ph. credit Amalia Temperini

[#niente]

musica

Sono diverse settimane che ho lasciato il blog si riposasse dalle sue attività. Mi trovo a riflettere su molte cose.

Da Settembre ho avviato un percorso di messa in discussione. Ho abbastanza tempo. Ho intrapreso una collaborazione con una multinazionale francese. Un settore lontano dal mondo dell’arte, da tutto cio’ che è educazione, in realtà. Un campo che mi permette di cambiare il punto di vista su molte cose, che conquisto ogni giorno grazie alle esperienze maturate in questi anni come metodo e disciplina personale, con la collaborazione di persone che guardano all’odierno con onestà e semplicità, non a una settorialità del “devo”, applicato per un risultato fatto di immagini effimere costruite sull’idea di sé pensando di poterla far bere agli altri.

Apprezzo l’essere costruttivi. Il silenzio di scrittura arriva proprio come silenzio dell’anima, una condizione di riflessione che ristabilisce un ritmo che segue le fila di qualcosa che è incalcolabile, la vita e la sua apparente velocità, con il proprio passo.

Leggo molto, chi mi vuole seguire trova alcuni miei momenti su Instagram o Facebook del blog.

 

 

In  che minuto questi due pezzi si accomunano?

 

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Vincent Van Gogh, I mangiatori di patate, olio su tela (82x114 cm), 1885, Museo Van Gogh di Amsterdam (web)

Fontamara – Ignazio Silone #libri #mondadori #pointofview [#recensioni]

attualità, cultura, giovedì, leggere, letteratura, libri, politica, quotidiani, Studiare, viaggi

Quando ero adolescente avevo il vizio maledetto lasciarmi pilotare nei gusti da artisti che stimavo. Si creava una concatenazione di acquisti impressionante che collegava libri e musica per la maggior parte dei casi ispirata dall’incontro/scontro di copertine e testi.

Quella stessa magia è arrivata con Ignazio Silone, accaduta mentre visionavo un video curato da Francesco Paolucci intitolato Sulle tracce di Fontamara. La sua regia offre un’immagine equilibrata ai sentieri descritti dall’autore nel 1930. Ha raccontato, in breve – secondo il mio punto di vista – caratteristiche di un Abruzzo che ha un potenziale enorme nella costruzione di valore turistico. Un’apertura integrata che vira alla accoglienza sotto un’altra chiave interpretativa: la conoscenza letteraria. Ha messo al centro le risorse naturali della montagna, la sua gente, partendo da possibilità alternative che possono offrire risvolti nella creazione di percorsi, servizi e strutture, mantenendo inalterata l’identità del racconto e quello della sua terra.

 

 

Fontamara (Mondadori, 1949) è un testo che ho letto quando ero ragazzina. Avevo dimenticato il suo contenuto. Dopo la visione ho sentito la necessità di sfogliarlo di nuovo. Nella mente era rimasta una brutta etichettatura di quei protagonisti cafoni che oggi sento miei nella più totale radicalità. Ripercorrere le pagine ha significato trovare una rassicurazione, e permesso di riscoprire cose rimosse o mai memorizzate .

Ignazio Silone è nato qui, in provincia di L’Aquila, dove ha perso i suoi genitori nel terremoto del 1915, costretto a una vita che lo ha messo a dura prova. Ha partecipato alle lotte contadine e operaie. Ha ricoperto importanti cariche nel Partito Socialista e in quello Comunista. E’ stato costretto a fuggire in Svizzera per salvarsi dalla polizia di regime. Il suo impegno politico ha visto un ripensamento quando lo Stalinismo conquistava consensi e potere. Da quel momento ha abbandonato il partito e trasformato la sua percezione delle cose in una forza che si è riversata nella letteratura attraverso la denuncia in un’azione dal grande valore morale.

Fontamara è il simbolo del suo percorso; un testo che ha avuto un enorme successo, tradotto e distribuito in più lingue nei paesi più poveri del terzo mondo. La sua storia nasce da una finzione-testimonianza quando si presentano alla porta dell’autore tre fontamaresi che raccontano, a loro modo, quello che era accaduto in questa porzione di territorio abruzzese. Persone che rappresentano tutto e tutti, senza confini, perché fame, tempo, sopruso e menzogna, non hanno linee tracciate, non si schierano solo nella adesione a una bandiera, non si comprendono se gli strumenti del dialogare non sono gli stessi, della medesima portata, tra in chi ha vissuto determinate esperienze e chi le ha solo ascoltate senza attraversarle in prima persona.

Silone è portavoce di un popolo che conosce, che gli appartiene, del quale comprende le sfumature linguistiche e che osserva da lontano grazie alla memoria. Ha un quadro chiaro della Storia e dei suoi accadimenti, rende i villani protagonisti per la prima volta nella letteratura italiana e dichiara:

Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna, che della città, è ora un termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.

Nel 1930 è scritta una bomba ad orologeria che irrompe e mostra il potere della lotta tra pari, una guerra tra chi si dichiara di appartenere a una divisa e chi, tra ignoranza e presa in giro, si salva nella fratellanza nonostante la piega degli eventi e dei torti subiti. Ogni singolo frammento è dotato di uno spazio di riflessione che trattiene il lettore saldo alla fedeltà della pagina. La stesura in prima persona trasporta in dinamiche che iniziano dall’analfabetismo all’imbroglio, passano per la giustizia, la religione, l’egoismo, la connivenza tra poteri e individui.

Oggi è il 18 maggio 2017. Nel 2009 è iniziata una frammentazione spaventosa del Centro Italia che ha visto in 8 anni incrementare ed estendere una crepa che ha abbracciato più regioni vicine, quasi fraterne seppur diverse tra loro per mille peculiarità. Una redistribuzione geopolitica spaventosa, nel cuore della prima grande crisi economica del ventunesimo secolo.

Che cosa hanno in comune tutte queste storie?
Che significato ha un libro come Fontamara nella nostra contemporaneità?

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989 ph. Amalia Temperini

 

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, 1989
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I Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

#IMigrati – Il documentario #società #comunitaXXIVluglio #tg2dossier [#recensione]

attualità, film, giovedì, quotidiani, salute e psicologia, televisione

Attendevo questo documentario da diverso tempo, non sapevo come fosse stato costruito, ma i lavori diretti da Francesco Paolucci, giornalista, videomaker, sono di una persona che sta cercando vie utili per una ricostruzione. Da anni si impegna, scava nella materia filmica, slanci per riedificare una condizione frammentata sulla sua città, L’Aquila, che conosce in modo approfondito, che si fa portavoce di una rottura storica, fenditura italiana da risanare.

Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci Assieme a un team di persone straordinarie ha realizzato I Migrati (TG2Dossier, Rai 2, sabato 25 febbraio ore, 23.50). Una storia che focalizza l’attenzione su volti, presta orecchio, ruba dialoghi impensabili di confronto dove ci si corregge a assieme in discussioni piene di fiducia e motivazione.

