dialogo di tipo pubblico e sociale, di impegno civile, ma anche come ricerca di un equilibrio tra produzioni artistiche i cui interessi sono meramente privati. In entrambi i casi, infatti, le basi di una ricerca affidabile partono dalla comunità, purché essa sia messa nella condizione di scegliere il modello migliore per crescere e accrescere la propria identità.

La memoria è l’epoca di chi la abita, giusta o sbagliata che sia, essa è l’intervallo che permette l’esperienza del vissuto nel proprio presente, perché guarda al passato e osserva i principi mossi per i figli del futuro.

La consapevolezza del piacere richiede la concentrazione verso se stessi. Così come l’attenzione richiede la conoscenza del silenzio. Quello identificabile all’interno delle parole e nei suoni, o tra essi. Il silenzio impregnato nell’atmosfera vissuta, se scoperto e recuperato, ci permette dopo di apprezzare il ritmo dell’ascolto e di portarlo, come fosse musica all’interno di noi” (L’arte è utile comunque bella). (p. 98)

Il pensiero dell’autrice può essere semplificato in questo piccolo schema:

Io disegno-dipingo-scatto fotografie, compio azioni, creo la condizione per me e per gli altri in un gesto di rappresentazione al cui interno deve esserci sempre una componente dedicata all’anima. Lavoro sulla memoria (pubblica o privata), permetto di avere una testimonianza.

Il ragionamento è lineare e si sposa correttamente con uno dei termini che ricorre più spesso nella lettura: Avvenire.
E infatti: “La vita ci avviene”, “Disegni, pensi, scrivi e tutto avviene”. (p. 41 – p. 112)

Tutto cioè che deve venire, il futuro.  Dall’istinto al controllo si produce un gesto che si completa in un cerchio nel quale io stesso, artista /uomo, mi ritrovo. Mi ricostruisco e assemblo. Guardo pezzi di me e mi ritrovo.

Per arrivare in armonia bisogna passare per il caos, senza disperdere l’energia.” (p.112)

Iniziare da noi stessi e averne consapevolezza. Avere audacia e coraggio, basarsi sulla potenza della coscienza.

La componente fondamentale per trasformare il pensiero in creazione è la coscienza e non la tecnica, che diviene anche la qualità identificabile nell’opera” (p. 119)

Attraverso questo assemblaggio, si capisce che la parte dell’inconscio non può essere abbandonata, semmai identificata nell’azione compiuta nell’arte.

Per concludere, si può dire che Adina Pugliese in questo suo significativo libro vuole dimostrare come le opere d’arte, siano testo, installazione, pittura, scultura, fotografia e video, sono frutto di pulsioni nascoste, di necessità inavvertite. Percezioni trasmesse che hanno bisogno di essere recepite da un pubblico per una evoluzione intima comune di intenti. Dentro questa idea c’è una produzione il cui sentimento è nella chiave di responsabilità; portare a compimento un gesto di comunicazione e condivisione per l’altro, senza chiedere nulla in cambio. Un ritrovarsi. Un passare compassione alla misericordia.

Chi è in grado di farlo, chi sceglie di farlo, ha capito che strada intraprendere per fare pace con i suoi conflitti e aprirsi, senza pretesa o rivendicazione, solo in funzione di un accrescimento comune, per l’altro, nell’altro.

Recensione a cura di:
Amalia Temperini

Adina Pugliese, L’arte è utile comunque bella, Meta Edizioni, Treglio (Ch), 2015

 www.adinapugliese.it
http://germogliare.wordpress.com/
www.metaedizioni.it

Breve storia dell’arte moderna – Jean Clair

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Già dal titolo è possibile capire il tema portante del piccolo volume. Per la sua introduzione vorrei però specificare che esso nasce da un’intervista realizzata da Thierry Naudin a Jean Clair, pubblicata sulla rivista francese “Passage” nel 2000, è divenuta in Italia un piccolo saggio di circa trentacinque pagine introdotto sul mercato da Skirà (2011).

Mi diverto a capire la logica dei suoi pensieri: egli è un noto critico d’arte, curatore e pensatore, i cui punti di vista sono spesso illuminanti. Se volessimo raccogliere l’idea di base che nutre questo libricino dalla copertina verde, ci dovremmo collocare in un punto preciso della storia. In particolar modo egli gioca a sposare i periodi. Quello che voglio dire è che, sebbene alcuni studiosi abbiano ricostruito i fatti focalizzando un arco temporale marcato da una scansione che va dal 1914 al 1991 – cioè dalla prima guerra mondiale fino alla caduta del potere sovietico (Il secolo Breve – Eric Hobsbawm) – Clair, si sofferma e dice che tale rappresentazione non può essere valida per la storia dell’arte, in particolar modo se si vuole definire la sua “modernità”. In quest’ultimo ambito, la temporalità è differente, e si collocherebbe dal 1905 al 1968 – 70, spiegandone in poche righe i motivi.

Ciò che cambia è il ruolo dell’opera d’arte e la sua funzione assunta da chi l’ha pensata. Un oggetto, un quadro, una scultura o un video, diventano sistemi aperti, mai terminati, in grado di essere sempre riproposti e mai compiuti, dando così adito solo alla spocchia egocentrica di chi lo ha  partorito, annullando quei processi creativi sviluppati e maturati in sperimentazioni avviate nei secoli precedenti, da quei grandi nomi che conosciamo tutti.

La radicalità di Clair sta nell’ammettere che oggi l’arte è il risultato ottenuto da scarti di saperi di pensiero. Trasformando tutto in un bricolage dispersivo, le cui basi sono state costruite senza fondamenta. Produrre diventa così il sostitutivo di creare. Chi si approccia all’artigianalità del fare diventa solo una vittima, fagocitata da logiche commerciali e da strategie di marketing che non lo porteranno da nessuna parte. Definisce anche  i giovani artisti  “amnesiaci”: vittime del loro stesso tempo, i cui  riferimenti si trovano al massimo in Andy Warhol o Joseph Beuys.

Negli anni settanta terminano le avanguardie e subentra il postmodernismo, ma per lui finirebbe proprio il XX secolo.

Sono gli anni in cui muore Marcel Duchamp (1887 – 1968), gli stessi in cui a quest’ultimo viene riconosciuta la paternità dell’arte concettuale. L’Artista che – secondo i più – avrebbe dato origine all’archetipo “tutto è arte” con la semplice logica del ready-made. Quello a cui – erroneamente – è stato affibbiata la nozione che un qualcosa acquisisce valore trasformandolo in altro solo perché unto da chi ha partorito l’idea.

Sembra così di capire che per Clair, Duchamp, sia stato solo una vittima di un pensiero banale, che ha ridotto le sue abilità intellettive di netto, portando la sua estetica del gusto a un’etica del disgusto.

Vi consiglio di leggerlo poiché possono venir fuori altri mille spunti di ragionamento.