Benito, Barbara, Gianluca e Giovanni partono, sondano la curiosità, attraversano la scoperta in un percorso che abbraccia il Centro Italia, mostrano da disabili una pratica educativa in un approccio che rafforza la visione sulle periferie. Luoghi inascoltati, esempi virtuosi di possibilità dove la durezza verso uno straniero è ancora da comprendere, smussare, fare propria nell’attraversamento della difficoltà. Insistono, incrociano migranti e operatori, motivano, si arrabbiano: affrontano la conoscenza mettendosi in gioco al pari in una diversità. Si muovono da protagonisti coi loro nomi, cognomi. Iniziano a lavorare con gli strumenti propri del giornalismo (macchina fotografica, videocamere, penna e blocchetto), sviluppano la professione da reporter in un diario fatto di immagini, raccontano squarci di un Paese che non rinuncia, coopera, integra e completa, accoglie chi è in fuga da una terra di appartenenza e continua a guardare lontano.

I Migrati è un lavoro che tenta di ridefinire significati, riconsiderare i termini applicati alle diversità, etichette di ogni natura, dare una responsabilità a chi ha visto, e vede, una contrapposizione nelle fragilità di chi, impossibilitato, tenta di scavalcare un muro, una struttura mentale resa difficile da chi ha abilità nel riconoscere e fare, vivere le normali condizioni di benessere.

Benito è un nome che ha una eco strana nella memoria italiana, ma questo Benito della Comunità XXIV Luglio – handicappati e non di L’Aquila insegna che sapendo chi si è, dove si è, cosa si vuole, attraverso la natura, il ricordo del contatto, in pace, nel silenzio di un viaggio, si puo’ riprendere un discorso a distanza di quarant’anni. Basta immergersi, almeno provare a bagnarsi i piedi per essere noi, gli stessi che per lungo tempo abbiamo mantenuto fede a una origine, a un ricordo di amici fatto di esperienze mai abbandonate, ponti di salvataggio. II Migrati - il documentario (frame da video) - diretto da Francesco Paolucci

Il documentario è un terreno fertile, prepara alle volontà, si mette al servizio dell’incontro alla ricerca di una identità, risveglia le coscienze. Nella visione si è testimoni di una indagine sociale dove si concedono opportunità, possibilità. È un reale che abbraccia l’autentico senza indugio.
La narrazione è dotata di un forte spirito di osservazione, molti silenzi, attimi in cui si assiste a una apertura: la tenacia dell’accoglienza sull’abbandono della paura. La questione, l’intera nostra storia, una risposta di cui tutti avevamo bisogno.

 

 

I Migrati - il documentario (manifesto) - diretto da Francesco Paolucci

 

Per chi volesse vederlo:
Raiplay – TG2 Dossier TG2 Dossier – I Migrati Disabili e stranieri, due fragilità che si incontrano e il racconto diventa un piccolo miracolo narrativo. Questi gli ingredienti di I Migrati, lo speciale di Tg2 Dossier, diretto da Francesco Paolucci

 

La prima opera che vidi a Londra, alla Tate, diversi anni fa. Untitled 1979 by Jannis Kounellis

#JannisKounellis

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, cultura, danza, fotografia, mostre, musica, politica, quotidiani, viaggi

La prima opera che vidi a Londra, alla Tate, diversi anni fa.

Untitled 1979 by
Jannis Kounellis

Untitled 1979 Jannis Kounellis born 1936 Purchased 1983 http://www.tate.org.uk/art/work/T03796
fonte

Grossi Maglioni, Gesti di relazione, Amicizia I, 2016. Foto Mirai Pulvirenti

Campo Grossi Maglioni, 15 febbraio, AlbumArte – Roma #savethedate #arte #vernissage [#mostre]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, danza, eventi, turismo, viaggi

Campo Grossi Maglioni
mostra a cura di Lýdia Pribišová e Gianluca Brogna

Inaugurazione:
mercoledì 15 febbraio 2017 ore 18.30

AlbumArte,
Roma

 

 

AlbumArte è lieta di presentare la prima mostra personale a Roma del duo Grossi Maglioni (Francesca Grossi e Vera Maglioni) a cura diLýdia Pribišová e Gianluca Brogna che inaugura il 15 febbraio con la performance sonora degli Acchiappashpirt (alle ore 19.30).

La mostra, aperta fino al 27 aprile 2017 e costruita attraverso la rielaborazione di tre progetti artistici sviluppati e approfonditi nell’arco di dieci anni di attività, delinea il processo di work-in-progress della ricerca di Grossi Maglioni.

Il duo artistico fin dal suo esordio ha dedicato una parte sostanziale della propria ricerca alle pratiche performative, attraverso le quali ha indagato differenti argomenti di natura sociale e politica, combinando la metodologia della ricerca artistica con quella antropologica, scientifica, con incursioni nella magia e nella parascienza, senza mai escludere un approccio femminile e femminista agli argomenti e ai lavori da loro elaborati, focalizzandosi spesso su tematiche politicamente scomode.

I progetti in mostra sono incentrati sull’idea di opera come dispositivo, cioè come modalità per innescare interazioni e collaborazioni sia tra le artiste che con il pubblico.

L’installazione centrale è dedicata alle Occupazioni, ricerca iniziata nel 2014: una sorta di ‘villaggio/campo/agorà’ che si sviluppa con teli dipinti fissati insieme da un sistema di corde intorno ad una tenda, nello specifico una tenda per l’accudimento dei figli di un accampamento nomade. Un’opera che in senso più ampio indaga il rapporto tra le necessità primarie e ancestrali del vivere e l’organizzazione essenziale dello spazio da parte dell’Uomo.

Il secondo progetto Lo Sguardo che offende (2011-2017) ha l’obiettivo di provocare dei cambiamenti nello sguardo dei visitatori attraverso una serie di opere e azioni, costringendoli a cambiare posizione del corpo o modalità di osservare. Maschere, foto, dispositivi aerei attraversano la sala per attirare l’attenzione. A conclusione sarà a disposizione una sorta di manuale per sperimentare le modalità di osservazione. Il manuale è in realtà un’opera d’arte essa stessa, prodotta in 30 copie.

Il terzo gruppo di lavori esposto è Macchina Dematerializzante e Gabinetto Spiritico per l’apparizione di corpi dispersi, dedicato alrapporto tra magia e illusionismo, sviluppato nel periodo 2006-2011, quando le artiste usavano lo pseudonimo ‘The Grossi Maglioni Magic Duo’. Si tratta dell’esplorazione sul rapporto tra realtà e finzione, e del limite sfuggente che si frappone tra i due campi, ovvero l’invisibile. Appropriandosi dei metodi operativi del mago o dell’illusionista basato su azioni mediatiche/performative/illusionistiche, le artiste mettono in scena alcuni dispositivi utilizzati, come il gabinetto spiritico, la macchina dematerializzante, l’ouija board per creare una situazione al tempo stesso meditativa, ironica ed erotica.

Le installazioni saranno affiancate da attività performative e workshop che renderanno la mostra un ambiente vivo e in mutazione.

Lo spazio si trasformerà più volte durante il periodo di mostra: il 4 marzo e l’8 aprile 2017 si terranno dei laboratori aperti a tutti e il 16 marzo una performance, aperta al pubblico, risultato di un workshop che coinvolgerà gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma.L’intenzione è far diventare il visitatore il partecipante, l’occupante attivo degli spazi.

La performance che chiuderà la mostra il 27 aprile 2017 sarà quella dell’artista Per Huttner, fondatore della piattaforma di ricerca internazionale per le arti performative, la scienza e le tecnologie Vision Forum con base in Svezia, di cui Grossi Maglioni fa parte dal 2008.

Il progetto ha ricevuto il patrocinio dell’Assessorato alle Attività Produttive, Cultura e Sport del Municipio II di Roma Capitale.  Si ringrazia la Fondazione Catel per aver supportato parte della produzione delle opere. Il progetto si avvale della collaborazione dell’Accademia di Belle Arti di Roma e Vision Forum.

Si ringrazia inoltre Casale del Giglio per la degustazione dei vini e Flaminio Butterfly  House – Case Vacanza.

 

NOTE BIOGRAFICHE

Grossi Maglioni (Francesca Grossi e Vera Maglioni, Roma, 1982) hanno iniziato a collaborare nel 2006.

Il duo Grossi Maglioni ha costituito la propria ricerca principalmente nell’ambito della performance art, dell’installazione e delle pratiche workshop based.

Il riferimento a diversi campi di studio come l’antropologia, il teatro, gli studi di genere, la fantascienza, e la relazione tra storia della performance e cultura popolare e di massa, sono stati il punto di partenza per progetti a lungo termine in cui l’interazione con lo spettatore ed il contesto sono il momento di verifica e ridefinizione del processo artistico. Alla pratica performativa si è accompagnata la creazione di una serie di dispositivi che sfruttano e simulano gli elementi caratteristici dei procedimenti di entertainment per forzare il pubblico ad una sospensione dello sguardo, sempre in bilico tra ciò che viene svelato – pure attraverso il paradosso del travestimento – e ciò che viene metaforicamente sottratto alla vista, come nel caso diMacchina Dematerializzante e Gabinetto Spiritico per l’apparizione di corpi dispersi.

La natura del rapporto pubblico – privato, messa in questione ad esempio in lavori che sfruttano la piattaforma web come Performance Season, Performance Art Didactic Festival, è stata rimodulata e ha trovato applicazione anche nei lavori più recenti come Lo Sguardo che offende, dove ad essere indagata è la percezione dei paesaggi, tra oggettività del dato naturale e narrazione.

Dal 2014 Grossi Maglioni ha iniziato una ricerca intorno alle occupazioni di luoghi pubblici e privati. Nel progetto vengono investigate le relazioni tra architetture mobili ed i bisogni di piccole comunità, in installazioni per spazi urbani come palazzi occupati e in ambienti naturali.

Il loro lavoro è stato presentato in mostre nazionali e internazionali in gallerie, istituzioni museali ed accademiche tra le quali: Nuova Gestione, Roma (IT); Acting in the city, Norrköpings Konstmuseum (SW); Do you know because I tell you so or do you know, do you know? memories, anecdotes and superstitions, Viafarini, Milano (IT); Re-Generation, MACRO museum, Roma (IT); Anti-Hospital, The Invisible Generation, Margaret Lawrence Gallery, Melbourne (AU); Correspondance 2.2, 26 cc spazio per l’arte contemporanea, Roma (IT);  (Anti)realism- Workshot 2, ERBA Ecole Régionale des Beaux Arts de Besançon, Besançon (FR); Genealogia Futurista #1, Konstall museum, Vasa (FI); Cross Language, University of Technology, Guangzhou (CN);Rupextre residenza per artisti e antropologi, Matera (IT); (Anti)realism, Guanghzou Academy of Fine Arts (CN); Svenska konstskolan, Nykarleby (FI). Dal 2008 il duo fa parte della piattaforma di ricerca internazionale per le arti performative, la scienza e le tecnologie Vision Forum, di base in Svezia, per la quale ha ideato e curato il 1° Festival di On Line Performance che si è svolto interamente sul web. grossimaglioni.com

Roma, febbraio 2017

CALENDARIO EVENTI

4 marzo e 8 aprile 2017 ore 16.00-19.00: workshop gratuiti per il pubblico

16 marzo 2017 ore 19.00: performance aperta al pubblico con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma

27 aprile 2017 ore 19.00 (finissage):  performance aperta al pubblico con Per Hüttner e Carima Neusser (Vision Forum)

PER MAGGIORI INFORMAZIONI

Campo Grossi Maglioni
mostra a cura di Lýdia Pribišová e Gianluca Brogna

Inaugurazione:
mercoledì 15 febbraio 2017 ore 18.30

Apertura al pubblico: 16 febbraio – 27 aprile 2017

AlbumArte
Via Flaminia 122, 00196 Roma
W www.albumarte.org
E info@albumarte.org
T/F +39 063243882

INFORMAZIONI PER LA STAMPA:
Maria Bonmassar: ufficiostampa@mariabonmassar.com
ufficio: +39 06 4825370 / cellulare: + 39 335 490311

 

 

 

*Comunicato stampa

Lunedì 6 febbraio, Presa diretta #popolarità #televisione #riflessione [#web]

cultura, giovedì, salute e psicologia, televisione, vita

Lunedì 6 febbraio ho avuto modo di vedere la puntata di Presa diretta su Rai 3 dedicata in due momenti al tema del web e delle tecnologie. L’uso e l’abuso commerciale, i pro e i contro di un mondo parallelo dove ci si trova a introiettare e proiettare le nostre cose, paure, felicità, esasperazioni che riflettono l’immagine di una società che non tollera più nulla, soprattutto la sofferenza. Una parte di persone si rifugia in meccanismi rischiosi di protezione, scegliendo di stare dalla parte del divertimento più sfrenato o nella paranoia più totale, secondo il tipo di solitudine che si vuole adottare. (Raiplay)

Nel post [#Silenzio] scritto alcuni giorni fa riflettevo, aprivo un primo sfogo su questo argomento: sul fastidio che ho quando sono sui social network. Un esempio è la soglia di tolleranza che supera il limite quando avverto che per esistere bisogna dimostrare di essere sempre al top, pronti, darsi un tono, magari attraverso l’uso smoderato della fotografia o di un video. Dimostrare al mondo che schiacciando le opinioni degli altri con sospetto o inganno si merita di avere più valore, come se non ci fosse posto per tutti nel fare una riflessione utile, da condividere, senza l’intromissione dell’impostura.

L’asfissia modellata in certe situazioni è estenuante, rende me insofferente perché il condizionamento involontario che si subisce fornisce elementi in più alla vita, strati non utili a un normale decorso, come se noi tutti non uscissimo per fare la spesa, non lavorassimo, non avessimo contatti con gli altri esseri umani, ci scordassimo di una normalità fatta di aria, acqua, terra, fuoco, perché siamo – secondo il nostro punto di vista – diversi, nel piantarsi su facebook (nella vita e sul web in genere) per solo fatto di apparire, comparire o postare. È come se ci stessimo creando – o fossimo creati – un mito, una situazione esatta: quella in cui permettiamo al nostro io – vero e autentico – di essere un’altra entità, e abbandonarci, annullarci, col nostro nome e cognome, all’inesistente. Questa non è una delle componenti della letteratura? di quegli autori che forgiano un personaggio che si presenterà come indimenticabile e segnerà, magari, l’identità di un libro o di un film per lungo tempo, nella storia, la nostra memoria? Perché dovrei immergermi nella vita del mio vicino e trovare un riscontro assurdo nella realtà mentre getta la spazzatura al mio stesso orario?

Presa diretta ha realizzato un focus concentrandosi sugli adolescenti autolesionisti, a esempi positivi di ricostruzione di una identità, ai centri attivi in Italia per tutelare la propria natura di essere umano, lontano dalla rete, con l’aiuto di persone che offrono ascolto per riprendere in mano quello che abbiamo scordato: che internet è uno strumento, e che la storia di ognuno di noi è unica perché ci contraddistingue dagli altri, perché nulla puo’ essere controllato o calcolato, se non il fatto di essere nati in un momento X e vivere.

Sono d’accordo quando si mette l’accento sui ragazzi che in un modo o nell’altro cercano una via di sfogo, una libera formazione, un’attenzione; un modo per comunicare la ribellione, un disagio a cui va data la possibilità di risoluzione. Esiste, e deve esistere, un’alternativa per non guardare cio’ che fa male, ma non è l’unica possibilità. Non lo è se questo esula da tutto, non vale se si sostituisce la paura di affrontarsi, non vale se è quella che serve a immergersi per conoscersi, se si costringe se stessi al rifiuto del non guardarsi nel profondo convinti di punire gli altri col silenzio o l’anonimato trasformato in presenza fisica.

Se io che sono un utente comune apro una qualsiasi pagina social mi accorgo del numero di adulti maggiore rispetto a gruppi di ragazzini, sono io che devo chiedermi i motivi per i quali esiste questa assenza. Loro cambiano strategia, devono trovare nuove vie di irruzione per essere scorretti per farsi beccare, perché vogliono essere visti e abbracciati con questo giochino. In molti casi rimango stupita dall’immaturità che un individuo di età avanzata ostenta senza rendersi conto, dei modi incontrollati che si hanno nel mostrarsi senza ricordare che il figlio è sulla sua lista amici, e magari frequentano gli stessi posti (bar, discoteche) o si sentono dei loro amici ai quali confidare tutto. A volte provo un profondo senso di umiliazione, e penso che questa estenuante presenza sia un impedimento di espressione, una sorta di superamento di una zona rossa, minata già da altri fattori ambientali, vissuti fuori dal contesto casalingo. Si ha una tendenza a giustificare qualsiasi cosa e si impongono regole senza averle applicate per primi sulla propria pelle, offrendo un esempio che in pratica si traduce in mancanza di coerenza. In un passaggio del programma c’è un padre alla fiera del videogame che racconta di come il figlio, un bambino di 4-5 anni, sia per circa quattro ore davanti a una consolle. Possibile che non ci siano alternative di gioco? un contatto diretto? un freno?
Se io voglio un gelato e mi madre mi gonfia offrendone 14 di tutti i tipi ogni volta che pronuncio quella parola, anzi, prima che addirittura io la vada a pensare, mi ha fatto vincere un capriccio e io l’ho schiacciata nel suo ruolo guida. Da bambino ho vinto, ma da padre o madre e da maestro siamo sicuri? Mi sembra che tutto questo sia il presupposto derivante dalla condizione di benessere che ci siamo costruiti osservando modelli di comportamento non legati alla nostra tradizione, per tirare in ballo un argomento a caso. L’illusione di essere medio borghesi quando siamo in un paese a caratterizzazione contadina. La mia indole è votata alle sane litigate fatte con l’amichetto dell’asilo incontrato al parco, a quel bambino che all’improvviso diventa mio fedele spalando la sabbia sulla spiaggia perché bisogna scoprire un tesoro nascosto, oppure prendere con lui un pokemon assieme in pubblica piazza. Mi sembra che in molti casi abbiamo scordato di come il contatto con la natura sia fonte primaria di relazione, dimenticato di quanto sia fondamentale la presa di posizione nel portare a termine un compito. Sembra tutto cristallizzato e immobile.

Agisco.

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[#silenzio]

salute e psicologia, spiritualità, vita

Ci sono molte cose di cui avrei voluto parlare. Ho un post in sospeso che avevo iniziato a scrivere in seguito alle giornate d’inferno vissute in Abruzzo nei giorni scorsi. Non si tratta di un lamento sui fatti nefasti dell’hotel di Rigopiano, di tutte le problematiche non evidenziate dalla stampa nazionale di una regione avvolta nel manto dell’oscurità della neve, del terremoto, della mancanza di luce elettrica per lungo tempo, dell’isolamento dalle linee telefoniche fisse e mobili, di strade distrutte, di menti controllate, sprofondate nell’ansia dilagante. La situazione è stata questa, lo è ancora in molti casi, perché i residui del condizionamento sono ancora troppo evidenti. Non so cosa accadrà, giochiamo a tentoni, cerchiamo normalità: una tregua.

Ho letto lettere di amici di una intensità unica, un risveglio della propria appartenenza che non sentivo da tempo, di paesi che non vengono mai fuori perché la provincia è costantemente declassata, ignorata da noi stessi. Ho ritrovato una ricchezza dietro l’altra che ho visto e abbracciato, messa a margine per lungo tempo in favore di chissà quale evoluzione, quale servizio insostituibile per ottenere futilità.
Mi sono stupita di come anche io mi fossi scordata di posti frequentati da una vita, messi da parte per guardare chissà chi. Ho scoperto e rafforzato, grazie a questo disastro, che molte persone non sono diverse da me, e che in fondo, come nelle migliori pubblicità, cerchiamo tutti la stessa cosa: la fiducia della convivialità.
Fiducia che molto spesso arriva da estranei che non rientrano nelle tue solite cerchie.

Mi sono resa conto di quanto i social siano sprofondati nella paranoia più totale, di come ne faccio parte. Mi chiedo costantemente cosa ci faccio in una rete irrisolta di sconosciuti. Luoghi in cui oltre a incasellare la propria frustrazione all’interno di uno di status, si è sottoposti a un processo pubblico continuo, dove se non sei capace di dare una informazione che non sia certificata da una fonte scientifica o da una notizia di presa da una rivista di risalto, la tua credibilità di essere umano passa in secondo piano rispetto a tutto, anche agli anni di studio sudato, onesto, perché arriva sempre qualcuno ad apporre l’accento, la sapienza del perbenismo, costruito in lista, un metodo collettivo di risoluzione.

Mi sono sempre chiesta come sia possibile resistere dentro questo carnaio. Mi sono messa sempre nei panni di chi non ha gli strumenti per poter difendere la propria autostima. Ne esce dilaniato, sviscerato, manipolato fino all’ossessione perché oltre all’impostura di un mi piace, subentra il meccanismo paranoico del pettegolezzo strutturato da chissà quale frase scritta senza valore, su cui l’altro inizia a creare castelli di chissà quale natura. Testi su cui è raro trovare un briciolo di empatia che vada oltre il proprio naso.

Non offro più possibilità a chi non vuole prestare orecchio, a chi si affida alla maldicenza sussurrata, a chi non ha costruito il suo percorso senza la volontà di essere se stesso, ma assemblando comunità basate sul chiacchiericcio.

Esistono tempi giusti per tutte le cose, compreso il web, dove tutti urlano, ma nessuno parla guardandoti dritto negli occhi, in cui l’interpretazione racchiude sempre l’ambivalenza del doppio gioco per riscattarsi dal mondo. Un mondo, il noi, l’espediente, il capro espiatorio per non guardare in faccia le realtà del proprio nucleo familiare da cui parte il vero problema.

Il blog continuerà la sua solita programmazione di vernissage e segnalazioni.
In questo momento io decido di restare in silenzio.

Resoconti [#2016]

musica

Manco da diversi giorni per scelta personale. Non ho argomenti che mi preme trattare con voracità; in questo momento sono tranquilla e voglio mantenere una distanza col web il più possibile. Il duemilasedici è stato un anno terremotato nella sua ultima parte. Ho ripromesso a me stessa che conta solo il necessario, l’urgenza di uno stare bene con maggiore equilibrio. Il resto è un punto di vista oggettivo su questioni altre, lontane dalla vita di tutti i giorni.

Il 2017 è alle porte, e non ho niente da dirgli, provo a entrarci in punta di piedi.

Buon fine anno a tutti

Jimmie Durham Presepio, 2016 materiali vari (legno, pietra, plastica, vetro, ferro, bronzo, cotone, pelle, pittura acrilica, colla) / mixed media (wood, stone, plastic, glass, iron, bronze, cotton, leather, acrylic paint, glue) In comodato a / On loan to Madre · museo d’arte contemporanea donnaregina, Napoli - ph. Francesca Rao

Presepio (2016) di Jimmie Durham, 22 dicembre 2016, Museo MADRE – Napoli #presentazione #savethedate #arte [#christmas]

architettura, arte, arte contemporanea, artisti, attualità, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, eventi, mostre, turismo, viaggi

Presentazione dell’opera Presepio (2016)
di Jimmie Durham

Giovedì 22 dicembre 2016, ore 18:00

Museo MADRE,
Napoli

In occasione delle festività natalizie entra a far parte della collezione del museo MADRE una nuova opera concepita e realizzata appositamente per il museo campano d’arte contemporanea: Presepio (2016) di Jimmie Durham (Arkansas, 1940) artista, scrittore e attivista politico che negli ultimi anni trascorre frequenti periodi a Napoli. Giovedì 22 dicembre (ore 18:00, sala Clemente, secondo piano) l’opera sarà presentata al pubblico in presenza dall’artista, introdotto dal presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee Pierpaolo Forte e dal direttore del museo MADRE Andrea Viliani. La presentazione sarà anche l’occasione per porgere alla comunità i migliori auguri di Buon Natale e di un felice 2017.

Avvalendosi di una pluralità di linguaggi, come il disegno, la scrittura, il video, la performance e principalmente la scultura, Durham decostruisce i concetti cardine della cultura occidentale per smantellare stereotipi e costrutti imposti dalle culture dominanti, e lasciare all’essenza dei componenti delle sue opere – materiali eclettici sapientemente combinati tra loro – la possibilità di innescare una riflessione sugli statuti stessi dell’arte e della realtà.

La presentazione del nuovo presepe di Durham creato appositamente per il MADRE – un precedente presepe è stato realizzato dall’artista per l’ex Lanificio Borbonico di Napoli e presentato presso Lanificio Insula Creativa la scorsa domenica, 18 dicembre – rientra nell’ambito di Per_formare una collezione, progetto avviato nel 2013 e dedicato dal museo MADRE alla costituzione progressiva della sua collezione permanente, e continua una recente tradizione del museo, che nel 2015 presentò, in occasione delle festività natalizie, i presepi dell’artista Giosetta Fioroni.

Il Presepio di Jimmie Durham rispetta la caratteristica configurazione del Presepe Napoletano, in cui la nascita del bambino Gesù è ambientata nello scenario della città contemporanea e l’area del praesaepe è attorniata da numerose figure popolari, la cui caratterizzazione estetico-formale ha assunto, nel tempo, una grande pregnanza simbolica. Personaggi imprescindibili come il salvifico pescatore, il dormiente Benino, l’angelo messianico vengono collocati in uno scenario che, come spesso nel lavoro dell’artista, riproduce la vitalità del soggetto rappresentato attraverso le suggestioni conferite dalla preziosità cromatica, tattile e olfattiva propria dei materiali scultorei utilizzati.

In quest’opera Durham riesce a rievocare la storia di una fra le più antiche tradizioni artigianali campane e a rendervi omaggio, dando vita ai suoi protagonisti e al paesaggio con le stesse materie, il marmo e il legno policromo, usato dai primi scultori che raffigurano la natività. Al contempo Durham condensa in Presepio il suo stesso percorso artistico dominato dall’uso di questi stessi elementi, la pietra e il legno, seguendo il principio secondo cui la forza di una scultura risiede nella derivazione diretta dalle potenzialità della materia utilizzata per realizzarla: in questo caso pietra e legno.

La pietra – che per Durham rappresenta la massima espressione della forma scultorea in quanto elemento in continua evoluzione, oggetto statico potenzialmente attivo – è stata nei secoli asservita, come riscontrato dall’artista in molte sue opere, ai principi di monumentalità celebrativa applicati dall’architettura e dalla statuaria, come un mezzo per rafforzare l’egemonia politico-religiosa e affermare l’identità di un popolo. Durham sente di non poter fare altro che decostruire ironicamente tali (pre)concetti, rifiutando la concezione paradigmatica di arte come monumento e rovesciando quindi il ruolo prominente della pietra nella storia dell’arte. Nella tradizione presepiale napoletana settecentesca la nascita del bambino avviene del resto tra colonne e resti romani in pietra – struttura architettonica che coincide con la raffigurazione dei principi che Durham rifiuta – per sottolineare l’avvento del messaggio cristiano sorto dalle rovine del paganesimo. La pietra presente in Presepio è quindi inserita senza modificazione alcuna, elemento libero di esprimersi e arricchire un paesaggio in cui la sua presenza non coincide con la costruzione architettonica umana ma con l’elemento naturale.

Nel Presepio di Durham le strutture portanti sono costituite quindi, invece che dalla pietra, dal legno – un frammento di una radice d’ulivo che diviene il cuore pulsante della scena, il fulcro attorno al quale tutti i personaggi si raggruppano nella celebrazione del più naturale degli eventi umani, una nascita, che nell’abbagliante semplicità del suo accadimento riesce a cambiare le sorti del mondo più di qualsiasi altro evento rivoluzionario. Così, se con l’inserimento della pietra grezza l’artista decostruisce i cardini di ogni pretesa di dominazione monumentale, l’uso del legno rappresenta la contrapposizione tra matericità e materialismo. Per l’artista, infatti, un pezzo di legno è come una reliquia sacra, massimarappresentazione della magnificenza propria del creato, capace di raccontare una storia millenaria attraverso le sue proprietà intrinseche. L’estrema povertà di un materiale reperibile in qualsiasi latitudine come il legno, caratterizzato da una versatilità di portata universale, riassume il miracolo della natura. Qualsiasi sia il manufatto realizzato a posteriori (con maggiore o minore minuzia, con la decoratività che contraddistingue la cultura dal quale l’oggetto finale prende forma), è l’organicità della materia lignea a trasmettere l’essenza delle cose.

Tale celebrazione dell’universo con le sue creature si esprime in Presepio attraverso il sottile riferimento a San Francesco d’Assisi, a cui è attribuita la creazione del primo presepio ed evocato con l’inserimento di tanti piccoli animali intagliati magistralmente dall’autore nei residui di legno più ricchi di sfumature. San Francesco non solo professa la povertà di cui il bambino Gesù si fa interprete, ma è il portavoce dell’umiltà nella possibilità per l’uomo di nutrirsi della bellezza di ogni espressione del creato, comprendendo quanto il rapporto tra ricchezza e povertà possa essere, oggi come allora, solo una percezione culturale. E’ nella dichiarazione della straordinaria normalità degli eventi, nella rappresentazione di una scena di vita che si cristallizza nell’adorazione di un neonato da parte dei più poveri come dei più potenti del mondo – non a caso i re magi sono di tre età e di tre etnie differenti, ritenute all’epoca rappresentative della varietà umana globale – che si compie il vero miracolo, mentre il pescatore continua a pescare, il mendicante a chiedere aiuto e i pastori a guidare il gregge. L’umanità trasfigurata nei personaggi scolpiti da Durham con legno, pietra,corno, bronzo, arricchiti da semplici tocchi di colore o l’apposizione di un frammento di tessuto o di pelle, e l’allusiva ambientazione creata da particelle di natura assemblate, conferiscono a questo presepe una spiritualità arcaica e intima, sottolineando la capacità dell’artista di vedere lo straordinario nell’ordinario e la bellezza del mondo nelle sue manifestazioni più impercettibili, e di constatare che il miracolo può, in ciascuna delle declinazioni ad esso attribuibili, essere esperito e vissuto solo da chi ha l’umiltà per accoglierlo.


Jimmie Durham (Arkansas, 1940) è un artista, saggista, poeta e attivista politico. Dopo aver studiato arte a Ginevra, nel 1973 Durham torna negli Stati Uniti e diviene un attivista dell’American Indian Movement, associazione a sostegno dei diritti dei Nativi Americani. In questi anni si dedica esclusivamente all’attività politica e diviene direttore dell’International Indian Treaty Council e rappresentante delle Nazioni Unite. Dopo un decennio d’intensa attività politica Durham si trasferisce a New York e riprende contatto con l’ambito delle arti visive. Dopo aver vissuto alcuni anni in Messico, nel 1994 l’artista è di nuovo in Europa e questa forma di esistenza nomadica fa sì che, nel suo lavoro, diventi centrale il tema del dinamismo delle forme con cui l’uomo risponde ai bisogni più essenziali, insieme con una disamina critica della supposta unitarietà dell’identità individuale e culturale. Tra le materie ricorrenti nella pratica scultorea, installativa e performativa di Durham ritroviamo la pietra e il masso, che assumono un valore simbolico o svolgono un’azione distruttiva. In molte sue opere i simboli della contemporaneità e del benessere (mobilio, frigoriferi, automobili o aerei), appaiono schiacciati sotto il peso di pietre e massi, che Durham ha descritto come riferimenti all’architettura, una disciplina che l’artista interpreta criticamente come struttura che ci illude di vivere nella stabilità e che, in contrasto con la natura, crea invece un ordine che spinge gli uomini a una ripetitività infinita di gesti e consuetudini. Nei primi anni Novanta l’artista inizia a produrre una serie di sculture assemblando tra loro materiali e oggetti eterogenei: elementi di recupero di origine industriale, utensili e beni di consumo quotidiano composti a formare strutture all’apparenza arbitrarie. Gli scarti della società dei consumi sono consapevolmente abbinati a elementi di origine naturale, o che si riferiscono a culture tradizionali, in modo da formare agglomerati totemici e quasi rituali dai riferimenti molteplici: ritratti insieme entropici, lirici e critici della nostra contemporaneità e del suo inconscio multiforme, in cui coesistono efficientismo industriale e mistero insondabile, tradizione e poesia, aneddoto e storia.


Giovedì 22 dicembre 2016, ore 18:00 (Sala Clemente, secondo piano)
Presentazione dell’opera Presepio (2016) di Jimmie Durham, che entra a far parte della collezione del museo

In presenza dell’artista, introdotto da Pierpaolo Forte e Andrea Viliani

Museo MADRE,
via Settembrini 79, Napoli

Ufficio stampa istituzionale museo MADRE

Luisa Maradei – 333.5903471 –
luisamaradei@gmail.com

Photo credit: 
Amedeo Benestante
Francesca Rao

 *Comunicato stampa

CONDUIT di Antonio Zappone #arte #mostre #pointofview [#recensione]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, cultura, mostre, recensioni arte, turismo, viaggi

E’ già passata una settimana dalla fine della mostra Conduit di Antonio Zappone alla Galleria Cesare Manzo di Pescara, dove la rappresentazione e il riconoscimento sono stati i due temi portanti evidenziati e accompagnati dal testo critico a cura di Giacinto Di Pietrantonio.

Si è trattato di un progetto in cui la dimensione fotografica, pittorica, scultorea e relazionale, ha incontrato una azione di gioco performativo strutturato in diversi step, dove la cancellazione ha assunto un tono di sfocatura che ha permesso il compimento effettivo dell’incontro distante tra testo e immagine, e la sua riuscita attraverso il classico meccanismo contemporaneo di appartenenza concettuale.

Il dubbio che rimane dopo aver visionato opere e allestimento è se la intenzione dell’artista sia stata di ricercare una verità nell’immagine (un significato in più) o rimanere immobile a contemplare in devozione ciò che lui ha pensato. I termini impressi dal pubblico che ha interagito coi lavori, gli spunti offerti, gli elementi di stimolo, nel rapportarsi alle pitture, hanno fatto da cornice, guidato – o condizionato – nei momenti di passaggio e fruizione dei singoli lavori.

La dimensione ludica creata ha attutito una sorta di atto iconoclasta che si è rivelato con la strutturazione di un nascondimento dell’immagine originale: un doppio strato la cui base ha visto protagonista una stampa dedicata a una scultura su cui si è compiuto un gesto pittorico, di deformazione, fluido e in continuo movimento.

Antonio Zappone sembra aver lavorato in una condizione di immersione, come se i suoi quadri fossero nati in una camera oscura nel processo di sviluppo analogico nel momento in cui la pellicola entra in contatto coi solventi; quando una fotografia si trova a prendere una identità, una connotazione, che in questo caso è rimasta aperta a (e dai) commenti degli osservatori attraverso una parola scritta, ingessata sulle pareti.

La mostra è stata un pentagramma/prigione dove il pensiero collettivo si è accorato a una musicalità influenzata da effetti insospettabili, rotture e rumori, drammaticità e ironia, che restituiscono narrazioni, ambientazioni e percezioni presenti, ma assenti nell’atto di generazione, rivelando quanto siamo inconsciamente sottoposti al potere delle immagini, alla mancanza di un ascolto che ci accomuna e diversifica tutti, stabilendo al maestro orchestrante punti di ispirazione su cui riflettere, totalmente diversi rispetto alla idea concepita in partenza, e pronti per stendere nuove campiture per nuove partiture.

 

Antonio Zappone
CONDUIT

Testo critico di Giacinto Di Pietrantonio

Inaugurazione:
Sabato 26 Novembre 2016 ore 18.30
Fine mostra:  8 dicembre 2016

Galleria Cesare Manzo
 Via Galileo Galilei 42 – Pescara

Articolo blog a cura di Amalia Temperini
Ph. credit Amalia Temperini e Galleria Cesare Manzo

 

 

Alessandro Calizza, Global Warning - Atene Brucia - 200x290 - acrilic spray and charcoal on canvas - 2016

SNUBADDICTED STUDIO di Alessandro Calizza apre al pubblico, 18 dicembre, San Lorenzo – Roma #arte #savethedate #openstudio #capricchia [#solidarietà]

arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, CS, cultura, mostre, turismo, viaggi

SNUBADDICTED STUDIO
di Alessandro Calizza
apre al pubblico

Domenica 18 dicembre 2016, ore 17

 San Lorenzo – Roma

Come ogni anno nel giorno del suo compleanno Calizza organizza un evento presso il suo studio-casa di via dei Marsi a San Lorenzo. Quest’anno però, oltre che per presentare le sue nuove opere, c’è una motivazione ben più importante: una raccolta fondi a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto. La famiglia dell’artista infatti è originaria di una frazione di Amatrice, Capricchia, e insieme all’intera comunità sta collaborando all’acquisto di quanto necessario a garantire il benessere dei residenti che non hanno voluto abbandonare la loro terra e la loro vita. Alcuni moduli abitativi sono già stati acquistati ma c’è ancora tanto da fare, per questo la decisione di devolvere il 50% del ricavato delle vendite di domenica 18 dicembre a Capricchia e alle sue famiglie.

Per ARTQUAKE oltre alle opere presentate recentemente al MLAC (Museo Laboratorio Di Arte Contemporanea di Roma) e quelle mai esposte a Roma realizzate per la sua ultima personale “Global Warning” alla Galleria Il Canovaccio di Terni, saranno in mostra una cinquantina tra disegni, studi, multipli e piccoli dipinti e sculture eccezionalmente in vendita al prezzo di 30 euro, ben lontano dalle quotazioni usuali.

Il lavoro di Alessandro Calizza è da sempre strettamente legato a riflessioni profonde sul nostro tempo e sulla realtà che viviamo ogni giorno e mai come in questa occasione l’arte può essere vettore, oltre che di importanti suggestioni, di cambiamento e di un aiuto concreto a favore di chi si è visto portare via la propria vita nell’arco di pochi minuti.

Il ricavato della serata sarà devoluto a CAPRICCHIA NEL CUORE, comitato formatosi per poter sostenere Capricchia e i suoi abitanti.

Pagina facebook con ulteriori informazioni su Capricchia, il Comitato ed i suoi scopi:  https://www.facebook.com/CapricchiaNelCuore/?fref=ts


Servizio di Repubblica TV su Capricchia:


https://www.facebook.com/capricchia2/?fref=ts


Per seguire l’evento su facebook:


https://www.facebook.com/events/1770439409885276/

 


Alessandro Calizza , nato nel 1983, vive e lavora a Roma. I suoi lavori sono stati esposti in numerose città italiane ed all’estero e in questi ultimi anni diverse testate giornalistiche e televisive hanno parlato del suo lavoro, tra cui ad esempio TG2 Insieme (due volte ospite in trasmissione), Repubblica.it, Trovaroma di Repubblica, Il Messaggero, Telegramme, Le petit Bleu, Insideart, Artribune, Eos Arte,Organiconcrete, Artnoise, Art HUB, La Nouvelle Vogue, Daily Storm e altri. Tra le esposizioni personali che ha realizzato durante il suo percorso ci sono ad esempio DON’T LET THEM CATCH US, curata da Carlotta Monteverde e realizzata in collaborazione con Takeawaygallery, CARNE FRESCA, presso la Mondo Bizzarro Gallery di Roma e GLOBAL WARNING, la sua personale presso la Galleria Il Canovaccio di Terni. Per quel che riguarda i progetti collettivi invece da sottolineare SURREALITY SHOW a cura di Julie Kogler, I LORO DESIDERI HANNO LA FORMA DELLE NUVOLE a cura di Takeawaygallery, NO(W) REGRETS tenutasi al MLAC(Museo Laboratorio di Arte contemporanea), prima esposizione del progetto ULTRA che lo vede protagonista assieme a Cristiano Carotti, Desiderio e Marco Piantoni. Ha preso parte poi a importanti collettive che hanno riunito artisti internazionali come WAITING FOR THE MOON a cura della NERO Gallery e ANY GIVEN BOOK, realizzata dalla White Noise Gallery, con cui ha partecipato anche all’Affordable Art Fair Milano a marzo 2015. Vincitore del Premio Speciale del Concorso Arte Per Oggi indetto da Windosr&Newton, Lefranc Burgeois e Poggi ha preso parte ad una residenza d’artista di 3 mesi in Francia. Altre residenze d’artista per cui è stato selezionato sono il FESTIVAL ALTERAZIONI 2014, al Castello di Arcidosso e la residenza a cura di Lori Adragna Project Room presso il Casale dei Cedrati di Roma, nel dicembre 2015. Dal 2014 è attivo anche come scenografo realizzando scenografie per diverse compagnie teatrali, con spettacoli andati in scena in diverse città italiane tra cui Roma (teatro dell’orologio, Teatro Petrolini, Teatro Belli), Todi (Todi Festival), Civitavecchia, Ostia, Napoli ed altre.


INFO

ARTQUAKE – ALESSANDRO CALIZZA
OPEN STUDIO a sostegno della comunità di Capricchia, frazione di Amatrice colpita dal terremoto

Domenica 18 dicembre 2016 ore 17.00
SNUBADDICTED STUDIO
Via dei Marsi 19 – San Lorenzo – Roma

info: acalizza@gmail.com

tel: +39.328.7022171

Comunica_Desidera_di Roberta Melasecca (logo)

Press Office
Roberta Melasecca Architect/Editor/Pr

349.4945612
roberta.melasecca@gmail.com
robertamelasecca.wordpress.com

DOPPIO UGUALE - Festival ControViolenza, 27 novembre, Spazio MAW - Sulmona (AQ)

DOPPIO UGUALE – Festival ControViolenza, 27 novembre, Spazio MAW – Sulmona (AQ) #savethedate #arte #vernissage [#mostre]

amore, arte, arte contemporanea, artisti, collezionismo, comunicazione, cultura, Donne, mostre, Narcisismo, salute e psicologia

DOPPIO UGUALE

Performance e opere di:
Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo,
Marika Saonari, Jolanda Spagno

A cura di Italia Gualtieri

INAUGURAZIONE  DOMENICA 27 NOVEMBRE ORE 11.00

 @ SPAZIO MAW,
Sulmona (AQ)

 

Domenica 27 novembre 2016, alle ore 11, Spazio MAW inaugura DOPPIO UGUALE, performance e opere di Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo, Marika Saonari, Jolanda Spagno a cura di Italia Gualtieri, all’interno del Festival ControViolenza – Le Giornate della Consapevolezza, organizzato dall’associazione La Diosa.

Ispirato al significato e alla suggestione del simbolo matematico, il progetto mette a confronto cinque artiste ed un artista tra i più rappresentativi di vari linguaggi espressivi della scena contemporanea italiana sul tema del genere e del duale, nella sua ampiezza di sensi e di connessioni con il pensiero, la metafora, i vissuti.

“Il doppio uguale è la misura di una relazione, la verifica di una corrispondenza spinta al risultato assoluto: vero o falso. Inoltrandosi nel territorio “insicuro” della dicotomia, gli artisti si confrontano con le categorie femminile/maschile testando la validità di un’uguaglianza desiderata.” (Italia Gualtieri)

L’azione presentata da Emanuela Barbi e Franco Fiorillo  è un gioco a due volto ad innescare una  sintonia comunicativa. I due artisti sono seduti di fronte ai rispettivi bicchieri riempiti di liquido rosso collocati su un tavolo-postazione: inumidendo i polpastrelli nel liquido, frizionano l’orlo del bicchiere con moto costante e rotatorio ottenendo ciascuno una vibrazione sonora di frequenza vicina ma differente che l’uno  proverà ad accordare alla frequenza dell’altro, nella ricerca dell’uguale vibrazione, fino al raggiungimento della sovrapposizione dei due suoni, il “battimento”, culmine dell’azione.

Il carattere performativo dell’esperienza viene poi sviluppato dai fruitori, i quali sono invitati a replicare il gioco di coppia portando a compimento quella relazionalità del lavoro che è tratto costante della produzione dei due artisti, mossa da un bisogno di sentimento – orientato ad ogni creatura vivente, agli spazi, ai luoghi –  e da un valore di protezione annesso all’arte contro le distonìe del reale.

Il lavoro di Lea Contestabile è un viaggio alla  ricerca della propria casa, del proprio paese, della propria identità. Odori, sapori, giochi, animali, silenzi, modalità di lavoro femminile sono riportati alla luce attraverso foto, ricordi, piccoli oggetti mai dimenticati composti alla maniera di offerte votive, preghiere per ricomporre distanze, fratture, differenze. L’artista si mette in gioco esponendo il proprio vissuto, sperimentando attraverso l’arte la possibilità di trasformare il dolore, la paura della malattia, della violenza nella capacità di ricucire e tradurre in positivo non solo fisicamente le ferite subite. La fragilità emotiva delle opere e la solidale complicità con il mondo femminile trova una corrispondenza nella scelta dei materiali utilizzati e nelle tecniche di realizzazione: fili, cuciti, plastiche trasparenti, teli tessuti da donne del   paese, garze, cerotti.

Libertà e curiosità caratterizzano il lavoro di Antonella Di Girolamo, fotografa free-lance impegnata nell’editoria e nel reportage. Libertà di esprimere il proprio sguardo in maniera totalmente indipendente a partire da un bisogno personale; curiosità perché la fotografia è il suo “alibi” per avvicinarsi a differenti mondi che ama e che ha scelto di raccontare, fuori da retorica e convenzioni: i più fragili, i giovani, gli anziani, l’universo femminile.

Un fatto di cronaca è occasione di un doppio “scatto” diverso, nato per liberare il dolore irrisolto di una foto-documento: nella sospesa atmosfera di un perfetto still-life, l’enorme guscio di un uovo-ventre rosato invade lo spazio nero di un universo senza luce. Ma il guscio è spezzato da una terribile crepa, una frattura che taglia in due chi la guarda; che spacca percorsi, utopie. Pure, ogni metà rimane composta e trasla la sua integrità nell’immagine speculare di un intero: uovo-vita, uovo-mistero, uovo istanza di fecondità ancora una volta affermata… La costruzione fotografica è catarsi e rigenerazione esistenziale.

Il lavoro presentato da Marika Saonari è parte di un progetto volto alla realizzazione di diverse situazioni in cui donne provenien­ti da vecchie fotografie degli anni ‘30, ‘40, ‘50 si fanno largo in un mondo prevalentemente maschile e ritrovano, in modo ironico, un’autorevolezza e un potere che non era concesso a quei tempi. La tecnica usata nella creazione è una tecnica mista: antiche fotografie ritrovate in soffitte, mercatini e vecchie scatole dimenticate si uniscono a ricami leggeri e geometrici. La scelta della fotografia vernacolare (fotografia di natura familiare per eccellenza) è necessaria per raccontare un evento passato in concomitanza con l’intervento del ricamo dal tocco con­temporaneo della mano dell’artista. La ricerca artistica di Marika Saonari è basata sul bisogno di rappresentazione del mondo che la circonda e del quotidiano in maniera anticonvenzionale e insolita, scavando oltre la superficie visibile all’immaginario collettivo.

Jolanda Spagno spinge costantemente l’osservatore ad interrogarsi sulla certezza delle sue facoltà percettive munendo l’opera di un dispositivo suo proprio, tematico e materiale, volto a disfare l’univocità della narrazione: figure androgine di ineffabile bellezza e magistrale disegno si duplicano in un dubbio esasperato dall’uso della lente olf, applicata alla carta o alla tela. Ma, distillato dal ricchissimo patrimonio visivo e dall’intenso immaginario dell’artista, un ritratto evocante un celebre dipinto femminile – la Muta -,  posto in dittico con l’immagine di una lamiera rugginosa, ribalta il suo mistero e dirige i rimandi all’irrefutabile del dolore femminile, ad una consapevolezza definitiva, che origina la definitività di una scelta: lo scatto fugace impresso dall’artificio ottico è una parola che sprigiona e immediatamente si ritira, in chiusa e tassativa coscienza dell’impossibile intendimento con l’altro. La ruggine dell’oggetto eroso dal mare, cifra della densa rilettura, prende il posto di una distanza, in questa rappresentazione impossibile di un legame.

DOPPIO UGUALE è un progetto promosso dal MAW – Laboratorio d’arte Men Art Work, spazio indipendente no profit che promuove le poetiche e i linguaggi dell’arte contemporanea. Nato nel 2014, il suo nome rende omaggio al progetto della galleria che si

configura non solo come spazio espositivo ma come luogo di ricerca, incontro, produzione, dove si possano sviluppare sinergie artistiche ed emozionali.

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INFO

DOPPIO UGUALE
Performance e opere di Emanuela Barbi, Franco Fiorillo, Lea Contestabile, Antonella Di Girolamo, Marika Saonari, Jolanda Spagno
A cura di Italia Gualtieri

Inaugurazione: 27 novembre 2016 ore 11.00

Dal 27 novembre al 3 dicembre 2016
Orari di visita: tutti i giorni 10.30/12/30 – 17.00/20.00

Spazio MAW Via Morrone, 71 – 67039 Sulmona (AQ)

Spazio MAW
Via Morrone, 71 – 67039 Sulmona (AQ)
Associazione culturale MAW Men – Art – Work Laboratorio d’arte
www.mawlab.org  info@mawlab.org  tel 3314210191

 

*Comunicato stampa